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giovedì 10 novembre 2016

#CIT / Management, cosa non potete comprare (Clarence Francis)

Clarence FRANCIS, 1888-1985
top manager statunitense
(citazione dalla rete)

 Voi potete comprare il lavoro di un uomo; 
potete comprare la sua presenza fisica in un determinato posto, 
potete comprare anche un determinato numero di abili movimenti muscolari 
per un’ora o per un giorno. 
Ma non potete comprare l’entusiasmo; 
non potete comprare la lealtà; 
non potete comprare la devozione dei cuori, delle menti e delle anime.
Queste cose ve le dovete meritare.

In Mixtura ark #Cit qui

venerdì 16 settembre 2016

#RITAGLI / Management e mercato del lavoro, oggi e domani (Osvaldo Danzi)

In questi dieci anni i 2/3 dell’imprenditoria ha risposto alla crisi in quattro modi: 
Il primo è stato quello della delocalizzazione con obiettivi deboli: approfittare del basso costo del personale che alcuni Paesi garantivano, ridurre la già poca attenzione alle relazioni sindacali e ai fattori ambientali. Negli anni si è dimostrata una scelta fallimentare, tanto che chi se l’è potuto permettere è ritornato a produrre in Italia, gli altri ci hanno lasciato le penne. 
La seconda risposta alla crisi è stata il taglio dei costi. Invece di pensare a nuovi modelli di business, alla formazione, al change management o a modalità innovative di produzione, gran parte degli imprenditori ha ben pensato di aspettare che la crisi passasse continuando nei modelli di sempre e alleggerendosi di personale strategico, perdendo così know-how e memoria storica aziendale che si è dispersa dai competitor. Possiamo facilmente immaginare il successo di queste due scelte. 
Una terza risposta è stata la delocalizzazione con obiettivi molto precisi, con un modello tecnico di qualità e solo dopo un’attenta analisi decisionale. 
La quarta risposta è stata: cambiamento. Ed ha funzionato più di tutti.

[D: In che modo queste scelte hanno impattato sulla struttura delle aziende?]
Anche le aziende più sane hanno dovuto reinventarsi e riorganizzarsi. Da una parte la crisi è stata anche la scusa – o la grande occasione – per mettere fuori dall’azienda quei top manager che non erano più adeguati al ruolo e che invece rallentavano l’azienda.  Manager che negli anni abbiamo preferito far salire di livello e tenere lontani dall’operatività ma che col tempo sono diventati estremamente costosi. L’incapacità da parte di certe aziende di liberarsi in tempo utile di questi manager non solo li ha messi fuori mercato, ma non ha consentito loro di migliorare e diventare più competitivi. Oggi queste persone non riescono a ricollocarsi perché hanno stipendi non più sostenibili e soprattutto non hanno più competenze utili. L’altro grande errore è stato includere in questo sfoltimento coatto anche quel middle management che invece aveva l’esperienza necessaria per garantire la fidelizzazione dei clienti e la qualità dei fornitori nonché la trasmissione delle competenze e delle conoscenze ai più giovani. Questi tagli indiscriminati hanno fatto sì che da un lato le persone più competenti andassero ad ingrossare le fila dei competitor, dall’altro che venissero sostituiti da giovani che si sono inevitabilmente schiantati contro la dura realtà di un lavoro per il quale non erano ancora pronti senza il paracadute dei colleghi senior. La conseguenza è stata la perdita di fiducia nei confronti delle imprese e la creazione di migliaia di start up. Peccato che l’Italia non sia un Paese per start up e quindi si finisce all’estero. 

