domenica 13 settembre 2026

#FAVOLE & RACCONTI / Un'Eco che riecheggia il Karma (Massimo Ferrario)

Il nonno e il nipotino Leo stanno camminando su un sentiero lungo una montagna che dà su una grande vallata. A un certo punto la valle si restringe e entrano in una gola. Forse anche perché la luce diminuisce e il panorama diventa tutto più cupo, il bambino, sempre più intento a guardarsi in giro con un filo di preoccupazione, non vede un grosso ramo intrecciato che attraversa il viottolo davanti a lui e inciampa. Cade e non riesce a trattenere un grido: «Ahia!». Mentre il nonno subito interviene per capire se il nipotino si è fatto male, dalla valle si sente tornare una voce che imita il lamento del bambino. «Ahiaaa!». 
Leo si è già rialzato e si sta guardando il ginocchio, appena un po’ graffiato: non capisce da dove arrivi la voce che gli rifà il verso. «Ma chi sei?», urla. La risposta che riceve è la sua domanda: «chi seiii?». 
Il bambino, sempre più sorpreso, si arrabbia. «Rispondimi!». E la voce di rimando «rispondimiii!». 
Poi: «Ma mi prendi in giro?». E la voce: «mi prendiii in giiirooo?». 
Leo, spazientito, chiede al nonno cosa sta accadendo. 
Il nonno gli sorride. «Stai scoprendo una cosa nuova, figliolo: non succede niente di strano. Ascolta». Fa una ispirazione profonda e con tutto il fiato che si ritrova in gola emette due grandi urli consecutivi, chiari e precisi. Prima grida «chi sei?» e subito dopo aggiunge «Conosco il tuo nome!». La voce sconosciuta, com’è naturale, immediatamente ripete «chi seiii?» e «il tuo nomeee!». 
Il bambino strabuzza gli occhi. 
«Non c’è nulla di misterioso, caro Leo», spiega il nonno. «E’ il fenomeno detto ‘eco’. Le onde sonore emesse dalla nostra voce si riflettono contro un ostacolo: il suono viene rimandato all'indietro, facendolo sentire di nuovo. Un fatto fisico che oggi ben conosciamo, ma che anche gli esseri umani preistorici avevano ‘scoperto’, quando i primi ominidi iniziarono a esplorare l’ambiente e a usare la voce. Certo, a quell’epoca non lo avevano capito, ma si erano comunque accorti della sua esistenza in modo preciso. Per esempio, avevano notato che determinate caverne, o pareti rocciose, ‘rispondevano’ ai loro richiami più di altre. Per questo molte pitture rupestri che abbiamo ritrovato nei tempi moderni sono concentrate nei punti delle grotte dotati della maggiore risonanza, cioè della capacità di generare echi. Lì i suoni (di voci o di percussioni) venivano amplificati e questo trasformava i siti in luoghi sacri per rituali magici o religiosi. In seguito le civiltà antiche, non avendo la spiegazione scientifica oggi offerta dalla fisica delle onde sonore, si rivolsero al mito. Presso diverse tribù africane, o anche presso i nativi americani, l'eco era interpretato come la voce degli spiriti: erano le divinità o gli antenati che abitavano le rocce. Nella civiltà greca, Eco è una ninfa delle montagne condannata da Era, una delle mogli di Zeus, a ripetere solo le ultime parole che le venivano rivolte. Consumata dall'amore non corrisposto per Narciso, di lei rimase solo la voce.» 
«Interessante», commenta Leo. «Sembra una bella storia…».
Al nonno piaceva raccontare e sapeva quanto a Leo piacesse ascoltare. 
«Mi stai facendo capire che vuoi conoscere qualcosa di più di Eco?»
Il sentiero si era allargato ed erano approdati su un pianoro illuminato da un sole tiepido. In lontananza si intravvedeva il rifugio dove avrebbero mangiato: potevano rallentare, era ancora presto per il pranzo. Il bambino prese la mano del nonno e gliela strinse: era più che un sì.
«Allora, in sintesi, ecco il mito. Eco, secondo i Greci, era una ninfa, nota per la straordinaria parlantina e la voce melodiosa. Era allegra, amava i boschi, ma aveva un difetto: parlava troppo. E questo suo vizio fu la sua rovina. Zeus, il re degli dei, la usava spesso come complice per i suoi numerosi incontri amorosi: quando scendeva sulla Terra per tradire la moglie Era con altre ninfe, Eco aveva il compito di intrattenere la moglie di Zeus in lunghissime chiacchierate, distogliendola con i suoi racconti affascinanti. Un giorno però Era scoprì l'inganno e andò su tutte le furie. Scagliò su Eco una maledizione terribile che colpiva proprio la sua dote più grande: la sua incredibile loquacità. “Basta! Da oggi userai la lingua solo per rispondere a chi ti parlerà: mai più potrai parlare per prima, potrai solo ripetere le ultime parole che avrai udito.” 
«Condannata al silenzio forzato, Eco continuò a vivere nei boschi, ma si isolò da tutti. Un pomeriggio, nascosta dietro un cespuglio, le capitò di scorgere un giovane che sulla riva di un laghetto si rimirava nell’acqua. Era Narciso. Aveva una bellezza leggendaria, ma era incredibilmente superbo: tutti sapevano che rifiutava l'amore, tanto di maschi quanto di femmine, perché amava solo sé stesso. 
«Eco, appena vide il ragazzo che si pavoneggiava, se ne innamorò perdutamente. Da quel momento iniziò a seguirlo di nascosto tra gli alberi, desiderando ardentemente di rivolgergli la parola, ma la maledizione di Era glielo impediva: avrebbe potuto solo rispondergli e perciò non poteva che aspettare che fosse lui a parlare per primo. Finalmente, una sera al tramonto, l'occasione arrivò. Narciso si era smarrito nel bosco: separatosi dai compagni con cui era andato a caccia, aveva perso l’orientamento. Si trovava ad un incrocio da cui partivano tre sentieri e non sapeva quale prendere. Allora gridò: “Ehi, mi sono perso. C'è forse qualcuno qui vicino?”. Eco rimase nascosta dietro i cespugli e subito, al colmo della felicità, rispose al ragazzo con un lungo e dolce “... qui vicinooo…!”. Il giovane, rinfrancato, si guardò in giro, ma non vide nessuno. Urlò con prepotenza: “Vieni fuori!”. E si sentì rispondere con un "... vieni fuoriii!" languido e invitante. Narciso insistette, sempre più irritato: “Ma dove sei? Perché mi sfuggi?”. Ed Eco al solito ripeté le domande; il giovane rimase in silenzio per qualche minuto, sempre volgendo la testa attorno alla ricerca di chi avesse risposto. Quando poi, come fosse un comando, gridò “Incontriamoci!”, Eco interpretò il verbo come il coronamento del suo sogno d'amore e, entusiasta e con sempre maggiore struggimento, prima rispose “… incontriamociii!” e subito dopo uscì dal cespuglio per correre incontro a Narciso a braccia aperte e abbracciarlo. Il giovane, però, appena la vide, si ritrasse disgustato: mai aveva e avrebbe abbracciato qualcuno; il suo desiderio, peraltro finora insoddisfatto, era quello di abbracciare solo sé stesso. 
«La ninfa, con il cuore spezzato, fuggì via: nessuno l’aveva mai umiliata così. Si nascose nelle caverne più profonde e nei luoghi più remoti delle montagne e da quel giorno non volle più vedere nessuno. Il suo dolore fu così devastante che il suo corpo iniziò a consumarsi: la pelle si seccò, le membra diventarono magrissime e le ossa si tramutarono in roccia, fondendosi con la montagna. Rimase solo la sua voce: costretta a rispondere a chiunque la chiamasse, ripetendo fedelmente le ultime sillabe pronunciate.»
Leo aveva ascoltato con la massima attenzione: la storia della ninfa l’aveva affascinato e l’indomani, lunedì, l’avrebbe raccontata a scuola al suo migliore amico. Ma il nonno lo stuzzicò ancora. 
«Però, a proposito dell’esperienza dell’eco che hai appena fatto, si può dire altro. Eco non è solo una ninfa: può essere qalcosa di diverso, anche se di simile.» 
«Davvero?», chiese subito Leo, incuriosito e tirando per una seconda volta la mano del nonno verso di sé.
«Sì, magari non è una storia affascinante come questa, ma la ninfa, con il suo eco, me l’ha fatta venire in mente. E’ un possibile insegnamento, piccolo eppure grande e prezioso, che merita almeno un accenno prima che arriviamo al rifugio e ci abbuffiamo con le salsicce che ti piacciono tanto.» 
«Allora racconta, nonno», incoraggiò decisamente Leo.
«E’ un sapere antico, in genere dimenticato o poco tenuto presente, che anche i bambini, specie se svegli come te, possono subito capire. Se facciamo attenzione, oltre all’eco, c’è un altro fenomeno invisibile che ci attornia e che agisce su di noi: se vivessimo meno ciechi al mondo ce ne accorgeremmo».
«Un’altra ninfa?»
«No. In questo caso dobbiamo lasciare la Grecia e andare in Oriente. Magari per incontrare non più una ninfa, ma una cosa, molto precisa e concreta, che si chiama Karma e che è parte intrinseca della vita. In una lingua antichissima, la radice di questa parola rimanda a azione, atto, e si rifà ai comportamenti umani. Risale ad almeno un millennio prima di Cristo e nel tempo questo termine ha indicato concetti diversi, soprattutto importanti per le religioni e le filosofie di vita orientali. Dal V secolo avanti Cristo, possiamo dire che Karma significa una legge della vita ritenuta naturale: quella di causa ed effetto. Gli orientali la applicano sul piano etico e spirituale e credono che a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Non te la faccio troppo complicata: avrai modo studiare e approfondire, se vorrai, quando diventerai grande. Per ora ti basti sapere che così come Eco restituisce le parole che riceve, il Karma restituisce i sentimenti che esprimi e i comportamenti che tieni. Se comunichi affetto a persone o cose che incontri, il Karma ti restituirà affetto. Se invece urli rabbia, avrai come ritorno rabbia. Se vuoi il bene dell’altro e agisci di conseguenza, in cambio avrai il bene dall’altro e se vuoi il suo male riceverai male. Il cosmo nel quale tutti siamo inseriti – il cielo sotto il quale viviamo, la terra che calpestiamo – è come una cassa di risonanza della nostra voce interiore che ci guida nel mondo, suggerendoci i sentimenti e i comportamenti più diversi. In poche parole: la vita ti ridà sempre ciò che tu le dai, perché è uno specchio delle tue azioni. Vuoi amore? Dalle amore. Vuoi più gentilezza? Dalle più gentilezza. Vuoi comprensione e rispetto? Offri comprensione e rispetto tu stesso. Se desideri che la gente sia paziente e rispettosa nei tuoi confronti, sii tu per primo paziente e rispettoso. Molto semplice, non ti pare?.»
Nonno e ragazzino erano arrivati nello spiazzo antistante al rifugio: nell’aria un profumino di salsicce invitava a entrare e Leo, che pure stava rimuginando su quanto appena ascoltato, non intendeva farsi pregare. Però si trattiene dal correre all’entrata, anche perché vuole far capire al nonno che non ha perso una battuta e ha apprezzato le due storie. Così non rinuncia a esprimere il suo commento finale.
«In definitiva, nonno, il Karma ci dice che, nel bene e nel male, si riceve sempre ciò che si dà. E’ un bell’insegnamento. Vuol significare che tutto dipende da noi: da come ci comportiamo. E questo ci rende responsabili delle nostre azioni, no?».
Il nonno è soddisfatto: il nipotino ha colto l’essenza di ciò che è il Karma.
«Proprio così, figliolo. Hai compreso perfettamente il nocciolo della questione. Che è confortante, credo: non siamo in balia del fato e neppure dipendiamo dagli altri. Siamo noi a decidere. E certo, se così è, siamo sempre noi a essere responsabili delle nostre scelte: di quelle passate e di quelle future. Non possiamo scaricare ad altri ciò che ci compete: il gioco, comodo e assolutorio, del ‘capro espiatorio’, non regge più. Non esiste alcun ‘destino cinico e baro’ che ci perseguita: chi ci perseguita, spesso, siamo solo noi. Perché quello che ci accade è spesso un ritorno di quanto abbiamo fatto.»
Leo si mostra pensieroso: sul viso gli compare un filo di preoccupazione. Il nonno se ne accorge e gli sorride: gli dà una vigorosa pacca sulla spalla. Ora vuole evitare che una interpretazione troppo rigida e fondamentalista del Karma si trasformi in un incubo. Soprattutto vorrebbe mettere in guardia il bambino dal confondere due concetti che pure spesso vengono confusi: la responsabilità è una cosa, la colpa è un’altra.
«Coraggio, ragazzino: adesso però non facciamola più drastica di come è. Nella valutazione del nostro comportamento, soprattutto a posteriori, non deve mai mancare un’intelligente analisi di cause e concause. Ricordiamoci sempre che il Karma non ci vuole mettere in croce: non intende funzionare da spauracchio che ci minaccia o da giudice che sentenzia e condanna, ma da ‘bussola etica’ che ci aiuta ad ‘agire bene’; non nasce per punirci, ma per orientarci. E poi fammi dire una cosa importante: essere responsabili non necessariamente significa essere colpevoli
Leo, che pure sta pregustando le salsicce e la polenta, è colpito. 
«Stai dicendo che responsabilità non significa automaticamente colpa?».
«Certo», risponde subito il nonno, il quale così ha la conferma che il bambino stava riflettendo, con un pizzico di inquietudine, proprio sul tema della responsabilità. «Ti cito 3 esempi velocissimi, se vuoi. Poi però ci saremo guadagnati davvero il pranzo del rifugio e ti propongo di rimandare ad un altro momento l’approfondimento di tutto quello che ci siamo detti.» 
Elio annuisce: al momento gli argomenti di cui stanno parlando da tutta la mattina lo attraggono addirittura più delle salsicce e questo discorso dei tre esempi lo vuole vedere completato. 
Così il nonno, rinfrancato dall’assenso, riprende.
«Sarò velocissimo, Leo. Il primo esempio è un neonato abbandonato. Immaginiamo che tu l’abbia trovato su una panchina in un punto solitario di un giardino: mica sei colpevole di averlo abbandonato. Però tu, dal momento che l’hai trovato, sei responsabile di agire subito per salvarlo, consegnandolo a un pronto soccorso di un ospedale. Il secondo esempio è un cameriere che incespica e rovescia addosso al cliente un piatto intero di spaghetti al sugo. Il proprietario del ristorante ha la responsabilità di gestire il cliente, scusandosi e risarcendolo per il vestito rovinato, ma non ha colpa per l’accaduto. Infine: il caso di un’auto che io ho preso in prestito da un amico. Sto guidando in un viottolo di campagna, con i finestrini abbassati perché è estate e un’auto che incrocio finisce di schianto e in velocità dentro una pozza enorme di fango proprio mentre le scorro accanto in direzione opposta. Mi arriva così addosso un’ondata di acqua e melma che mi entra dentro l’abitacolo, rovinando tutta la tappezzeria. Io non sono colpevole per il danno, ma certo sono responsabile di restituire l’auto al mio amico nelle condizioni in cui lui me l’aveva data. Che dici, ti tornano questi tre casi da cui si vede che responsabilità e colpa vanno tenute ben separate?».
Elio ha il cervellino pieno. Sa che dovrà riprendere le chiacchiere col nonno, per capire meglio e approfondire, però per ora è molto soddisfatto: prova un piacere che non immaginava. Gli viene in mente l’ultima partita alla 'playstation' con l’amico del cuore. Deve ammettere quel che non credeva di dover mai ammettere: anche ‘pensare’ ha il suo fascino perché, se davvero si ‘pensa’, magari anche insieme a qualcuno che ti aiuta, ‘si scoprono pensieri che fanno pensare.’
Il nonno sente che il nipotino sta esaurendo la carica positiva dei neuroni della mattinata e si affretta a concludere con l’ironia che gli è abituale.
«Bene, Elio. Mi pare che siamo arrivati al punto giusto: non so cosa tu pensi di tutte le chiacchiere che ti ho buttato addosso fino a questo momento, ma adesso io penso una cosa sola: che sia l’ora, meritata, delle salsicce. Visto che abbiamo fatto la fatica di arrivare al rifugio, noi abbiamo la responsabilità di scegliercele dal menu se vogliamo soddisfare la nostra fame e la nostra sana voglia e il proprietario del rifugio, se per caso non dovesse averle messe in lista, sarà colpevole di questo grave crimine. Non ti pare?».
Leo si lascia andare a una bella risata, ma al pensiero che nel menù possano mancare le salsicce non si trattiene: «Sì, però, nonno, sappi che se per malaugurata sorte non dovessimo trovare le salsicce, Karma o non Karma, io non posso rinunciare a mettere in fila tutta la serie di parolacce che conosco pensando al proprietario del rifugio… E tu, però, ti prego: non dirlo alla mamma che mi rompe sempre perché dice che certe cose non si dicono …».  ».

