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domenica 11 marzo 2018

#LINK / Il lavoro del futuro e le persone 'multipotenziali' (Stefano Pollini)

... la domanda “Che cosa vuoi fare da grande?” non è solo antiquata o inopportuna, è anche altamente dannosa. Ci può spingere a pensare che occorre scegliere un solo lavoro, una sola passione, essere una cosa sola. Ma siamo sicuri che sia così?

Quanti di noi da ragazzini si sono sentiti spaesati di fronte a questo quesito esistenziale e quanti si sono sentiti stupidi o limitati nel non riuscire a dare una risposta univoca? Inoltre “Che cosa vuoi fare da grande?” è una domanda che ci racconta di un mondo ormai superato; l’epoca in cui una persona iniziava a fare un lavoro appena dopo la scuola e continuava a fare quello fino all’età della pensione è ampiamente finita. (...)

... è l’idea di destino o dell’unica vera vocazione. L’idea che tutti hanno un’unica grande cosa che sono destinati a fare nella vita su questa Terra, e bisogna capire quale sia quella cosa e dedicarvi la vita.

“Ma se non siete fatti in questo modo? Se siete curiosi di tanti argomenti diversi, e volete fare cose diverse? Non c’è spazio per qualcuno come voi in questo quadro. Quindi potreste sentirvi soli. Potreste avere la sensazione di non avere uno scopo, o che ci sia qualcosa di sbagliato in voi. Non c’è niente di sbagliato in voi. Siete un “multipotenziale”. (...)

*** Stefano POLLINI, Il lavoro del futuro, 6 marzo 2018

LINK articolo integrale qui
Emilie WAPNICK, cui Stefano Pollini fa riferimento nel suo articolo, ha esposto la sua teoria anche in un VIDEO già postato in Mixtura (11 dicembre 2015) qui


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mercoledì 1 novembre 2017

#LINK / Leader di settore e numeri due (Stefano Pollini)

Siamo circondati da aziende che si dichiarano leader di settore. 

(...) Una soluzione potrebbe essere quello dire la verità: non c’è nulla di più spiazzante e inatteso.

Forse la campagna pubblicitaria di AVIS degli anni ’60 – in cui l’azienda ebbe il coraggio di dichiararsi n. 2 del settore – ha ancora qualcosa da insegnare alle imprese di oggi. 

AVIS – una delle principali aziende per il noleggio auto – aveva una quota di mercato molto inferiore del colosso HERTZ; ma nei manifesti pubblicitari non negò questo dato, anzi ne fece il proprio punto di forza.

«AVIS è solo il N. 2 nel noleggio auto.
E allora perché venire con noi?
Perché noi facciamo di più (e quando non sei il più grande lo devi fare).
Avis non si può permettere di consegnarti auto con posacenere sporchi, o con serbatoi mezzi vuoti o tergicristalli consumati…» (...)

*** Stefano POLLINI, consulente e formatore, Leader di settore e numeri due, 'stefanopollini.com',  29 ottobre 2017, qui


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venerdì 13 ottobre 2017

#LINK / Cambiare, due storie di fallimento nonostante l'evidenza dei vantaggi (Stefano Pollini)

(...) E’ assolutamente inutile mostrare i vantaggi del cambiamento se non si fanno i conti con le resistenze e le paure di chi è direttamente coinvolto in questo cambiamento.

I vantaggi possono essere assolutamente evidenti e innegabili (...),  ma questo non basta.

Quali sono le buone ragioni di chi si oppone al cambiamento?

Il cambiamento, oltre a indubbi miglioramenti, è sempre connesso ad una perdita (perdita di potere, di prestigio, di sicurezze, di identità, di ruoli,  di confini stabiliti ecc). Se non ne tengo conto, e non ho previsto come rassicurare i confusi e gli scettici, non servirà a nulla avere l’idea o il progetto migliore.

