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giovedì 19 ottobre 2017

#SENZA_TAGLI / Lavoro, visibilità in pagamento (Fabio Chiusi)

Italia, 2017. Una rivista per cui non ho mai collaborato - di cui ometto il nome per eleganza - mi propone di scrivere un editoriale, ma non specifica il compenso.
Lo chiedo.
Questa è la risposta:
"Per quanto riguarda il trattamento economico, capisco l'esigenza. La sua richiesta è sicuramente giusta e condivisibile. Tuttavia, XXXXX, che ospita prevalentemente esperti di alto profilo o figure istituzionali, generalmente non prevede compenso, essendo già una vetrina di spessore. Quando possibile, però, come nel suo caso, possiamo offrire un gettone di presenza simbolico, pari a 30 euro netti."
Mia replica:
"Grazie delle delucidazioni. Purtroppo apprezzo e capisco il potere delle vetrine, ma con la visibilità non si mangia, e non è moneta - per il mio giudizio - per retribuire il lavoro. Ma non credo faticherà a trovare un sostituto che la pensa altrimenti.
Buon lavoro".
Forse "lavoro", tra virgolette, sarebbe stato più appropriato. 
O lavoro "simbolico".

*** Fabio CHIUSI, giornalista e saggista, facebook, 18 ottobre 2017, qui



In Mixtura altri contributi di Fabio Chiusi qui
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giovedì 4 maggio 2017

#MOSQUITO / Lavoro, amore e odio (Primo Levi)

Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono. Questa sconfinata regione, la regione del rusco, del boulot, del job, insomma del lavoro quotidiano, è meno nota dell'Antartide, e per un triste e misterioso fenomeno avviene che ne parlano di più, e con più clamore, proprio coloro che meno l'hanno percorsa. Per esaltare il lavoro, nelle cerimonie ufficiali viene mobilitata una retorica insidiosa, cinicamente fondata sulla considerazione che un elogio o una medaglia costano molto meno di un aumento di paga e rendono di più; però esiste anche una retorica di segno opposto, non cinica ma profondamente stupida, che tende a denigrarlo, a dipingerlo vile, come se del lavoro, proprio od altrui, si potesse fare a meno, non solo in Utopia ma oggi e qui: come se chi sa lavorare fosse per definizione un servo, e come se, per converso, chi lavorare non sa, o sa male, o non vuole, fosse per ciò stesso un uomo libero. È malinconicamente vero che molti lavori non sono amabili, ma è nocivo scendere in campo carichi di odio preconcetto: chi lo fa, si condanna per la vita a odiare non solo il lavoro, ma se stesso e il mondo. Si può e si deve combattere perché il frutto del lavoro rimanga nelle mani di chi lo fa, e perché il lavoro stesso non sia una pena, ma l'amore o rispettivamente l'odio per l'opera sono un dato interno, originario, che dipende molto dalla storia dell'individuo, e meno di quanto si creda dalle strutture produttive entro cui il lavoro si svolge.

*** Primo LEVI, 1919-1987, scrittore e poeta, chimico, deportato e partigiano, La chiave a  stella, Einaudi, 1978


In Mixtura altri contributi di Primo Levi qui

martedì 25 ottobre 2016

#MOSQUITO / Lavoro, un po' di etimologia (Angelo Inzoli, Gerolamo Spreafico)

Il termine lavoro deriva dalla radice indoeuropea labh, termine composto a sua volta da due segmenti semantici: ottenere liberamente (l) e agendo con energia (bh). Di qui il senso di acquisire, prendere e ottenere con fatica. La sottolineatura sulla forza agita è inoltre rafforzata dalla connessione con la radice rabh che esprime la stessa azione di prendere ma con un'intensità maggiore: prendere possesso, agire con impeto, quasi con rabbia violenta. Da rabh, infatti, viene la parola rabbia e gli aggettivi capace e creativo. 

A ben considerare il termine lavoro è composto da un significato che si modula in due sfumature semantiche: la prima è quella che allude a un agire intraprendente che ottiene il possesso di beni esterni portandoli verso di sé. Alla base di questa prima sfumatura c'è l'esperienza della sovrabbondanza della vita e della generosità della natura, dell'offerta dei beni, che tuttavia non esimono dall'impegno dell'andare a cercarli e del prenderli. In termini teologici potremmo parlare di un primato della «Grazia», di ciò che è già dato (in termini di beni) e di una risposta - o accoglienza da parte dell'essere umano - rappresentata dal lavoro. Senza la risposta del lavoro quei beni (espressione della Grazia Creatrice) non nutrirebbero il corpo e quindi non potrebbero diventare - in quanto nutrimento - fonti di sopravvivenza terrena e, successivamente, segni di salvezza sovrannaturale.

