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lunedì 2 febbraio 2026

#SPILLI / Referendum, la questione cruciale per noi cittadini (Massimo Ferrario)

Non sono un esperto di diritto. 

Sono un ‘normale’ cittadino che cerca di mantenersi informato e capire ciò che la politica, da ormai parecchi anni, ci propina quotidianamente in modo più o meno quasi sempre ingannevole, attraverso una propaganda sempre più seducente che maschera le dichiarazioni e spaccia un contenuto per un altro. 

Tipo il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere. 

Una truffa vera e propria. Venduta come panacea per una ‘giustizia giusta’ (come se oggi, in Italia, la giustizia fosse ingiusta), ma che non cambia nulla, in termini di risultati effettivi, rispetto al vero problema di cui la giustizia, in Italia, soffre da decenni. E che è la lentezza eterna dei processi, non la qualità delle sentenze. La mancanza assoluta di efficienza, non di efficacia. Nettamente migliorabile, questa inesistente efficienza, anche con l’ottimizzazione delle procedure, ma soprattutto con l’incremento di personale (magistrati e cancellieri) che adegui finalmente i numeri reali a quelli previsti dalle piante organiche, nei fatti sempre più disallineate rispetto ai bisogni. 

Gli esperti, in ogni disciplina e non solo in codici e codicilli, sono indispensabili se vogliamo capire la complessità delle questioni tecniche che siamo chiamati ad affrontare e, sperabilmente, a risolvere. Hanno tuttavia quasi tutti un grande difetto, e non sono certo io a svelarlo: difficilmente si fanno capire dai non esperti. Questo non è un danno quando la soluzione dei problemi è di loro esclusiva competenza e responsabilità: non è importante, cioè, quando un idraulico deve sistemare il water, che egli spieghi al cliente il perché e il percome lui interviene nel modo in cui ha deciso di intervenire. Lui sa, il cliente non sa: spetta a chi sa trovare la soluzione e il cliente valuterà alla fine, in base al risultato prodotto, la competenza del professionista in termini di soluzione efficace del problema.

Questo approccio è invece esiziale quando, come avviene in democrazia nella maggior parte dei casi, dovrebbe essere il cittadino comune a dire la sua e decidere cosa e come ottenere ciò che si vuole ottenere per il meglio di tutti, magari aiutato da chi, conoscendo i risvolti tecnici delle soluzioni adottabili, ti fa comprendere meglio i pro e i contro delle varie opzioni in campo.

Sul tema specifico della separazione delle carriere ogni giorno ascoltiamo, insieme alla quantità industriale di fuffa mista a panzane di politici e pseudo-opinionisti (del genere: la riforma impedirà nuovi ‘casi Tortora’, o contenziosi giuridici simili alla ‘casa del bosco’ o al ‘caso Garlasco’, già arbitrariamente catalogati come scandali di mala-giustizia o addirittura di giustizia negata), pareri argomentati di autorevoli conoscitori del diritto: magistrati, accademici, anche avvocati. Per questo, non credo ci sia qui bisogno che io ripeta ciò che altri hanno saputo dire meglio di me.

Penso invece sia utile sottolineare un aspetto cruciale di questa pseudo-riforma, pericolosa per noi cittadini se al referendum il sì dovesse prevalere.

In verità, anche questo punto è stato trattato dagli ‘esperti’, ma a me pare che in genere sia finito tra parentesi, nel contesto di tanti altri inconvenienti, più o meno preoccupanti, che si presenterebbero qualora il referendum approvasse la legge in discussione.

Voglio quindi qui fare fuoco su questa unica specificità. E mi riferisco al ruolo, basilare, del pubblico ministero (pm).

Bastano poche righe, mi pare oggettivamente indiscutibili e capibili anche da chi non sa una virgola di diritto, per segnalare  il cambio pesantemente negativo che la funzione di pm subirebbe, rispetto ad oggi, qualora il referendum approvasse la riforma passata in Parlamento.

In base alla riforma eventualmente approvata dal voto elettorale, ciò infatti avrebbe conseguenze negative non tanto sulla vita dei pm, che si limiterebbero a dover prendere atto di una modifica del loro possibile perimetro di azione, quanto su noi cittadini.

Certo, quando venissimo eventualmente indagati per qualche reato che potrebbe esserci attribuito, finiremmo, come avviene oggi, sotto la loro prima e ineliminabile lente. Ma c’è un ma. A riforma approvata, infatti, in questo non augurabile caso, ci troveremmo meno garantiti rispetto ad oggi proprio da chi continuerà a essere chiamato a esercitare giustizia e dovrà esprimere su di noi (sul nostro comportamento e sul nostro eventuale reato) una valutazione fondamentale, foriera di conseguenze penali anche gravi.

Il perché è semplice: e temo non sia ancora così consapevolizzato quanto dovrebbe.

Oggi il pm è l’avvocato dello Stato. Perciò, in base alla eventuale notizia di reato che ci dovesse riguardare, prima di eventualmente accusarci del reato stesso, il pm ha come sua prima responsabilità quella di verificare la notizia. Egli, cioè, è tenuto a raccogliere elementi per capire se esistono condizioni oggettive per procedere a indagarci, accusandoci, o invece elementi in grado di suggerire l’archiviazione della possibile accusa nei nostri confronti, assolvendoci e escludendo sin dall’inizio la nostra ‘imputazione’.

Domani, se diremo SI’ al referendum, il pm sarà invece l’avvocato dell’accusa: e di conseguenza potrà solo accusarci. Non sarà più educato, come oggi avviene, alla cultura della giurisdizione: perché ‘crescerà’ dentro carriere e CSM separati e, anche se il suo ruolo non finirà ‘sotto’ il governo del governo, o dei politici più o meno di maggioranza (evenienza per nulla fantapolitica: accade in genere dove esiste la separazione delle carriere), avrà, come finalità generale e obiettivo specifico (traducibile pure in un conseguente target numerico da centrare mese per mese, come da anni accade nelle aziende ad ogni manager commerciale che voglia ottenere successo), la messa in stato di accusa dell’imputato, e, possibilmente, la sua condanna: comunque possano presentarsi i fatti ad uno sguardo meno certo e più dubitante, meno parziale e più neutrale. 

Il pm, dunque, in caso di perplessità sull’attribuzione del reato, non dovrà più cercare prove a discarico, come oggi avviene, per decidere se eventualmente archiviare, ma, essendo valutato sulla sua sostanziale conformità a questa nuova funzione esclusivamente inquisitoria e accusatoria, sarà spinto a fare tutto il possibile per vincere nel processo (verbo che oggi molto piace alla gente che più piace) contro l’avvocato della difesa. 

Insomma, per il pm immaginato dalla riforma, perseguire e affermare la verità al di là di ogni ragionevole dubbio, almeno per la parte che gli compete e che è realisticamente e doverosamente possibile perseguire da parte di ogni magistrato, requirente o giudicante che sia (la verità ‘vera’ e indiscutibilmente ‘oggettiva’ non è mai umanamente raggiungibile), sarà una questione, in teoria, ancora importante, ma, in pratica, decisamente secondaria se non obsoleta.

Per quanto sopra, credo che, al di là delle tante altre ragioni che appaiono tecniche ma sono limpidamente politiche, perché in sostanza tendono a ridurre l’autonomia della magistratura, questo problema del cambio di ruolo del pm sia la questione che dovrebbe interessarci di più.

Ognuno voti come meglio crede. Per il piccolo potere di cui dispongo, voterò No con una convinzione mai tanto granitica.

L’impotenza generalizzata è un sentimento, oggi prevalente, che sta affossando le moderne democrazie, che sempre più procedono in modo elitario o ‘castale’, senza il coinvolgimento (l’ascolto, la partecipazione, il controllo diretto) di noi cittadini: una volta tanto che abbiamo la libertà di contrastare questa deriva con un voto ‘diretto’, fuori dalla logica dei giochi di partito, dovremmo assolutamente evitare di nasconderci nell’astensione, magari con la convinzione che si tratta di una questione tecnica da delegare (scaricare?) appunto ai tecnici.

Facciamoci dunque gli auguri.

Non perché potrebbe verificarsi l’Apocalisse se vincessero i Sì. Ci sono altre e ben più definitive minacce che incombono sul mondo, alle quali prestiamo poco o nullo ascolto. Ad esempio: secondo l’Orologio del 'The Bulletin of the Atomic Scientists' siamo passati da 89 secondi a mezzanotte di fine 2024 a 85 secondi di fine 2025 (4 secondi di ulteriore avvicinamento al momento fatale). 