[D: Visto che abbiamo parlato di PMI, come lo vedi il loro futuro?]
Da un anno a questa parte vedo una buona ripresa per i profili manageriali. Le figure organizzative e di sviluppo vengono richieste con più forza rispetto agli anni precedenti in risposta probabilmente alla rinnovata necessità di cominciare a definire strategie e visioni più strutturate. Continuano a soffrire i profili operativi. Abbiamo di certo alcune realtà che fanno gola alle multinazionali straniere che sbarcano nel nostro Paese con l’intento di acquistarle, ma gli acquirenti ora pretendono di trovare una struttura razionale ed un’organizzazione un po’ meno casereccia. Per arrivare a questo c’è bisogno dell’ esperienza di cui parlavamo prima che anche sotto forma consulenziale comincia a riaffacciarsi in azienda. Fino ad ora le imprese hanno fatto da sole senza alcun intervento degno di nota a sostegno del mercato del lavoro. Le strategie messe in campo negli ultimi anni per aiutare la ripresa economica si sono rivelate poco utili, penalizzando sia chi cerca lavoro sia le partite IVA che ad oggi non hanno ancora alcuna tutela nonostante la crescita esponenziale. Il Jobs Act ha blindato il cambiamento generazionale nelle aziende tanto che nessun dipendente a tempo indeterminato rischia per cambiare un lavoro con un contratto a “tutele crescenti”. Dall’altra parte l’accesso al mondo del lavoro da parte dei giovani si è limitato al periodo delle agevolazioni fiscali.

[D: Quali suggerimenti vorresti dare al Governo?]
Ognuno faccia il proprio lavoro. Tuttavia vorrei far riflettere sul fatto che sono decenni che si parla di abbattimento del costo del lavoro e nessun Governo se n’è mai assunto la responsabilità. Tantomeno i Presidenti di Confindustria, come assumono il ruolo sembrano  dimenticarsi che che prima di essere Presidenti sono imprenditori. Per quanto riguarda le libere professioni e l’imprenditoria in generale, credo fermamente che il nostro sia un Paese punitivo. Quando mi trovo per lavoro o per vacanza negli altri Paesi europei, mi piace parlare con gli italiani all’estero. Il riscontro è deprimente: anche in Spagna, Paese che ha subito una forte crisi, lo Stato agevola l’imprenditoria. I controlli ci sono ad attività avviata e i funzionari preposti indicano quali sono i passi da fare per adeguarti alle normative aiutandoti a metterti in regola nella maniera corretta. Sono più dei consulenti che dei gendarmi. In Italia avviene proprio il contrario. C’è un libro bellissimo scritto da Luigi Furini, giornalista di Repubblica, che si intitola Volevo solo vendere la pizza. Le disavventure di un piccolo imprenditore che racconta la sua esperienza di piccolo imprenditore italiano alle prese con le lungaggini di un iter impossibile e burocraticamente ostacolante per aprire una pizzeria al taglio di 20 metri quadri. Come finisce la storia non lo svelerò, dico solo che in calce al libro viene riportata un’esperienza analoga di un suo amico che ha aperto la stessa attività in Inghilterra in tre settimane e compilando la modulistica on line e senza mai vedere un ufficio. Il nostro sistema ha l’obbiettivo di succhiare il più possibile subito, perché di fatto gli Amministratori durano poco e devono concretizzare nell’immediato. All’estero la filosofia è che quanto più duri, tanto più sarai un contribuente. E’ la logica della visione a lungo termine contro quella a breve.

[D: Come rispondi a quelli che continuano a dire che se le aziende si concentrassero su prodotti di alta qualità invece che su prodotti di massa, il costo del lavoro non sarebbe un problema?]
Rispondo semplicemente che il tessuto economico nazionale già esprime parecchie eccellenze in moltissimi settori manufattutieri. Il problema vero è il ricambio generazionale. Nella maggior parte delle aziende non si pensa ancora a come sostituire quei dipendenti che, per le loro competenze, sono di fatto degli artigiani iper specializzati che garantiscono la qualità di cui si fregiano molte imprese e i grandi marchi. Motivo per cui ci vengono a cercare dall’estero. Quello che mi chiedo è perché nessuno abbia ancora pensato a creare scuole di eccellenza per i nostri settori produttivi di punta, per formare i giovani in aula e poi on the job affiancandoli alle figure senior che piano piano andranno a sostituire. Sento grandi proclami sul fatto che nessuno tutela i prodotti italiani dalla contraffazione, in realtà siamo noi i primi a non tutelarci e a non investire sul futuro.