Si comprende allora il senso rafforzativo della seconda sfumatura che struttura il termine lavoro dal punto di vista etimologico: il prendere, l'impossessarsi dei beni esige sforzo vitale, energia, rabbia creativa. Senza questa componente il prendere sarebbe inefficace, il cercare senza risultati, l'impossessarsi vano tentativo. Questa energia è dentro di noi, nascosta in ogni essere umano ed è al tempo stesso rabbia e creatività, cioè capacità ostinata e inventiva di trovare la strada che ci porta all'obiettivo, superando gli ostacoli che si inframmezzano tra la volontà e la sua attuazione. Che il lavoro sia manuale o intellettuale, semplice o complesso, nobile o umile, i^ esso ha in sé potenzialmente questa rabbia creatrice.

*** Angelo INZOLI, sociologo, e Gerolamo SPREAFICO, pedagogista, Lavorare ancora. La rigenerazione professionale degli over 50 in Italia, Erickson, 2016.

lunedì 7 marzo 2016

#MOSQUITO / Lavoro, e salute mentale (Christophe Dejours)

Il lavoro non è mai neutrale nei confronti della salute mentale: o il lavoro si inserisce come elemento mediatore nella formazione dell’identità e della salute, o viceversa contribuisce a disgregare l’identità, a distruggerla, e si trasforma in un elemento patogeno di grande potenza.

*** Christophe DEJOURS, 1949, psichiatra e psicoanalista francese, fondatore della psicodinamica del lavoro, citato da Fabrizio Bertorino, 'Impresa Diversa', linkedin, 8 marzo 2015

mercoledì 3 febbraio 2016

#MOSQUITO / Lavoro, siamo anche così (Gian Luca Rana)

Per far partire la produzione, ho portato da Verona una squadra di 20 persone, tra operai volontari e dirigenti. L’avvio è stato più complicato del previsto: ma loro hanno voluto fare, con me, turni di 20 ore di fila... Dall’altra parte, però, ho scoperto che gli italiani fanno fatica ad allargare la prospettiva. L’avventura negli States significa una città come Chicago, con il telefono pagato, la palestra - a cui ho iscritto tutti subito -, stipendio da trasferta. E l’emozione di una cosa nuova. Beh, su 1.200 dipendenti, non ho avuto la fila ma ho quasi dovuto spingere per trovarne 20... Certo, non posso dire che tutti gli italiani siano così, ci sono persone arrampicate sulle torri che dicono: vogliamo lavorare. Ma mi sarei aspettato un’esplosione di richieste.

[D: Come se lo spiega?]
Con un episodio avvenuto qualche giorno fa al mio direttore di stabilimento. «Mi ha chiamato una signora», mi ha raccontato. «Sono la mamma di Tizio: volevo dirle che non potete continuare a far lavorare mio figlio il venerdì sera. Questi ragazzi hanno la compagnia, devono socializzare... È stato giovane anche lei». 
Ho avuto anche un dirigente, assunto per fare l’esperienza Usa. Dopo aver fatto per un po’ il pendolare Verona-Bartlett, mi ha detto: non ce la faccio a star lontano da casa, cambio lavoro. 
C’è chi potrebbe dire: senti questo veronese strafottente, figlio di papà! Tutto vero, ma ricordo che in India ci sono milioni di persone che hanno fame, studiano come pazzi per diventare ingegneri, parlano un inglese perfetto, e arriveranno in Italia. Fra 20 anni faremo i conti. E non ce la caveremo perché siamo più ‘furbi’. 

*** Gian Luca RANA, imprenditore, ad del gruppo Rana, colloquio con Edoardo Vigna, Un tortellino veronese alla conquista del West, ‘Sette’, 19 ottobre 2012.

venerdì 18 dicembre 2015

#MOSQUITO / Lavoro, non accontentatevi (Steve Jobs)

Il vostro lavoro riempirà la maggior parte della vostra vita e l'unico modo per essere soddisfatti è fare quello che ritenete un buon lavoro, dovete amare quello che fate. Se non l'avete ancora trovato, continuate a cercare, non accontentatevi. Questo vale anche in amore. E come tutte le grandi storie diventerà sempre migliore grazie agli anni che passano. Continuate a cercare, non accontentatevi.

