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martedì 7 gennaio 2020

#MOSQUITO / Nostalgia, il banchetto degli omissis scomodi (Bruno Morchio)

Ho imparato che, dopo una certa età, il segreto per vivere bene è premunirsi contro la nostalgia e rifuggirla come la peste. La nostalgia è la malattia dei vecchi, il bianchetto degli omissis scomodi della memoria, una subdola forma di autoinganno che induce a rimuovere il lato doloroso, aspro del passato.

*** Bruno MORCHIO, 1954, scrittore, Le sigarette del manager. Bacci Pagano indaga in val Polcevera, Garzanti, 2019 


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sabato 4 agosto 2018

#SENZA_TAGLI / Immigrati e democrazia, come la vedo io (Bruno Morchio)

Vi chiedo un po' di pazienza, provo a riassumere il senso dei post concitati di questi giorni. 

Anzitutto comincio col dirvi che i peggiori per me sono quelli che citano Marx per giustificare Salvini. Qualcuno ha tirato in ballo le considerazioni di Marx sulla guerra tra operai inglesi e irlandesi fomentata dai capitalisti, dimenticando che Marx non stava con gli uni contro gli altri ma ha lanciato la parola d'ordine (non propriamente sovranista): proletari di tutto il mondo, unitevi! Per non dire di Gramsci, che parlava di "succhionismo rosso" a proposito della disparità di condizioni tra lavoratori meridionali e settentrionali. 

Poi vengono quelli delle statistiche. Si sa che le statistiche si possono usare come si vuole. I reati non sono aumentati, gli sbarchi sono diminuiti (in forza del lavoro sporco di Minniti, che a me non piace affatto), ma la percentuale di reati commessi dagli stranieri, (in particolare clandestini) è più alta rispetto a quella di tutti gli altri (se così non fosse significherebbe essere in guerra). Infine secondo qualcuno i reati contro gli stranieri non sono aumentati, ma l'effetto emergenza razzismo è una bolla mediatica. 

Ora, il mio modesto parere è che tutte queste considerazioni eludono un problema di fondo, che riguarda il comportamento del governo: un governo e un ministro degli interni serio e responsabile da un lato opera per acciuffare gli autori di reato (italiani e stranieri), cioè fa piuttosto che parlare, dall'altro sanziona i comportamenti criminali chiamandoli con il loro nome. Quando ci sono reati a sfondo razziale (dagli al negro!) il ministro si rivolge agli italiani e dice che non vuole nessuna caccia al nero. Non farlo è pericoloso per la convivenza civile. Lo ha fatto? No. Anzi, con la legge sulla legittima difesa e rispondendo a ogni atto di violenza razzista con l'elenco di quanti reati hanno commesso quel giorno gli stranieri, fa esattamente il contrario: fomenta un clima di odio e incita alla violenza. Solo per questo andrebbe combattuto con tutte le forze da chi si professa democratico. Perché democrazia non è solo prendere voti, ma anche promuovere un clima che favorisca la convivenza civile.

Infine: e allora il piddì? Ho già detto che al referendum ho votato NO per difendere la Costituzione. Non sono mai stato iscritto al Pd e in particolare mi sento molto distante dalla politica di Renzi. Mi sento un homeless della politica, perché non vedo all'orizzonte una proposta credibile.
Tuttavia, restando al tema immigrazione, credo che errori siano stati fatti, soprattutto perché l'accoglienza non si è accompagnata a una politica di integrazione. Credo però anche che il problema non sia di facile soluzione. In Europa nessuno ha ricette praticabili per fermare un fenomeno che, al di là dei complottismi alla "Savi di Sion", ha dimensioni epocali e difficilmente potrà essere arrestato. A meno di non attuare misure di guerra (bombardare, fare blocchi navali, lasciar morire e incarcerare). Ma l'importante è dirlo chiaro. Voi ve la sentite? Io no. In questi tempi di pensiero debole, in cui i grandi disegni strategici rivoluzionari sono andati a remengo, più delle idee mi premono le persone, la loro vita, la loro dignità, e la loro legittima aspirazione a un'esistenza migliore. E' buonismo? Forse. Peraltro vivo nel cuore della casbah di Genova, in mezzo agli immigrati, giro per i vicoli di giorno e di notte e non ho alcuna percezione di pericolo. Molti li conosco. Molti li ammiro per la loro forza d'animo. So che fra loro ci sono anche spacciatori e profittatori, ma spesso mi chiedo a chi facciano capo e quanto vengano perseguiti seriamente. E soprattutto, quando sento parole di odio e disprezzo indiscriminato, mi viene da vomitare, Forse sono troppo vecchio per immaginare il futuro, ma se mi guardo intorno non trovo grandi spunti. In troppi mi sembrano preoccupati di incassare consenso e potere giocando sulla paura e sull'odio. Quello che so per certo è che per questa strada non andremo da nessuna parte.