[D: Qual è la tua personale previsione del futuro?]
Il futuro lo conoscono i nostri governanti che stanno gettando oggi le basi del mercato di domani, i grossi economisti e gli analisti finanziari. Personalmente non sono pessimista, sono realista. Vedo una ripresa del mercato che fa ben sperare ma non vedo i grandi piani di sviluppo né da parte delle imprese, né da parte delle istituzioni. La grande assente è la cultura della formazione e questo porta ad avere aziende che non sono al passo con i tempi. C’è uno studio molto interessante che mostra come gli Stati che hanno investito in cultura abbiano le aziende più profittevoli; in Italia invece abbiamo avuto ministri che ci hanno detto che con la cultura non si mangia. Non puoi pretendere nulla dalla tua azienda e dai tuoi dipendenti se non gli offri l’occasione per imparare qualcosa di nuovo. Cultura, formazione e scuola sono le direttrici per un futuro migliore. Ci sono molte aziende che fanno unicamente la formazione obbligatoria sulla sicurezza e se gli parli di formazione manageriale, rispondono che loro di manager non ne hanno, senza accorgersi che chiunque abbia un ruolo di responsabilità è per definizione un manager… e questo la dice lunga.

[D: Quali sono secondo te le caratteristiche del manager del futuro?]
La prima è la preparazione, devi essere capace di fare ciò per cui sei stato chiamato. Questa che dico non è una banalità perché oggi abbiamo in molti settori manager che non sanno quello che fanno. La seconda è la curiosità. Secondo me oggi il responsabile a qualunque livello deve essere curioso, deve aggiornarsi ed informarsi su ciò che accade fuori dall’azienda, deve frequentare seminari, dibattiti, confrontarsi e fare rete con altri colleghi se non addirittura con i propri competitor. Il manager concentrato unicamente sul proprio lavoro non sta dando di più alla sua azienda, sta togliendo occasioni per evolvere e per migliorare. Il terzo fattore è la gestione del personale e del ruolo. Il buon manager deve saper delegare le mansioni che non conosce a chi sa fare meglio di lui. Se la tua filosofia è la vecchia massima del divide et impera o pensi che il dipendente ti debba ringraziare perché gli dai uno stipendio, sei sulla strada sbagliata. Il dipendente deve sentirsi valorizzato, solo così esprimerà al massimo il proprio potenziale.

[D: Ai giovani cosa vorresti dire?]
Fate esperienza di lavoro in azienda senza pretendere di ricoprire da subito posizioni apicali. Il mercato del lavoro c’è per quei giovani che hanno un minimo di voglia di fare, di umiltà e capacità comunicative. In Italia il mercato del lavoro è molto più difficile per gli over 40.

[D: Cosa vuoi dire al management?]
Un manager non è per sempre. Preparatevi in tempo per essere sostituiti. Un dirigente sa che il suo percorso in azienda ad un certo punto terminerà, non sempre per sua scelta. Quindi preparatevi in tempo, costruitevi un network perché al giorno d’oggi un manager che non comunica, che non si racconta o non crea un minimo di letteratura attorno a sé è destinato a perdere opportunità. Fondamentale oggi è confrontarsi con gli altri tramite il networking, la presenza su piattaforme di condivisione, sui blog tematici, o anche solo su Linkedin. Il manager che non tiene presente questo viene tagliato fuori. Non si può oggi prescindere dal networking; se ti devi ricollocare devi poter contare sulle persone con cui sei in contatto. La seconda cosa è guardate alla formazione in maniera diversa. Oggi con i fondi interprofessionali si possono acquistare pacchetti formativi diversi da quelli prettamente tecnici. L’azienda che permette al dipendente di colmare le proprie lacune, fidelizza molto di più rispetto a chi non lo fa, appiattisce il turn-over e attrae talenti. L’investimento in formazione è utile e costa poco rispetto al ritorno che garantisce.