*** Steve JOBS, 1955-2011, informatico, inventore, imprenditore statunitense, fondatore di Apple, discorso ai laureandi dell'università di Stanford, 2005, citato in 'Origami', n. 6, 16 dicembre 2015


In Mixtura altri 3 contributi di Steve Jobs (anche con miei commenti provocatori) qui

venerdì 23 ottobre 2015

#VIDEO / Non smettere di divertirsi: gioco, divertimento, lavoro (Christian Zoli)


Christian ZOLI, esperto di giochi e di 'gamification'
Quando smettiamo di divertirci, TedxBologna, 2013
video, 19min31


Gioco, divertimento, lavoro: sono i concetti che vengono toccati in questo intervento.
Cosa significa 'hard fun' (Symour Papert)? E il termine 'flusso' (Mihalyl Csíkszentmihályi)?
Taglio 'leggero', coinvolgente. 
Linguaggio pacato, chiaro. 
Stimoli utili per ripensare i modi abituali con cui noi continuiamo a considerare, e organizzare, il lavoro. 
Nulla di particolarmente originale, come anche ammette il relatore: "le cose le sappiamo da tempo". 
Il problema è mettere finalmente in atto ciò che sappiamo. 
Ma è anche vero che per farlo, prima occorre si diffonda una maggiore consapevolezza del bisogno di 'cambiare le regole'. 
Lui, con la sua modalità, convinta, razionale, 'divertente', ci prova. (mf)

giovedì 17 settembre 2015

#VIDEO #DONNE / Lavoro, Maternità, Cambiamento (A. Puato, R. Querzé, M. Ricci Sargentini, M.S. Sacchi)

Lavoro, maternità, cambiamento
Interviste-Video
 di Alessandra Puato, Rita Querzé, Monica Ricci Sargentini
e Maria Silvia Sacchi
Il Tempo delle Donne, 'Corriere della Sera', 15 settembre 2015


Come vivono oggi le donne (e gli uomini) la maternità (paternità) e la crescita professionale? 
Qual è il loro rapporto con il lavoro? In questa video inchiesta, realizzata dalle giornaliste della 27sima ora, un ritratto delle madri italiane lavoratrici. 
Imprenditrici, manager, impiegate, libere professioniste, commercianti, colf si raccontano e danno suggerimenti su come cambiare le leggi per rendere più facile la conciliazione tra il lavoro e la gestione figli. Perché sia evitata l’emarginazione professionale. 
Le interviste sono state realizzate da: Alessandra Puato, Rita Querzé, Monica Ricci Sargentini e Maria Silvia Sacchi
(dalla presentazione del Corsera)

giovedì 13 agosto 2015

#RITAGLI / Giovani, no al lavoro e sì alle ferie (Amalia Signorelli)

Alcune notizie apparse sui giornali di agosto inducono perplessità. Operai occupati che si rifiutano di fare straordinari il giorno di Ferragosto; giovani disoccupati che accetterebbero un lavoro a patto che abbia inizio a settembre, perché “prima vogliono farsi le vacanze”.
Avevano ragione allora tutti coloro, Fornero in primis, che hanno accusato i giovani italiani di essere fannulloni, viziati, abituati a lavorare se e quando e come fa comodo a loro?
No, non credo che sia così semplice. (...)

Ci sono voluti alcuni anni e molto dolore perché fosse chiaro che non di flessibilità si trattava, ma di pura e semplice precarietà occupazionale di lavoratori sempre meno tutelati dalla legge nei loro diritti. Oggi, con una sorta di macabro umorismo, tutto questo è sancito per legge con il nome di “contratti a tempo indeterminato”.
Di fronte a questa situazione, è moralistico, se non addirittura stupido, pensare che l’unica cosa che non sia cambiata sia, soprattutto per i giovani, la concezione del lavoro, il modo di concepirlo e valorizzarlo. A fronte della precarietà strutturale, si pretenderebbe che i giovani amassero ancora il loro lavoro e si identificassero con esso come ai tempi in cui studio e lavoro erano duri ma efficienti ascensori sociali. E, comunque, essere un lavoratore significava avere, oltre il salario e una relativa sicurezza esistenziale, dignità, rispetto, considerazione, una rete di relazioni solidali, un posto nella società. La possibilità di pensare a costruirsi un futuro.
Oggi, ci si può identificare con un lavoro che puoi perdere tra sei mesi? Ci si può appassionare ad un’attività che tra un anno non sarà più tua? Ci si può impegnare a fare meglio un compito che può esserti tolto da un momento all’altro? O, paradossalmente, non è più saggio dirsi: “intanto posso andare in vacanza e ci vado e me la godo; poi…si vedrà”. Forse non è più saggio, ma sicuramente è una scelta migliore dal punto di vista dell’igiene mentale. Non fa bene a nessuno investire sistematicamente su scelte irrealizzabili e andare incontro, altrettanto sistematicamente, a cocenti delusioni. (...)