*** Bruno MORCHIO, 1954, scrittore, Come la vedo io, facebook, 3 agosto 2018, qui
https://it.wikipedia.org/wiki/Bruno_Morchio


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lunedì 23 gennaio 2017

#SENZA_TAGLI / Trump, e la giustizia sociale (Bruno Morchio)

Ascoltando il discorso di insediamento di Donald Trump sono rimasto esterrefatto, oltre che dalla facies con mascella sporgente che sembra più un'imitazione voluta che un difetto della natura, da un'affermazione che suona più o meno così: è tempo che l'America smetta di arricchire gli altri Paesi esportando ile sue industrie e i suoi capitali all'estero. Come se quelle industrie e quei capitali fossero scappati per altri motivi che non fossero produrre sfruttando manodopera a bassissimo costo e senza pagare le tasse. I primi ad arricchirsi sono state loro, le corporations americane, e ai lavoratori di quei Paesi dell'Asia e dell'America Latina non sono arrivate che briciole, frattaglie. Peraltro, lui Trump, è uno dei tanti che investe i suoi miliardi dirottandoli là dove si raccoglie la massima rendita senza pagare le tasse. 
Qualcuno dice che "populismo" è una brutta parola da usare con parsimonia. Io dico invece che è una brutta cosa che mette lavoratori contro lavoratori, poveri contro poveri. Bisognerebbe che i lavoratori americani (ed europei) la capissero finalmente: la giustizia sociale non passa per il populismo ma per la lotta di classe. Peccato che quella l'abbiamo persa a livello planetario e ora bisognerà aspettare un altro giro della Storia.

*** Bruno MORCHIO, scrittore, 'facebook', 22 gennaio 2017, qui


In Mixtura una mia recensione al libro di Bruno Morchio, Fragili verità, Garzanti, 2016, qui

giovedì 4 agosto 2016

#LIBRI PIACIUTI / Fragili verità, di Bruno Morchio (recensione di M. Ferrario)

Bruno MORCHIO
"Fragili verità"
Garzanti, 2016
pagine 196, € 16,90, € 9.99

Un investigatore, ma non solo
Bacci Pagano è l'investigatore privato di una lunga serie di romanzi polizieschi di successo di Bruno Morchio, un autore genovese che non fa mistero di trarre ispirazione, nella sua attività letteraria, anche dall'esperienza pluriennale di psicologo in un consultorio pubblico.

Ho fatto conoscenza di Morchio e Pagano solo grazie a quest'ultimo libro (Fragili verità) e mi rammarico di non avere incontrato prima sia lo scrittore che il personaggio, perché ambedue meritano attenzione e simpatia. A giudicare dalla quantità dei titoli precedenti, comunque, ben riassunti dalle note di 'quarta di copertina' visibili anche in rete, recuperare il filo della bibliografia precedente richiederà solo di superare l'imbarazzo della scelta.

La storia che vede qui implicato Bacci Pagano è delicata in un duplice senso. 
Intanto perché il caso non è facile da risolvere nei suoi aspetti di sostanza: non basterà infatti ritrovare Giovanni, un adolescente di origine colombiana, con un passato di miseria e di fame forse rimosso ma ancora profondamente sedimentato nell'anima, il quale è scappato di casa perché in duro e rancoroso conflitto con i genitori adottivi, appartenenti alla ricca borghesia di Genova. 
E poi perché il tema di fondo che agita il libro è fragile in sé: come sempre accade per le questioni di disagio esistenziale, quando si tentano ricomposizioni psicologiche a livello individuale e, a maggior ragione, quando sono coinvolte dinamiche intra-familiari con giovani in un'età critica e con un'infanzia drammatica e sofferta come è per la figura qui descritta del giovane. 

Così, una volta ritrovato il ragazzo (cosa che peraltro avviene con rapidità, grazie all'esperienza dell'investigatore e all'aiuto dell'amico, il commissario Pertusiello, ormai in pensione), comincia solo una parte del lavoro di Pagano: indagare su uno spaccio di droga in cui lo stesso Giovanni pare essere coinvolto e cercare di ricostruire il contesto colombiano delle Farc, le forze armate rivoluzionarie, con le quali la storia del giovane si scopre avere una radice dolorosa a causa dell'assassinio del padre naturale, ai suoi tempi diventato un famoso guerrigliero. 

Tuttavia, l'altra parte dell'attività di Pagano, ancora più importante e certo assai più complessa, va ben oltre il suo ruolo specifico. Perché di fatto, senza averlo chiaramente deciso, ma come preso al laccio affettivo dall'evolversi della vicenda del giovane e della famiglia adottiva, l'investigatore si ritrova addosso i panni di 'consulente psicologico': sia verso i genitori (disperati e incapaci di capire cosa sta accadendo e, soprattutto, cosa fare), che verso il giovane (il quale sicuramente nasconde sotto il suo ribellismo aggressivo il disorientamento per non essere riuscito ancora a darsi una identità, sospeso com'è tra passato e presente). 
Se Pagano ce la farà a sgelare la situazione, aprendola a nuovi equilibri, sarà il racconto a farlo capire. Qui si può certamente dire che il supporto fornitogli dall'esperienza dell'autore, in questo caso non in quanto scrittore ma come psicologo, si fa sentire.