***Massimo FERRARIO, Quando Eco riecheggia il karma, 'Mixtura', 13 settembre 2026

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domenica 23 agosto 2026

#FAVOLE&RACCONTI / Peggio del non sapere (Massimo FERRARIO)

Wu Zhi e il suo allievo Li Wei stanno discutendo dei mali del mondo: alcuni sono segno del destino e non possono che essere accettati, ma altri dipendono da noi e vanno assolutamente evitati.

Ad un certo punto, Wu Zhi chiede a Li Wei: «Qual è secondo te il male assoluto che ognuno di noi dovrebbe, e potrebbe, evitare?».

L’allievo ci pensa un po’.

«L’ignoranza, forse?».

Wu Zhi annuisce. Ma fa capire che non è la riposta esatta. 

«C’è di peggio, Li Wei: molto di peggio.»

Il maestro lascia che il giovane rimugini.

«Mi arrendo, Wu Zhi. Anche tu hai sempre detto che compito dell’uomo è conoscere, sapere, imparare. Forse non sempre ci riusciamo, anche perché più sappiamo e più ci accorgiamo che non sappiamo. Ma questo è il tentativo che siamo chiamati a compiere in continuazione, se vogliamo vivere nel mondo e non sopravviere. Come fa a non essere il male peggiore?»

Wu Zhi conferma: «Hai ragione, Li Wei. Non rinnego nulla di quanto ho sempre sostenuto. Eppure c’è qualcosa di peggio dell’ignoranza. E’ la quasi-ignoranza:  il sapere qualcosa credendo di sapere tutto».

«Che intendi dire, Maestro?».

«Intendo dire che l’ignoranza completa non necessariamente crea danni. Se non so e so di non sapere, sono più propenso ad affidarmi a chi sa. Se non so nulla delle proprietà dei diversi tipi di legno e ignoro l’arte sapiente del falegname, non mi improvviso falegname. Se ho bisogno di un mobile, chiedo a chi sa costruire mobili. In genere l’ignoranza totale è accompagnata dal timoroso rispetto dell’argomento ignorato e, di conseguenza, dall’umiltà. Se invece avessi solo letto un manuale di falegnameria e, convinto di aver assimilato il sapere di chi esercita da anni il mestiere di costruttore di mobili, mi mettessi in testa di arredare le stanze dell’intero nostro convento, chissà quali pasticci combinerei. ».

«Quindi mi stai dicendo che una conoscenza approssimativa è più dannosa rispetto a una totale ignoranza?».

«Esattamente: soprattutto se associata a un’altra caratteristica molto comune e quasi sempre conseguenziale».

«Cioè?».

«La presunzione di sapere: che porta all’arroganza. Ma io la chiamo più precisamente in un altro modo: più sintetico e volgare.»

Li Wei sorride: non riesce a pensare il Maestro capace di dire volgarità.

«Non ti ho mai immaginato volgare, Wu Zhi.»

 «Qualche volta anche la volgarità serve: ci sono parole del popolo, che non trovi nei libri sacri, che meglio di tutte esprimono certi concetti…».

 «Mi hai incuriosito, Maestro».