E i neoliberisti, come tanti scriteriati apprendisti stregoni con l’intento di migliorare la società mettendo in moto meccanismi che la peggiorano tragicamente, farebbero meglio a prendersela con se stessi.

*** Amalia SIGNORELLI, antropologa, saggista, Giovani: lavorare a Ferragosto? Meglio godersi le ferie, blog 'ilfattoquotidiano.it', 12 agosto 2015

LINK, articolo integrale qui

Sempre in Mixtura, 1 altro contributo di Amalia Signorelli qui

venerdì 3 luglio 2015

#SPILLI / Non cercare il lavoro, ti apparirà (M. Ferrario)

Marco MONTEMAGNO, imprenditore, public speaker
(dal web, via linkedin)


Diteglielo ai tanti giovani disoccupati in cerca di lavoro.
Basta che diventino «le persone più competenti, più capaci, che siano in grado di aggiungere più valore di chiunque altro...» e il lavoro, magicamente, apparirà.
Non lo devono cercare.

Come crearsi le competenze (per giunta le migliori sul campo) senza aver mai visto un lavoro perché si è pervicacemente disoccupati nonostante si provi di tutto per non esserlo, oppure si trovino soltanto dei mcjob ultra-precari e talmente cretini che non ti insegnano nulla perché sei tu che devi insegnare loro tutto, è un mistero glorioso che senz'altro Montemagno è in grado di spiegare.

Eppure, su linkedin, questa frase è piaciuta. 
Ed è stata pure inserita da una giovane che si qualifica 'in cerca di lavoro'. 

Come mai?
Provo a interrogarmi. 
Forse masochismo? Forse, al solito e come quasi sempre, scarso 'pensiero critico'? 
Anche.

Ma forse, più probabilmente, sono gli effetti di un (malinteso) inno quotidiano al 'selfempowerment': che agisce anche se non sappiamo cos'è, perché ci viene indotto dai valori correnti di una società in cui politici, istituzioni, imprenditori ed esperti di lavoro si deresponsabilizzano rispetto al ruolo che dovrebbero giocare e trovano comodo scaricare sui singoli individui la loro ignavia. 
Colpevolizzandoli (ma loro dicono 'responsabilizzandoli'), o perché sono troppo choosy (che in italiano vorrebbe dire schizzinosi, ma in inglese, secondo Fornero e company, fa più fino), o perché non si danno da fare abbastanza nell'essere imprenditori-di-se-stessi e trovarsi il lavoro-che-non-c'è. 

Naturalmente in questo processo di scarico, intellettualmente poco onesto, un aiuto non indifferente viene da troppi psicantropi più o meno amerikanoidi: o inconsapevoli di essere fan di una psicologia diventata psicologismo, o complici in vario grado della manipolazione cui prendono parte. 

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

venerdì 12 giugno 2015

#SENZA_TAGLI / Il lavoro come finzione (Furio Colombo)

[Lettera a Furio Colombo: «Leggo un po’ dappertutto sui giornali e in rete di una iniziativa francese: fingere di assumere giovani senza lavoro, organizzare per loro una azienda finta, farli lavorare con il dovuto orario e straordinario in una azienda che non c'è, e pagarli con assegni " fac- simile". Tutto ciò per tenerli su di morale. Mi sembra folle. Marzia»]