*** Stefano POLLINI, consulente e formatore, Due storie di fallimento. Perché cambiare è così difficile anche quando i vantaggi sono evidenti, stefanopollini.com, 11 ottobre 2017

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venerdì 16 dicembre 2016

#LINK / Competitività, una parola ambigua (Stefano Pollini)

Il dialogo riporta una conversazione che ho avuto qualche mese fa con il responsabile di una Azienda per il Turismo sul tema della competitività, in occasione della preparazione di un convegno in Provincia di Trento.

Il tema può interessare non solo chi si occupa di turismo ma tutti coloro che si occupano di imprenditorialità.

- Caro ***, nel materiale informativo di questo convegno ho letto più volte una parola che non mi piace ed è "competizione/competitività". Gli studi strategici sulle imprese (e sui territori se parliamo di turismo) ci dicono che la parola competizione porta alla lunga alla distruzione dell'impresa, perché porta a fare sempre le stesse cose, solo leggermente diverse e con margini sempre più ridotti. Se, invece, con competizione si intende "inventare cose nuove e uniche" e quindi non avere praticamente competitors va benissimo, però è strano, o meglio è pericoloso chiamare con la stessa parola cose tanto diverse. Ostinarsi a competere, quando si deve cambiare il mondo, porta a quella grande confusione collettiva che si chiama crisi. Che ne pensi? (...)

*** Stefano POLLINI, consulente e formatore, Dialogo sulla competitività, 'linkedin.com/pulse', 14 dicembre 2016

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mercoledì 14 settembre 2016

#LINK / Imprenditività, un falso miraggio (Stefano Pollini)

(... ) In particolare ho qualche dubbio sull’insistere, come fanno diversi orientatori, sul concetto di “imprenditività”: sul fatto cioè che la persona che cerca lavoro debba aver un atteggiamento “imprenditoriale”, attivandosi per far accadere qualcosa senza aspettare che il lavoro cada dall’alto.

Una frase, che è diventata virale sui social network qualche mese fa, rende molto chiara questa idea: “Il lavoro non si cerca. Il lavoro si attrae. Il lavoro si attrae diventando la persona più competente, più capace, che sia in grado di aggiungere più valore di chiunque altro. E a quel punto il lavoro magicamente appare”.
Sebbene questa frase sia piaciuta molto, riproposta anche da persone in cerca di lavoro, c’è chi, come Massimo Ferrario (*), ha messo in luce il lato oscuro di questo “pensiero positivo” sottolineando come in un mercato del lavoro fermo – e che offre spesso lavori con bassa qualificazione – diventa davvero difficile crearsi le competenze (per giunta le migliori sul campo) e spesso “si trovano soltanto dei lavori ultra-precari e talmente cretini che non ti insegnano nulla perché sei tu che devi insegnare loro tutto”. Inoltre politici, istituzioni, imprenditori ed esperti di lavoro si deresponsabilizzano rispetto al ruolo che dovrebbero giocare e trovano comodo scaricare sui singoli individui la loro ignavia. (...)

*** Stefano POLLINI, consulente e formatore, L’imprenditività è un falso miraggio. E' necessario responsabilizzare ma senza colpevolizzare, 'senzafiltro', 14 settembre 2016 - (*) M. Ferrario, Non cercare il lavoro, ti apparirà, 'Mixtura', 3 luglio 2015, qui

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sabato 2 aprile 2016

#RITAGLI / La domanda dell'imprenditore (Stefano Pollini)

(...) A mio avviso un grande problema è che gli imprenditori spesso non sanno che lavoro fanno, non sanno esattamente qual è il loro lavoro al di là di parole generiche che possono voler dire tutto e il contrario di tutto.

Provo a spiegarmi meglio con un esempio. Io spesso mi trovo a lavorare con gli albergatori. Qual è il loro lavoro? E’ una domanda molto più profonda di quello che sembra perché da li discende tutto quello che uno fa.
Trent’anni fa uno poteva rispondere: “Dare un letto e dare da mangiare” e quindi traduceva il suo lavoro con “lenzuola e spaghetti”. Oggi non basta più. Ma non basta aggiungere mille servizi. Devi riflettere su qual è il tuo lavoro; se il tuo lavoro è dare un letto, non ti puoi lamentare se uno va in un B&B dove costa la metà e magari è più accogliente e familiare.