«Per il quasi-ignorante, che crede di sapere tutto e di tutto parla, magari pure criticando e insegnando ciò che non sa, io, almeno dentro di me, ho due nomignoli: quello più delicato, quasi affettuoso, è babbeo, ma quello più volgare (e che meglio esprime la mia ira) è coglione Presta attenzione e sempre più ne vedrai tanti in giro. Abbiamone compassione, caro Li Wei, e, come ci ha insegnato il Buddha, accogliamoli con benevolenza, perché sono esseri umani come noi e tutti talvolta possiamo inconsapevolmente finire in questa categoria. Ma questo non ci esime dal riconoscere che troppi sono quel che sono e che, se non sappiamo difendercene, rischiamo di dover sopportare danni gravi anche sociali. Perché chi non sa ma crede presuntuosamente di sapere attenta al bene più prezioso: il senso del vivere condiviso di una comunità».

*** Massimo FERRARIO, C'è di peggio del non sapere, 'Mixtura', 23 agosto 2026 (testo ispirato a uno spunto diffuso in rete).


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#SPILLI / Vergogna (Massimo FERRARIO)

Giornata di Ferragosto 2026, spiaggia di Ostia, Roma.

Un ragazzo di una ventina d’anni ha un telefono in mano: lo tiene da qualche minuto, rivolto verso la riva piena di bambini, mentre cammina lentamente avanti e indietro.

Un gruppo di bagnanti nota il giovane dalla pelle scura con il cellulare in azione. Non è abbronzato: è proprio nero.

Scatta immediato l’allarme. Qualcuno urla: «I bambini!». E con il dito indica il giovane. «E’ un molestatore. Li sta fotografando!».

Subito un gruppo di gente in costume da bagno si unisce alla voce di chi per primo ha gridato e si avvicina minaccioso al giovane. Lo attorniano, lo chiudono. Prima lo spintonano, poi passano alle maniere forti. Mentre qualcuno chiama le forze dell’ordine, altri si danno da fare con calci e pugni. Se non è linciaggio, poco ci manca.

Il ragazzo si difende: non sta facendo nulla di male, sta semplicemente telefonando. Il gruppo dei bagnanti non gli crede, non sente ragioni, non desiste.

Solo quando arriva una pattuglia di vigili il ragazzo è sottratto alla piccola folla e condotto via dalla spiaggia.

I vigili lo accompagnano all’auto di servizio. Gli chiedono i documenti e lo interrogano.

Si tratta di un egiziano, incensurato, che vive regolarmente in Italia: dice che stava facendo una videochiamata su whatsapp. I vigili si fanno consegnare il telefonino e controllano. Nessuna foto di bambini e la conferma di una videochiamata interrotta.

Il giovane viene accompagnato all’ospedale San Camillo in codice giallo: i medici constatano le lesioni. I vigili avviano l’indagine per capire chi ha dato l’allarme e chi ha partecipato al pestaggio.

Non c’è bisogno di molte parole. Un episodio di ‘normale’ razzismo. Basta la pelle scura e sei subito condannato. A priori. A prescindere. Senza prove.

Viviamo questi tempi e il clima generale, non solo in Italia, questo è.

Certo, è un singolo episodio. Che però si somma ad altre migliaia di singoli episodi.

In un passato lontano, per addolcire un colonialismo di cui siamo stati attivi protagonisti al pari di quell’Occidente sempre osannato per i suoi ‘alti’ valori considerati addirittura da esportare per educare gli ‘altri’, per definizione dichiarati ‘incivili’, abbiamo rifiutato di ammettere le nostre colpe e, volendo distinguerci dai ‘colonialisti cattivi’, ci siamo sempre raccontati la balla degli ‘italiani brava gente’.

Oggi continuiamo a considerarci tali e chi dice che forse non siamo tanto ‘bravi’ è accusato di disfattismo: di non essere un fulgido ‘patriota’ e di non credere alla sacralità della ‘nazione’.

Uno specchio, e un conseguente pizzico di vergogna, potrebbero aiutarci.

Cambiare si può. E la vergogna è un carburante potente: se finalmente cominciassimo a provarla.

*** Massimo FERRARIO,  Vergogna, 'narratur-OneShot' (pubblicazione via email riservata a un gruppo di amici), #172, 21 agosto 2026


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venerdì 31 luglio 2026

SGUARDI POIETICI / Non ce ne frega nulla (Massimo Ferrario)

Non ce ne frega nulla. / Sì, non ce ne frega nulla. / Non è che non vediamo o non sappiamo. / Semplicemente, guardiamo altro. Pensiamo ad altro. / Siamo indifferenti. Consapevolmente indifferenti. 

‘Ma allora perché non lo dite?’, ci dicono. / Lo stiamo dicendo nel modo più chiaro e netto. / Non con la voce. Coi comportamenti. / Continui. E inequivocabili anche per i sordi.

Del genocidio compiuto da Israele / con la complicità attiva di USA. / Della guerra avviata da USA e Israele contro l’Iran. / Del rapimento del presidente del Venezuela, con relativa moglie. / Dello strangolamento progressivo di Cuba da parte dei soliti Usa. / Non ce ne frega nulla.
 
‘Ma allora siete complici’, ci dicono. / Sì. Siamo complici. 

E non ce ne frega nulla.

*** Massimo FERRARIO, 1946, già consulente di sviluppo organizzativo e formatore per Dia-Logos, oggi fondatore e coordinatore del Progetto Narratur, Non ce ne frega nulla, 'Facebook', 31 luglio 2026

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sabato 20 giugno 2026

#SGUARDI POIETICI / Gaza&NonSolo (Massimo Ferrario)

Non è vita  lasciarsi accadere: / è funzionamento

Però, quando ti ritrovi a vivere / lo schifo e la vergogna e il dolore / generato da tutta l’impotenza umanamente sperimentabile / prodotta dall’onnipotenza  dell’orrore  / di una umanità  ridotta al disumano, / l’unica vera potenza che resta / è accettare il degrado di un vivere / che assomigli a un funzionale succedere

A meno che tu abbia la fortuna / di incontrare il miracolo di quel colpo di / coraggio / col quale riesci a regalarti la dismissione / definitiva. 

Nessuna intenzione / - pietistica - / di solleticare facili emozioni. / Solo  l’urgenza di restituire la semplice foto fredda / di uno stato che molti possono riconoscere come proprio / se cedono per un attimo / a un sentimento anche minimo di / empatia / verso il mondo di cose e di umani / oggi abbrutito in nemico perenne / di ognuno e di tutti e di tutto. 

Diranno che questa è una postura affettiva particolare / malata di depressione: / e così se la caveranno con la psicologia disturbata / di un singolo individuo.  

Forse avranno anche ragione: / i singoli contano solo come casi singoli.

Tuttavia a me pare che nessuno di noi sfuggirà / - sano o malato che sia -, / salvo un moto di resipiscenza sempre più improbabile, / al tragico progressivo inabissamento / della psiche-collettiva-che-noi-siamo

Rimuovendo e proiettando l’ombra che ci è destino / - ma che non sentiamo nostra -, / in un ossessivo gioco a rimpiattino ferocemente chiuso in un loop / stiamo allestendo, / anche bullescamente e in spensierata allegrezza,  / il nostro definitivo finale / di homo sapiens.

Solo un dio, se esistesse, / potrebbe - forse - misteriosamente fecondare in noi /un fulmine: / per accendere un barlume di presa di consapevolezza / che subito facesse divampare un’azione di generale / rivolta.

*** Massimo FERRARIO, Gaza&Non Solo, 'Mixtura', 'SguardiPoietici', 20 giugno 2026

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giovedì 23 aprile 2026

#FAVOLE & RACCONTI / La vera verità (Massimo Ferrario)

Il maestro Liu-tzi si accorse che il giovane monaco aveva una domanda che non osava porre e lo incoraggiò.
«Chiedi pure, se credi.»
«Maestro, vorrei tanto sapere se riuscirò un giorno a sapere qual è la verità. La verità ultima. La verità vera.»
Liu-tzi si guardò in giro. Abbracciò con lo sguardo la montagna che brillava di un rosa soffuso per l'alba appena sorta e fece un respiro profondo. 
Poi felice e nello stesso tempo tutto assorto, esclamò: «Com'è bella la montagna!».
Il monaco annuì. 
«Vero, è bellissima, Liu-tzi. Ma...».
«Ma...?».
«Non riesco ad apprezzarla: sono ossessionato dalla mia domanda sulla verità. Tu ce l'hai una risposta alla mia domanda?».
Liu-tzi sorrise. 
«Certo che ce l'ho.» 
«E qual è?».
«Te l'ho già data.»
«Me l'hai già data?» 
«Un secondo fa.»
«Ma un secondo fa hai guardato la montagna e hai detto che era bella.»
«Appunto.»

*** Massimo Ferrario, 1946, già consulente di sviluppo organizzativo e formatore, curatore del Progetto Narratur, La vera verità, in ‘Mixtura’ (masferrario.blogspot.com), 23 aprile 2026 – Libera riscrittura di un breve e noto testo zen. Immagine di ChatGPT/AI per ‘Mixtura’


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lunedì 2 febbraio 2026

#SPILLI / Referendum, la questione cruciale per noi cittadini (Massimo Ferrario)

Non sono un esperto di diritto. 

Sono un ‘normale’ cittadino che cerca di mantenersi informato e capire ciò che la politica, da ormai parecchi anni, ci propina quotidianamente in modo più o meno quasi sempre ingannevole, attraverso una propaganda sempre più seducente che maschera le dichiarazioni e spaccia un contenuto per un altro. 

Tipo il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere. 

Una truffa vera e propria. Venduta come panacea per una ‘giustizia giusta’ (come se oggi, in Italia, la giustizia fosse ingiusta), ma che non cambia nulla, in termini di risultati effettivi, rispetto al vero problema di cui la giustizia, in Italia, soffre da decenni. E che è la lentezza eterna dei processi, non la qualità delle sentenze. La mancanza assoluta di efficienza, non di efficacia. Nettamente migliorabile, questa inesistente efficienza, anche con l’ottimizzazione delle procedure, ma soprattutto con l’incremento di personale (magistrati e cancellieri) che adegui finalmente i numeri reali a quelli previsti dalle piante organiche, nei fatti sempre più disallineate rispetto ai bisogni. 

