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martedì 25 febbraio 2020

#SENZA_TAGLI / E se scoppiasse una guerra? (Osvaldo Danzi)

E' la domanda che mi sono fatto un sacco di volte. Mi piacerebbe vedere come si comporterebbero le Persone intorno a me se ci fosse davvero un cataclisma, una guerra, un'emergenza importante.

Ci raccontiamo che il nostro sia un Paese cattolico, molto attento alla solidarietà.

Alle 17.00 ho fatto un salto al supermercato per sostituire una pentola a pressione e comprare del pesce per la cena.
C'è la folla del sabato mattina, gli scaffali sono vuoti, manca la farina, il lievito, la pasta, il pollo è sparito in tutte le sue forme, molti detersivi, la varichina.
Sulla vetrina della farmacia campeggia un cartello: "terminato gel disinfettante e mascherine".

Mi passa a fianco una signora dall'aspetto anoressico con un carrello da bulimico. Intorno carrelli pieni di casse d'acqua, latte e chili di pasta. Fortunatamente c'è anche qualche scambio di occhiate fra chi incredulo, assiste al saccheggio.

Qualcuno ha parlato di infodemia.
Mi sembra sia stato troppo elegante.

*** Osvaldo DANZI, E se scoppiasse una guerra?, facebook, 24 febbraio 2020, qui


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lunedì 9 ottobre 2017

#RITAGLI / Padri, aziende, responsabilità (Osvaldo Danzi)

(...) Non parlo dei pater familias nello specifico. Non essendolo, rischierei di peccare di presunzione nel giudicare un lavoro che non conosco, sebbene quando vedo i genitori menare i maestri o certe scene da ristorante dove vorrei conversare serenamente con chi mi accompagna anziché ritrovarmi in una scena di SOS Tata, qualche domanda me la faccio.

Parlo di quei padri che riescono a trasmettere valori e senso di responsabilità a chi arriva dopo: figli, nipoti, studenti o collaboratori. (...)

“La crisi siamo noi”, amo spesso ripetere quando vedo aziende poco lungimiranti e manager poco curiosi. Negli ultimi anni “per colpa della crisi” molte aziende hanno lasciato a casa la loro storia.  Dipendenti importanti che hanno conseguito obiettivi strategici per le loro aziende, che hanno permesso a quelle aziende di crescere e svilupparsi, che hanno rinunciato al sonno, alle ferie, a una famiglia per la loro azienda si sono ritrovati fuori dalla porta da un momento all’altro, per fare spazio a profili più giovani, con meno esperienza, ma soprattutto più economici. La cecità di alcuni direttori del personale che spesso vedo vantarsi in colloquio dei “risultati conseguiti con i sindacati” e poi fanno scena muta quando chiedo quali percorsi di formazione e di crescita hanno sviluppato per le proprie Risorse, sono i responsabili di un gap generazionale e di una profondissima crisi di valori in cui chi oggi entra in azienda non ha più una guida a cui affidarsi.

Ricerchiamo i talenti e molto spesso sono già in azienda - Ed è ancora un tema di responsabilità la schizofrenica ricerca del “talento” che a mio parere non ha aiutato le aziende a risolvere la crisi. L’ha accentuata. Banale, ma evidentemente non per tutti, che sostituire un senior con competenze acquisite, conoscenza dei mercati e relazioni con i clienti chiave al netto degli errori-base già effettuati, con un giovane con poca esperienza, può conseguire solo un unico risultato: lo schianto nel vuoto.

Anzi, due risultati. Assumere un giovane con poca esperienza e caricarlo di responsabilità, KPI, obiettivi a breve termine e non formarlo nei tempi e nei modi richiesti, oltre allo schianto nel vuoto genera anche un problema sociale: allontanare i giovani dalle aziende. E non è un caso se il numero dei NEET o di coloro che si fanno abbagliare dall’idea delle startup o dell’attività in proprio, sia in costante aumento.

Mancano i riferimenti culturali - E infine, mancano dei veri e propri riferimenti culturali al valore aziendale. Ascoltando le interviste o gli interventi della stragrande maggioranza degli imprenditori nostrani emerge un solo unico riferimento: Adriano Olivetti. Evidentemente Luisa Spagnoli, Gaetano Marzotto, Enrico Loccioni, ma anche Guglielmo Marconi (e invito quanti stanno leggendo a visitare Vetrya, Corporate Campus in quel di Orvieto e vero esempio di innovazione culturale in Italia) sono nomi non pervenuti al management italiano. (...)

*** Osvaldo DANZI, selezionatore, esperto di risorse umane, fondatore di FiorDiRisorse, editore di SenzaFiltro, Se me lo avessi detto non ti avrei portato al cinema, 'senzafilto', 8 ottobre 2017

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mercoledì 6 settembre 2017

#LINK / La borsa e lo stage (Osvaldo Danzi)

C’è da chiedersi come si stia trasformando nel nostro Paese un tema così delicato come il lavoro e l’occupazione giovanile poiché sembra che, quanto più il livello di emergenza salga, tanto più si abbassi l’attenzione all’etica e alla responsabilità sociale delle aziende, tutte in prima linea quando si tratta di scegliere le cornici per le “vision” e le “mission” da appendere negli uffici, ma che risultano ben distanti negli atteggiamenti quotidiani verso i dipendenti, i fornitori e verso i possibili candidati che saranno i collaboratori di domani.