Alcuni albergatori di successo dicono che loro sono una motivazione di vacanza (cioè offrono talmente tante cose, in modo così innovativo che il luogo è secondario, la vacanza è l’albergo); altri dicono sono dei mediatori culturali (l’albergatore, cioè ti aiuta a entrare in un mondo diverso, è una guida, un accompagnatore verso nuovi mondi). E’ completamente un altro lavoro!

Ma questa riflessione vale per ogni impresa. Un produttore di Barolo e un produttore di vino da tavola, non fanno lo stesso lavoro: entrambi importanti, entrambi con una loro clientela (spesso può essere la stessa, perché uno può prendere un vino da bere tutti i giorni e poi un Barolo per le grandi occasioni). Ma fanno due lavori diversi. 
Come scrivevo nel post “Sbottonare la competitività”: Una bottiglia di vino può costare € 2 , € 5, € 10, € 20, € 40, € 100 o anche di più. Cosa sto vendendo? Una bevanda, il frutto di anni di lavoro, una ricerca continua, un legame ritrovato con la terra, una esperienza unica, un sogno…? Solo apparentemente sto vendendo la stessa cosa (una bottiglia di vino). Ogni fascia di prezzo indica un lavoro diverso, ed è fondamentale aiutare il cliente a riconoscere il valore di quello che facciamo, senza dare per scontato che lo capisca da solo.

Ferrari non produce “mezzi di trasporto” ma sogni. E’ più simile alla moda, al design, che all’industria manifatturiera. Ferrari e Fiat fanno due lavori diversi. Anche Apple e Samsung fanno due lavori diversi altrimenti non si spiegherebbe perché uno smartphone Apple costi il doppio di un Samsung. (...)

Qual è davvero il mio lavoro? Qual è l’impresa che voglio compiere? Ecco una domanda che ogni imprenditore deve porsi, periodicamente.

*** Stefano POLLINI, consulente e formatore, La domanda dell'imprenditore, 'linkedin.com/pulse', 1 aprile 2016

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mercoledì 23 marzo 2016

#LINK / Organizzazione, non è una macchina (Stefano Pollini)

(...) mi piace riflettere sulla metafora meccanicistica: una delle più usate quando ci riferiamo all’impresa, se pensiamo ad espressioni come “la macchina deve ripartire”, “qualcosa si è inceppato”, “il motore dell’azienda”, “la macchina burocratica”, “l’organizzazione gira come un ingranaggio perfettamente oliato” ecc.

La metafora ha un ruolo importante e diversi studi mostrano come eserciti una influenza sul mostro modo di pensare e concepire il mondo. Da una parte ci permette di capire cose importanti dall’altra è sempre fuorviante perché incompleta e falsa. (...)

L’approccio meccanicistico tende a limitare più che a favorire lo sviluppo delle capacità umane e le organizzazioni perdono i possibili contribuiti creativi che molti dipendenti, nelle giuste condizioni, potrebbero offrire. (...)

*** Stefano POLLINI, consulente e formatore, L'organizzazione non è una macchina, 'linkedine.com/pulse', 22 marzo 2016

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martedì 23 febbraio 2016

#SENZA_TAGLI / Impresa, mettere in discussione (Stefano Pollini)

C'è un disallineamento tra quanto la scienza sa e ciò che le imprese praticano. Ci sono tante scoperte delle scienze sociali - psicologia, neuroscienze, antropologia, filosofia, scienze della complessità ecc - che dimostrano tante cose su come siamo fatti e su come ci comportiamo, come apprendiamo, come motiviamo le persone, a quali condizioni possiamo creare qualcosa di nuovo e innovare.

Ebbene, spesso facciamo l’opposto. Non perché siamo stupidi o cattivi. A volte è proprio il buon senso o l’intuito che ci frega. Il buon senso era anche quello che ci faceva credere che la terra fosse piatta oppure che fosse il sole a girare intorno alla terra. Non sembra forse così? E il linguaggio conferma questo nostro modo di pensare: non diciamo forse che il sole sorge alle ore x e tramonta alle ore y, come se fosse il sole a muoversi?