Gli esperti, in ogni disciplina e non solo in codici e codicilli, sono indispensabili se vogliamo capire la complessità delle questioni tecniche che siamo chiamati ad affrontare e, sperabilmente, a risolvere. Hanno tuttavia quasi tutti un grande difetto, e non sono certo io a svelarlo: difficilmente si fanno capire dai non esperti. Questo non è un danno quando la soluzione dei problemi è di loro esclusiva competenza e responsabilità: non è importante, cioè, quando un idraulico deve sistemare il water, che egli spieghi al cliente il perché e il percome lui interviene nel modo in cui ha deciso di intervenire. Lui sa, il cliente non sa: spetta a chi sa trovare la soluzione e il cliente valuterà alla fine, in base al risultato prodotto, la competenza del professionista in termini di soluzione efficace del problema.

Questo approccio è invece esiziale quando, come avviene in democrazia nella maggior parte dei casi, dovrebbe essere il cittadino comune a dire la sua e decidere cosa e come ottenere ciò che si vuole ottenere per il meglio di tutti, magari aiutato da chi, conoscendo i risvolti tecnici delle soluzioni adottabili, ti fa comprendere meglio i pro e i contro delle varie opzioni in campo.

Sul tema specifico della separazione delle carriere ogni giorno ascoltiamo, insieme alla quantità industriale di fuffa mista a panzane di politici e pseudo-opinionisti (del genere: la riforma impedirà nuovi ‘casi Tortora’, o contenziosi giuridici simili alla ‘casa del bosco’ o al ‘caso Garlasco’, già arbitrariamente catalogati come scandali di mala-giustizia o addirittura di giustizia negata), pareri argomentati di autorevoli conoscitori del diritto: magistrati, accademici, anche avvocati. Per questo, non credo ci sia qui bisogno che io ripeta ciò che altri hanno saputo dire meglio di me.

Penso invece sia utile sottolineare un aspetto cruciale di questa pseudo-riforma, pericolosa per noi cittadini se al referendum il sì dovesse prevalere.

In verità, anche questo punto è stato trattato dagli ‘esperti’, ma a me pare che in genere sia finito tra parentesi, nel contesto di tanti altri inconvenienti, più o meno preoccupanti, che si presenterebbero qualora il referendum approvasse la legge in discussione.

Voglio quindi qui fare fuoco su questa unica specificità. E mi riferisco al ruolo, basilare, del pubblico ministero (pm).

Bastano poche righe, mi pare oggettivamente indiscutibili e capibili anche da chi non sa una virgola di diritto, per segnalare  il cambio pesantemente negativo che la funzione di pm subirebbe, rispetto ad oggi, qualora il referendum approvasse la riforma passata in Parlamento.

In base alla riforma eventualmente approvata dal voto elettorale, ciò infatti avrebbe conseguenze negative non tanto sulla vita dei pm, che si limiterebbero a dover prendere atto di una modifica del loro possibile perimetro di azione, quanto su noi cittadini.

Certo, quando venissimo eventualmente indagati per qualche reato che potrebbe esserci attribuito, finiremmo, come avviene oggi, sotto la loro prima e ineliminabile lente. Ma c’è un ma. A riforma approvata, infatti, in questo non augurabile caso, ci troveremmo meno garantiti rispetto ad oggi proprio da chi continuerà a essere chiamato a esercitare giustizia e dovrà esprimere su di noi (sul nostro comportamento e sul nostro eventuale reato) una valutazione fondamentale, foriera di conseguenze penali anche gravi.

Il perché è semplice: e temo non sia ancora così consapevolizzato quanto dovrebbe.

Oggi il pm è l’avvocato dello Stato. Perciò, in base alla eventuale notizia di reato che ci dovesse riguardare, prima di eventualmente accusarci del reato stesso, il pm ha come sua prima responsabilità quella di verificare la notizia. Egli, cioè, è tenuto a raccogliere elementi per capire se esistono condizioni oggettive per procedere a indagarci, accusandoci, o invece elementi in grado di suggerire l’archiviazione della possibile accusa nei nostri confronti, assolvendoci e escludendo sin dall’inizio la nostra ‘imputazione’.

Domani, se diremo SI’ al referendum, il pm sarà invece l’avvocato dell’accusa: e di conseguenza potrà solo accusarci. Non sarà più educato, come oggi avviene, alla cultura della giurisdizione: perché ‘crescerà’ dentro carriere e CSM separati e, anche se il suo ruolo non finirà ‘sotto’ il governo del governo, o dei politici più o meno di maggioranza (evenienza per nulla fantapolitica: accade in genere dove esiste la separazione delle carriere), avrà, come finalità generale e obiettivo specifico (traducibile pure in un conseguente target numerico da centrare mese per mese, come da anni accade nelle aziende ad ogni manager commerciale che voglia ottenere successo), la messa in stato di accusa dell’imputato, e, possibilmente, la sua condanna: comunque possano presentarsi i fatti ad uno sguardo meno certo e più dubitante, meno parziale e più neutrale. 

Il pm, dunque, in caso di perplessità sull’attribuzione del reato, non dovrà più cercare prove a discarico, come oggi avviene, per decidere se eventualmente archiviare, ma, essendo valutato sulla sua sostanziale conformità a questa nuova funzione esclusivamente inquisitoria e accusatoria, sarà spinto a fare tutto il possibile per vincere nel processo (verbo che oggi molto piace alla gente che più piace) contro l’avvocato della difesa. 

Insomma, per il pm immaginato dalla riforma, perseguire e affermare la verità al di là di ogni ragionevole dubbio, almeno per la parte che gli compete e che è realisticamente e doverosamente possibile perseguire da parte di ogni magistrato, requirente o giudicante che sia (la verità ‘vera’ e indiscutibilmente ‘oggettiva’ non è mai umanamente raggiungibile), sarà una questione, in teoria, ancora importante, ma, in pratica, decisamente secondaria se non obsoleta.

Per quanto sopra, credo che, al di là delle tante altre ragioni che appaiono tecniche ma sono limpidamente politiche, perché in sostanza tendono a ridurre l’autonomia della magistratura, questo problema del cambio di ruolo del pm sia la questione che dovrebbe interessarci di più.

Ognuno voti come meglio crede. Per il piccolo potere di cui dispongo, voterò No con una convinzione mai tanto granitica.

L’impotenza generalizzata è un sentimento, oggi prevalente, che sta affossando le moderne democrazie, che sempre più procedono in modo elitario o ‘castale’, senza il coinvolgimento (l’ascolto, la partecipazione, il controllo diretto) di noi cittadini: una volta tanto che abbiamo la libertà di contrastare questa deriva con un voto ‘diretto’, fuori dalla logica dei giochi di partito, dovremmo assolutamente evitare di nasconderci nell’astensione, magari con la convinzione che si tratta di una questione tecnica da delegare (scaricare?) appunto ai tecnici.

Facciamoci dunque gli auguri.

Non perché potrebbe verificarsi l’Apocalisse se vincessero i Sì. Ci sono altre e ben più definitive minacce che incombono sul mondo, alle quali prestiamo poco o nullo ascolto. Ad esempio: secondo l’Orologio del 'The Bulletin of the Atomic Scientists' siamo passati da 89 secondi a mezzanotte di fine 2024 a 85 secondi di fine 2025 (4 secondi di ulteriore avvicinamento al momento fatale). 

Ma i piccoli, continui, progressivi degradi di un regime politico che quotidianamente sta deprimendo il quadro di una convivenza civile ispirata a una democrazia di sostanza, e non di facciata, non vanno sottovalutati, perché sono capaci di produrre, almeno sul medio periodo (e siamo già a un punto pericolosamente avanzato di questo percorso), un effetto catastrofico: certamente circoscritto e non planetario, ma che tuttavia, per chi ne è toccato, è assimilabile in qualche modo a un mini-disastro, in cui non esplodono bombe atomiche, ma si realizza il collasso definitivo dei diritti costituzionali. Se avessimo qualche dubbio sul piano inclinato verso cui stiamo scivolando ricordiamoci la favola, troppo dimenticata, della ‘rana bollita’: caduta in una pentola piena d’acqua, non si accorge del costante rialzo termico che la sta cuocendo e finisce così, sempre più gradualmente intontita e incapace di lasciare la pentola, perfettamente ‘cotta’ a puntino. 

Facciamoci gli auguri perché tutti noi potremmo ritrovarci domani (per paradosso: proprio grazie a chi da sempre si autodefinisce garantista e accusa chi non si dichiara tale di essere un giustizialista), nella condizione spiacevole di fare i conti con uno spazio ben minore di garanzie giuridiche e, di conseguenza, con qualche probabilità in più di finire imputati, condannati, pur essendo innocenti, o comunque non colpevoli.    

*** Massimo Ferrario, Referendum costituzionale, la questione cruciale per noi cittadini, 'Mixtura (masferrario.blogspot.com), 2 febbraio 2026


In Mixtura ark #Spilli qui

mercoledì 28 gennaio 2026

#FAVOLE & RACCONTI / La prima impressione (Massimo Ferrario)

Fine estate. Tra poco Grande Vecchio  e Piccolo Uomo lasceranno la Montagna Più Alta per far ritorno a valle. Grande Vecchio trascorrerà l’inverno dal suo amico fraterno, il maestro Wu Zhi, nel piccolo convento alla periferia della città, e Piccolo Uomo inizierà un nuovo anno scolastico.

Un sole tiepido, misto a una leggera brezza frizzante, colora, con la luce soffice del dopo-alba, la grotta che ha fatto da casa a Grande Vecchio e Piccolo Uomo da metà giugno. Non c’era molto da pulire, ma l’hanno spazzata e preparata con cura per la prossima stagione. I due zaini con le piccole cose per il viaggio sono pronti. Entrambi stanno per incamminarsi lungo il sentiero: ci vorrà una giornata per raggiungere la città, anche perché lungo il cammino si fermeranno più volte a salutare gli amici della valle, che, come sempre, non li lasciano proseguire prima di aver festeggiato con loro l’ultimo incontro d’estate e aver promesso che si rivedranno l’anno prossimo.