Invece si tratta di una rivelazione. Ecco il mondo in cui stiamo vivendo. 
Pensate all'Italia. Per ogni azienda che cambia contratto al giovane lavoratore, trasformandolo, da vero precario in un finto 'a tempo indeterminato con  protezione crescente', il primo ministro e celebrato autore del  'Jobs Act' , proclama la nascita di un nuovo posto di lavoro, anzi di diecimila, anzi di centinaia di migliaia, secondo i giorni e le occasioni. Di solito, ma sempre più mal volentieri, interviene l'Istat per correggere, cambiare, il più delle volte rovesciare i trionfali dati di governo. Ma non importa, si tratta di due realtà distinte, come le aziende 'attive', ma senza prodotto e senza paga dei francesi rispetto alla realtà della disoccupazione continua. Infatti il giorno in cui ascoltate la descrizione del nuovo mondo proposta da Renzi o da uno dei suoi sunniti, è perfetto e completo in sé, è così e basta. E il giorno (magari il giorno dopo) in cui si faranno sentire gli sciiti dell'Istat, sarà un altro discorso, magari un altro problema (ce ne sono tanti) ma non la smentita della trionfale notizia del giorno prima. 
Stiamo facendo esattamente come i fantasiosi francesi, la fabbrica finta che funziona, i contratti finti che piovono, le masse che tornano al lavoro affollando Melfi, la 'buona scuola' che è la prova in sé di essere la scuola nuova, i pensionati che accorrono spontaneamente (cominciando dai più poveri) a offrire la solidarietà, oppure, meglio, a pagare il dovuto alla staffetta generazionale (colpa degli anziani del secolo precedente se i giovani, di tre generazioni dopo non lavorano e avranno, se le avranno, pensioni più basse). 
Intanto si tributa onore a Marchionne per avere assunto mille operai dove ne aveva licenziati quattromila, e avere rimesso in movimento una fabbrica già esistente, lasciata vuota finora, ma senza alcuna traccia dei miliardi di investimenti promessi  varie volte sulla parola. 
Intanto il problema dei migranti, disperati e in aumento, è già stato risolto, senza chiacchiere, con la soluzione della opzione militare (colpire le barche, colpire i mercanti), comando italiano e mano ferma. 
Intanto arrivano a migliaia altri migranti e bisogna salvarli, ma questa è un'altra storia, come la finta azienda e la vera disoccupazione francese. 
Il fatto è che una scena, la finta soluzione di ogni problema, presentata con dettagli  ripetuti e accurati (e con molta irritazione per chi non ci crede) è parte di una narrazione di 'successi' (tanti, nel racconto) che si contrappone con forza al fatto, naturale e spiegabile, che ci siano qua e là, anche residui problemi da risolvere, perché la vita è dura e il momento, benché in piena ripresa, risente ancora di qualche difficoltà dei malgoverni venuti prima.  
La conclusione è un tributo all'onestà dei francesi che dicono chiaro: fate pure finta di lavorare, psicologicamente fa bene. Ma non dimenticate che l'azienda e la paga sono finti, e alla fine, se lo dite, non sarete redarguiti per disfattismo da Serracchiani, Rosati e tutto il gruppo di fuoco del Pd libero.

*** Furio COLOMBO, 1931, giornalista, saggista, già deputato e senatore, Il lavoro come finzione, rubrica 'a domanda rispondo', 'Il Fatto Quotidiano', 2 giugno 2015, qui.

Sempre su questo blog, 1 altro intervento di Furio Colombo qui


domenica 31 maggio 2015

#TAVOLE #LINK #LAVORO / Italia, non è certo un paese per giovani


da 'la Repubblica', 28 maggio 2015

*** Luisa GRION, L'Ocse boccia l'Italia: "E' agli ultimi posti per giovani disoccupati istruiti e competenti", 'la Repubblica', 28 maggio 2015

LINK, articolo integrale qui

Forse c'è chi 'gufa'. 
Ma la realtà è 'dura'. E fa semplicemente la realtà.
I numeri, se non sono tutto, qualcosa dicono.
In questo caso, qualcosa è praticamente tutto.. (mf)

lunedì 18 maggio 2015

#LINK #IMPRESA & SOCIETA' / L'età e l'atteggiamento verso il lavoro (Mara Martini)

Con l’avanzare dell’età, l’atteggiamento verso il lavoro migliora o peggiora?
(...)
Stereotipi ancora diffusi attribuiscono a chi ha maggiore anzianità professionale un progressivo disinvestimento nel lavoro, minore motivazione e maggiore distacco, sulla base dei quali i lavoratori più anziani vengono talora penalizzati, ad esempio nelle opportunità di sviluppo di carriera o valutazione della performance.
Uno studio del 2010 condotto da Thomas Ng e da Daniel Feldman che mette a confronto i dati di 802 lavori di ricerca in tema di atteggiamento verso il lavoro, tuttavia, evidenzia che i lavoratori più anziani si pongono verso le attività svolte, verso le persone con cui hanno relazioni professionali e verso le organizzazioni per cui lavorano in modo generalmente più positivo rispetto ai colleghi più giovani.

