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mercoledì 27 maggio 2020

#MOSQUITO / Pandemie, più che raddoppiate (Federico Rampini)

... la frequenza delle pandemie sta accelerando a dismisura. David Finnoff, della University of Wyoming, analizzando gli studi di statistica delle epidemie ha scoperto che in passato la media era di tre eventi globali in un secolo; ma dall’inizio del XXI abbiamo già avuto la Sars nel 2002-2003, la suina H1N1 nel 2009, la Mers nel 2012, l’Ebola nel 2014-2016, la Zika nel 2015 e una pandemia di febbre Dengue nel 2016. La frequenza era già piú che raddoppiata dagli anni Quaranta agli anni Sessanta. 
Una parte della spiegazione riguarda la nuova velocità e intensità dei flussi globali. La città di Wuhan, pur senza essere una delle maggiori attrazioni turistiche della Cina, nel 2000 aveva ospitato venti milioni di visitatori (per lo piú nazionali); nel 2018 erano saliti a duecentottantotto milioni con un incremento superiore al mille per cento. Da Wuhan a Pechino ci volevano dieci ore di treno, adesso con l’alta velocità ne bastano cinque. La sua stazione ferroviaria gestisce un miliardo e duecento milioni di viaggi all’anno. I passeggeri in volo tra la Cina e gli Stati Uniti erano stati settecentomila nell’anno della Sars; nel 2019, prima del coronavirus, erano saliti a otto milioni e mezzo.

*** Federico RAMPINI, 1956, giornalista e saggista, Oriente Occidente, Einaudi, 2020
https://it.wikipedia.org/wiki/Federico_Rampini


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mercoledì 31 luglio 2019

#VIDEO / Confronto sulla Sinistra (Federico Rampini, Corrado Augias)


Federico RAMPINI, 1956, giornalista e saggista
Corrado AUGIAS, 1935, giornalista e scrittore
Confronto sulla Sinistra
a proposito del libro di Federico Rampini, 
La notte della sinistra: da dove ripartire
Mondadori, 2019
da Rai3, 'Quante storie', programma tv diretto da Corrado Augias
9 aprile 2019
video, 29min11

Un confronto aperto e assai 'dialettico' tra due intellettuali di sinistra: emerge un dissenso netto, che parte da due visioni su molti punti assai diverse, del passato sicuramente, ma anche rispetto al che fare futuro. 
Una mezzora di video ben spesa: stimolante e provocante (mf)

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sabato 18 novembre 2017

#MOSQUITO / Russia, il paradosso (Federico Rampini)

Come ai tempi degli zar e poi nell’interregno sovietico, il paradosso russo rimane quello di sempre: un territorio gigantesco, una notevole forza militare, ma un’economia povera e irrilevante. Il Pil russo è di poco superiore a quello della Spagna (incredibile ma vero: e sono statistiche dell’Onu pubblicate annualmente col beneplacito degli stessi russi). Il reddito nazionale è più basso di quelli dell’India o del Brasile. L’economia russa è una frazione pari a un quindicesimo di quella americana. Quando la sfida Usa-Russia viene tradotta in termini economici, con grafici che illustrano la ricchezza nazionale, il mappamondo risulta sfigurato: sono gli Stati Uniti a essere vastissimi, mentre la Russia diventa piccola piccola. È come se gli Stati Uniti avessero di fronte un rivale della dimensione di uno dei loro Stati membri (e non di uno dei più grossi, come California o Texas).

*** Federico RAMPINI, giornalista e saggista, Le linee rosse: Uomini, confini, imperi: le carte geografiche che raccontano il mondo in cui viviamo, Mondadori, 2017


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giovedì 19 ottobre 2017

#MOSQUITO / Culture, assurdo rinunciare a stabilire gerarchie di valori (Federico Rampini)

Non è arrogante né presuntuoso stabilire, per esempio, che il contratto sociale scandinavo è preferibile – perché più equo, solidale, rispettoso – in confronto alle logiche del familismo amorale, del clan, della fedeltà tribale, del patriarcato, della sottomissione al leader, che sono radicate in tante nazioni di religione musulmana. Il discorso politically correct imperante da decenni ci proibisce di usare aggettivi come «superiore» e «inferiore». Ma questo è assurdo, perché rinunciando a stabilire gerarchie di valori precipitiamo noi stessi in un baratro d’insicurezza, smarrimento. Finché la vertigine del caos spinge alcuni di noi nelle braccia dei nuovi autocrati, dell’Uomo forte di turno che si affaccia dal balcone e promette di restaurare l’ordine antico.