Ma i piccoli, continui, progressivi degradi di un regime politico che quotidianamente sta deprimendo il quadro di una convivenza civile ispirata a una democrazia di sostanza, e non di facciata, non vanno sottovalutati, perché sono capaci di produrre, almeno sul medio periodo (e siamo già a un punto pericolosamente avanzato di questo percorso), un effetto catastrofico: certamente circoscritto e non planetario, ma che tuttavia, per chi ne è toccato, è assimilabile in qualche modo a un mini-disastro, in cui non esplodono bombe atomiche, ma si realizza il collasso definitivo dei diritti costituzionali. Se avessimo qualche dubbio sul piano inclinato verso cui stiamo scivolando ricordiamoci la favola, troppo dimenticata, della ‘rana bollita’: caduta in una pentola piena d’acqua, non si accorge del costante rialzo termico che la sta cuocendo e finisce così, sempre più gradualmente intontita e incapace di lasciare la pentola, perfettamente ‘cotta’ a puntino. 

Facciamoci gli auguri perché tutti noi potremmo ritrovarci domani (per paradosso: proprio grazie a chi da sempre si autodefinisce garantista e accusa chi non si dichiara tale di essere un giustizialista), nella condizione spiacevole di fare i conti con uno spazio ben minore di garanzie giuridiche e, di conseguenza, con qualche probabilità in più di finire imputati, condannati, pur essendo innocenti, o comunque non colpevoli.    

*** Massimo Ferrario, Referendum costituzionale, la questione cruciale per noi cittadini, 'Mixtura (masferrario.blogspot.com), 2 febbraio 2026


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lunedì 14 luglio 2025

#SPILLI / Guerre (Massimo Ferrario)

La guerra, per definizione, uccide e distrugge.

Ci sono guerre che hanno come prima e immediata finalità l’uccisione fisica del nemico e guerre che mirano soprattutto a devastarne le strutture economiche, fino a distruggere di fatto il nemico stesso (ad esempio, la disoccupazione provocata da una crisi sistemica può essere una forma di morte non solo metaforica).

Nel primo caso lo strumento cui si fa ricorso sono le armi, nel secondo caso le armi sono i dazi, in uno spirito di protezionismo sovranista che guarda solo a sé stessi.

Cosa accomuna i due tipi di guerre? Il mantra di questi anni: fare i propri interessi. E’ un ritornello insopportabile, che mi capita spesso di stigmatizzare: ma sembra che io sia il solo a trovarlo indecente, e ottuso nel suo masochismo, come bussola di orientamento relazionale per persone e Stati. 

E’ ripetuto alla nausea dai sedicenti politici che (s)governano buona parte del Pianeta: è quell’oligarchia arrogante che purtroppo ‘conta’ anche per chi ‘non conta’. Che si vanta della propria intelligenza politico-strategica. E si pavoneggia per il proprio sano e sacro patriottismo. Perché, insiste, chi non pensa al proprio Paese (che oggi ama definire ‘Nazione’) va messo ai margini: non è un buon patriota. 

Neppure all’asilo infantile una simile ‘teoria’ avrebbe vita lunga: la prassi e la logica che i bambini in genere sanno mettere in campo, prima di essere ‘rovinati’ dalla ideologia competitiva dei grandi, sono tendenzialmente più avanzate di quelle degli adulti.

La domanda è retorica: se tutti fanno i propri interessi, chi si preoccupa dell’interesse di tutti? I singoli (individui, Paesi) non esauriscono il mondo. Il mondo è l’insieme interdipendente dei singoli. E l’interesse di questo insieme è sovraordinato rispetto all’interesse dei singoli. Dunque se ognuno guarda solo a sé stesso e persegue, coerentemente e testardamente, soltanto ciò che ritiene convenga (a sé stesso, al suo Paese), il risultato è uno solo: la guerra di tutti contro tutti. Vince l’aut-aut. Cioè: ‘o io o tu’. Disgiunzione che subito si risolve, per togliere anche solo dall’ipotesi il tu, nello scontato e ancor più drastico ‘o io o io’.

E’ quello che sta avvenendo: nella maniera più chiara e gridata che altrimenti non si potrebbe.

Qualche antico filosofo avrebbe un momento di orgasmo: è il ritorno dell’‘homo homini lupus’. Le regole che ci eravamo dati, il diritto internazionale e gli istituti sovranazionali che abbiamo faticosamente tentato di costruire soprattutto a partire dalla metà del secolo scorso, sono gettati nella spazzatura. Chi ancora tenti di crederci viene tacciato di utopismo buonista: si svegli, manca di ‘realpolitik’, sogna ancora il finale infantile delle favole che con quel dolce e rituale ‘e vissero felici e contenti’ ci faceva addormentare sereni.

E’ da tempo che la guerra è tornata tra noi. E con essa pure il genocidio. Avevamo tentato di espungerla. Facendo i conti con il peccato originale dell’Occidente che con le invasioni e i colonialismi aveva dato origine alla modernità. Ma siamo dentro un processo perverso di regressione culturale che pare difficile bloccare.

Ringraziamo individualisti e nazionalisti.

«Non esiste la società, esistono solo gli individui» diceva Margareth Thatcher, osannata come autentica liberale e riconosciuta tuttora come una delle maestre del liberismo trionfante.

Questo era il primo passo. Alla luce del livello cui siamo arrivati, aggiungiamoci un secondo passo: «Non esiste il Pianeta, esistono solo le Nazioni». Non l’ha detto nessuno, ma lo praticano ogni giorno certi bulli suprematisti, anche in versione gangster mafiosi, che tanto piacciono alla gente che continua ad applaudirli leader, credendoli statisti.

Può essere il tassello finale e definitivo. Per noi, ovviamente. Perché il Pianeta ha miliardi di anni avanti a sé finalmente migliori senza la nostra (tossica) presenza.

Buon abisso a tutti. 

*** Massimo FERRARIO, 1946, Guerre, inedito per ‘Mixtura’ (masferrario.blogspot.com), 14 luglio 2025

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lunedì 26 maggio 2025

#SPILLI / Formazione, quando la IA è pericolosa (Massimo Ferrario)

Da quando è uscita la versione in italiano, sto provando la IA Notebook LM di Google. Ho caricato articoli (brevi e lunghi, specialistici e divulgativi), racconti (brevi e lunghi, anche in forma di romanzi), poesie (singole e raccolte), slides formative (usate in tante aule di seminari). Risultato: eccezionale. Lo strumento ha rivelato una ‘potenza didattica’ incredibile. Non solo nella sua parte più appariscente e seduttiva (la trasformazione dei contenuti in ‘overview audio’ a due voci, artificiali ma rese perfettamente naturali, con errori di pronuncia solo nello 0,% dei casi), ma anche per la quantità/qualità dei feed-back che restituisce: riepiloghi scritti di quanto caricato, domande didattiche di approfondimento e verifica dell’apprendimento sui testi proposti, brevi guide allo studio dell’argomento trattato, mappe mentali…. 

Insomma: a differenza di altre ‘macchine’ IA, qui è evidente la finalità progettuale: si vuole facilitare l’apprendimento, spiegando, valorizzando, approfondendo, connettendo, in orizzontale e in verticale, i vari punti dei temi inseriti. Nessuna valutazione: se carichi una poesia, non ti dice che il tuo lavoro è una ‘magnifica’ (o pessima) poesia e tu sei un ‘grande’ (o pessimo) poeta: non esercita alcuna ‘critica letteraria’, ma semplicemente ti spiega meglio cosa hai detto, sottolineando i punti salienti che più fanno capire ciò che volevi dire.

Il fatto che questo tipo di IA non restituisca una valutazione dei contenuti che hai caricato è tranquillizzante: significa che la macchina sa di essere priva di ‘pensiero critico’ e non si azzarda a spacciare i valori del progettista, con tutti i suoi bias impliciti, per ‘pensiero critico oggettivo’.

Questi punti forti sono però anche un problema: specie se ci ‘innamoriamo’ della funzione ‘podcast’ (che, più che ‘podcast’, è correttamente chiamata ‘overview audio’). Perché? Perché possiamo cadere in un tranello e accettare l’invito, per nulla esplicitato, ma equivocato perché sottilmente implicito e suadente, a usare questa IA in modo ‘autonomo’: trasformando la funzione ‘didattica’, certamente presente e potente, in funzione automaticamente e di per sé ‘formativa’, scaricando alla macchina ciò che la macchina non può fare senza la figura umana dell’insegnante/formatore che ne favorisce un intelligente utilizzo, anche giustamente e sanamente ‘critico’.