In poco meno di ventiquattro ore ha fatto il giro del web il concorso per un posto da stagista all’interno dell’Ufficio Marketing di Carpisa.

Operazione di marketing o meno che sarà difficile far passare per provocazione o comunicazione 3.0, perché chi ha ideato il concorso finalizzato ad uno stage di un mese presso l’ufficio comunicazione di Carpisa, previo acquisto di borsetta Carpisa Nuova Collezione e Redazione di un piano di marketing completo al fine di aderire alla selezione, o è lo stagista uscente del precedente concorso, o vive in una valigia se non ha immaginato cosa potesse significare proporre una soluzione del genere in un momento in cui la disoccupazione giovanile è al 36,5% di cui il segmento più alto è proprio quello delle acquirenti di borsette (ovvero la disoccupazione femminile). (...) 

*** Osvaldo DANZI, selezionatore, fondatore di FiorDiRisorse, editore di SenzaFiltro, O la borsa o la vita. Carpisa e gli Altri, 'wired', 5 settembre 2017

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lunedì 12 dicembre 2016

#VIDEO / Umane risorse, non più risorse umane (Osvaldo Danzi)


Osvaldo DANZI
selezionatore, fondatore di FiorDiRisorse, editore di SenzaFiltro
Umane Risorse
TedxBologna, pubblicato da Ted 15 novembre 2016
video 15min32

Un intervento chiaro e semplice sul tema persone-imprese: in cui si dimostra, anche con esempi, che se il fuoco è più sul primo termine del binomio, anche il secondo termine acquista peso e valore.
Dovrebbero essere cose ovvie. Invece sono idee e pensieri ancora disallineati rispetto alle tendenze dominanti.
Da ascoltare. Su cui riflettere. 
Anche perché ci sono suggerimenti pratici, rivolti ai chi cerca lavoro, che possono aiutare a presentare meglio se stessi, in un'ottica più creativa e valorizzante. (mf)

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sabato 15 ottobre 2016

#LINK / Rete, cercarla solo quando si è in difficoltà (Osvaldo Danzi)

Aderire ad una Rete, una Community, un progetto qualsiasi di condivisione di informazioni e competenze (ovvero di networking) è un aspetto fondamentale che dovrebbe rientrare nelle attività lavorative di ognuno. Utile per amplificare curiosità e nuove idee mentre hai un posto sicuro, ma anche per generare contatti e opportunità quando avrai bisogno di cercare clienti e collaboratori.

Le aziende dovrebbero inserire fra i vari team building in cui i dipendenti si lanciano con le funi come scimmie provocandosi lividi ed ecchimosi varie, anche un tempo dedicato alla gestione delle attività di Rete di ogni dipendente. Uno spazio in cui ognuno, a seconda dei propri interessi e delle proprie competenze, decide di aderire a dei Gruppi su Linkedin, a delle Associazioni spontanee o istituzionali, a delle newsletter o testate informative.

Questo darebbe alle aziende l’opportunità di verificare la curiosità dei propri dipendenti (molto più importante che geotaggarli per sapere quanti minuti stanno in ufficio) permettendo loro di far circolare e assorbire idee o generare contatti utili per l’azienda e per gli individui.

Comunque sia, che te lo permetta / richieda l’azienda o meno, questa attività dovrebbe far parte della cultura di ogni individuo che vive e opera in un contesto lavorativo. Vale anche per i liberi professionisti. (,,,)

*** Osvaldo DANZI, esperto di risorse umane, recruiter, fondatore della Business Community FiordiRisorse, Cercare la rete solo quando si è in difficoltà, 'senzafiltro', 11 ottobre 2016

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venerdì 16 settembre 2016

#RITAGLI / Management e mercato del lavoro, oggi e domani (Osvaldo Danzi)

In questi dieci anni i 2/3 dell’imprenditoria ha risposto alla crisi in quattro modi: 
Il primo è stato quello della delocalizzazione con obiettivi deboli: approfittare del basso costo del personale che alcuni Paesi garantivano, ridurre la già poca attenzione alle relazioni sindacali e ai fattori ambientali. Negli anni si è dimostrata una scelta fallimentare, tanto che chi se l’è potuto permettere è ritornato a produrre in Italia, gli altri ci hanno lasciato le penne. 
La seconda risposta alla crisi è stata il taglio dei costi. Invece di pensare a nuovi modelli di business, alla formazione, al change management o a modalità innovative di produzione, gran parte degli imprenditori ha ben pensato di aspettare che la crisi passasse continuando nei modelli di sempre e alleggerendosi di personale strategico, perdendo così know-how e memoria storica aziendale che si è dispersa dai competitor. Possiamo facilmente immaginare il successo di queste due scelte. 
Una terza risposta è stata la delocalizzazione con obiettivi molto precisi, con un modello tecnico di qualità e solo dopo un’attenta analisi decisionale. 
La quarta risposta è stata: cambiamento. Ed ha funzionato più di tutti.