Grande Vecchio è seduto su un masso all’ingresso della grotta. Rilassato, pronto per il viaggio, ripete il rito di ogni fine estate prima di lasciare i monti: si gode il gusto di una pipa, riempita a metà, che spande per l’aria un invitante profumo dolceamaro. Non ha il vizio del fumo, ma sa che ci sono momenti da assaporare anche con una pipa: un’abitudine rilassante che ha il dono di trasmettere calma, equilibrio, perfetta integrazione con il contesto e il momento. 

Da una decina di minuti ha osservato di sottecchi Piccolo Uomo, che è accoccolato ai suoi piedi. 

- Ti vedo assorto, Piccolo Uomo. E, per essere sincero, ti sento anche un po’ preoccupato. E’ così?

Il ragazzo sorride. Anche stavolta, Grande Vecchio ci ha azzeccato.

- Le nostre regole le conosci, Piccolo Uomo: ti confidi solo se vuoi. Se c’è altro, oltre al pizzico di malinconia che giustamente accompagna la fine delle vacanze, e vuoi condividerlo con me, io sono qui. Sai ciò in cui credo fermamente: mai imporsi all’altro, si aiuta soltanto se l’aiuto è richiesto. Altrimenti gli si manca di rispetto.

Piccolo Uomo conosce la discrezione di Grande Vecchio: anche per questo ha un affetto verso di lui che cresce sempre più forte e ormai da due anni aspetta con ansia la fine della scuola per ripetere l’esperienza di trascorrere le vacanze con lui.

Al momento si limita ad annuire: gli parlerà, ma prima deve mettere in fila i pensieri che spieghino la confusione che ha in testa.

Grande Vecchio ha terminato la sua fumata.

- Che ne dici, Piccolo Uomo? E’ ora di salutare la nostra grotta. Auguriamoci di rivederla la prossima estate.

Piccolo Uomo si rabbuia.

- Auguriamoci? Hai dubbi, Grande Vecchio?

- Non io, Piccolo Uomo.

- Neppure io, Grande Vecchio. E allora?

- Come sai non siamo noi a decidere. Dipendiamo tutti dal Cielo, dal Destino, da un Dio: scegli tu i nomi che preferisci. Io poi, che sono chiamato Grande Vecchio non a caso, più di te devo fare i conti con l’anagrafe. La ragione del mio augurio sta tutta qui.

- Sei sempre disarmante, Grande Vecchio. Come si fa a darti torto? E poi rifiuti l’aggettivo di saggio quando qualcuno te lo vuole attribuire…!

- Sarei saggio per così poco, Piccolo Uomo? Mi limito a non dimenticare cose ovvie. Magari scomode. Ma scontate. La precarietà è la nostra condizione di vita: lo sappiamo, ma lo dimentichiamo. Se ne fossimo più consapevoli, eviteremmo la tracotanza che ci gonfia i muscoli e ci fa credere padroni di ciò di cui non siamo. Ma non darmi corda: non farmi fare il noiosone. Indossiamo gli zaini e incamminiamoci.

Anche per questo Piccolo Uomo lo stimava: lui sapeva sempre inserire il giusto tassello di autoironia nel suo raccontare, dando spazio al momento capace di alleggerire le cose spesso sagge che diceva. Pensava: siamo invasi da troppi che si sentono chissà chi, mentre Grande Vecchio, come si dice volgarmente, non se la tirava mai.

Il viaggio segue un sentiero ben tracciato che scende con gradualità, ma all’inizio ci sono tratti in cui la pendenza è forte e occorre stare attenti a non scivolare, anche perché attorno ci sono dirupi profondi: non c’è tempo per parlare e bisogna concentrarsi su dove mettere i piedi, magari aiutandosi anche con i due bastoni nodosi e appuntiti scelti accuratamente tra i rami dei boschi lì attorno all’inizio di stagione e la cui attenta preparazione rappresenta il rito di ogni estate. 

Quando il cammino diventa più agevole, Piccolo Uomo si decide.

- Grande Vecchio, adesso che la strada è meno accidentata e abbiamo alcuni chilometri abbastanza pianeggianti prima di arrivare al primo villaggio, mi aiuti a capire cosa mi fa confusione?

Grande Vecchio rallenta il passo e guarda negli occhi il ragazzo, comunicandogli disponibilità affettuosa e accogliente. 

Piccolo Uomo, rinfrancato, inizia a spiegargli il suo problema.

- Ecco. Forse è una questione sciocca, ma per me non lo è: più passano i giorni e più mi angustia. Come sai, quest’anno, a settembre, avrò un importante cambio di scuola. Come ti ho detto quando ci siamo visti all’inizio dell’estate, ho terminato le medie e inizierò le superiori: dovrò confrontarmi con nuovi professori e nuovi compagni. Sarà un salto notevole anche sul piano della difficoltà dello studio. Nulla di eccezionale, lo so: è avvenuto per tutti, non sarò né il primo né l’ultimo degli studenti che si trovano ad affrontare questo passaggio. Però…

- Però?

- In casa continuano a ripetermi una frase che ormai non smette di frullarmi nel cervello: è diventata quasi un’ossessione. Loro, i miei, mi vogliono aiutare, lo so: lo fanno per il mio bene. Ma non sanno la confusione che mi hanno creato.

- Lo ignoriamo spesso: crediamo di agire per il bene degli altri e, se anche agli altri non facciamo un vero male, comunque non gli facciamo il bene che crediamo. Non abbiamo intenzione di creare danni: eppure questi sono gli effetti prodotti. Parliamo tanto di empatia, ma per metterci nei panni degli altri non basta indossare i loro panni. Ci vorrebbe qualcosa di più: come sentire, vivere, quello che gli altri, sotto i panni, possono provare quando diciamo o facciamo certe cose. Non è facile conoscere anticipatamente le reazioni dell’altro. Anche quando questo altro ci è caro e vicino come un figlio. Tuttavia un po’ di confusione ogni tanto non è male: spinge a chiarire. Come stai cercando di fare tu ora. Potremmo recuperare il vecchio detto dei nonni: non tutto il male viene per nuocere. Dunque, Piccolo Uomo, ringrazia i tuoi genitori se ti hanno creato questo turbamento e dimmi qual è la frase che non ti abbandona.

- E’ semplice. Insistono nel mettermi in guardia su come dovrei avvicinarmi fin dal primo giorno ai nuovi insegnanti e compagni. Mi ripetono che devo stare molto attento perché, dicono, la prima impressione è quella che conta. Cosa significa questo avvertimento? Cosa devo fare? Mascherarmi? Fingere di essere un altro, più buono e più bravo? Io sono io e non riesco a essere un altro. E poi non voglio. Mi parrebbe di prendere in giro, di ingannare, di imbrogliare: proprio all’inizio di un rapporto. Se un altro lo facesse con me, non mi piacerebbe per nulla. Se poi mi si rivelasse diverso da come mi è apparso e l’avesse fatto apposta per mostrarsi in una luce più attraente, mi sentirei tradito. Io voglio rapporti autentici, non falsi. Se no, come faccio a decidere se l’altro mi può essere amico? Ho bisogno di fidarmi sia dei compagni che dei professori. Ma la fiducia è reciproca: anche loro devono potersi fidare di me.

Grande Vecchio si è arrestato: prova un affetto intenso per quel ragazzo. Ogni volta ha la conferma della sua genuinità: è intelligente, logico, onesto, sanamente ingenuo e, nello stesso tempo, profondo e acuto.

- Hai toccato una questione molto rilevante, Piccolo Uomo. Ne potremmo parlare a lungo. Ma cerchiamo di vederne almeno gli aspetti principali. Intanto: cosa significa, secondo te, che la prima impressione è quella che conta?

- Che bisogna non sbagliare nel darla perché, essendo quella giusta, è definitiva: dopo non si modifica più.

- E’ il significato che viene inteso dai più: la prima impressione, si afferma, conta più di tutte le altre perché è quella vera: corrisponde a realtà. Peccato però che è una credenza errata: clamorosamente smentita dai fatti. Quante volte abbiamo dovuto ricrederci e ammettere che avevamo decisamente sbagliato? Che avevamo letto male il nostro interlocutore? Che lui non era quello che avevamo creduto? E quante volte un rapporto partito male si è trasformato in uno tra i legami più intensi e piacevoli mai avuti? Sai quante coppie hanno avuto un primo incontro burrascoso, in cui magari entrambi erano pronti a giurare che con lui o con lei mai si sarebbero messi insieme, e poi sono finiti a festeggiare le nozze d’oro?

- Dunque quella frase non è vera, Grande Vecchio?

- Non sempre. Può essere vera, ma può essere falsa.

- Ma allora perché si dice che la prima impressione è quella che conta?

- Perché è un’impressione che dura nel tempo. E’ difficile da dimenticare e quindi, se e quando è sbagliata come spesso è, è difficile da scardinare. Per metterla in discussione è richiesto uno sforzo: un’attenzione alla realtà, cioè allo specifico processo relazionale instaurato con quella persona, che può contraddire appunto la frettolosa impressione del primo momento, basato su pochi dati di fatto - quelli che hai al momento - e molte sensazioni,  immediate e soggettive: impressionistiche, appunto.

- Allora i miei hanno ragione nel mettermi in guardia.

- Certamente. Ma, se ci pensi, c’è una differenza netta tra le due interpretazioni. Un conto è credere che la prima impressione sia quella sicuramente vera: inoppugnabile, immodificabile. Cioè: quella è e quella resta. E un conto è sapere che può non essere vera, ma che, in ogni caso, la prima impressione dura nel tempo, condizionando quindi pesantemente sia chi emette l’impressione che chi la riceve, fino al punto da poter far fallire la relazione stessa. Quando si afferma che l’impressione dura nel tempo, quindi, io intendo dire che scolora molto lentamente. E se e quando scolora, avviene solo perché uno o più interventi correttivi hanno cambiato il colore della relazione. 

- Se ho capito bene, Grande Vecchio, stai dicendo che, nel primo caso, le prime parole o i primi comportamenti di una persona finiscono per essere scolpiti nella pietra: sbagliare a dire o a fare qualcosa equivale a restare impiccati a quell’inizio per tutto il rapporto che ne consegue. Nel secondo caso, per il destinatario della prima impressione, esiste la possibilità di rettificare l’effetto immediato e il rapporto, forse, può riaggiustarsi. Cioè: la cattiva partenza non determina, in assoluto e in automatico, il naufragio della relazione, ma può essere recuperata, riaggiustata, corretta. E il finale non è più quello negativo che avrebbe potuto essere.