Mi spiego. Diversi amici, per lo più giovani e abituati a sperimentare la formazione nell’accezione e prassi oggi dominante nelle imprese, hanno esultato. «Perfetto: finalmente adesso si possono bypassare quei pochi seminari ‘in presenza’ ancora non cancellati dalla ‘formazione’ online imperversante, facendo semplicemente ascoltare un audio, ad esempio su temi di comportamento organizzativo, in auto o per strada».

Credo vada ricordato, a chi non sa cosa sia ‘formazione’ (anche incolpevolmente, perché oggi la formazione, con la versione online, è pressoché scomparsa dalle prassi di impresa e chi non ha passato non ne ha conoscenza) cosa si debba intendere per tale ‘concetto’ e, soprattutto, per tale ‘pratica’. Procedo per punti sintetici, ben sapendo che ogni punto richiederebbe pagine di approfondimento.

Per fare ‘formazione’ (e non ‘informazione’) occorrono almeno tre condizioni, che ne costituiscono il ‘setting’: si tratta di tre condizioni indispensabili, anche se insufficienti. La prima è data dalla presenza di un ‘luogo fisico’ in cui siano ‘fisicamente’ presenti (la ridondanza è voluta) tutte le parti protagoniste (formatore e partecipanti) e nel quale tutti possano ‘dis-connettersi’ dalla realtà operativa, facendo fuoco e pensando criticamente a quanto viene discusso: selezionando i messaggi cruciali, metabolizzando e introiettando ciò che ‘va portato a casa’. La seconda condizione è fornita dalla garanzia di avere tempo sufficiente per ‘ri-flettere’: non solo individualmente, ma in gruppo e tra gruppi. La terza condizione prevede la possibilità di godere di ampio spazio per l’apprendimento ‘orizzontale’ (tra partecipanti) oltre che ‘verticale’ (da formatore a partecipanti). 

Senza questo setting, con il quale la discussione deve ‘farla da padrona’, avendo garantiti i suoi tempi ‘lunghi-e-approfonditi’, non si fa formazione. Si fa altro: anche quei ‘talkshow’ da palcoscenico o da televisione, che spostano aria, più o meno ‘fritta’, magari facendo pure divertire chi si accontenta del ‘bla-bla’. 

Con le tre componenti essenziali del ‘setting di formazione’ sopra abbozzato si può cominciare a ‘facilitare l’apprendimento’. Che è una cosa seria (anche costosa), ma è l’unica che, se pure non assicura automaticamente l’’ap-prendimento’ (moto a luogo: ‘alzarsi e andare a prendere’), più probabili-sticamente è in grado di innescarlo. 

Se accettiamo quanto sopra dovrebbe essere evidente che qualunque IA, e in special modo Notebook LM, può essere un mezzo anche fondamentale di formazione, ma non può sostituire il ruolo di chi, con le competenze tecniche e psico-socio-relazionali di un umano, aiuta, con l’intelligenza umana, altri umani a imparare.

*** Massimo FERRARIO, 1946, Formazione, quando la IA è pericolosa, ‘Mixtura’ (masferrario.blogspot.com), 26maggio 2025 


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martedì 22 aprile 2025

#SPILLI / Bergoglio, un leader (anche) di 'sinistra' e 'anti-capitalista' (Massimo Ferrario)

Il carisma e il successo di papa Francesco presso i non credenti o i credenti di fede diversa sono dovuti al fatto che, senza intenzione specifica, ma con la sola intenzione appassionata di fare il papa seguendo la radicalità del messaggio evangelico, Bergoglio è stato anche, per dichiarazioni e azioni, un leader 'di sinistra' e 'anti-capitalista': perché ha provato ostinatamente a rappresentare, senza titubanze, i 'senza potere' e 'gli ultimi', ormai abbandonati da tutti, sinistra compresa. Una sinistra sempre più inesistente e contaminata dall'ideologia liberista che ha come dio il profitto, affaccendata a 'trafficare politica' anziché a 'fare Politica': ormai da anni, al di là della retorica contraria quotidianamente declamata, disinteressata ad affermare una negoziazione 'win-win' come regola cruciale di 'con-vivenza' nel mondo (vedi la scelta inequivocabilmente e profondamente 'bellicista', consapevolmente praticata o comunque subìta, e quindi complice, nei due casi di Russia e Israele) e a promuovere diritti economici, dignità e 'stato sociale' per ogni essere umano, svantaggiati 'in primis'.

Per questo sono sconci e insopportabili gli omaggi e gli inchini strumentali di taluni leader della terra, e in particolare di casa nostra, che hanno sempre mal sopportato le convinte provocazioni evangeliche del papa e praticato una politica prevaricante, prepotente, escludente, in buona sostanza occidental-suprematista verso il resto del mondo non bianco.  *** Massimo Ferrario, Bergoglio, un leader (anche) di 'sinistra' e 'anti-capitalista', 'Mixtura', 22 aprile 2025



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martedì 18 marzo 2025

#SPILLI / I Pacifisti, gli Ideologhi, gli Intellettuali (Massimo Ferrario)

Non mi sono mai 'sentito', né 'visto' come un pacifista. 

Fino a ieri, infatti, potevo anche 'capire' le guerre: erano uno strumento (dispendioso e omicida-suicida come nessun altro) per esprimere l'ideologia, oscena, dell'homo homini lupus. Non per affermare diritti, ma per riordinare poteri: con la violenza bruta e la crudele ferocia della sopraffazione del più forte.

Ma da Hiroshima e Nagasaki ho capito, usando la testa e ascoltando la pancia, che la guerra deve diventare un tabù: per inseguire il sogno, generativo, dell'homo homini homo

Nessuna retorica buonista da anima bella. 
Nessuna infatuazione adolescenziale nostalgicamente rinverdita nel periodo della senescenza, peraltro ancora lucida e pienamente consapevole: solo un impietoso ancoraggio, anche contro il pensiero mainstream, grossolano e ignorante, alla dura realtà concreta dell'anno 2025.

Oggi ogni persona dotata di cervello e di buon senso, se è realista e fa un'analisi logico-razionale dei dati di contesto e del tempo che viviamo, non può che (caparbiamente, ostinatamente) sostituire la guerra con la pazienza e la fatica della diplomazia e della negoziazione. Ispirandosi a un win-win per nulla facile e acquiescente, ma caparbio e tenace nei suoi obiettivi di massima e reciproca condivisione di un terreno possibile comune.

Siamo nel post-nucleare: chi, indossando l'elmetto con il piglio di un futurismo rinascente, ha l'orgasmo per la bruta virilità dei 'bei guerrieri' di una volta e sogna la continua erezione di missili contro un nemico (spesso esistente solo perché scientificamente costruito attraverso la  propaganda di paure inventate) è un pericolo oggettivo per l'umanità: perché fornisce una formidabile occasione potenziale, ai Grandi Autocrati di dittature e (sedicenti) democrazie, per innescare un processo che ha come finale la caduta nell'Abisso. 

Da sempre i pragmatici stigmatizzano come ideologici tutti quelli che non stanno alla realtà: perché temono i loro sogni di miglioramento, o anche di cambiamento, specie quando sono radicali, anche conflittuali, ma non armati. 
Oggi i cosiddetti pacifisti sono gli unici pragmatici: perché cercano di isolare e neutralizzare quegli ideologhi, tronfi di sragionamenti ciechi e insensati, che promuovono incubi e preparano l'irreparabile.

Avremmo bisogno di intellettuali. 
Veri. Disorganici al Potere istituzionale. Animati da un pensiero libero che sappia realmente mettere in crisi le certezze propagandate: che sveli, contro il Potere, gli inganni e le manipolazioni del Potere. 

Avremmo bisogno di intellettuali, lontani dai talk show televisivi e dalle piazze strumentalizzate dai media di sistema, alieni rispetto al culturame che ripete slogan buoni per nutrire il fallicismo che piace al maschile tossico, vecchio di sempre e mai sufficientemente risolto. E che affascina e seduce, più o meno consapevolmente, anche troppe donne, più o meno di Potere e al Potere.

Abbiamo invece ‘intellettuali’ che, forse anche senza rendersene conto (ma quando così fosse, ciò segnalerebbe la morte definitiva dell’intellettuale in quanto tale per l’incapacità di ‘intelligere’ comportamenti e conseguenze), stanno agevolando la diffusione del virus del suprematismo occidentale, in una logica noi contro loro che è già guerra senza esserlo. 

A questo punto, anche a un ateo, pensando a questi 'intellettuali', viene in mente un’invocazione: che sappiano o no quello che fanno, auguriamoci che un dio non li perdoni.