*** Osvaldo DANZI, esperto di risorse umane, recruiter, fondatore della Business Community FiordiRisorse, intervistato da Piero Vigutto, Intervista ad Osvaldo Danzi, 'hrconsulting', 14 settembre 2016, qui


In Mixtura altri 8 contributi di Osvaldo Danzi qui

martedì 5 luglio 2016

#VIDEO / Management, semplicemente - 1 (Stefano Facheris)


Stefano FACHERIS, consulente e formatore
Lezione di management - Semplicemente 01
pubblicato da 'evolve', 3 luglio 2016
video 2min19

Due minuti imperdibili.
Misurati e 'gustosi', anche per la 'semplicità' con cui vengono proposti da Stefano Facheris: il racconto di un piccolo episodio di fabbrica che è una grande lezione di management da parte di un vecchio operaio. (mf)

In Mixtura 1 altro contributo di Stefano Facheris qui

giovedì 12 maggio 2016

#MOSQUITO / Management, se applicato alle persone è un crimine (David Gutmann)

E’ un errore fondamentale pensare che le persone possano essere oggetto di un ‘management’: anzi, è quasi un crimine. Come mai si potrebbe? Non sono oggetti, sono soggetti. E quando parliamo di ‘management’ delle persone, stiamo in realtà parlando della loro ‘manipolazione’. Il vero management è offrire, stabilire, mettere a disposizione le condizioni e le risorse perché le persone siano manager di se stesse, si governino da sole. (...) Io credo che l’etimologia di management sia ‘mens agere’ e, comunque, vera o falsa che sia questa mia interpretazione, il mio invito è a prendere per buona tale origine del termine. Agire dunque attraverso l’intelletto e l’affetto. Il solo management che riesce è quello che ‘procura’, ‘crea con’ le condizioni e le risorse affinché le persone agiscano consciamente, utilizzando il loro intelletto e il loro affetto. E’ la qualità dell’essere ‘co-autori’. Poiché ‘auctor’ è alla base di ‘auctoritas’. Il management politicamente è co-creare le condizioni e le risorse del lavoro, è l’autogestione. Psichicamente il ruolo essenziale del management è appunto il ‘contenimento’: un bravo manager è in grado di saper contenere. 

*** David GUTMANN, 1950, consulente francese e docente di Analisi e Trasformazione Istituzionale, intervistato da Oscar Iarussi, in David Gutmann e Oscar Iarussi, La Trasformazione. Psicoanalisi, desiderio e management nelle organizzazioni, Edizioni Sottotraccia, Salerno, 1999

mercoledì 24 febbraio 2016

#MOSQUITO / Manager, rischio professionale (Henry Mintzberg)

Il primo rischio professionale di un manager è la superficialità.
A causa del carattere aperto del loro lavoro e delle responsabilità che hanno rispetto all'elaborazione delle informazioni e alla definizione della strategia, i manager sono infatti portati ad assumersi un grande carico di lavoro e a svolgerlo spesso superficialmente. Di conseguenza il lavoro manageriale non crea dei pianificatori riflessivi; produce invece dei manipolatori di informazioni con forti capacità di adattamento.
"Non lo voglio perfetto, lo voglio per martedì!", è la battuta che ho sentito fare a un manager. Certamente alle organizzazioni serve che il lavoro sia portato a termine, ma davvero è così importante averlo "entro martedì"?

*** Henry MINTZBERG, 1939, accademico canadese, studioso di management, Il lavoro manageriale in pratica. Quello che i manager fanno e quello che possono fare meglio, FrancoAngeli, 2013
https://it.wikipedia.org/wiki/Henry_Mintzberg

mercoledì 8 luglio 2015

#MOSQUITO / Il leader vero non dice Io, ma Noi (Peter F. Drucker)

I leader più in gamba non pronunciano mai la parola io.
Non lo fanno perché si sono esercitati a non dire io ma perché, semplicemente, non pensano in termini di io ma di noi, in un'ottica di squadra.
E' questo che crea la fiducia e che fa in modo che si lavori bene.