Trama a parte, va segnalato lo stile che caratterizza il racconto. 
Direi infatti che il tipo di scrittura che qui si fa particolarmente apprezzare sta nel modo sostanzialmente tranquillo e lineare con cui il libro procede, supportato da un linguaggio semplice ma curato, sempre vivace e mai piatto e convenzionale. L'autore ha costruito una narrazione scandita su capitoli snelli, chiari e conseguenti, che scorrono senza interruzioni, flashback, cambi di scena, divagazioni o intrecci più o meno complicati con altre storie minori. Lo sviluppo c'è, e intriga. Ma colpisce un modo di scrivere, oggi diventato inusuale, che fa maturare il racconto gradualmente, senza affanno, aggiungendo man mano i fatti, pochi ma significativi: senza ingolfare la trama di episodi collaterali, e disseminando la storia, nei momenti 'giusti', di descrizioni colorate (come, ad esempio, quelle che sanno restituire il colore e quasi l'odore dei caruggi genovesi), nonché di mosse e di riflessioni, anche psicologiche, non banali, che aiutano a dare senso a quanto accade e spessore umano ai personaggi.

E' la conferma che se la storia, pur nella sua semplicità, ha una consistenza di per sé capace di incuriosire e attrarre, magari anche in forza di aspetti che, come in questo caso, richiamano fatti in cui è facile identificarsi perché attengono alla complessità, anche sofferta, dell'esistenza e del convivere umano, è possibile mantenere accesa l'attenzione. E senza ricorrere ai fuochi d'artificio dei colpi scena o affidarsi al gioco facile della drammatizzazione, lo scrittore che sa maneggiare con abilità contenuti e forma riesce comunque a coltivare la 'sana' impazienza del lettore nell''inseguire' le pagine alla ricerca della soluzione finale, regalando un piacere e una partecipazione emotiva senza pause: pure con momenti di genuina e commovente empatia anche verso personaggi che, di primo acchito, non sembrano, per la verità, invogliare più di tanto a fare lo sforzo di mettersi nei loro panni.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

https://it.wikipedia.org/wiki/Bruno_Morchio

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Forse mi sta rimproverando, ma avverto nelle sue parole una nota malinconica, il sapore amaro della nostalgia. La pensione non gli ha fatto bene, al mio amico commissario, e per non darlo a vedere si attacca a quanto di più vitale gli è rimasto: la vena polemica e un robusto senso pratico. 
Assaporo un sorso del mio cocktail e lo sento scendere, forte e ghiacciato, in gola e nello stomaco. Ci sono tanti modi per ritrovare sé stessi ma, dopo una giornata torrida come questa, un Negroni preparato a regola d’arte e servito in un gotto appannato dal gelo funziona meglio di qualsiasi altro, specialmente se lo gusti in compagnia d’un bestione che sprizza gioia dagli occhi nel vederti vivo e in buona salute. (Bruno Morchio, "Fragili verità", Garzanti, 2016)

«L’indignazione dei vecchi è sempre sospetta», sentenzia. «E sai perché?» 
«Sono vecchio anch’io, ma dimmelo lo stesso.» 
«Perché puzza di rancido, come la mozzarella andata a male. Quando un vecchio s’indigna non si sa mai se lo fa perché il presente fa schifo, o perché vorrebbe portare indietro le lancette dell’orologio.» Trae un profondo respiro e conclude: «La vecchiaia è una gran brutta bestia. È naturale che la realtà non ci piaccia. Ma, in fin dei conti, è l’età in cui si tirano le somme dell’intera esistenza». 
«Non dirmi che questo mondo ti sta bene così com’è.» 
«Certo che no, Bacci. Ma è quello che abbiamo costruito noi. I soli che hanno il diritto di indignarsi sono i giovani. Peccato che non lo facciano abbastanza.» (Bruno Morchio, "Fragili verità", Garzanti, 2016)

Imbocco il carruggio in ombra di San Bernardo e mi ritrovo in piazza San Giorgio. Le strade sono già tutte un brulicare di gente. Tanti stranieri – soprattutto arabi e africani – che muovono verso via Turati, dove ogni mattina allestiscono un mercatino di ravatti che ha fatto scorrere fiumi di parole sui giornali cittadini e sui social network. È una questione di decoro – parola che mi fa venire l’orticaria – hanno scritto in molti, lo spettacolo della povertà fa scappare i turisti e appanna l’immagine della città. Punti di vista. Quando la povertà non può essere estirpata, bisogna spazzarla sotto il tappeto e renderla invisibile, trattando gli esseri umani alla stregua di acari. (Bruno Morchio, "Fragili verità", Garzanti, 2016)
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