Veniamo ora a noi. Come si governa una organizzazione, come si governano i comportamenti delle persone? Come motivarle? Come i temi della comunicazione e del marketing sono connessi a questi discorsi apparentemente solo teorici? La formazione serve proprio a questo: a mettere in discussione ciò che diamo per scontato, a farci nuove domande, ad aprire nuovi spazi e nuove possibilità, con immediati riflessi "pratici" sia nell'ambito del marketing che nei processi decisionali di ogni realtà organizzativa.

Consideriamo il caso della comunicazione: non è più un aspetto che riguarda solo gli specialisti del settore, ma è connessa alla strategia d’impresa. Cosa faccio, come lo faccio e come lo comunico sono la stessa cosa.
Una bottiglia di vino, per esempio, può costare € 2 , € 5, € 10, € 20, € 40, € 50, € 100 o anche di più. Cosa stiamo vendendo? Una bevanda, il frutto di anni di lavoro, una ricerca continua, un legame ritrovato con la terra, una esperienza unica, un sogno…? C’è un valore simbolico che va molto oltre al semplice succo d’uva spremuto: raccontare qualcosa del proprio prodotto e della propria fatica è strettamente connesso al proprio lavoro; non sono solo parole, ma è qualcosa di tremendamente concreto.

Solo apparentemente stiamo vendendo la stessa cosa (una bottiglia di vino) ed è fondamentale aiutare il cliente a riconoscere il valore di quello che facciamo, senza dare per scontato che lo capisca da solo.

Riflettere sulla comunicazione e sulla vendita, quindi, significa riflettere sul senso del proprio lavoro.
Comunicare non è solo trasmettere informazioni: le parole creano mondi e trasformano la realtà. Non si tratta di diventare dei “persuasori occulti” che manipolano i messaggi e fanno credere alle persone quello che vogliono. Se questo fosse vero, allora non conterebbe lavorare sul prodotto, sulla qualità, sull’identità. Ma è anche vero che se lavoro sulla qualità, questa non passa in modo “automatico”, dobbiamo aiutare le persone a comprenderne il valore. Ci sono alcune “trappole cognitive” e miti che ancora resistono ed è bene sfatare. Quante cose facciamo solo perché diamo per scontate, senza metterle in discussione o perché non pensiamo si possa fare in modo diverso? Contrariamente a quanto siamo abituati a credere le imprese (dalle piccole alle grandi, comprese le multinazionali) continuano a basare le loro decisioni, e la loro comunicazione su assunti obsoleti, non provati, e fondati più sulla tradizione popolare che sulla scienza.

In sintesi:

* Noi siamo le nostre risorse cognitive.
* Non possiamo utilizzare le vecchie conoscenze della passata civiltà industriale per affrontare la complessità contemporanea
* Abbiamo nuovi problemi e abbiamo bisogno di nuove conoscenze per affrontarli
* Se cambiamo modo di pensare, cambieremo anche i nostri comportamenti e le cose che facciamo

*** Stefano POLLINI, consulente, formatore, Sbottonare la competitività: le nuove scoperte delle scienze sociali per la comunicazione e la gestione strategica d’impresa, 'linkedin.com/pulse', 22 febbraio 2016, qui


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giovedì 4 febbraio 2016

#SENZA_TAGLI / Imprese, in val di Fiemme P.I.A.C.E. (Stefano Pollini)

In questi anni di crisi è difficile riuscire a trovare aziende che crescono, assumono e valorizzano i talenti. Anche se sono poche, queste imprese esistono e testimoniano la possibilità di un nuovo modello di sviluppo che oltre a creare benessere e nuovi stimoli per i dipendenti nello stesso tempo valorizza tutto il territorio che le ospita.