[D: In che modo queste scelte hanno impattato sulla struttura delle aziende?]
Anche le aziende più sane hanno dovuto reinventarsi e riorganizzarsi. Da una parte la crisi è stata anche la scusa – o la grande occasione – per mettere fuori dall’azienda quei top manager che non erano più adeguati al ruolo e che invece rallentavano l’azienda.  Manager che negli anni abbiamo preferito far salire di livello e tenere lontani dall’operatività ma che col tempo sono diventati estremamente costosi. L’incapacità da parte di certe aziende di liberarsi in tempo utile di questi manager non solo li ha messi fuori mercato, ma non ha consentito loro di migliorare e diventare più competitivi. Oggi queste persone non riescono a ricollocarsi perché hanno stipendi non più sostenibili e soprattutto non hanno più competenze utili. L’altro grande errore è stato includere in questo sfoltimento coatto anche quel middle management che invece aveva l’esperienza necessaria per garantire la fidelizzazione dei clienti e la qualità dei fornitori nonché la trasmissione delle competenze e delle conoscenze ai più giovani. Questi tagli indiscriminati hanno fatto sì che da un lato le persone più competenti andassero ad ingrossare le fila dei competitor, dall’altro che venissero sostituiti da giovani che si sono inevitabilmente schiantati contro la dura realtà di un lavoro per il quale non erano ancora pronti senza il paracadute dei colleghi senior. La conseguenza è stata la perdita di fiducia nei confronti delle imprese e la creazione di migliaia di start up. Peccato che l’Italia non sia un Paese per start up e quindi si finisce all’estero. 

[D: Visto che abbiamo parlato di PMI, come lo vedi il loro futuro?]
Da un anno a questa parte vedo una buona ripresa per i profili manageriali. Le figure organizzative e di sviluppo vengono richieste con più forza rispetto agli anni precedenti in risposta probabilmente alla rinnovata necessità di cominciare a definire strategie e visioni più strutturate. Continuano a soffrire i profili operativi. Abbiamo di certo alcune realtà che fanno gola alle multinazionali straniere che sbarcano nel nostro Paese con l’intento di acquistarle, ma gli acquirenti ora pretendono di trovare una struttura razionale ed un’organizzazione un po’ meno casereccia. Per arrivare a questo c’è bisogno dell’ esperienza di cui parlavamo prima che anche sotto forma consulenziale comincia a riaffacciarsi in azienda. Fino ad ora le imprese hanno fatto da sole senza alcun intervento degno di nota a sostegno del mercato del lavoro. Le strategie messe in campo negli ultimi anni per aiutare la ripresa economica si sono rivelate poco utili, penalizzando sia chi cerca lavoro sia le partite IVA che ad oggi non hanno ancora alcuna tutela nonostante la crescita esponenziale. Il Jobs Act ha blindato il cambiamento generazionale nelle aziende tanto che nessun dipendente a tempo indeterminato rischia per cambiare un lavoro con un contratto a “tutele crescenti”. Dall’altra parte l’accesso al mondo del lavoro da parte dei giovani si è limitato al periodo delle agevolazioni fiscali.

[D: Quali suggerimenti vorresti dare al Governo?]
Ognuno faccia il proprio lavoro. Tuttavia vorrei far riflettere sul fatto che sono decenni che si parla di abbattimento del costo del lavoro e nessun Governo se n’è mai assunto la responsabilità. Tantomeno i Presidenti di Confindustria, come assumono il ruolo sembrano  dimenticarsi che che prima di essere Presidenti sono imprenditori. Per quanto riguarda le libere professioni e l’imprenditoria in generale, credo fermamente che il nostro sia un Paese punitivo. Quando mi trovo per lavoro o per vacanza negli altri Paesi europei, mi piace parlare con gli italiani all’estero. Il riscontro è deprimente: anche in Spagna, Paese che ha subito una forte crisi, lo Stato agevola l’imprenditoria. I controlli ci sono ad attività avviata e i funzionari preposti indicano quali sono i passi da fare per adeguarti alle normative aiutandoti a metterti in regola nella maniera corretta. Sono più dei consulenti che dei gendarmi. In Italia avviene proprio il contrario. C’è un libro bellissimo scritto da Luigi Furini, giornalista di Repubblica, che si intitola Volevo solo vendere la pizza. Le disavventure di un piccolo imprenditore che racconta la sua esperienza di piccolo imprenditore italiano alle prese con le lungaggini di un iter impossibile e burocraticamente ostacolante per aprire una pizzeria al taglio di 20 metri quadri. Come finisce la storia non lo svelerò, dico solo che in calce al libro viene riportata un’esperienza analoga di un suo amico che ha aperto la stessa attività in Inghilterra in tre settimane e compilando la modulistica on line e senza mai vedere un ufficio. Il nostro sistema ha l’obbiettivo di succhiare il più possibile subito, perché di fatto gli Amministratori durano poco e devono concretizzare nell’immediato. All’estero la filosofia è che quanto più duri, tanto più sarai un contribuente. E’ la logica della visione a lungo termine contro quella a breve.

[D: Come rispondi a quelli che continuano a dire che se le aziende si concentrassero su prodotti di alta qualità invece che su prodotti di massa, il costo del lavoro non sarebbe un problema?]
Rispondo semplicemente che il tessuto economico nazionale già esprime parecchie eccellenze in moltissimi settori manufattutieri. Il problema vero è il ricambio generazionale. Nella maggior parte delle aziende non si pensa ancora a come sostituire quei dipendenti che, per le loro competenze, sono di fatto degli artigiani iper specializzati che garantiscono la qualità di cui si fregiano molte imprese e i grandi marchi. Motivo per cui ci vengono a cercare dall’estero. Quello che mi chiedo è perché nessuno abbia ancora pensato a creare scuole di eccellenza per i nostri settori produttivi di punta, per formare i giovani in aula e poi on the job affiancandoli alle figure senior che piano piano andranno a sostituire. Sento grandi proclami sul fatto che nessuno tutela i prodotti italiani dalla contraffazione, in realtà siamo noi i primi a non tutelarci e a non investire sul futuro.