*** Massimo Ferrario, I Pacifisti, gli Ideologhi e gli Intellettuali, 'Mixtura', 18 marzo 2025


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giovedì 13 marzo 2025

#SPILLI / L'Ombra dell'Occidente (Massimo Ferrario)

C'è chi inneggia, un giorno sì e l'altro pure, alla supremazia dell'Occidente e degli Usa in particolare. 

L'uno e gli altri (peraltro gli stessi, visto che i secondi sono la guida del primo) avrebbero regalato al mondo capitalismo, democrazia, scienza, tecnologia, cultura, valori. Tra cui, ad esempio, la 'Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo'. (°)

Si dimentica che chi ha contribuito a scrivere la 'Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo' ha fondato sé stesso sul genocidio di un popolo nativo. E ha perpetuato il suo dominio, con la complicità di altri popoli sempre del campo occidentale (europei, per esempio: con l'appendice non irrilevante di Israele), con violazioni continue di tali diritti: attraverso invasioni di nazioni, colpi di stato, colonialismi, pulizie etniche e stermini vari. 

Chi ricorda questi scempi, se è occidentale, non è un nemico dell'Occidente: solo vorrebbe coerenza e rigore nell'affermazione dei valori che l'Occidente dichiara. 

Nemico dell'Occidente piuttosto è l'Occidente: che pratica il doppiopesismo, pretende sé stesso sempre buono e innocente e accusa i non occidentali delle stesse colpe che non riconosce a sé stesso.  

L'Ombra dell'Occidente (per usare un'espressione che rende omaggio al grande occidentale, oggi non molto frequentato, che è Carl Gustav Jung) è più grande dei territori geografici riconducibili all'Occidente: perciò dovrebbe essere impossibile non vederla, se non si è fisicamente ciechi. 

Ma troppi occidentali non la vedono: anche perché non la vogliono vedere. Eppure riconoscerla sarebbe la condizione indispensabile per cominciare a praticare un Occidente diverso: per dimenticare le continue proclamazioni retoriche da 'pensiero positivo' e mettere fine alle auto-assoluzioni, più o meno consolatorie e comunque sempre false, che pretendono di far garrire le bandiere euroatlantiche sempre monde e inamidate: le stelle a strisce mescolate con le stelle della UE.

Urge, per l'Occidente e per gli altri 9/10 del mondo (9/10!), la nascita di un Occidente più umile e meno prepotente. Finalmente consapevole di essere 'parte del mondo' e non 'il' mondo. Capace di capire che deve smettere di impartire la lezione agli altri e che gli altri, se non hanno sempre ragione (perché ovviamente nessuno ha sempre ragione), spesso (più spesso di quanto si creda) hanno qualcosa da insegnare. Per l'ovvio motivo che tutti abbiamo qualcosa da imparare da tutti: se vogliamo imparare.

Le parole di cui sopra potrebbero apparire banali. Ma non sono per nulla scontate. E griderebbero: se avessimo orecchi per ascoltarle. 

La gravità di questa nostra sordità può avere effetti inimmaginabili. Perché oggi non si stagliano all'orizzonte le magnifiche e progressive sorti di un mondo umano per destino proiettato verso un nuovo paradiso terrestre: si registrano invece, oggettivamente e non apocalitticamente, segnali evidenti di una possibile caduta in un Abisso. 

Potremmo evitare questa caduta con una presa di coscienza costruita sul principio di realtà. Ammettendo che non esiste innocenza e che noi Occidentali siamo ben lontani dall'essere innocenti. 

Feriremmo, finalmente, la nostra hybris e il nostro egotismo smisurato e violento: di persone e di paesi.

Ma senza dolore, non c'è vita. Solo parvenza, simulazione. Al più, ‘vita artificiale’. E l'Occidente uccide, e si sta uccidendo, senza neppure saperlo. 

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Nota: (°) La Dichiarazione di Indipendenza del 1776, principalmente scritta da Thomas Jefferson, pone l'accento sui diritti individuali e il diritto alla rivoluzione, idee che influenzarono anche la Rivoluzione Francese e la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. La Dichiarazione di Indipendenza degli USA affermava il principio che tutti gli uomini nascono liberi e uguali in dignità e diritti, un concetto fondamentale per lo sviluppo successivo delle dichiarazioni sui diritti umani. Successivamente, la Costituzione degli Stati Uniti del 1787 e la Carta dei Diritti del 1791 rafforzarono e codificarono una serie di diritti fondamentali come la libertà di parola, religione, riunione e petizione, il diritto a un giusto processo, e la proibizione di pene crudeli e inusuali. Questi primi emendamenti rappresentavano un modello che influenzò la concezione dei diritti umani nel mondo occidentale. Inoltre, gli Stati Uniti furono membri importanti nel processo di redazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 delle Nazioni Unite. (da 'Perplexity')

*** Massimo FERRARIO, L'Ombra dell'Occidente, 'Mixtura', 13 marzo 2025

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domenica 9 marzo 2025

#SPILLI / Manifestare per l'Europa? (Massimo Ferrario)

La manifestazione del 15 marzo programmata per l'Europa o è inutile o è pericolosa. E' inutile se si limita a comunicare un'ambiguità: si declama l'Europa nella sua astratta idealità senza precisare quale Europa concreta si vuole. E' pericolosa se comunica l'adesione a 'questa' Europa: con l'elmetto e con i missili, convinta di doversi difendere da una aggressione futura che si dà per certa e indiscussa predisponendo un riarmo di 800 miliardi (e la distruzione di welfare conseguente). Noi abbiamo urgenza di un'Europa che, prima delle armi, da subito e, senza eccezioni, continuativamente per ogni domani, metta in campo, come è nel suo spirito originario, una diplomazia che faccia della negoziazione 'win-win' l'unica arma possibile.
Non è una linea 'buonista' cara alle 'anime belle'. E' un'opzione concreta, realistica, pragmatica: basata non su un'ideologia 'pacifista', ma su un'analisi logica e fattuale della realtà. Della realtà presente e di quella, potenziale e probabile, prossima futura. Perché nell'attuale momento storico, il passaggio da missili a bombe nucleari più o meno 'tattiche' o addirittura 'strategiche', è un'ipotesi che non è nascosta dietro l'angolo: l'abbiamo di fronte. Ed è impossibile non vederla, vivida e a tutte maiuscole, se non si è ideologicamente ciechi, prigionieri del fascino suicida ben reso dal famoso grido biblico di "muoia Sansone con tutti i filistei". La guerra inizia ben prima del lancio di missili. Comincia con due passi, percorsi in successione: (1) quando costruiamo la controparte come 'il nemico', e (2) quando ci convinciamo che 'il nemico' abbia già deciso di farci la guerra e non c'è altro modo che fargli la guerra per difenderci. Con la manifestazione del 15 marzo, volenti o nolenti, consapevoli o inconsapevoli, stiamo creando le condizioni, oggi negate ma domani, se non cambiamo subito direzione, più fondate che mai, per arrivare alla guerra. Pur continuando a ripeterci che noi non vogliamo la guerra e che è il nemico che ci costringe a metterla in conto, rischiamo domani di ritenere la guerra l'unica scelta possibile. Naturalmente, come sempre nella Storia, diremo poi che noi la guerra non l'abbiamo voluta, che l'abbiamo fatta per autodifesa e che la colpa è del nemico.
Sempre che la guerra non sia diventata nucleare e noi si sia ancora vivi per dire qualcosa. 

*** Massimo FERRARIO, Manifestare per l'Europa?, 'Mixtura', 9 marzo 2025


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giovedì 6 marzo 2025

#SPILLI / Il Potere che rende uguali uomini e donne (Massimo Ferrario)

Un tempo, quando ero giovane, speravo che le donne, per ragioni bio-culturali più orientate alle relazioni, all'empatia e alla cura, potessero proteggere il mondo dalle guerre.

Oggi ho decisamente perso questa illusione.

Vedo che le donne, sempre più arrembanti e in 'similmaschio' (forse arrembanti proprio perché in 'similmaschio), sono belliciste come gli uomini. E spesso ancora di più.

Ammetto che questa mia visione possa essere frutto di una percezione distorta dovuta al mio pregiudizio favorevole dell'età giovanile. Ma a me sembra un dato oggettivo. E per confermarlo, basta contare il numero delle donne leader, non solo di istituzioni, ma anche di imprese, che non fanno mistero delle loro orgogliose affermazioni/scelte quotidiane, ispirate a una visione del mondo 'aggressivamente armata'. 

Cosa le ha cambiate? La mia ipotesi è il Potere. 