*** Federico RAMPINI, 1956, giornalista e saggista, Il tradimento. Globalizzazione e immigrazione, le menzogne delle élite, Mondadori, 2016


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lunedì 9 ottobre 2017

#MOSQUITO / Musulmani e jihadisti (Federico Rampini)

È giusto, in prima istanza, lo slogan «Not in my name» usato in Francia e altrove dai manifestanti musulmani contro il jihadismo. «Non in nome mio» significa che i terroristi non devono appropriarsi dell’Islam, uccidere nel nome di una religione che non li giustifica affatto, una religione praticata peraltro da una maggioranza di non violenti. Ma dopo i cortei, una volta che si torna a casa, in famiglia e nelle moschee, il passaggio successivo esige che le comunità islamiche aprano una riflessione e una discussione su un altro tema: «Why in my name?». Perché nel mio nome? Perché i terroristi si chiamano Stato Islamico, perché il loro richiamo è proprio a quella religione? Rispondere a questo non chiama in causa solo gli esegeti, le autorità religiose o gli storici. Chiedersi «perché nel mio nome» significa affrontare le zone di contiguità fra i jihadisti e una parte dell’Islam moderato, non violento e pacifico (...).

*** Federico RAMPINI, 1956, giornalista e saggista, Il tradimento. Globalizzazione e immigrazione, le menzogne delle élite, Mondadori, 2016
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venerdì 25 agosto 2017

#SENZA_TAGLI / Trump, è malato? (Federico Rampini)

Tra i democratici (e qualche repubblicano) si riapre il dibattito sulla salute mentale di Trump. Rilanciato fra l'altro dalla sua inquietante performance due sere fa a Phoenix in Arizona, dove per 45 minuti ha parlato a braccio, insultando i giornalisti, in preda a una deriva vagamente paranoica. La maggior parte del comizio lo ha dedicato a citare se stesso, leggendo sue dichiarazioni precedenti, per smentire le accuse dei media sulla sua vicinanza all'estrema destra. Il tono si avvicinava al delirio egomaniaco: un uomo ossessionato a tal punto da quel che dicono di lui, può governare l'America?

La questione della salute mentale fu oggetto di una dotta diatriba nell'associazione psichiatri americani prima dell'elezione. Potrebbe aprire all'uso del 25esimo emendamento (interdizione per incapacità di svolgere le sue funzioni), teoricamente più semplice e veloce della procedura d'impeachment. Però a usare il 25esimo deve essere... il vicepresidente, d'intesa con gli altri membri dell'esecutivo. Pochissimo probabile, nonostante i mal di pancia tra repubblicani. E a sinistra c'è chi ammonisce i democratici: parlate sempre e soltanto di lui, così fate il suo gioco.

*** Federico RAMPINI, giornalista e saggista, Trump è malato?, blog 'estremo occidente', 24 agosto 2017, qui


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giovedì 2 febbraio 2017

#VIDEO / Trump, non basta fare leggi che piacciono solo a chi lo ha eletto (Federico Rampini)

Federico RAMPINI
giornalista, saggista
Non basta fare le leggi che piacciono solo a chi lo ha eletto
video 3min24

"Sei licenziato!" era l'urlo con cui Donald Trump liquidava i concorrenti ritenuti inadeguati nel suo programma 'The Apprentice'. E, come nel reality show, in molti palazzi dell'amministrazione Trump sta risuonando lo stesso grido. Tra i molti casi c'è il licenziamento della ministra della Giustizia ad interim Sally Yates che si rifiutava di applicare la legge che chiude le frontiere. "Il nuovo presidente capirà presto che non si trova in uno show e che non può comportarsi come un dittatorello - è il commento del corrispondente da New York Federico Rampini - perché ci sono ampi settori che non ci stanno ad applicare le nuove leggi". Contro il nuovo presidente si stanno muovendo anche tante imprese abituate ad avere manager e dipendenti immigrati.
(dalla presentazione)