[D: Qual è la tua personale previsione del futuro?]
Il futuro lo conoscono i nostri governanti che stanno gettando oggi le basi del mercato di domani, i grossi economisti e gli analisti finanziari. Personalmente non sono pessimista, sono realista. Vedo una ripresa del mercato che fa ben sperare ma non vedo i grandi piani di sviluppo né da parte delle imprese, né da parte delle istituzioni. La grande assente è la cultura della formazione e questo porta ad avere aziende che non sono al passo con i tempi. C’è uno studio molto interessante che mostra come gli Stati che hanno investito in cultura abbiano le aziende più profittevoli; in Italia invece abbiamo avuto ministri che ci hanno detto che con la cultura non si mangia. Non puoi pretendere nulla dalla tua azienda e dai tuoi dipendenti se non gli offri l’occasione per imparare qualcosa di nuovo. Cultura, formazione e scuola sono le direttrici per un futuro migliore. Ci sono molte aziende che fanno unicamente la formazione obbligatoria sulla sicurezza e se gli parli di formazione manageriale, rispondono che loro di manager non ne hanno, senza accorgersi che chiunque abbia un ruolo di responsabilità è per definizione un manager… e questo la dice lunga.

[D: Quali sono secondo te le caratteristiche del manager del futuro?]
La prima è la preparazione, devi essere capace di fare ciò per cui sei stato chiamato. Questa che dico non è una banalità perché oggi abbiamo in molti settori manager che non sanno quello che fanno. La seconda è la curiosità. Secondo me oggi il responsabile a qualunque livello deve essere curioso, deve aggiornarsi ed informarsi su ciò che accade fuori dall’azienda, deve frequentare seminari, dibattiti, confrontarsi e fare rete con altri colleghi se non addirittura con i propri competitor. Il manager concentrato unicamente sul proprio lavoro non sta dando di più alla sua azienda, sta togliendo occasioni per evolvere e per migliorare. Il terzo fattore è la gestione del personale e del ruolo. Il buon manager deve saper delegare le mansioni che non conosce a chi sa fare meglio di lui. Se la tua filosofia è la vecchia massima del divide et impera o pensi che il dipendente ti debba ringraziare perché gli dai uno stipendio, sei sulla strada sbagliata. Il dipendente deve sentirsi valorizzato, solo così esprimerà al massimo il proprio potenziale.

[D: Ai giovani cosa vorresti dire?]
Fate esperienza di lavoro in azienda senza pretendere di ricoprire da subito posizioni apicali. Il mercato del lavoro c’è per quei giovani che hanno un minimo di voglia di fare, di umiltà e capacità comunicative. In Italia il mercato del lavoro è molto più difficile per gli over 40.

[D: Cosa vuoi dire al management?]
Un manager non è per sempre. Preparatevi in tempo per essere sostituiti. Un dirigente sa che il suo percorso in azienda ad un certo punto terminerà, non sempre per sua scelta. Quindi preparatevi in tempo, costruitevi un network perché al giorno d’oggi un manager che non comunica, che non si racconta o non crea un minimo di letteratura attorno a sé è destinato a perdere opportunità. Fondamentale oggi è confrontarsi con gli altri tramite il networking, la presenza su piattaforme di condivisione, sui blog tematici, o anche solo su Linkedin. Il manager che non tiene presente questo viene tagliato fuori. Non si può oggi prescindere dal networking; se ti devi ricollocare devi poter contare sulle persone con cui sei in contatto. La seconda cosa è guardate alla formazione in maniera diversa. Oggi con i fondi interprofessionali si possono acquistare pacchetti formativi diversi da quelli prettamente tecnici. L’azienda che permette al dipendente di colmare le proprie lacune, fidelizza molto di più rispetto a chi non lo fa, appiattisce il turn-over e attrae talenti. L’investimento in formazione è utile e costa poco rispetto al ritorno che garantisce.

*** Osvaldo DANZI, esperto di risorse umane, recruiter, fondatore della Business Community FiordiRisorse, intervistato da Piero Vigutto, Intervista ad Osvaldo Danzi, 'hrconsulting', 14 settembre 2016, qui


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lunedì 12 settembre 2016

#VIDEO / Essere freelance (Osvaldo Danzi)


Essere freelance
Osvaldo DANZI
 esperto di risorse umane, recruiter
fondatore della Business Community FiordiRisorsedi,
pubblicato da Digital Update, 10 settembre 2016
video 20min11

Sono 20 minuti di video ben spesi.
In modo pacato e chiaro, alcuni suggerimenti, che vengono dall'esperienza diretta, su come essere freelance.

Osvaldo Danzi è un (collaudato) attivatore e organizzatore di network professionali di successo. 
Ha idee, passione e intelligenza creativa: qualità sempre invocate, ma che troppo spesso restano sul piano delle teoria. 
In questo suo intervento, lancia qualche spunto operativo, anche utilmente provocatorio, per 'darsi una mossa' e non subire soltanto la crisi di mercato. 
La storia, sua e di molti freelance con cui collabora, dimostra che è possibile, pur in un momento difficile, trovare spazio per un posizionamento, personale e professionale, che possa fare la differenza... (mf)

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mercoledì 30 marzo 2016

#LINK / Formazione, quando diventa 'marchetta' (Osvaldo Danzi)

Facendo una ricerca sui corsi di team building che prevedano al termine del percorso la camminata sui carboni ardenti risultano migliaia di link, tutti molto vecchi, datati fra il 2010 e il 2012. Fortunatamente la formazione si è evoluta.