- Infatti. Hai centrato perfettamente il punto: come sempre, io ti do il la e tu subito sai trarre le conseguenze. Ma attenzione: tu finora stai implicitamente immaginando come sbagliata una prima impressione negativa. Esiste però anche una prima impressione positiva che può rivelarsi successivamente infondata. Anche questa produce danno.

Piccolo Uomo si ferma per riflettere meglio. 

- Produce danno, Grande Vecchio?

- Già. Era la tua preoccupazione di poco fa, mi pare. O no?

- In che senso?

- Dicevi che tu vuoi essere te stesso: che non vuoi falsare il rapporto, che non vuoi dare una impressione buona, ma finta. Ecco, hai ragione. Se ti mascheri, magari la maschera non viene notata subito, anche perché l’altro non conosce ancora come sei davvero senza maschera, ma prima o poi, nel corso di una relazione che si faccia sempre più stretta e intensa – e quindi sia davvero una relazione -, il travestimento si svela. All’inizio, anzi, l’effetto può essere positivo. Chi dà subito una buona impressione, vive di rendita finché riesce a prolungare la sua immagine piacevole agli occhi dell’altro. E l’altro, soggetto alla falsità della tua prima impressione, resta in qualche modo prigioniero di questa. Ma, più prima che poi, arriva sempre il bagno di realtà, con la conseguente delusione. Allora il rapporto si può rompere: peggio di come si chiuderebbe per fine fisiologica di un interesse o di una attrazione reciproca. Insomma, anche dal punto di vista utilitaristico, non conviene fingere. C’è un verbo, vincere, che oggi piace molto mentre io disprezzo, ma stavolta fammelo usare, perché rende bene il concetto: truccando le carte, come avviene spesso, sul breve termine puoi anche vincere, ma sul medio-lungo periodo perdi. E perdi di brutto. Perché quando perdi la faccia, hai gettato via la tua reputazione. Una cosa che non ha prezzo. Un vero capitale, non monetario, costruito negli anni, che ognuno di noi possiede e che, una volta distrutto, si ricostituisce, se si ricostituisce, soltanto nel lungo tempo e con molta fatica.

- Ma allora, Grande Vecchio, cosa significa dare subito una buona impressione? Qual è il comportamento giusto?

- Credo che dovremmo fare una cosa impossibile.

Piccolo Uomo strabuzza gli occhi.

- Ma le cose impossibili sono appunto tali perché non si possono fare!

- Infatti. Non ho detto che dobbiamo, ma che dovremmo. Non potendo fare l’impossibile, dovremo accontentarci del possibile. 

- Dicevi che non ti piace vincere, Grande Vecchio, invece mi vinci sempre…!

- Se prendessi sul serio la tua battuta, Piccolo Uomo, mi sa che dovrei sottopormi a una severa autoanalisi. Perché il mio obiettivo, quando parlo con chi stimo, è sempre uno solo: dire la mia senza imporre nulla all’altro. E se, come in questo caso, l’altro mi autorizza ad argomentare il mio punto di vista e a tentare addirittura di persuaderlo di ciò di cui io sono convinto, il mio obiettivo non è certo quello di vincere, ma appunto quello di con-vincere: nel senso di vincere insieme. Giocando con le due parole che ho usato - dobbiamo e dovremmo – volevo solo tenere accesa la tua attenzione. Ma vedo che tu sei sempre all’erta e non ti fai sfuggire mai nulla. 

Piccolo Uomo sorride: i complimenti, quando vengono dal suo amico più sincero, lo rendono felice.

Grande Vecchio riprende, allentando il passo.

- Allora. Partiamo dalla cosa impossibile: perché se questa per definizione non la possiamo fare, è però utile averla presente come ispirazione per fare invece, più modestamente, ciò che possiamo fare. La cosa impossibile consisterebbe nel presentare subito noi stessi all’altro in tutta la nostra complessità. Comunicare ciò che siamo in ogni nostro aspetto: tutte le infinite luci che fanno parte della nostra personalità insieme con tutte le altrettanto infinite ombre che ci caratterizzano. Mi viene in mente la metafora del radar: che traccia ogni elemento presente nello spazio muovendosi a 360 gradi. Ecco: se potessimo cristallizzare in pochi secondi il processo che il radar compie continuativamente in cerchio, fotografando ogni più minuscolo dettaglio, ‘positivo’ e ‘negativo’, di noi stessi, saremmo in grado di offrire una impressione completa, immediata e in qualche modo ‘oggettiva’, di quello che siamo: senza infingimenti, abbellimenti, trucchi. Non avremmo totalmente risolto il problema, naturalmente: perché, come dico sempre, a fare le cose non si è quasi mai soli e la lettura di chi legge il ‘radar’, da noi emesso, attraverso la sua particolare messa in campo di razionalità e emotività, non è senza effetto. Voglio dire che noi, se fosse possibile fare questa cosa impossibile, potremmo pure riuscire a trasmettere una impressione di noi iper-dettagliata, rigorosamente sistemica e dunque (quasi) ‘oggettiva’, ma chi la riceve potrebbe interpretarla pur sempre ‘a modo suo’. E l’impressione finale, percepita da chi la riceve, potrebbe discostarsi dalla impressione iniziale e così influenzare comunque, magari negativamente, la relazione. Eppure: se ci fosse permesso di realizzare questo miracolo ispirandoci al radar, avremmo ottenuto un grandissimo risultato: impossibile, appunto.

- Quindi dobbiamo accontentarci del possibile. Ma come?

- Vediamo. Intanto continuiamo a porci dalla parte di chi deve offrire una impressione sincera di sé in modo che la lunga durata nel tempo di questa iniziale impressione faciliti lo sviluppo successivo del rapporto. Cosa possiamo fare, tu giustamente mi chiedi. Mi pare che la prima cosa sia accogliere l’allerta che anche i tuoi genitori ti hanno segnalato. Senza farci ossessionare dalla crucialità del fotogramma con cui si apre il film, sapere che i fotogrammi che seguono sono anche pesantemente influenzati dal primo è condizione necessaria per pensare anticipatamente ad una buona partenza. Questo non significa renderla falsa, ma solo agire senza trucchi per tenere insieme l’immagine di chi siamo in combinazione con la migliore possibile lettura che il nostro interlocutore darà di noi. Voglio dire: se pensiamo solo a noi stessi, sbagliamo certamente. Perché dimentichiamo che, fin da subito, instauriamo una relazione in cui siamo almeno in due ad avere potere su di essa: nel tuo caso, a partire dal prossimo settembre, sin dal tuo primo giorno di scuola, avrai a che fare, collettivamente e singolarmente, con insegnanti e compagni all’inizio del tutto sconosciuti, i quali, come te, da subito, influenzeranno, nel bene e nel male, il processo reciproco di conoscenza sulla base dei frammenti di conoscenza che man mano vi scambierete. Nella relazione l’altro conta anche (e soprattutto) se noi non gli diamo il posto che gli spetta: fin dall’inizio e non soltanto in seguito. Creiamo condizioni negative se non lo teniamo in considerazione; se lo dimentichiamo pensando solo a noi stessi e dicendo o agendo indipendentemente da lui; se non tentiamo di prevedere quello che lui può pensare di noi e della nostra relazione man mano che questa si svolge, in conseguenza di quanto stiamo dicendo o facendo in quel momento. Ciò non significa che dobbiamo conformisticamente adeguarci ai suoi voleri o ai suoi desideri, ma semplicemente che dobbiamo tener conto della sua esistenza nel rapporto che si sta instaurando: dobbiamo cercare di decifrare quello che sente e vive in ogni fotogramma del film. Ad esempio: prima di dire o fare, immaginare la reazione. E dopo aver detto o fatto, verificare la risposta. Insomma, tentare in ogni momento di leggere le due dimensioni che costituiscono qualunque relazione: quella razionale e quella emotiva. E, per quanto ci riguarda, cogliere per tempo equivoci, malintesi, fraintendimenti, prima che si radichino nella percezione reciproca, così da poter chiarire il senso esatto di ciò che abbiamo detto o abbiamo fatto. E allora sta a noi adoperarci per chiarire e rettificare ciò che va corretto, in modo che l’impressione, eventualmente negativa che stiamo dando, non intervenga a mettere a repentaglio la relazione. Che va presa in cura e curata ad ogni passo, se vogliamo alimentare la sua qualità nell’interesse reciproco.

Grande Vecchio si ferma. Fa una pausa, interrogando con gli occhi Piccolo Uomo.

- Che ne dici? Sono stato abbastanza chiaro?

- Sì, è complesso, Grande Vecchio, ma ti ho seguìto. Posso sottoporti un esempio pratico? Immaginiamo un ragazzino: molto bravo, intelligente, sveglio. Ha un difetto: ogni tanto, gli scappa qualche parolaccia di troppo. Oppure si arrabbia: è impulsivo, impaziente, insofferente. Eppure è interessato agli altri. Ha amici che gli vogliono bene e lo capiscono anche quando lui tende ad aggredire, almeno verbalmente, perché sanno che è in fondo è buono e non farebbe male a una mosca. E’ al suo primo giorno di scuola con un’insegnante nuova. Deve presentarsi: ha tutto il tempo che vuole per dire chi è. Cosa deve fare per lasciare una buona impressione?