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lunedì 23 gennaio 2017

mercoledì 9 novembre 2016

#VIDEO / Usa 2016, Le 4 sconfitte dei democratici (Federico Rampini)

Usa 2016, Vince Donald Trump
Federico Rampini
Le 4 sconfitte dei democratici. Un moto popolare per Trump
repTV, 9 novembre 2016
video 2min01

Federico Rampini: "Bisogna ricordare che in questo momento si sta consumando una vittoria dei repubblicani che è una quadruplice sconfitta per i democratici: perdono la Casa Bianca, non riconquistano il Senato, non riconquistano la Camera e questo significa che Trump eleggerà il giudice della corte suprema. Una destra trionfante"'.

sabato 5 novembre 2016

#SENZA_TAGLI / Campagna Usa, il momento della nausea (Federico Rampini)

"L'elezione del disgusto". Lo sospettavamo da tempo ma ora ce lo conferma l'ultimo sondaggio del New York Times: gli elettori sono proprio schifati da questa campagna. Ma la nausea è equamente ripartita? Non proprio, a quanto parte nelle rilevazioni sul livello di "entusiasmo" se la cavano meglio i repubblicani dei democratici. A conferma che alcune constituency cruciali per Hillary - neri, Millennial - rischiano di avere una bassa affluenza alle urne. In controtendenza positiva: gli ispanici stanno votando più che in passato.
Poiché nello sforzo finale bisogna soprattutto combattere l'assenteismo tra i propri ranghi, può essere utile ricordare i grandi numeri di questa elezione: nel 2012 votarono circa 127 milioni di elettori cioè un modesto 55% degli aventi diritto. E qui è utile introdurre delle distinzioni rispetto ai sistemi elettorali che prevalgono in Europa. Gli "aventi diritto" teoricamente sarebbero tutti i cittadini americani maggiorenni. Però, però. Anzitutto, chi ha subito una condanna penale spesso viene anche punito con la privazione del diritto di voto. E nel paese che ha il record di popolazione carceraria, sono numeri grossi. Poi, a differenza che in Italia e altri paesi europei, qui oltre ad essere cittadino, maggiorenne, bisogna iscriversi al registro elettorale, precisando la propria appartenenza (democratico, repubblicano, indipendente: peraltro questa affiliazione non impedisce di votare per chi si vuole). E' un piccolo passaggio burocratico, ma non tutti lo fanno anche perché significa spesso recarsi in un ufficio pubblico, tipicamente lo stesso che rilascia patenti di guida, fare file, perdere ore di lavoro ecc. ecc.

*** Federico RAMPINI, giornalista, saggista, Campagna Usa, il momento della nausea, blog 'estremo occidente', 4 ottobre 2016, qui


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lunedì 19 settembre 2016

#SENZA_TAGLI / Usa, Trump-Clinton, un voto comunque contro (Federico Rampini)

Riprendo dal sito Politico.com un'analisi dei più recenti sondaggi Usa da cui emerge che: il 43% dei repubblicani oggi pensa che Donald Trump non fosse il miglior candidato da selezionare per il loro partito; e il 41% dei democratici pensa la stessa cosa di Hillary. 
Inoltre, ecco il dato più allarmante: più di un terzo dei sostenitori della Clinton dichiarano che la voteranno per impedire che vinca Trump; e il 44% dei sostenitori di Trump dichiara che lo voterà pur di non (ri)vedere Hillary alla Casa Bianca. 
Non si ricorda un solo precedente nella storia degli Stati Uniti di un'elezione così pesantemente segnata dal "negativo". E' ovvio che la più antica liberal-democrazia del mondo non gode di buona salute, quando si appresta a eleggere il proprio presidente turandosi il naso e in odio alla parte avversa.