Tuttavia, fra nuovi motivatori che ti incitano a “prendere in mano la tua vita” e giovani aziende leader di mercato (prevalentemente quello del multilevel anni 80) che credono nei miracoli, si fa spazio un tipo di formazione ancora più subdola, quella commissionata per conto terzi ma che nasconde tentate vendite di cui si saprà solo alla fine della giornata; pretesti per raccogliere contatti in carne e ossa da trasformare in clienti, contenitori di sponsor mascherati da esperti della materia sul palco ma con lo stand fuori dall’aula e le brochure sulle seggioline.

Li avete riconosciuti? Quante volte ci siete cascati ?

Quando la formazione costa - Costa per il semplice fatto che un formatore per spostarsi da casa sua all’aula in cui farà formazione, prende uno skateboard, una bicicletta, un motorino, un’auto, un treno, un aereo, un transatlantico. Costa perché gli argomenti che viene a trasmetterti sono frutto di esperienze maturate negli anni e pagate con le suole delle proprie scarpe e i mal di pancia della propria pancia e non c’è alcun motivo per cui dovrebbe venire a regalartele. Costa perché (almeno) una settimana prima si è seduto davanti ad una slide vuota, ci sta scrivendo proprio il tuo nome e cognome e inserendo la data del giorno che verrà a trovarti. Costa, perché una settimana dopo ha prodotto 30 slide tutte per te, totalmente customizzate a seconda del tuo pubblico e delle tue necessità, che ti lascerà senza alcun problema al termine dell’intervento.

Quando la formazione è gratis - E’ gratis perché sei un target, un pubblico, un utente, un consumatore, un indirizzo email, una tessera fedeltà, un contatto da vendere, un pollo da spennare. Dopo. E’ gratis perché il convegno a cui sei stato invitato sui “nuovi trend dell’innovazione che faranno di te un leader di successo attraverso lo storytelling” è già stato pagato da sponsor e partner. I partner sono quelli che ti ritrovi sul palco, vettori di innovazione attraverso l’ennesimo gestionale per PMI che funziona a singhiozzo o per le attività di consulenza manageriale di cui “già decine di manager e aziende hanno usufruito migliorando le proprie performance di oltre l’80%” (rispetto a cosa, scusi?).

Ma hanno pagato e quindi devono parlare. Peccato che il tempo che stai sprecando sia il tuo, non il loro.

Gli sponsor li riconosci perché i successivi due anni (il tempo stimato per capire quando mai tu abbia dato loro il consenso) riceverai newsletter, inviti, promozioni, suggerimenti per diventare un uomo di successo. Con o senza storytelling.

Quando la formazione è a pagamento, ma sarebbe meglio fosse gratis - E qui mi riferisco ai corsi manageriali delle business school più disparate, li riconoscete perché costano uno sproposito ma sui siti internet è impossibile avere un programma dettagliato o spesso anche solo conoscere chi saranno i docenti per ogni giornata. Esiste però una “Faculty”, ovvero quel Consiglio di Grandi Saggi che appartengono generalmente a Enti, Associazioni di Categoria, all’Università cittadina, a un Centro di Ricerca che servono a determinare l’onorabilità del consesso scientifico. Fra questi non c’è un solo vertice aziendale, non c’è un portatore sano di innovazione come sarebbe d’obbligo a un percorso studiato per manager aziendali che non possono più permettersi di  continuare a pensare con la testa di un troglodita o continuare ad avere come punto di riferimento Olivetti o Ford.

I tempi cambiano, gli ispiratori pure. Solo i Comitati Scientifici rimangono. 

Scuole che hanno le pareti dei loro ingressi tempestati da targhe di “aziende partner” che in aula non vedrete mai ma che sono una sorta di coperta di Linus per genitori e manager che decidono di sottoscrivere una quota con cui acquistare “quasi sicuramente” un pezzo del loro futuro o di quello dei loro figli. Presenze aziendali che vengono millantate dagli organizzatori, non solo per attirare adesioni e iscrizioni, ma anche per convincere decine di consulenti – ex manager d’azienda – a collaborare a titolo quasi gratuito in cambio di “visibilità”. Ma qualcuno ci crede ancora alla storia della visibilità? (...)

*** Osvaldo DANZI, esperto di risorse umane, recruiter, fondatore della Business Community FiordiRisorsedi, La formazione gratuita si chiama 'marchetta', 'senzafiltro', 23 marzo 2016

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giovedì 11 febbraio 2016

#LINK / Curriculum, come gli spermatozoi (Osvaldo Danzi)

Un dentista che scheggia un dente, un commercialista che sbaglia un conteggio, un salumiere che abbonda nel peso, un allenatore che canna la formazione nella partita più importante della stagione, una commessa che risponde male a un cliente, un cameriere di spalle, un postino che infila nella buca la lettera ad un altro civico, un errore di persona, il maestro che confonde una Capitale, il chirurgo che opera la mano sbagliata, uno scambio di posto, un sms alla persona errata, il treno preso nella direzione inversa.