- Mi sa che lo conosci bene, questo ‘esempio pratico’, vero Piccolo Uomo? Comunque mi sembra anche fortunato, questo ragazzino. Se può raccontare chi è prendendosi tutto il tempo che vuole, tutto sommato ha pochi problemi. Può ripetere senza quasi togliere un virgola la descrizione che tu ne hai fatto: non nascondendo né difetti né pregi. Se ci pensi, è quasi come la foto ‘radar’ di cui prima parlavamo. Unica avvertenza: magari, quel ragazzino, mentre si racconta, non credo falsificherà sé stesso se si terrà in bocca qualche parolaccia, non trovi...? La difficoltà è che spesso non abbiamo tutto il tempo che desideriamo e dobbiamo far presto a comunicare: è allora che è più facile sbagliare, anche per l’ansia di dire tutto in poco tempo. Ma non facciamone comunque un dramma. Normalmente la prima impressione è appunto la prima. Cioè: non è l’unica. Non è il fotogramma decisivo che dice tutto di noi: se siamo al principio di un rapporto, ne seguono altri che ci daranno l’opportunità di chiarire la percezione di noi stessi. Continuo a usare la metafora che esprime perfettamente il processo di cui strutturalmente è fatta qualunque relazione: se la relazione si instaura e non viene interrotta, è come un film. In questo senso, anche la prima impressione verrà letta alla luce delle altre che seguiranno: e queste aggiungeranno, preciseranno, chiariranno la prima. Se abbiamo un film davanti a noi e non siamo costretti a giocarci tutto in un fotogramma, abbiamo il tempo di rettificare, aggiustare, modificare. Sempre, come dicevo, anche alla luce delle reazioni che riceviamo da come gli altri ci vedono e dall’idea che questi si stanno facendo di noi. Naturalmente, queste reazioni le dobbiamo saper leggere: ma, ancora una volta, come dicevo prima, dobbiamo sapere che non siamo soli anche in questa lettura, perché una relazione è fatta di reciprocità e ognuno è chiamato a interpretare quanto detto e fatto e, eventualmente, a correggere il tiro sulle percezioni dei reciproci dichiarati e dei reciproci comportamenti. Tutto ciò, com’è ovvio, a una condizione: che ai soggetti della relazione, tutti e nessuno escluso, interessi davvero la relazione e di conseguenza tutti decidano di agire concordemente per farla funzionare.

Piccolo Uomo continua a riflettere: ammette che il ragionamento di Grande Vecchio non fa una grinza e non può evitare di ricordare la nonna, quando ripeteva che tra il dire e il fare c’è di mezzo… il fare. Rammenta il senso che la nonna dava a questo motto: non una scusa per non fare, naturalmente, data la complessità del vivere e, soprattutto, del con-vivere, ma un giusto invito all’impegno. Del resto, un altro insegnamento, sempre della nonna, era assai chiaro: le cose avvengono se si fanno avvenire. Altrimenti possono anche avvenire, ma avvengono come vogliono loro. 

Queste sono le reazioni a caldo che il ragazzino riesce a mettere in fila: in parte si rincuora e in parte ha qualche motivo in più per prendere sul serio la frase dei genitori. Inoltre, sempre cercando di riassumere quanto finora detto da Grande Vecchio, si rende conto che il discorso, oltre a essere più impegnativo di quanto sembra nella sua traduzione pratica, è pure monco: c’è ancora qualcosa che deve essere analizzata.

- Adesso sto capendo meglio, Grande Vecchio, e ti ringrazio. Ma forse è il momento di sottolineare un pezzo essenziale del discorso, finora lasciato più in ombra o accennato solo tra le righe. Mi hai reso chiaro che chi emette la prima impressione ha il suo bel daffare: non solo perché deve prestare massima attenzione a quel che dice, ma anche e soprattutto perché, se vuole farsi percepire in modo corretto, deve essere sempre concentrato sul divenire della relazione con l’interlocutore. Tuttavia, cosa possiamo dire della responsabilità dell’altro? 

- Giustissimo, Piccolo Uomo. Riprendo la battuta che ho già avuto modo di fare: siamo sempre almeno in due ad agire. Infatti, ogni azione è individuale, ma quasi sempre è pure relazionale. Consideriamo ora chi riceve la prima impressione emessa da chi la sta dando: di sicuro anche lui ha una responsabilità cruciale. Non so pesarla ed è anche inutile stabilire se sia maggiore o minore rispetto a quella dell’altro soggetto. Ma ciò che è sicuro è che il suo ruolo nel processo di scambio è determinante: perché, consapevolmente o meno, sulla base di una impressione non correttamente interpretata o accettata come immodificabile, questa parte può far fallire il rapporto almeno tanto quanto l’altra. Ad esempio. Immaginiamo che la prima impressione ricevuta sia negativa. Chi ha ricevuto questa impressione negativa può limitarsi a giocare un ruolo passivo, prendendone atto e anticipando una conclusione per la quale non ha ancora tutti gli elementi certi e ‘oggettivi’, oppure può attivarsi per non lasciare che la relazione sia determinata dalla sua partenza negativa. Può decidere di accettare la prima impressione come definitiva, oppure può testarla. Può attendere, prima di esprimere il giudizio conclusivo, verificando quanto gli sembra di cogliere alla luce dei fotogrammi successivi, che magari possono dargli un’impressione tutta diversa. Ma non solo: può decidere di spostare il fuoco dalla impressione che l’altro gli ha offerto alla messa in discussione di sé stesso, riflettendo criticamente sulla fondatezza della sua percezione. Forse è lui che è precipitoso, forse ha equivocato, forse ha visto ciò che non c’era, forse è possibile che l’altro non sia quello che appare, forse c’è dell’altro rispetto a quello che finora ha ‘visto’…

- Stai sottolineando una volta di più l’interdipendenza delle persone coinvolte. Sono loro che possono alimentare e rinforzare, o modificare e correggere, il fotogramma iniziale girato da chi è chiamato a dare la buona impressione. 

- Infatti. In questo senso la crucialità del soggetto che apre il rapporto resta tutta intera, ma, in qualche misura, perde la drammaticità che, prima che iniziassimo a parlarne, mi pare tu vedevi come esclusivamente caricata su di te, immaginandoti buttato allo sbaraglio nel tuo primo giorno di scuola. Era questo che ti spaventava e avevi ragione: mettevi al centro solo il potenziale negativo della tua prima impressione eventualmente maldestra. Non consideravi il ruolo degli altri nella relazione che tu, e loro con te, avreste instaurato appunto insieme. Pensavi al tuo giorno di scuola con la nuova classe e i nuovi professori e temevi di commettere chissà quali errori, dando per scontato che, nel caso fossero errori, sarebbero stati sicuramente definitivi. Oppure credevi di doverti inventare un te falso con cui sporcare la tua genuina identità: unica possibilità, pensavi, per poter fare quella bella figura che ti avrebbe ‘garantito’ le buone relazioni future. Ora, alla luce di questa maggiore complessità che ti ho descritto, forse sei più tranquillo. O no?

Piccolo Uomo aveva ripreso a camminare lungo il sentiero, abbastanza largo perché Grande Vecchio potesse stargli al fianco. Sì, appariva più rinfrancato.

Ma Grande Vecchio non è contento: vorrebbe tranquillizzare ancora di più il ragazzino e chiarirgli meglio, e in modo ancora più evidente, come si può sviluppare, in pratica, tutta la problematica. Cerca nella memoria: possibile che nella sua esperienza non riesca a trovare un esempio concreto? Si convince di dover assolutamente trovare un caso 'reale': che dimostri come sia possibile, come si dice oggi, mettere a terra tutta la ‘teoria’ esposta, così da dare corpo ai concetti e dimostrare che non si tratta solo di astrazioni.

Ambedue proseguono assorti e silenziosi per un buon tratto: per ragioni diverse i cervelli di ognuno stanno lavorando a mille. 

Finché Grande Vecchio, all’improvviso, si blocca e si batte la fronte, sorridendo soddisfatto: ha avuto l’illuminazione! Ma certo: è un caso perfetto, come poteva non venirgli in mente? Tocca subito il braccio del ragazzo per fargli capire che vuole riprendere il filo del discorso e che sul tema ha ancora qualcosa da dire.

Il ragazzo non si fa pregare: è tutto orecchi.

- Piccolo Uomo, ricordi Sommo Professore che abbiamo incontrato nelle scorse estati su nella nostra grotta?

Il ragazzino ha un ricordo vivido. Si era subito rivelato una bella persona: aperta, disponibile, capace di ascoltare e pronta a mettersi in discussione.

- Certo che lo ricordo. Era con i suoi manager dell’Alta Accademia: tu li avevi conquistati con i tuoi esperimenti e le tue parole… Ho ancora in mente i tuoi due interventi sulla gestione del tempo e sullo stress: lui era rimasto estasiato. Ti aveva preso a modello e vi eravate scelti come amici: l’estate scorsa ha passato le vacanze con noi alla grotta e ricordo una serata, memorabile, dedicata alla bellezza del cielo e delle stelle…

- Infatti. Anche quest’anno aveva promesso che sarebbe venuto per trascorrere con noi almeno una settimana, ma a fine primavera, proprio una settimana prima che partissi per la grotta, si era presentato al convento di Wu Zhi e mi aveva avvisato che purtroppo erano sopraggiunti impegni familiari e avrebbe dovuto rimandare. Bene: mi è venuto in mente che proprio lui, durante quest’ultimo incontro al convento, mi ha raccontato un episodio perfetto per il nostro tema dedicato alla ‘prima impressione’. Vuoi che te lo racconti?

Piccolo Uomo amava i racconti e indica subito a Grande Vecchio un sasso enorme ai bordi del sentiero: potevano sedervisi comodi entrambi. 

Grande Vecchio annuisce convinto. Si toglie lo zaino e coglie l’occasione per tirare fuori la pipa: era rimasto metà tabacco dalla fumata precedente e le condizioni anche psicologiche e di contesto erano giuste per costruire un buon finale alla lunga chiacchierata sul tema della prima impressione e poi riprendere il sentiero.