*** Federico RAMPINI, giornalista e saggista, L'America voterà "contro" i due candidati più odiati, blog 'Estremo Occidente', 'repubblica.it', 18 settembre 2016, qui


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sabato 13 agosto 2016

#LIBRI PREZIOSI / "Banche: possiamo ancora fidarci?", di Federico Rampini (recensione di M. Ferrario)

Federico RAMPINI 
"Banche: possiamo ancora fidarci?"
Mondadori, 2016
pagine 123, € 15,00, ebook € 8,99

Una domanda che si rivela retorica
Un saggio chiaro, agile, snello, in linea con le tante opere precedenti di Federico Rampini, che indaga con costanza e regolarità, su 'la Repubblica' e nei libri, i temi cruciali, sempre più globali, da cui il pianeta è attraversato. 
Come sempre, lo sguardo critico e problematico si unisce a una raccolta rigorosa e impietosa di fatti: impossibile non apprendere qualcosa di nuovo, o comunque non ritrovarsi positivamente riordinate, alla luce dei tanti elementi proposti, le nostre visioni e convinzioni.

Stavolta, il fuoco è sul mondo dell'economia e della finanza, visto anche al di là del nostro piccolo contesto italiano. Dunque una ricerca che tocca tutti: sia quelli che hanno in qualche modo a che fare con le banche per i loro risparmi, sia quelli che i risparmi non riescono a farseli perché arrivano a fatica a fine mese. I primi possono acquisire qualche elemento utile per essere più preparati nel decidere i loro investimenti, diminuendo le probabilità di venire turlupinati, come troppo spesso continua ad accadere; e i secondi, benché forse possa essere una magra consolazione, hanno modo di meglio capire perché sia così difficile far soldi se non si è già tra quelli che ce li hanno in abbondanza.

Alla domanda del titolo (Banche: possiamo ancora fidarci?) viene data risposta precisa nelle ultime pagine, ma si tratta di punti riassuntivi, tutti anticipati, con ampiezza di documentazione e supporto di fatti e teorie empiricamente fondate, nelle pagine precedenti.
La conclusione, e non si svela certo un finale sorprendente, è pessimistica. Forse, in Italia come altrove, la fiducia nei banchieri (già definiti da Rampini, anche in libri precedenti, come "i grandi banditi del nostro tempo") è ancora tutta da conquistare. E ciò che pure dopo la Grande Contrazione del 2008 è accaduto (per esempio, in Italia, nel 2015, il fallimento di più di una banca locale) dimostra che la lezione del passato non è stata appresa. Non solo in Italia, né le banche, né le autorità chiamate a controllare, né la politica che dovrebbe approntare leggi aggiornate ai tempi, hanno provveduto a imporre la sempre decantata trasparenza e a impedire comportamenti truffaldini, anche intervenendo in chiave repressiva con sanzioni penali individuali: le uniche forse, se poi effettivamente attuate, capaci di dissuadere dal ricommettere reati.

In sostanza, una denuncia dura, ma argomentata, che sembra dar corpo e ragione a chi, già nel secolo scorso, si chiedeva provocatoriamente cosa fosse 'rapinare una banca rispetto al fondarla' (Bertolt Brecht): sembrava una battuta paradossale, piena solo di ideologia anticapitalistica, ma il nostro secolo, dati alla mano, si sta incaricando di riempirla di realtà.
Eppure, proprio nelle pagine finali del libro, uno spiraglio parrebbe aprirsi, se non altro in chiave di riferimento esemplare. Se solo recuperassimo la figura di Amadeo Giannini, un genovese emigrato a San Francisco, ai primi del 900, forse torneremmo a pensare (noi tutti, ma banchieri, economisti e politici in primis) al vero e originario compito e scopo primario di banche e banchieri e avremmo la forza, se non di azzerare, almeno di contenere le derive perverse del 'finanzismo' arrembante. Fu lui, infatti, ci ricorda Rampini, che dopo il terribile terremoto del 1906, recuperò con le sue mani sotto le macerie i forzieri della Bank of Italy, da lui fondata due anni prima, e con i soldi caricati su un carretto e custoditi a casa sua si mise direttamente a dare credito al popolo minuto di negozianti e artigiani, facendo rinascere l'economia di quella città. Quella banca oggi si chiama Bank of America e se San Francisco oggi è ciò che è, probabilmente un piccolo merito è anche suo.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