In val di Fiemme un gruppo di imprenditori ha pensato che il territorio in cui è inserito – ad alta vocazione turistica, bello, ma anche fragile - non costituisce un vincolo per le loro produzioni, bensì un valore aggiunto inimitabile, la base del successo. L’organizzazione dei Mondiali di Sci Nordico del 2013 è stata l’occasione per una riflessione sul futuro della valle e sullo sviluppo che dovrebbe essere in grado di coniugare crescita economica e tutela dell’ambiente, in un rapporto equilibrato fra le risorse naturali disponibili, sempre più scarse e delicate.

Gli imprenditori si sono resi conto che indipendentemente dal tipo di produzione o servizio (mobili, stufe, pavimenti in legno, scarpe d’arrampicata o raccordi per oleodotti), gran parte dei problemi degli imprenditori erano comuni e c’era qualcosa che legava tutte le organizzazioni che riuscivano ad innovare e crescere; un qualcosa che accomunava un’impresa con oltre 100 dipendenti e un piccolo artigiano con 3 collaboratori, un’impresa di trasporti e una di tavole armoniche.

Questo qualcosa era un certo modo di fare che univa la Passione per il lavoro, l’Innovazione (sia di processo sia di prodotto), il senso di Appartenenza alla valle, il riconoscimento del valore della formazione e delle Competenze come base per lo sviluppo della propria azienda, l’attenzione per l’ambiente che si traduce in progetti concreti di Ecosostenibilità, di qui l’acronimo Fiemme P.I.A.C.E.

Ecco, per esempio, come Lauro Defrancesco, titolare di una piccola azienda artigianale si stufe in ceramica declina questi concetti. Entrando in azienda, si attraversa lo showroom e il museo di stufe antiche frutto di una paziente ricerca che dura da anni. Già prima di ogni parola, osservando la cura con cui ha allestito questo museo all’interno dell’azienda è evidente e tangibile la “passione” di Defrancesco per il suo lavoro.

Defrancesco si auto-definisce “artigiano” sottolineando lo stretto rapporto tra arte e artigianato e descrive la passione come un intenso coinvolgimento e desiderio per la propria attività. Evidenzia, in particolare, un aspetto della passione e cioè la ricerca della specializzazione e della distinzione. Sottolinea poi come sia fondamentale riuscire a far riconoscere al cliente questa diversità per “aiutarlo a scegliere”. 
A volte infatti si tende a sopravvalutare il cliente, pensando che sappia esattamente cosa voglia e abbia tutte le informazioni per scegliere e decidere. Molto spesso, invece, il cliente ha solo informazioni molto parziali e diventa fondamentale aiutarlo a far capire il valore di un prodotto: l’oggetto, purtroppo “non parla da solo”, ed è importante far capire il valore di ciò che abbiamo realizzato con tanta passione. Parlando della nascita della sua attività Defrancesco racconta che è partito 33 anni fa quando sembrava non esistesse alcun mercato per questo tipo di stufa. La gente era stanca di avere una stufa a legna, la buttava via e preferiva quelle a gasolio molto più comode, pratiche e anche economiche considerando il costo del carburante 30 anni fa. Sembrava non ci fosse spazio e invece… Lauro è consapevole che siamo nell’epoca dei numeri, delle grandi quantità, ma questo non lo spaventa. Sostiene: “Non sono problemi che dovrebbero interessare un artigiano; un artigiano lavora principalmente con le mani e avendo solo due mani, c’è poco da fare numeri!”. Nella sua attività ha sempre seguito i 5 concetti chiave: passione, innovazione, appartenenza, competenze, ecosostenibilità e nonostante la crisi è riuscito ad avere una clientela selezionata, che riconosce e apprezza il suo lavoro. La svolta, racconta, è avvenuta quando ha portato i clienti in azienda, a vedere il suo showroom e il suo museo di stufe antiche. Prima andava direttamente dal cliente a prendere le misure e a fare il preventivo, facendo lunghi viaggi durante il weekend, spesso con risultati negativi, anzi molto spesso con risultati negativi, considerato che quasi il 99% dei viaggi e dei preventivi non si trasformava in lavoro. Il problema era che il cliente spesso contattava altre 10-20 aziende e decideva quasi esclusivamente sulla base del prezzo. Inoltre, i clienti non avevano la percezione di quanto potesse costare una stufa in ceramica e quindi anche un prezzo basso, sembrava altissimo, raffrontato con una normale stufa. Defrancesco ha quindi deciso di far muovere il cliente al suo posto: “portare il cliente in azienda, far vedere il luogo e il processo di costruzione, ha permesso una vera e propria svolta, per far capire il valore del prodotto”. Questo era un vantaggio competitivo che andava sfruttato e ha permesso di risparmiare tanto tempo da dedicare a se stesso e alla famiglia. Chiaramente tutto questo si affianca ad una innovazione continua e ad una competenza eccellente. Cosa vuol dire innovazione per chi fa stufe in ceramiche? Per es. vuol dire porsi domande nuove che nessuno si è posto prima e senza aspettare che te le chieda il mercato. A questo proposito Defrancesco racconta un aneddoto esemplare. Sapendo che ogni roccia riscaldata emette naturalmente una certa radioattività, ha analizzato, in collaborazione con l’Università di Trento, quale radioattività emettessero le stufe da lui prodotte. Ha quindi potuto certificare che la radioattività dei materiali è assolutamente nei limiti di legge e ha potuto rispondere, con dati scientifici inoppugnabili, alla domanda di una cliente che chiedeva informazioni proprio su questo aspetto. Il cliente è stato piacevolmente sorpreso e conquistato. Il caso di Defrancesco stufe è solo uno dei tanti esempi di imprese innovative.