*** Peter F. DRUCKER, 1909-2005, austriaco naturalizzato statunitense, economista, saggista ed esperto di management, dalla rete, qui 

(dal web)

Sempre in Mixtura, di Peter F. Drucker 1 altro contributo qui

giovedì 22 gennaio 2015

#BRICIOLE / Management

Pronome
L’uomo giusto al posto giusto: focus sul posto.
L’uomo giusto al posto che 'gli' è giusto: focus sull’uomo.
Un pronome: e cambia tutto

Misteri 
Riforma del lavoro.
Per ridurre la disoccupazione, si chiede libertà assoluta di licenziamento.
Misteri della teoria manageriale.

Cacciatore di teste
Cacciava teste. Le voleva lucide. Brillanti. Quadrate.
Godeva quando trovava cervelli intelligenti.
L'anima?
Non si può avere tutto.

Nuovi Capi
Era nuovo nella posizione.
Aprì la riunione di autopresentazione.
Disse ai nuovi collaboratori: l’obbedienza non è più una virtù.
Loro sorrisero: finalmente un capo col quale si poteva collaborare.
Poi lui aggiunse: purtroppo.

*** Massimo Ferrario, rielaborazione per 'Mixtura' da Bruscolini, 7, 'Rivista di Direzione del Personale', 2012

mercoledì 7 gennaio 2015

#IMPRESA & SOCIETA' / Management, caffè e 'ottimi soldati' (Massimo Ferrario)

Due episodi. 
Realtà. Non fiction.

(1) - Il titolare di un'azienda
Un amico mi racconta che un giorno, quando lavorava per la sua prima azienda in cui si occupava di vendite, incontrò il titolare di una famosa e grande azienda per una trattativa commerciale.
Il titolare chiama subito il Direttore Generale.
Il mio amico pensa: certo, è logico che sia presente anche lui. 
Il Direttore Generale accorre: è sulla porta, sull’attenti e sorridente. 
Il titolare, senza neppure degnarlo di uno sguardo e piuttosto imperiosamente, gli chiede di portare due caffè.
Il Direttore Generale esegue: torna con i due caffè e si accomiata, sempre sorridendo.

(2) - Il top manager di una multinazionale
Il top manager di un grande gruppo mi presenta un suo collaboratore di primo livello.
Lo definisce, sorridendo e convinto di esprimere un giudizio lusinghiero su di lui, un «ottimo soldato».
L’ottimo soldato (il dirigente di alto livello) sorride, mostrandosi orgoglioso del complimento.
Breve commento
Il primo episodio, riferitomi da fonte più che attendibile, va collocato diversi lustri fa. Ed è questo l'unico fattore di 'consolazione': forse oggi il direttore generale, magari continuerebbe a non partecipare alla riunione, ma almeno non porterebbe più il caffè. 
Il secondo episodio, vissuto direttamente, è più recente. A me sembra già terribile di per sé. Ma ancora più terribile è che troppo spesso, quando ho avuto occasione di raccontarlo in un’aula di formazione manageriale, ho dovuto spiegare perché questo aneddoto è terribile.
E dopo averlo spiegato non tutti hanno mostrato di averlo capito: se è vero che più di uno mi ha detto che in fondo 'ottimo soldato' è un giudizio positivo.
*** Massimo FERRARIO, Management, caffè e 'ottimi soldati', in 'spilli', 1 giugno 2013 (pubblicazione a circolazione limitata), poi ripubblicato in 'Mixtura', 7 gennaio 2015.