Chiunque può sbagliare.

Solo due categorie sembrano immutabili nella loro perfezione: i candidati che si sentono perfetti per ogni ruolo, i recruiter che sono considerati perfetti incompetenti, come qualsiasi commento su Linkedin sembra testimoniare quando si parla di selezioni (...)

*** Osvaldo DANZI, consulente, Executive Recruiter, Social Media Recruiting Specialist, I curriculum sono come gli spermatozoi: vince uno solo. Una volta per tutte, ecco tutto quello che succede nel "backstage" di una selezione, 'senzafiltro', 10 febbraio 2016

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giovedì 10 settembre 2015

#SENZA_TAGLI / Di schiena, manager come camerieri (Osvaldo Danzi)

Non so se capita anche a voi di trovarvi al bancone di un bar o al tavolino di un ristorante e volendo chiedere qualcosa al cameriere in sala (o al barista) questi è quasi sempre rivolto a voi di spalle. Lo chiamate, fate un cenno con la mano, ma lui passa fra i tavoli ed è sempre incredibilmente di schiena rispetto a voi, rendendo quindi inutile tutto quel vostro sbracciare e chiamare. hey, scusi… Mi scusiiii !!!

Che poi, non è che puoi fare tutto quel casino, lì, in mezzo alla sala di un ristorante.

Da un po’ di tempo, interagendo con manager e imprenditori mi sembra di essere in uno di quei bar o ristoranti, dove i camerieri sono tutti di schiena. Di schiena alle proposte, di schiena alla motivazione, di schiena alla partecipazione, di schiena alla creatività. Si allungano i tempi di risposta, le capacità decisionali, la voglia di creare percorsi. Nessuna voglia di mettersi in gioco, la curiosità sembra una qualità terminata.

Nella ricerca di personale, i candidati sono di schiena. E non parlo di neolaureati, ma di manager che devono ricollocarsi. Mi scrive un dirigente in risposta a un’offerta di lavoro (Project Director per un’azienda di interior design – costruzioni) che ho pubblicato qualche giorno fa:

Sono un dinamico e concreto dirigente “decisamente interessato” all’annuncio pubblicato per l’aderenza alla mia expertise, peraltro la gestione delle vendite e lo sviluppo d’impresa rappresentano delle skill acquisite nell’ambito della mia appassionata vita professionale. […]

Segue curriculum: Nessuna esperienza nel settore delle costruzioni, un’esperienza di amministratore delegato senza alcun progetto direttamente gestito/coordinato. Un profilo totalmente disallineato. Nonostante le due lauree il candidato ha usato la tecnica del “tentar non nuoce” tipica di qualsiasi neolaureato alle prime armi. Di schiena alla realtà.

Nella ricerca di fornitori e dunque di ottimizzazione dei costi e dei servizi, i responsabili acquisti sono di schiena. Mi rivela un mio conoscente che opera nei servizi IT, che nonostante proponga dei sistemi che farebbero risparmiare migliaia di euro l’anno a qualsiasi azienda, fa fatica anche solo a farsi passare una telefonata. Mi chiedo: non dovrebbe essere un compito dei Responsabili Acquisti anche incontrare periodicamente fornitori da valutare?

L’impressione generale è che ci sia una presa di distanze da qualsiasi tipo di decisione; a scanso di equivoci lascio immutato lo status quo e se qualcuno deve cambiare le cose, lo si faccia dai piani più alti. In questo modo vengono a mancare tutti i riferimenti intermedi che permetterebbero ad un’azienda di fare grossi miglioramenti grazie al contributo di ogni elemento della catena.

“Mi sto guardando intorno perché la mia azienda non mi fa crescere”. In questa frase c’è l’immenso dualismo, da una parte dei responsabili del personale di schiena, che valutano percorsi formativi solo se obbligatori (sicurezza 626, infortuni sul lavoro, formazione tecnica per usare meglio una macchina) ma sono sempre in riunione se vuoi proporre loro, anche gratuitamente, di valutare un percorso di vera formazione manageriale. Dall’altra parte ci sono i dipendenti, che lamentano una mancanza di sviluppo professionale, a patto che termini entro le 16.00 del venerdì e assolutamente mai di sabato! E comunque, sempre a costo dell’azienda. Come dice il mio amico Roberto dopo un tentativo fallito di mettere insieme 15 persone in un’aula: Stupisce come, in genere,  la gente concepisca la crescita personale come qualcosa che, se non te la da l’azienda,  non valga la pena investirci e si preferisca spenderli in un cellulare… 

Manager di schiena quelli che per anni non si sono mai interessati a creare un network, una rete di salvataggio, un bacino di relazioni con cui confrontarsi nel momento della quiete per essere preparati oggi, durante la tempesta. Li vedi affrettarsi a riempire alla carlona dei profili su Linkedin e a spammare autoreferenze in cerca di una nuova sfida. Ma la nuova sfida non è quando l’azienda li ha lasciati a casa. Ora sono in cerca di un nuovo lavoro.