La Sportiva, per esempio, un'altra delle aziende leader della valle, produce da oltre 80 anni scarpe per la montagna e in questi anni di crisi ha continuato ad aumentare i volumi di vendita, arrivando ad assumere oltre 30 persone nel 2012-14 . Trenta persone in più per un azienda di circa 200 dipendenti in uno degli anni peggiori dal punto di vista occupazionali!

Qualcuno potrebbe pensare che stiamo parlando di aziende troppo particolari: può essere comprensibile che un’azienda che produce scarpe d’arrampicata può essere avvantaggiata ad avere la produzione in un piccolo paese di montagna. Ma la classica azienda metalmeccanica? In Fiemme P.I.A.C.E ci sono anche queste imprese che, declinando i 5 fattori chiave in modo peculiare, resistono e crescono. 

È il caso di Eurostandard, un azienda che produce raccordi in polietilene per acquedotti ed oleodotti. Quando Eurostandard partecipa alle fiere la titolare si sente sempre chiedere: “Ma perché siete in Val di Fiemme? Voi dovreste essere in Brianza, a Bergamo, non in montagna!” La titolare risponde che forse 20 anni fa ci potevano essere dei problemi logistici, ora invece, in 24/48 ore trasporti, comunque, tutta la tua merce da qualsiasi parte del mondo. Non cambia molto, da questo punto di vista, produrre in Val di Fiemme o a Verona o Bergamo. Mentre cambia molto per l’entusiasmo e l’orgoglio di chi ci lavora.

Ascoltando i racconti degli imprenditori di Fiemme P.I.A.C.E. emerge la percezione che esistano ancora infiniti spazi inesplorati per nuovi lavori e servizi, creando un senso di speranza e nuove possibilità per il futuro a cui non siamo più abituati. Le cronache dei giornali che parlano sempre e solo di crisi non solo testimoniano un dato di realtà che esiste ed è innegabile, ma rischiano di far percepire la crisi come inevitabile chiudendo nuovi spazi di pensabilità: queste testimonianze, invece, ci dicono che è possibile ripensare il mondo del lavoro in maniera inedita creando uno nuovo tipo di distretto: un distretto che coniuga in una sintesi originale di sviluppo imprenditoriale, valorizzazione dei talenti e rispetto per l’ambiente.

*** Stefano POLLINI, consulente, formatore, Fiemme PIACE: verso un nuova idea di distretto industriale, 'linkedin.com/pulse', 3 febbraio 2016, qui