Disegno di Derambakhsh Kambiz, 1942, disegnatore iraniano

sabato 3 gennaio 2015

#RITAGLI / Management, leadership, lavoro

Se hai voglia di entrare in un mondo nuovo, ci riesci. Sono diventato membro del Cda nel settembre del 2012 e dopo tre mesi ho tenuto una presentazione in tedesco di un quarto d'ora durante il meeting annuale di tutti i top manager, senza una riga di appunti davanti. Alla fine ho incontrato Martin Winterkom, Ceo di Volkswagen, il capo supremo. Vedevo che durante il mio intervento mi guardava stupito e alla fine mi ha detto: «Ma allora, da oggi possiamo parlare in tedesco». Gli ho spiegato, in inglese, che era meglio di no: il mio lavoro è il marketing, quindi far sembrare grandi cose piccole. E così avevo fatto con il mio tedesco. La mia relazione l'avevo imparata a memoria, parola per parola, aiutato dai miei collaboratori. Anche la pronuncia. Per entrare in una cultura nuova si devono fare degli sforzi e a me vengono abbastanza naturali. Forse proprio perché li ho fatti da piccolo. È la prima cosa che suggerisco ai giovani: buttatevi, fate esperienza, cambiate ambiente, cultura; dovunque ci sono sempre cose da imparare, più o meno importanti.

[D: Che differenza c'è tra un manager e un leader?]
Lo spessore umano. Questo viene riconosciuto, sia dalla squadra che lavora con te sia da tutti i dipendenti dell'azienda o del gruppo per cui lavori. Non è sufficiente aver studiato tanto, lavorare duro, essere disciplinato, saper organizzare il lavoro o raggiungere gli obiettivi: questo fa un buon manager. Ma per coinvolgere gli altri, emozionarli, tirarti la gente dietro, soprattutto se si è in mezzo ai guai, devi avere altro: lo spessore, appunto. Cerco di lavorare su me stesso per trasmettere valori che siano condivisi. Il rispetto del lavoro degli altri conta molto. In Fiat dal mio ufficio vedevo il tetto di Mirafiori. Era il 2002, un anno cruciale e difficile. Spesso pensavo a quanti operai stavano sotto quel tetto e sapevo che loro dipendevano dalle scelte che avremmo fatto sul piano dove stavo io. ‘Se sbaglio, quelli vanno a casa’. Era un pensiero pazzesco, perché non si trattava di numeri, ma facce che conoscevo e che incrociavo nei corridoi o in mensa.

[D: Come si trova un punto di equilibrio con l'esercizio del potere?]
Fino a una decina d'anni fa ero il classico manager rampante modello Anni 80, che lavorava per carriera, ambizione, soldi, visibilità. Poi, siccome io ho una vita normale, senza passioni costose, a un certo punto mi sono fatto una domanda: ‘Cos'è che ti potrà motivare per i prossimi 20 o 30 anni fino a quando smetterai di lavorare?’. Ho trovato due risposte. La prima: trovarmi in situazioni in cui posso fare qualcosa che nessuno ha mai fatto prima. La seconda: vedere che la gente intorno a me cresce, anche nella leadership, e che magari comincia a fare cose anche meglio di come le faccio io. Mettere le persone nelle condizioni giuste per tirare fuori la loro genialità. Ecco, quando si creano queste condizioni io inizio a carburare, salgono le pulsazioni. Comincio davvero a divertirmi. Posso arrivare a dire di sentirmi felice. Ma non è che capiti sempre, intendiamoci. Anche a me toccano riunioni infinite, magari deludenti e giornate storte. Comunque aiuta non prendersi troppo sul serio, non dare mai le cose per scontate e chiedersi qual è il punto di vista dei nostri interlocutori. Non si comanda bene con la verità sempre in tasca.

[D: Cosa paga sul lavoro?]
Il fatto di farlo bene. La competenza, l'esperienza. Molto più delle cordate o degli appoggi. In Germania c'è una grande cultura dell'expertise e, su quella, si fa la selezione.

*** Luca DE MEO, marketing manager del gruppo Volkswagen, primo membro straniero del board di Audi, intervistato da Stefano Rodi, ‘Sette’, 2 gennaio 2015, estratto).



venerdì 19 dicembre 2014