Quando raggiungono il Potere - e oggi, sia pur sempre in minor quota rispetto agli uomini, le donne sono al Potere in molti tavoli dai quali possono esprimere una leadership netta e di forte impatto su ampi contesti - le donne non hanno remore ad indossare l'elmetto, con sicurezza e sicumera. E non hanno difficoltà a competere con gli uomini su chi, senza apparenti problemi di coscienza, è più tranquillamente orientato ad assumere scelte aggressive, finanche belliche, in linea con una visione del mondo sempre più polarizzata. Divisa tra innocenti e colpevoli. Tra buoni e cattivi. Dove, naturalmente, chi polarizza si colloca sempre, con orgogliosa nettezza, tra i primi.

Forse il femminile agisce ancora, intaccato, tra le donne 'senza-potere': favorendo mediazione, diplomazia, accoglienza dell'altro, e ricordando l'interdipendenza di persone, strutture, sistemi come fattore cruciale di tenuta-insieme del mondo. Ma tra l'élite che conta, prevale il maschile orgogliosamente 'alfa': e la differenza donne-uomini, se non è già del tutto persa, sfuma sempre più. 

Insomma: l'alternativa al vecchio 'homo homini lupus' (lo speranzoso 'homo homini homo': dove 'homo' va inteso ovviamente come comprendente tutti noi, uomini e donne) sembra definitivamente accantonata. Anzi: chi ancora la evocasse, uomo o donna che sia, sarebbe guardato come il solito 'buonista' che non ha capito come gira il mondo. 
 
Perché il Potere, evidentemente, rende tutti uguali.
E questo credo sia la più grande perversione che il Potere, nei tempi attuali, ha operato. Ci sta mostrando, come unica opzione di vita, un bellicismo incontrollato come sola via di sopravvivenza: una falsa potenza che, se realizzata, concorrerà al suicidio generale. 

*** Massimo Ferrario, Il Potere che rende eguali uomini e donne, 'Mixtura', 6 marzo 2025


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giovedì 27 febbraio 2025

#SPILLI / Il mantra del 'fare i propri interessi' (Massimo FERRARIO)

Da destra e da sinistra (ma richiamare qui destra e sinistra è solo un modo vetusto e obsoleto di usare due categorie politiche preistoriche: difficile oggi trovare una sinistra che non sia contaminata dalla destra) è tutto un inneggiare-al, e giustificare-il, perseguimento dei propri interessi. 

Avere il fuoco sui propri interessi è diventato infatti il criterio guida vantato come indice di correttezza dei propri comportamenti: sia di individui, nei rapporti interpersonali, che di Paesi, nelle relazioni internazionali.

Forse non ci si accorge, ma questa convinzione è grave dal punto di vista del pensiero logico. Perché farsi pilotare principalmente dal proprio interesse significa di fatto teorizzare la giustezza di un aut-aut. ‘Aut-aut’ non è inglese, come qualche giovane virgulto in carriera manageriale incontrato anche recentemente credeva. E’ latino. E significa ‘o-o’. Cioè, in questo caso: “o-io-o-io”.  E’ un’asserzione dura e drastica. Che denega ogni possibilità di un et-et: “e-io-e-gli altri”.

A livello individuale, questo egoismo, spinto al limite, arriva all’omicidio. A livello internazionale, questa autocentratura sul Paese in cui ci siamo identificati con un ‘first’ che precede, come un pugno in faccia a tutti gli altri, il nome X della ‘nazione’ di cui ci vantiamo, è l’autostrada  per la pulizia etnica: restano in vita solo quelli che hanno il ‘sangue giusto’ di quel Paese che dichiara che i suoi interessi sono e devono essere ‘first’, termine che in un tempo neppure troppo lontano era tradotto come ‘über alles’.

Ma restiamo a livello internazionale.

Chi eccepisce a questo criterio oggi ogni volta richiamato (“Ovvio che ogni nazione faccia il proprio interesse: vuoi forse che si preoccupi degli altri Paesi? Sono gli altri Paesi che devono preoccuparsi dei loro interessi, è così che va (deve andare) il mondo...”) viene stigmatizzato in due modi. Uno è più volgare e l’altro è (creduto) più scientifico. Il primo si condensa nell’insulto: “Non fare l’'anima bella', cresci ragazzo, cresci”. L’altro, non meno ingiurioso nelle intenzioni, spreca a sproposito un termine saputello e pseudoscientifico che vorrebbe essere nobile: ti dicono, con sguardo falsamente compassionevole, che “è la Realpolitik, caro mio” e ti mandano a casa con un buffetto sulla spalla come si fa col bambino ignorante. 

A me sembra incredibile che non si capisca che, se i propri interessi (di persone o di Paesi) non vengono inseriti in un contesto di interessi ‘anche’ di altri, l’unica conseguenza è la guerra.
Quelli che credono di aver studiato e fanno gli amerikani, magari avendo appreso i rudimenti base di ogni minima competenza manageriale in un corso elementare su negoziazione&dintorni, conoscono il win-win (‘vinco-io/vinci-tu’) che deriva (io preferisco il latino) dall’et-et. Bene: gli stessi, fuori dal corso, hanno tutto dimenticato. Se poi qualcuno diventa per caso leader politico di un Paese, piccolo o grande che sia, o leader di un'istituzione internazionale, non solo scorda quanto eventualmente appreso, ma demonizza le vecchie ‘teorie’ del negoziare, perché scopre che l’orgasmo del maschio Alfa (ma vale anche per le ‘donne in similmaschio, sempre più numerose) procura soddisfazioni imparagonabili. Eppure dovrebbe apparire scontato: puntare al ‘win-lose’ (‘vinco-io-e-chi-se-ne-frega-degli-altri’) è miope e insostenibile, quanto meno nel medio periodo. Perché nessuno gode a perdere, e se uno perde (o addirittura viene spinto a ‘straperdere’ come in genere si augura il ‘vincente’, che è un ‘coatto’ perché sa solo vivere nella modalità appunto di vincente), poi si rifà. Con una sopraggiunta di cattiveria e di risultati distruttivi strappati all’avversario/nemico che perpetuano a vita il circolo vizioso del win-lose.

Non mi pare che questo sia un discorso da 'anime belle'. Piuttosto credo siano pensieri, banali, che potrebbero essere comuni a persone che, avendo il cervello (tra parentesi non per proprio merito, bensì per merito di madre-natura che gliel’ha fornito), almeno rendono grazie a madre-natura per questo dono, sforzandosi, ogni tanto, di far funzionare appunto ciò che si ritrovano in testa. E, così facendo, provano a evitare la distruzione del mondo. Quella degli esseri umani, naturalmente. Perché dovremmo sapere (ma la nostra hybris non ce l’ha ancora svelato) che il pianeta non ha bisogno di noi per continuare a vivere. Anzi, senza di noi, vivrebbe meglio. Molto meglio.

*** Massimo FERRARIO, 1946, Il mantra del 'fare i propri interessi', ‘Mixtura’,  27 febbraio 2025.
Immagine già pubblicata in ‘Mixtura’ (masferrario.blogspot.com), 19apr15


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lunedì 14 ottobre 2024

#SPILLI / Peres, il 'peccato originale ' di Israele (Massimo Ferrario)

Nella storia del conflitto israelo-palestinese non compare mai, con il rilievo che meriterebbe, una notizia che mi pare di prima grandezza. 

Un leader politico ebreo della statura di Shimon Peres (1923-2016, prima autorevole esponente laburista e poi co-fondatore con Ariel Sharon del partito centrista Kadima, presidente di Israele negli anni 2007-2014, premio Nobel per la pace nel 1994, con Yitzhak Rabin e Yasser Arafat), da sempre orgogliosamente ebreo e israeliano, ebbe a dire nel 2008, in un discorso agli studenti all’università di Haifa, che lo Stato di Israele si fondava su un ‘peccato originale’ e che la consapevolezza di questo ‘peccato originale’ avrebbe dovuto portare gli ebrei di Israele a ‘fare ammenda’. 

Ecco un passo del suo discorso: «La creazione dello Stato di Israele è stata un atto di autodeterminazione legittimo, ma è stata anche un atto di violenza che ha causato sofferenza al popolo palestinese. Israele deve fare ammenda per i suoi peccati e cercare la pace con i palestinesi. Israele deve riconoscere che la sua esistenza è stata possibile grazie alla sofferenza di altri. Dobbiamo chiedere perdono al popolo palestinese per la sofferenza che abbiamo causato. Dobbiamo cercare la pace con loro, perché la pace è l’unica via per garantire la nostra sicurezza e il nostro futuro.» 