A quest’ultima categoria appartengono tutti i precedenti: manager che mai avrebbero pensato di scendere dall’auto aziendale, frequentatori solo di circoli e associazione di categoria autoreferenziali quanto aride di confronto e di diversità, oggi costretti a elemosinare un incontro proprio con coloro a cui per anni non ne hanno mai concesso uno. Solisti di schiena costretti a inventarsi un futuro senza aver messo le basi umane e sociali per potersi permettere oggi un’affinità con altri sfortunati, che permetterebbe loro di ricreare una micro-azienda, di mettere a regime delle competenze differenti e costituire un nucleo professionale. O quanto meno farli sentire meno soli e più forti. Ma sono stati di schiena per tutti questi anni e non hanno creato le relazioni opportune per conoscere nuovi compagni di avventura, oggi che l’avventura è cambiata.

Ma poi, non è che si poteva fare tutto quel casino, lì in mezzo al ristorante.

*** Osvaldo DANZI, esperto di risorse umane e social media recruiting, Manager come camerieri. Di schiena, 'senzafilto', 8 aprile 2015, qui

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martedì 1 settembre 2015

#SENZA_TAGLI / Parole, per fare solo parole (Osvaldo Danzi)

Le "persone al centro". "Non si può pensare di cambiare facendo sempre le stesse cose". "Siate imprenditori di voi stessi". "In Cinese crisi significa anche opportunità"...
...e altre banalità di questo genere sono state il concime naturale con cui seminaristi di professione e i loro mimi hanno nutrito intere platee aziendali alla ricerca di comfort. Le parole "cambiamento", "partita iva", "disrupted economy" hanno seriamente iniziato a minare i giardinetti fioriti di coloro che fino a quel momento non si erano minimamente preoccupati di quanto l' assenza dal mondo reale mentre erano in vacanza a compilare report, analisi delle competenze, tabelle organizzative o a coordinare convegni nazionali, li stesse escludendo dalle trasformazioni in corso.

E mentre anche le più importanti aziende dei nostri distretti stavano chiudendo, sui siti e nelle slide confindustriali continuavano a fare bella mostra di sé la "Vision" e la "Mission".
Immagino il primo redattore. Colui che ha avuto la vera "vision" di voler mettere per iscritto una "mission". Me lo immagino un piccolo imprenditore, un po' più scaltro di altri. Uno che non aveva paura di far conoscere le sue intenzioni in modo aperto e le ha addirittura messe per iscritto. Mi immagino un signore che ogni giorno scendeva in fabbrica e chiamava per nome i suoi operai. Uno che forse ha fatto il padrino alle Comunioni di chissà quanti nipoti acquisiti.

Nel tempo la Vision e la Mission sono diventati dapprima degli slogan per le convention aziendali e poi dei polverosi quadretti nei corridoi che pochi in azienda saprebbero declamare a memoria. 
Mi chiedo cosa abbiano pensato le centinaia di lavoratori licenziati a causa della "delocalizzazione" fra il 2009 e il 2012 che in quelle Mission hanno davvero creduto. Quelli a cui veniva raccontata "l'importanza di essere vicini ai valori del territorio". Ancora belle parole.

Mi chiedo cosa sia balenato nella testa di quelli che mandati in ferie, al loro ritorno hanno trovato l'azienda trasferita in Polonia. O quei lavoratori di 45 anni lasciati a casa dalla crisi e sostituiti da giovani talenti a basso costo dopo aver creduto in quella Mission, rimettendoci nottate di lavoro, di ferie e qualcuno anche la famiglia.
Così come ho difficoltà a credere nei valori di un'azienda che promuove il gioco d'azzardo.

E se la vecchia classe dirigente non ha avuto scrupoli nell'eleggere alla sua Presidenza un'imprenditrice che parlava di valori sebbene largamente inquisita, la nuova generazione non sembra più interessata al valore delle parole. Per essere un "Giovane Imprenditore" basta essere figlio di imprenditore.

Il vocabolario li tradisce: "è imprenditore colui che costruisce e governa un'impresa". Non il figlio.
In Cinese, "crisi", non vuol dire "opportunità". Basta cercare su google. E' un'immensa baggianata che nasce da un errore di traduzione già ampiamente dibattuto. Ma chi non ha amore per le parole, non ha amore nemmeno per il loro significato.

E rimangono solo un confortevole, amabile slogan con cui mettersi in mostra e rimanere fortemente ancorati al passato.

*** Osvaldo DANZI, consulente,  esperto di risorse umane e social media recruiting, Mission, Vision, Etica: le parole sono importanti. Non abusatene, 'linledin.com/pulse', 25 agosto 2015, qui

Sempre in Mixtura, altri 3 contributi di Osvaldo Danzi, qui

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Sulla credenza che in cinese l'ideogramma crisi contenga la parola opportunità, in Mixtura vedi M. Ferrario, La bufala della crisi come opportunità, 12 marzo 2015, qui

martedì 4 agosto 2015

#LINK / Un piccolo caso che insegna alle aziende (Osvaldo Danzi)

I 1000 rockers che hanno suonato “learn to Fly” al fine di convincere Dave Grohl e soci FooFighters a suonare a Cesena, non è solo un video fantastico da postare sulle bacheche di Facebook e condividere all’infinito, è una vera e propria case history da insegnare nelle aziende tradizionali e (anche) alle startup.

Mi spiego meglio. In questo progetto c’è tutto: leadership, scelta della squadra, convincimento e coinvolgimento in un progetto comune (i soci scelti all’inizio lo coglioneranno, poi capiscono che “si può fare” e “ci stanno”), passione per un obbiettivo (tutti amano i FooFighters), comunicazione, contatto con i fornitori, business plan ben definito (crowdfunding), energia, fallimento, reforecast (vuol dire che ti eri prefissato un obbiettivo e lo devi riparametrare) risalita, obbiettivo raggiunto, e di nuovo comunicazione.