- S', facciamoci una breve seduta qui, Piccolo Uomo: il viaggio è lungo e stasera tu devi essere a casa, mentre io sono aspettato da Wu Zhi. Ecco allora il caso appropriato che dà il suggello finale al nostro discorso. Sommo Professore, testimone di questa storia interessante, mi ha raccontato di un suo manager affezionato che, proprio un mese prima, aveva raggiunto i limiti della pensione e si era ritirato dalla vita lavorativa. Come si usa, aveva organizzato una cena per celebrare i quarant’anni di carriera. Un bel curricolo: partito da una posizione umile aveva raggiunto i più alti gradi, apprezzato e benvoluto da tutti. Lui non amava celebrazioni fastose e perciò aveva deciso di organizzare una cosa ‘intima’, invitando solo una decina di persone che considerava essere state davvero importanti nel suo percorso professionale. Un consulente, Sommo Professore appunto, un top manager, di cui era stato collaboratore, una segretaria, che lo aveva seguito per anni, una dirigente di un servizio con cui aveva interfacciato in modo particolare soprattutto in un momento organizzativo delicato e altri sei responsabili di settori che si era trovato a gestire più o meno direttamente negli anni. Tutte persone per lui significative, cui sentiva di essere specialmente legato. Ebbene. Aveva avuto un’idea intelligente e originale: al termine della cena, prima che tutti gli consegnassero il solito regalo che suggella la carriera di una vita, aveva estratto alcune pagine e, un po’ leggendo e un po’ improvvisando, aveva anticipato di voler ringraziare nominativamente tutti i presenti, spiegando perché il contributo ricevuto da ognuno per lui era stato fondamentale. Nessuno se l’aspettava e tutti erano appesi alle sue parole, estremamente curiosi. Per ognuno dei dieci invitati aveva preparato una breve narrazione di quattro-cinque minuti, in cui ricordava, con aneddoti brevi ma efficaci, come era nato il rapporto, come si era sviluppato e cosa la particolare persona, secondo la sua percezione, aveva fatto per lui di significativo: quale aiuto gli aveva dato sul piano professionale e umano nel corso degli anni. Qualche nota di ironia, disseminata qua e là con arguzia, aveva stemperato il momento di commozione generale e tutto si era concluso con un applauso assai sentito e convinto. Tieni presente che, ovviamente, nessuno aveva obbligato questo manager a invitare le dieci persone presenti: se il rapporto con loro non fosse stato più che buono e sentito come davvero tale e importante sul piano personale, oltre che professionale, non solo l’interessato poteva evitare l’invito, ma senz’altro poteva saltare i ringraziamenti pubblici così personalizzati. Non solo: tutti sapevano che la scelta del pensionamento non prevedeva, come invece talvolta accade, una qualunque successiva attività consulenziale e questo eliminava l’ipotesi che il neopensionato potesse essere interessato, per convenienza, a mantenere buoni rapporti con i personaggi dell’azienda, top manager  compreso. Dunque, la franchezza delle parole espresse dal manager per ringraziare chi aveva scelto di ringraziare era fuori discussione: una volta tanto, retorica e ipocrisia erano escluse a priori. Bene: la cosa più interessante che qui ci riguarda è data dai tre racconti su dieci che il neopensionato aveva scelto di presentare in pubblico. In tutti e tre questi casi – Sommo Professore, la dirigente di un servizio di interfaccia, il top manager – i rapporti, vissuti dall’interessato con un bilancio alla fine così affettuosamente positivo da essere comunicato in un momento tanto pubblico quanto intimo, erano partiti nel peggiore dei modi. Con modalità diverse, naturalmente, per ognuno dei tre casi. Ma sicuramente, almeno per come i tre casi erano stati ricostruiti dal principale interessato, equivoci, ambiguità, fraintendimenti erano stati tali che avrebbero potuto mettere in crisi, da subito, ognuno dei tre rapporti, fino decisamente a portarli al fallimento. Insomma: alla luce di quanto narrato le premesse negative c’erano tutte: lui e gli altri si erano trasmessi pessime impressioni non solo nei primi fotogrammi, ma pure negli immediati successivi. Solo dopo un rodaggio insistito, in un caso almeno di qualche mese, le cose si erano rovesciate in positivo. 

Grande Vecchio inserisce una pausa prima di commentare e ascoltare le reazioni di ragazzo. 

- Incredibile, vero, Piccolo Uomo? Tre casi su dieci avevano tutte le premesse per finire male. E invece sono finiti bene, almeno tanto quanto gli altri sette casi per i quali la partenza era stata, sin dall’inizio, abbastanza fluida e sostanzialmente positiva. Una storia che fa riflettere, mi pare.

Piccolo Uomo in effetti non nasconde il suo grande stupore. Grande Vecchio tira una boccata di pipa e riprende.

- Forse, alla luce di quanto ci siamo detti prima che ti illustrassi il caso, è meno strabiliante di quanto immediatamente appaia che i protagonisti siano riusciti a non rimanere impantanati nelle loro cattive partenze. Ma resta il fatto che trasformare tre giudizi iniziali tanto negativi in tre ottime relazioni finali, da ricordare addirittura come meritevoli di celebrazione, è un risultato fantastico. E’ stata fortuna? E' stato il manager? Oppure sono stati i suoi interlocutori? 

Il ragazzo ha subito la riposta pronta.

- Escluderei senz'altro la fortuna, Grande Vecchio: potrebbe agevolare il successo di un caso, ma non di tre.

- Infatti. La fortuna, o la sfortuna, spesso l’uomo la tira in ballo per deresponsabilizzarsi. O per consolarsi. Dice a sé stesso: "Solo la fortuna poteva aiutarmi e non l’ha fatto; che sfortuna: in ogni caso io non c’entro". No, invece qui, come quasi sempre del resto, c’entrano tutti. In misura diversa, difficilissima da distinguere (e in fondo anche poco importante da stabilire con esattezza). Anche perché va aggiunta una cosa al discorso finora sviluppato. Abbiamo sempre parlato di prima impressione: riferendoci a un singolo. Ma forse sarebbe più corretto parlare di prime impressioni: un plurale che rende conto del fatto che una relazione coinvolge una pluralità di soggetti (almeno due), i quali, all’inizio, elaborano tutti, pressoché in parallelo, le loro prime impressioni. Ed è difficile definire con precisione, nei fatti in divenire che costituiscono la relazione, quando ancora non ci si conosce, il prima-e-dopo delle mille impressioni che si susseguono da parte dei vari interlocutori. La conseguenza è che non c’è solo la responsabilità di uno, nell’emettere o nel leggere la prima impressione, ma c’è anche la responsabilità del suo interlocutore, che emette o legge, alla pari del primo, la sua prima impressione. In sostanza: tutti concorrono a regolare, correggere, modificare, recuperare le impressioni di tutti e a sviluppare quel processo che è appunto la relazione. Dunque, se la partenza maldestra che porterebbe, più o meno subito, al naufragio della relazione, non fosse decifrata, modificata, corretta in tempo reale con il contributo di tutte le persone coinvolte, dando origine a impressioni migliori che siano in grado di scolorire l’eventuale nero iniziale, non ci sarebbe futuro. Per questo, se invece non c’è rottura, ma addirittura c’è trasformazione dei primi fotogrammi negativi in un rapporto dal finale felice, il merito non può che essere collettivo. Non ti pare, Piccolo Uomo?

Il ragazzo sta rimuginando.

Grande Vecchio rispetta i tempi di Piccolo Uomo. E approfitta per riporre la pipa nella tasca dello zaino: è davvero tardi, bisogna affrettarsi, i tanti amici della valle li attendono per salutarli.

- Ti è servito il caso che mi ha raccontato Sommo Professore?

Piccolo Uomo ha il viso più disteso. Sorride.

- Sai, Grande Vecchio? Mi hai fatto vincere il drago! Anzi, no. Per dirla con le tue parole: l’ho con-vinto. 

- Hai con-vinto il drago? Che significa? Chi sarebbe questo drago? La minaccia della prima impressione?

- Sì. Mi è venuta in mente l’immagine del drago soprattutto con il caso di Sommo Professore. Tra ‘teoria’ e caso pratico mi hai descritto perfettamente quella che per me era un minaccia e hai trasformato la mia paura in una preoccupazione: ho capito la giusta importanza della preoccupazione e così ho scacciato la paura. Il drago resta, ma non mi distrugge più con il fuoco che butta fuori dalle narici! Ho appreso una cosa importante: il drago non va distrutto. E’ bene che continui a pungolarmi e che io non mi dimentichi la giusta tensione che debbo avere quando sono chiamato a dare la prima impressione a chi non mi conosce e incontro per la prima volta. Per questo non dico che ho vinto il drago: men che meno dico che l’ho ucciso. Lo tengo in vita: primo, perché anche lui ha diritto di esistere e io non voglio essere un assassino neppure di animali di fantasia e, secondo, perché la prima impressione non va presa sottogamba. Tuttavia ho anche capito che questa benedetta prima impressione neppure va ingigantita. Non esiste nessun aut-aut: né io sono destinato a soccombere al suo potere incontenibile, né io devo truccarmi agli occhi degli altri per essere come gli altri mi vogliono e come io non vorrei mai essere. La storia del manager pensionato è bella e parlante: consola e responsabilizza insieme. Certo, e scusami per il bisticcio: è bene cercare di partire bene. Ma tre casi su dieci non sono pochi e ci dicono che si può partire male e finire più che bene, addirittura magari anche meglio che se si fosse partiti in modo giusto e favorevole alla relazione. Per questo, anche stavolta dico grazie a te e, appena vedrò Sommo Professore, ringrazierò pure lui. 

Piccolo Uomo si zittisce, mentre continua a camminare, ma Grande Vecchio nota che ha ancora qualcosa da dire. 

E infatti, dopo neppure un minuto, mentre hanno finalmente acquisito il ritmo del buon passo, sgombro da pensieri complicati, il ragazzo vuole concludere.

- All’inizio della nostra chiacchierata, Grande Vecchio, avevi ricordato che non sempre si fa del bene volendolo fare. Hai ragione: si può fare del male con le migliori intenzioni. Però tu, Grande Vecchio, nel tuo modo di voler fare del bene senza volerlo fare (ma forse proprio per questo?), almeno a me, il bene lo fai sempre. E questo, naturalmente, tu lo sai benissimo. Ma te lo voglio dire lo stesso…

*** Massimo FERRARIO, La prima impressione, 'Mixtura', 28 gennaio 2026. 

Questo racconto, fresco di elaborazione, si aggiunge alla saga di Grande Vecchio e Piccolo Uomo, composta da 18 racconti, auto-pubblicata nel libro Grande Vecchio, Wu Zhi e altre storie. 50 racconti di saggezza (Dia-Logos, 2020) e diffusa nel corso di più di vent’anni anche attraverso il blog ‘Mixtura’. La saga descrive un rapporto di profonda amicizia tra un vecchio saggio e un ragazzino e coglie l’occasione per trattare alcuni temi etico-filosofici con un approccio pedagogico chiaro e concreto, a misura di un pre-adolescente che si interroga sulla vita con curiosità e voglia di capirne la problematicità.


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