Questa citazione testuale mi è stata trasmessa nel novembre 2023, su mia specifica domanda, da ‘Bard-Google’, la versione che precede il chatbot di IA oggi chiamato ‘Gemini-Google’. ‘Bard-Google’ aggiungeva come commento: «Le dichiarazioni di Peres sono state criticate da alcuni, che le hanno accusate di essere eccessivamente autocritiche. Altri hanno affermato che le dichiarazioni di Peres erano necessarie per promuovere la pace tra Israele e i palestinesi.»

In questi giorni ho voluto verificare l’attendibilità della citazione di Shimon Peres interrogando una seconda, autorevole, fonte IA, chiamata ‘Perplexity’

Ecco la risposta: «La citazione attribuita a Shimon Peres (…) è veritiera. Peres, nel suo discorso all’Università di Haifa nel 2008, ha effettivamente parlato della necessità per Israele di fare ammenda e cercare la pace con i palestinesi, evidenziando che l’esistenza di Israele è stata possibile anche grazie alla sofferenza di altri. Tuttavia, non sono disponibili fonti dirette nei risultati della ricerca che confermino il testo esatto del discorso. La citazione sembra essere una sintesi dei temi trattati da Peres in vari contesti riguardanti la questione israelo-palestinese, ma per ottenere il testo completo e preciso del suo intervento sarebbe necessario consultare archivi ufficiali o registrazioni del discorso stesso.» (‘Perplexity’, 26 settembre 2024)

A ulteriore e definitiva riprova che il pensiero di Shimon Peres in proposito non è frutto di una falsa attribuzione, riporto le parole di un suo colloquio, audio-registrato, avuto con Enrico Franceschini durante il primo periodo della sua attività di corrispondente da Gerusalemme per ‘la Repubblica’ (1997-2003) e ricordato dal giornalista in una lunga ricostruzione della storia di Israele pubblicata nel 2023 (sia in long form e che su podcast). 

Afferma Shimon Peres, ben prima del discorso pubblico di Haifa del 2008: «L’Antico Testamento descrive la decisione di Eva di accettare la mela dal serpente come il peccato originale, il peccato da cui tutto discende e di cui l’uomo deve eternamente mondarsi per guadagnare il perdono divino. Ebbene, anche noi ebrei abbiamo un peccato originale da scontare: quando Herzl, il teorico del sionismo, pronunciò il suo famoso slogan, secondo cui “un popolo senza una terra” andava verso “una terra senza un popolo”, ometteva il fatto che su quella terra c’era un altro popolo, il popolo palestinese. Molto altro è accaduto da allora, distribuendo torti e ragioni da entrambe le parti del conflitto. Ma per riparare il nostro peccato originale, c’è un solo modo: dare una terra anche ai palestinesi». (°) 

Forse, se si fosse dato retta a Shimon Peres, alla sua inoppugnabile analisi storica e alla sua intelligente visione conciliatrice almeno qui manifestata (la sua biografia non è stata sempre così limpida), e si fosse costruttivamente lavorato da ambo le parti, israeliane e palestinesi, su questa ‘ammissione’ coraggiosa e fondamentale, benché subito rimossa da Israele e dal mondo intero, alla ricerca di una convivenza che contenesse l’odio reciproco abbondantemente sparso fin dalla fondazione dello Stato ebraico, si sarebbe evitato di infilarsi sempre più nell’abisso senza fondo in cui il MedioOriente, e l’Occidente, sono oggi finiti.

*** Massimo FERRARIO, 1946,  Peres, il ‘peccato originale’ di Israele, 'Mixtura', 14 ottobre 2024.  - Nota: (°) Carlo Bonini, Enrico Franceschini, Israele, i primi 75 anni, ‘repubblica.it’, 30 aprile 2023, https://bit.ly/3zmiw0s; vedi anche il podcast, con breve audio di Shimon Peres, di Enrico Franceschini, Il peccato originale/5, 17mag23, della serie Terra promessa). 


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lunedì 10 giugno 2024

#SPILLI / Il voto europeo 2024 integrato con l'astensionismo (Massimo Ferrario)

Rispetto all'elezioni politiche 2022 l'astensionismo alle elezioni europee 2024 è aumentato di 14,1%.
L'affluenza 2022, infatti, è stata di 63,8% contro l'attuale delle europee di 49,7%. 
Se poi si considera anche il voto estero, l'affluenza scende al 48,2%

E per la prima volta nella storia italiana abbiamo un'elezione, certo legittimata sul piano procedurale, ma poco legittimata sul piano sostanziale a causa di una partecipazione inferiore al 50% degli aventi diritto.

Anche e soprattutto per questo è bene rivedere i dati del voto europeo attuale integrando l'affluenza reale e confrontando i risultati rispetto alle politiche 2022.

E' chiaro che si tratta di competizioni elettorali differenti e non paragonabili. Ma queste elezioni europee sono state proposte, nei fatti, come un 'supplemento' di elezioni politiche italiane, capace di rispecchiare il voto nazionale (a conferma di ciò, è mancato ogni discorso di programmi specifici per l'Europa e molti leader di partito si sono presentati capilista, senza avere intenzione di essere eletti al parlamento europeo, proprio per 'trainare'  la propria lista in Italia e avere il feedback, di lista e personale, del proprio 'appeal'.) 

Ecco il confronto tra voto politico 2022 e voto europeo 2024 in termini di 'voti degli aventi diritto' (calcolando l'affluenza del voto Italia, senza il voto estero).

(1) FDI è passata dal 16,6% degli aventi diritto (voto espresso: 26%) al 14,3% degli aventi diritto (voto espresso: 28,8%), con un decremento di -2,3%

(2) La LEGA è passata dal 5,6% degli aventi diritto (voto espresso: 8,8%) al 4,5% degli aventi diritto (voto espresso: 9,0%), con un decremento di -1,1%

(3) FI è passata dal 5,7% degli aventi diritto (voto espresso: 9,0%, composto da FI 8,1%+Noi Moderati 0,9) al 4,8% degli aventi diritto (voto espresso: 9,6%,) con un decremento di -0,9%

(4) il CENTRODESTRA (FDI+Lega+FI) è passato dal 27,9% degli aventi diritto (voto espresso: 43,8%) al 23,6% degli aventi diritto (voto espresso: 47,4%), con un decremento di - 4,3%

(5) il PD è passato dal 12,1% (voto espresso 19.0%) al 12,0% (voto espresso 24,1%), con un decremento di -0,1% (Vedi Nota)

(6) il M5S è passato dal 9,8% degli aventi diritto (voto espresso 15,4) al 5,0% degli aventi diritto (voto espresso 10.0), con un decremento di -4,8%

(7) AVS è passato dal 2,3% degli aventi diritto (voto espresso: 3,6%) al 3,4 degli aventi diritto (voto espresso: 6,8%), con un incremento di +1,1%

(8) Il 'campo progressista stretto' (PQ+M5S+AVS) è passato dal 24,2% degli aventi diritto (voto espresso: 38,0%) al 20,3% degli aventi diritto (voto espresso: 20,3), con un decremento di -3,9%.

Sono dati 'oggettivi': volutamente non affiancati da alcuna interpretazione. 

Solo una lista, con un voto espresso quasi raddoppiato oggi rispetto al 2022 (AVS: 6,8% contro 3,6%) mantiene la sua posizione di incremento, sia pure meno pronunciato, nel confronto tra gli aventi diritto tra le politiche 22 e le europee 24 (+1,1%).

Ogni altra lista, di destra, centro o sinistra, si ritrova un decremento più o meno sensibile: (PD: -0,1; FI: -0,9%, Lega: -1,1; FDI: -2,3%; M5S: -4,8%).

Nota: Nelle elezioni politiche del 2022 il PD ha preso alla Camera quasi 5,4 milioni di voti, considerando solo quelli espressi in Italia e non all’estero. In questo confronto, nelle elezioni europee 2024 il PD ha preso circa 200 mila voti in più. Se si aggiungono anche i circa 300 mila voti presi all’estero nel 2022, alle europee i consensi del PD in valore assoluto sono leggermente calati. Vedi: https://bit.ly/4c1znn9 

*** Massimo Ferrario, Il voto europeo 2024 integrato con l'astensionismo, Mixtura', 10 giugno 2024


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#SPILLI / Post-Voto Europeo 24 (Massimo Ferrario)

Se i cittadini non sanno, o non vogliono, o non sono interessati-a, essere cittadini, la democrazia muore. 
Formalmente la democrazia funziona anche con oltre il 50% di astensionismo. 
Ma sostanzialmente non è più democrazia: è oligocrazia. 
Cioè potere di poteri forti: fatti di lobby e di ricche elite. 