*** Mara MARTINI, ricercatrice Università di Torino, Età e atteggiamento verso il lavoro, 'Osservatorio Senior', senza data

LINK, articolo integrale qui

venerdì 15 maggio 2015

#LINK #IMPRESA & SOCIETA' / I robot rubano il lavoro (Nicolò Cavalli)

Uno spettro si aggira per l’Europa, quello dell’automazione. L’allarme è scattato la scorsa estate, quando i ricercatori di Bruegel, influente think-tank con sede a Bruxelles, hanno calcolato che tra il 45 e il 60% della forza lavoro europea rischia, nel corso dei prossimi decenni, di essere sostituita da robot governati da sofisticati algoritmi. 
(...)
Anche in Italia, insomma, emergono i primi segnali di una polarizzazione del mercato del lavoro: mentre una piccola categoria di lavoratori altamente qualificati cresce a livello numerico e retributivo, ma non in maniera sufficiente per trainare la ripresa, la classe media smotta verso occupazioni a bassa retribuzione, ma ancora al riparo dall’automazione. È una dinamica che da decenni sta svuotando la manifattura statunitense, dove secondo Carl Frey e Michael Osborne, che a Oxford studiano l’impatto delle nuove tecnologie sul mondo del lavoro, il 47 per cento dei 150 milioni di lavoratori statunitensi potrebbe essere sostituito da robot entro i prossimi vent’anni. 
(...)
... a rischio il 56,1% dei posti di lavoro italiani – cioè poco più di 12 milioni di occupati.

*** Niccolò CAVALLI, ricercatore e giornalista, I robot rubano posti di lavoro, 'internazionale.it', 13 maggio 2015

LINK, articolo integrale qui

mercoledì 6 maggio 2015

#MUSICHE & TESTI / Morti bianche su orizzonti neri (Marco Cinque)



Marco CINQUE, 1957
scrittore, saggista, fotografo, artista musicale
Morti bianche su orizzonti neri
testo, voce e fotografia di Marco Cinque
video, 4min56

segnalato in 'Canzoni contro la guerra', qui

A grappoli, giù, precipitati
da impalcature in subappalto, giù
seppelliti nel ventre senza fondo
di miniere affamate di profitti

più giù, ingoiati nel nulla siderale
di elenchi e statistiche e cifre e dati
taciuti da lingue biforcute che si agitano
sul volto putrefatto dell'informazione

oltraggiati da false lacrime versate
dagli stessi assassini che continuano
a pisciare sui vostri diritti negati
sulle vostre tombe dimenticate

sui vostri figli gettati in miseria
sui vostri nomi incisi nell'oblio
voi, schiavi di un tozzo di pane precario
vite in affitto dal vuoto a perdere

voi, morti bianche su orizzonti neri
destini promessi al vostro funerale
voi, in questa merda di futuro atipico
che avete costruito grattacieli per ricchi

per vederveli ripiombare addosso
assieme a montagne d'iniquità franate
in cimiteri di omertà & menzogne
come un rosario lungo una bestemmia

a recitare l'elenco sfigurato
d'ingiustizie dalla voce affabile
che pregano insostenibili promesse
sull'abisso immemore della sicurezza

voi, che soli avete sopportato il lutto
pagando il prezzo di un progresso ingrato
voi, eserciti senza onori né pubbliche fanfare
gridate, perdìo! un urlo che svegli la ragione

e accenda un cielo rosso di vergogna
più rossa dell'incendio tramontato
sulle macerie spente del sol dell'avvenir

voi, una bandiera strappata che sventola
nuda, a mezz'asta, nel vento stanco
dei nostri pugni arresi.

martedì 5 maggio 2015

#TAVOLE #LINK / Gli italiani e il lavoro (AstraRicerche-Manageritalia)


AstraRicerche-Manageritalia, aprile 2015

° ° °

AstraRicerche-Manageritalia, aprile 2015

Patrizia CAPUA, Più della metà degli italiani guarda ancora al 'posto fisso', 'Affari & Finanza', 4 maggio 2015
LINK, articolo integrale qui

Vedi anche, sempre sulla ricerca AstraRicerche:
(1) - Manageritalia, Il 56% degli italiani andrebbe all'estero, qui
(2) - Walter PASSERINI, Gli italiani alla vigilia del Primo maggio: il lavoro è importante, il Jobs act è rischioso. Nel sondaggio Manageritalia e AstraRicerche segnalati pericoli e opportunità, 'La Stampa', 29 aprile 2015, qui