Non manca nulla perché il progetto Rockin1000 possa essere considerato una “buona pratica aziendale”: per quelle organizzazioni che latitano di un Capo coinvolgente e che sappia esprimere energia e passione per un nuovo progetto; per quelle aziende che non sanno comunicare e che pensano che l’Intranet Aziendale sia ancora lo strumento più efficace per comunicare o peggio, che i Comunicati Stampa degli Amministratori Delegati siano la migliore pubblicità verso i consumatori (ma chi ci crede più?); per quelle aziende che ritengono i partner e i fornitori delle entità “esterne” anziché dei veri e propri ambasciatori del proprio brand.
Non ultimo “orchestrare” tutti i propri dipendenti in maniera armonica. (...)

*** Osvaldo DANZI, esperto di risorse umane e social media recruiting, Chi ha portato a Cesena i FooFighters ha tanto da insegnare alle aziende, 'wired', 2 agosto 2015

LINK, articolo integrale qui

Sempre in Mixtura, altri 2 contributi di Osvaldo Danzi qui

mercoledì 15 luglio 2015

#RITAGLI / Il buon manager si vede nel momento della pausa (Osvaldo Danzi)

(...) Viviamo una tradizione di manager super-impegnati sostenuti da scuse da scolaretto che vanno dal “dottore è in riunione” a “risentiamoci fra 3 mesi, adesso siamo sotto budget” (che una volta di queste vorrei chiederlo: ma se lei che è il direttore del personale ci mette 3 mesi a chiudere un budget, che vita farà mai il direttore amministrativo-finanziario?) sono lo specchio di un management molto concentrato su di se’, su obbiettivi sempre più personali e sempre meno aziendali più o meno chiari, attenti a dimostrare e sempre meno a ragionare, confrontare, relazionare. Sono quelli che continuano a guardare il computer quando sei di fronte a loro a spiegargli qualcosa di profondamente importante per te, mentre loro fanno “sì sì” con la testa. (...)

Gente che risponde alle mail a mezzanotte o perennemente connessi per dimostrare attaccamento all’azienda e efficienza 24/24 non servono più a nessuno, né mai sono serviti. Alimentano una catena di (im)produttività che esalta attività inutili generate di proposito in orari presidiati da nessuno (mail e ordini che verranno comunque lette ed eseguiti almeno 9 ore dopo) dove invece è più utile dedicarsi ad attività che ossigenino il cervello, alimentano la curiosità, stabilizzino la vita affettiva e familiare permettendo maggiore serenità sul posto di lavoro.
Non c’è niente di più palloso, inutile e dannoso di un capo o un collega che a pranzo non abbia altri argomenti che i clienti, il budget, il business e le battute sulle colleghe. Niente è più imbarazzante di un interlocutore senza interessi, senza un libro da scambiare, un film di cui discutere, un Paese da suggerire per il prossimo viaggio. (...)

Da quando sono consulente (ormai 5 anni), mi sono dato una regola: 40 giorni d’estate e 15 d’inverno mi fermo. Perché durante l’anno i clienti non possono aspettare e quindi macino 80.000 chilometri in macchina e 20.000 in treno. Perché durante l’anno mi alzo troppo presto e vado a letto troppo tardi. Perché durante l’anno faccio fatica a leggere libri. Perché durante l’anno ho poco tempo per la famiglia, gli amici di una vita, la scrittura, la chitarra, le playlist sull’Ipod, le passioni.

Stacco perché voglio avere qualche argomento in più da condividere durante i miei pranzi (e odio il golf e la palestra), che sia un viaggio, un aneddoto, o anche solo qualche titolo di libro fra le decine che d’inverno compro e che affollano il mio comodino impolverati in attesa dell’estate.

*** Osvaldo DANZI, consulente, fondatore di FiorDiRisorse, editorialista, Il buon manager si vede nel momento della pausa, 'senzafiltro', 15 luglio 2015

LINK, articolo integrale qui

lunedì 27 aprile 2015

#LINK #IMPRESA & SOCIETA' / I bamboccioni dell'Expo non sono bamboccioni (Osvaldo Danzi)

« (...) I candidati, che tutto sembrano fuorché bamboccioni, hanno le idee molto chiare: un lavoro degno di questo nome avviene con una contrattazione chiara, una retribuzione corretta e quanto meno con un processo di selezione preciso e di qualità. Essere impegnati per sei mesi a 570 euro con una disponibilità pressoché totale, preclude la possibilità di cercare un qualsiasi altro lavoro, di sostenere colloqui, di trovare qualcosa di definitivo e soprattutto dignitoso. E questo lo sa un qualsiasi neodiplomato. (...)
Tutti, nessuno escluso, dei candidati intervistati, hanno parlato di modalità di selezione improvvisate, di informazioni carenti e di troppi omissis, di un primo contatto a ottobre e la chiamata ad aprile. Nel mezzo il silenzio. (...)

*** Osvaldo DANZI, head hunter e recruiter, fondatore della community FiordiRisorse, I bamboccioni di Expo 2015 insegnano ai 'leader di settore', 'il giornale digitale', 26 aprile 2015
LINK, articolo integrale qui