Una democrazia vive se i cittadini:
a) si impegnano ad essere informati, competenti, autonomi e pensanti, capaci di analizzare e 'intelligere' criticamente la realtà; 
b) hanno una visione che va oltre il piccolo interesse dei loro ombelichi; 
c) ispirano i propri comportamenti a una etica che tiene conto degli altri; 
d) pretendono che i politici si comportino secondo una morale, personale e pubblica, che ruoti attorno ai due capisaldi costituzionali previsti per chi fa 'servizio pubblico': onore e dignità. 
Due termini che sembrano vecchiume retorico. 
E che invece sono fondamentali per tenere insieme una comunità e fare della politica finalmente una Politica.

Banale. Saputo e risaputo.
Eppure stiamo suicidando la nostra democrazia. 
Stiamo suicidando le nostre democrazie.

*** Massimo FERRARIO, Post-voto europeo 24, 'Facebook', 10 giugno 2024


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sabato 8 giugno 2024

#SPILLI / Se e come voterò (Massimo Ferrario)

Mi chiedono cosa farò per le elezioni europee.

Il tema dei temi è la guerra. 
Il sottotema è se e quanto vogliamo (continuare a) essere sudditi degli Usa. 

Tutte le liste, a parte due, sono per la guerra (pur dichiarandosi, naturalmente, per la pace): destra, centro, sinistra non fanno differenza. 
Le due liste che chiedono la fine delle guerre (in Ucraina e in Palestina) sono M5S e Pace Terra Dignità. 
La prima, in Europa, non ha alleanze e da sola conta come il due di picche. 
La seconda neppure raggiungerà la soglia di entrata al Parlamento. 

Dunque il voto è inutile.

Ma io andrò a votare. Per rispetto verso chi, in Italia, è morto per darci la libertà di voto. E per rispetto di chi, in Italia e altrove, ha creduto in un'Europa che pensava potesse avere un ruolo autonomo: di mediazione internazionale e di pace. 

Negli anni abbiamo fatto scempio degli ideali degli uni e degli altri. E neppure ce ne vergogniamo.
Per questo voterò. 
Ma, data l'età che mi ritrovo, voterò anche (molto) a causa di una  'coazione a ripetere' imparata a 18 anni: quando ancora credevo che la democrazia fosse il miglior sistema di governo perché i cittadini (credevo) sono in grado di essere cittadini.

*** Massimo Ferrario, Se e per chi voterò, 'facebook', 8 giugno 2024
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venerdì 26 aprile 2024

#SPILLI / Melonismo in salsa ungherese (Massimo Ferrario)

Il melonismo non è fascismo. Ma ha scorie fascistoidi (pulsioni irrefrenate, residui non metabolizzati, istinti mai repressi e ogni giorno sdoganati) più o meno consapevolizzate da Giorgia Meloni e dalla cerchia dei suoi più intimi 'fratelli', che portano verso un regime in qualche modo di stampo orbaniano.
 
Oggi la salsa ungherese non è ancora montata. Ma se non si sviluppano in fretta anticorpi mirati nell'elettorato attuale e potenziale (il che vuol dire semplicemente se non si produce una nuova consapevolezza culturale, con la coscienza del pericolo possibile), l'approdo ad una 'democrazia illiberale', alla Orban, è solo questione di (poco) tempo. 

Certo: poiché nella storia nulla si ripete e anche le imitazioni contengono sempre un tratto di originalità che non si piega a rendere i regimi uguali, ma se mai solo simili, il melonismo resterà melonismo. 
Ma niente dice che questo melonismo in salsa italo-ungherese non possa rappresentare, già di per sé, uno squarcio mortale, inferto alla democrazia, più pesante delle ferite già subite, a partire dalla cosiddetta seconda repubblica, dall'assetto istituzionale nato dalla Resistenza. 

Non avremo né carrarmati in piazza né colpi di stato che indichino il passaggio netto e violento da un prima a un dopo. Perché oggi le democrazie muoiono per consunzione interna e non con i mitra di chi le combatte in piazza: si svuotano mentre le si continua a declamare piene, anzi più piene di una sostanza nuova che - si dichiara - le fa 'più democrazie' delle vecchie. 

Il problema è che quella sostanza i nuovi 'illiberali patrioti' l'hanno accortamente ben profumata perché non se ne senta il lezzo maleodorante.  E la gente, così addomesticata da un profumo che ottunde e inebria ('prima gli italiani', 'sovranità italiana', 'patriottismo e autonomia differenziata' (?), 'non disturbare le imprese', 'viva chi ha voglia di lavorare e abbasso i divanisti',...' e via cianciando tra l'aria fritta e maleodorante) è persino pronta a dire che 'questa sì, finalmente, è democrazia.' 

Non siamo ancora alla meta. Ma ci siamo prossimi. 
In fondo basta non far nulla e lasciare che accada: il binario è tracciato e punta diritto davanti a noi. 
Anche se niente impedisce di costruire uno scambio. E attivarlo. Magari senza litigare, dopo averlo costruito, per decidere la direzione. Una sola cosa è importante: che la direzione non sia questa. 

*** Massimo Ferrario, Melonismo in salsa ungherese, 'Facebook', 26 aprile 2024


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giovedì 25 aprile 2024

#SPILLI / L'Italia meloniana del 25 aprile (Massimo Ferrario)

Chiedo a mia nipote, 11 anni, prima media, una pagella solo di eccellenze, mentre la saluto prima di tornarmene a casa.
«A proposito: tra un giorno è il 25 aprile. È festa nazionale e non andate a scuola. Tu sai che festa è?»
Risposta immediata.
«È la festa della Liberazione.»
Mi compiaccio: allora ne hanno parlato a scuola. E io che ne dubitavo…
Do un segnale di vivo apprezzamento: per lei e per la scuola.
«Perfetto.»
Però non ce la faccio ad accontentarmi.
«Scusa: ma Liberazione da cosa?»
Risposta immediata.
«Dai nazisti.»
Lascio trascorrere qualche secondo guardando la nipotina in faccia con un sorriso. Magari aggiunge qualcosa.
Niente.
«E dai fascisti, no?»
Lei esita.
«Fascisti? Non so: non mi pare ci fosse scritto.»
Chiedo dove doveva essere scritto, ma la fonte fantomatica resta indistinta: un diario, il calendario?
Faccio capire che va bene così.
«Ok, ormai debbo andare. Magari la prossima volta, se vuoi, ne parliamo meglio.»

Il melonismo è entrato a scuola.
Si parla di nazisti, e i fascisti non esistono. Si citano le leggi razziali, e i fascisti non sono nominati: si ammette che sì, sono state una cosa orribile, ma è come fossero cadute addosso agli italiani per volontà del destino cinico e baro.
Italo Bocchino, direttore editoriale del ‘Secolo d’Italia’, ogni settimana presente nei vari talkshow a elevare inni sacri alla provvidenziale Giorgia Meloni, intervistato da ‘Repubblica’’ (23 aprile 2024), nomina la giornata della Liberazione e commenta: «Per fortuna ci ha liberato da quei pazzi dei tedeschi.» Già: ‘la giornata ci ha liberato’. Meglio non ricordare chi l’ha fatto e dimenticare che la Liberazione sarà pur stata ‘da quei pazzi’ dei nazisti, ma è stata anche e soprattutto dai fascisti, loro alleati e al potere in Italia, con una dittatura, per vent’anni.
È l’Italia meloniana del 2024.
Coerentemente e pervicacemente ‘a-fascista’.
Quando non è irrimediabilmente tentata da pulsioni fasciste. 

*** Massimo Ferrario, L'Italia meloniana del 25 aprile, facebook, 25 aprile 2024


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sabato 6 aprile 2024

#SPILLI / Chi produce antisemitismo (Massimo Ferrario)

Yoav Gallant, ministro della difesa di Israele, sei mesi fa: «Niente elettricità, niente cibo, niente benzina, niente acqua. Tutto chiuso. Combattiamo contro degli animali umani e agiamo di conseguenza» (‘La Stampa’, 9 ottobre 2023). 

Il risultato, ad aprile 2024, è sotto gli occhi di chiunque voglia vedere. Oltre 30mila civili palestinesi sterminati, di cui oltre 10mila bambini. Un intero popolo trattato come milioni di topi in gabbia: animali, appunto. Civili che, quando sfuggono ai bombardamenti, muoiono per fame. Ospedali ridotti in macerie e medici, senza farmaci e strumenti, costretti a operare senza anestesia. Aiuti internazionali, alimentari e sanitari, impediti e i pochissimi autorizzati che riescono a bucare la frontiera di Rafah e organizzano la distribuzione di viveri diventano oggetto di stragi di gente affamata che si affolla per rubarsi una misera porzione di viveri. Operatori internazionali di pace uccisi ‘per errore’ (dopo tre bombardamenti consecutivi di droni a mira pianificata sull’autocolonna), mentre trasportano cibo da distribuire, avendo preventivamente concordato con le forze israeliane il percorso che avrebbero seguito. Bambini che, quando non vengono fatti a pezzi, sono resi orfani a migliaia. Ragazzini che, se pure riescono per fortuna a sopravvivere abbandonati a sé stessi, si ritrovano psicologicamente annientati: e se invece ce la fanno a ritrovare per miracolo barlumi di sanità mentale nell’inferno in cui sono stati gettati, sono già sin d’ora orgogliosamente pronti, avendo l’anima perfettamente motivata e il cuore ribollente di vendetta, per entrare a far parte della prossima nuova leva di terroristi della nuova Hamas. 

Ci si meraviglia che l’antisemitismo cresca?

Andrebbero ricordati, a caratteri cubitali, almeno tre punti fondamentali. 
1) Antisemitismo è essere contro gli ebrei in quanto ebrei. 
2) Antisemitismo non è essere contro Israele. 
3) Antisemitismo non è neppure essere contro gli ebrei - israeliani e non - che, nel momento storico attuale, non denunciano pubblicamente i crimini israeliani commessi dai politici ebrei israeliani. 

Perché l’antisemitismo, nel momento storico attuale, con i numeri della incredibile carneficina ricordati qui sopra, viene alimentato, anche e soprattutto, da chi, ebreo o non ebreo, ma in questo caso soprattutto ebreo, non alza la voce per accusare Israele, facendo così credere che tutti gli ebrei siano israeliani o pro-Israele. Occorre che gli ebrei si distinguano: affermino che c'è un altro modo di essere ebrei, orgoglioso e convinto, e che nulla a che fare, almeno oggi, con la politica dello stato di Israele.

Urge un dissenso a valanga. Di tutti. Ma anche e soprattutto degli ebrei.

Il dissenso degli ebrei israeliani è troppo minoritario per farsi sentire all’estero, oltre che troppo influenzato/interessato/confuso nella contestazione di Netanyahu da parte dei parenti e degli amici degli ostaggi. Ciò che manca davvero è il dissenso - consistente, forte, gridato e ripetuto: inequivocabile - della diaspora ebraica, rispetto a ciò che è accaduto, e continua ad accadere, contro i palestinesi a Gaza.

Insomma è tragicamente silente l’ebraicità in quanto tale diffusa nel mondo: quella organizzata e istituzionale delle comunità dei rabbini. Che sola potrebbe, se si esprimesse, per l’autorevolezza e la rappresentatività della sua voce, dare un potente contributo a contenere il fiume di antisemitismo ogni giorno più impetuoso.

E tacciamo tutti noi, non ebrei, per paura di essere accusati di antisemitismo: anche se siamo (come è ad esempio per il sottoscritto), irrimediabilmente e cocciutamente antirazzisti da sempre, dunque lontani anni luce da qualunque forma di antisemitismo, storico o contemporaneo, e perennemente orripilati dal ‘male assoluto’ che ha preso forma nella Shoah.

Ma così, tacendo, sempre più si inabissa l’umanità. Di ebrei e non ebrei. Di noi tutti esseri umani. 

Ed è così che tutti noi ci riveliamo, di fatto, complici di una carneficina premeditata e perseguita con spavalda potenza e chirurgica macelleria: nella sostanza una immonda pulizia etnica che avviene al cospetto del mondo intero. 

Un mondo che, quando non è indifferente o intenzionalmente distratto, si accontenta di blaterare retoricamente di ‘principi’ e ‘valori’ che mai verifica e mai pretende applicati nei fatti: nascosto, almeno in Occidente, dietro un doppiopesismo tanto più nauseabondo quanto più ossessivamente ripetuto (Putin iper-denunciato come criminale e invasore e Netanyahu né criminale né invasore). 

Un mondo, il nostro occidentale, che si riempie la bocca di parole tuttalpiù di blanda censura o benevolente ammonizione: sempre giustamente ricordando la legittima autodifesa israeliana all’auto-esistenza e giustamente stigmatizzando l’orrendo pogrom del 7 ottobre, ma limitandosi ad alzare sopracciglio e ditino per la risposta di Israele – a sei mesi di distanza e a oltre 30mila civili morti ammazzati - qualificata semplicemente come ‘sproporzionata’: per l'ipocrisia di non chiamarla ‘genocidaria’, quale è nei fatti, al di là di disquisizioni tecnico-giuridiche di chi sa cavillare sul piano del diritto e chiede la verifica ‘oggettiva’ delle intenzioni di chi sta commettendo un assassinio collettivo di simili proporzioni.

Il massimo dell’azione inteventista, da parte di chi ha il potere internazionale di agire e condizionare, è mettere in guardia, ogni giorno. da oltre 30mila morti fa ad oggi, dal non tenere in sufficiente considerazione la salvaguardia della vita dei civili palestinesi. E quindi, per il futuro – dopo ben oltre 30mila morti ammazzati! – invitare Netanyahu, per l’ennesima inutile volta, a ‘fare più attenzione’. 

Un insulto all’intelligenza. 

Come non fosse evidente che chi ha deciso, e continua a decidere, lo sterminio in atto vuole e persegue proprio lo sterminio degli ‘animali palestinesi’ (copyright Yoav Gallant) e l’unica salvaguardia che accetta è quella che salvaguarda il suo obiettivo ‘über alles’. 

Un obiettivo che, appunto in quanto assoluto, non è, e non può essere, né negoziabile, né contenibile. 

A meno che.
A meno che non si crei la seguente condizione, senz’altro impossibile finché la si ritiene tale: subito, finalmente, un’azione chiara, condivisa e forte, di tutto il mondo, ma specie del campo più potente occidentale e soprattutto delle comunità ebraiche organizzate, che isoli davvero, pubblicamente e nettamente, Netanyahu e la politica omicida del suo governo: anche qualificandola appunto come tale, senza alcuna giustificazione possibile.   

Se questo non avverrà, non meravigliamoci di quello che, ancora di più terribile, accadrà. E nessuno, ancor più di oggi, domani potrà ritenersi innocente: né ebreo, né non-ebreo.  

*** Massimo Ferrario, Chi produce antisemitismo, 'Mixtura', 6 aprile 2024


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lunedì 1 aprile 2024

#SPILLI / Da 'Nemici' a 'Contro-parte' (possibilmente 'Con-parte') (Massimo Ferrario)

Pace è una parola astratta. Ma che può essere riempita di concretezza. Il contenuto concreto è solo uno e si chiama 'negoziazione'. Tuttavia, per entrare nella logica del negoziare, occorre che tutti i negoziatori assumano un presupposto: senza questo si resta impallati nel circuito vizioso, perverso e autodistruttivo in cui ci siamo cacciati.

Il presupposto è semplice: e come tutte le cose semplici è difficilissimo. Dobbiamo dire a noi stessi, e soprattutto iniziare a 'sentire' dentro di noi, anche ricostruendo il film che ci ha condotto sin qui con fatti e documenti storici che, messi insieme, hanno la forza dell'oggettività e della verità, che 'anche noi' (Occidente, Nato, Usa, Europa, Ucraina) NON SIAMO INNOCENTI. Cioè 'anche noi' (Occidente, Nato, Usa, Europa, Ucraina) abbiamo commesso ERRORI e la situazione in cui siamo finiti, internazionalmente, è prodotto 'anche' delle nostre colpe e dei nostri errori. 

In una parola: dobbiamo smettere di mostrificare o deumanizzare il NEMICO e finalmente renderlo almeno 'CONTRO-PARTE'. Anzi, possibilmente, 'CON-PARTE'. 

Perché negoziare, come dovremmo sapere dall'esperienza oltre che dalla teoria, significa darsi reciprocamente la possibilità di un 'win-win' da costruire insieme: non solo pretendendo, ma anche ammettendo e concedendo.

Ci dovrebbe costringere a questo passo l'abisso in cima al quale siamo e dal quale in ogni momento rischiamo di precipitare, magari anche senza volerlo. 

Non stiamo esagerando. 

Basta chiedersi se mai qualcuno avrebbe potuto immaginare, anche solo qualche mese fa, che nel 2024 in Europa si sarebbe potuto affermare, con serietà e sicurezza, che dobbiamo prepararci alla guerra. Ripeto: PREPARARCI ALLA GUERRA. 

Se non è FOLLIA questa... 

*** Massimo Ferrario, Da nemici a controparte (possibilmente 'con-parte'), facebook, 31 marzo 2024

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