https://it.wikipedia.org/wiki/Federico_Rampini

«
Due dati s’impongono alla nostra attenzione. Il primo riguarda il gigantismo della finanza, altrettanto mostruoso oggi di quanto lo era alla vigilia dell’ultimo crac. Strumenti altamente speculativi come i derivati valgono oggi 550.000 miliardi di dollari, una cifra talmente abnorme che gli americani, per risparmiare gli zeri, parlano ormai di 550 «trilioni». Se si aggiungono 86.000 miliardi di dollari di obbligazioni, e 60.000 miliardi di capitalizzazione delle azioni nelle Borse mondiali, il totale dei titoli finanziari esistenti sfiora i 700.000 miliardi. Cioè nove volte il Prodotto interno lordo di tutto il pianeta. La finanza non è «al servizio» dell’economia reale, al contrario la sovrasta, la comanda. 
Il secondo dato riguarda la nuova manovra lanciata dalla Banca centrale europea presieduta da Mario Draghi il 10 marzo 2016: fra le altre cose, include 1700 miliardi di euro di nuovi crediti concessi alle banche commerciali a condizioni eccezionalmente generose. Di questi, 320 miliardi in quattro anni sono dedicati alle banche italiane, con un trattamento di grande favore che non ha precedenti nella storia, perché Draghi «paga» le banche italiane purché facciano prestiti alle famiglie e alle imprese. Il profitto netto per le banche italiane, se usano questa opportunità, è di 5 miliardi. Una manna dal cielo sui bilanci delle banche. Sapranno finalmente restituire il favore al resto del paese? (Federico Rampini, "Banche: possiamo ancora fidarci?", Mondadori, 2016)

Le banche italiane hanno ricevuto aiuti consistenti dalla Bce di Draghi, dell’ordine di 250 miliardi. Ma questi aiuti non li hanno restituiti al paese, se non in minima parte. La penuria di credito, lo dice anche la Banca d’Italia, è stata per anni uno degli elementi di freno alla ripresa. (Federico Rampini, "Banche: possiamo ancora fidarci?", Mondadori, 2016)

Il primo problema è la cultura finanziaria del risparmiatore italiano: è molto lacunosa, è tra le più basse d’Europa, anche perché nessuno ha veramente cercato di migliorarla. Il secondo problema è la cultura finanziaria dell’impiegato bancario allo sportello: è modesta pure quella, perché le banche lo considerano un esecutore di ordini venuti dall’alto. Terzo problema: il conflitto d’interesse della banca, che sostiene di voler tutelare il suo cliente, ma in realtà lo raggira procurandosi capitale di rischio senza dirglielo. Quarto e ultimo: chi vigila sulle banche? La Banca d’Italia ha collezionato sviste, ritardi, errori. Gli infortuni della vigilanza istituzionale riempiono libri della storia economica italiana. In America, dalla crisi del 2008 (mutui subprime) hanno tratto la conclusione che bisognava creare un’authority federale apposita, solo per proteggere il risparmiatore che acquista prodotti finanziari. Non dico che sia un rimedio miracoloso. Ma è meglio della situazione italiana attuale. Che è stata così riassunta da un altro economista, Luigi Guiso, sul sito lavoce.info: «È un fatto noto e documentato dalla Consob che un’obbligazione emessa da una banca e collocata direttamente presso la propria clientela tende a rendere (molto) meno della stessa obbligazione collocata presso investitori sofisticati. E spesso rende meno di un titolo del debito pubblico, che non ha rischio di fallimento comparabile ed è facilmente liquidabile». Dunque la Consob che vigila sulla Borsa ha «documentato» che a volte le obbligazioni bancarie non solo sono meno sicure ma addirittura rendono meno dei titoli emessi dallo Stato italiano. 
Tradotto in termini (miei) solo un po’ più brutali: è un fatto noto e documentato che le banche italiane rifilano questi bidoni ai propri clienti – e stiamo parlando di 74 miliardi – senza spiegargli che li stanno ingannando, e che quei risparmi potrebbero essere investiti molto meglio, in titoli più solidi, spesso perfino con un tasso d’interesse superiore. (Federico Rampini, "Banche: possiamo ancora fidarci?", Mondadori, 2016)

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In mixtura altri 5 contributi di Federico Rampini (comprese due mie recensioni ai suoi libri  precedenti: "L'età del Caos, Mondadori, 2015 e "Rete padrona", Modadori, 2014), qui

domenica 26 giugno 2016

#LINK / Brexit, farà vincere Trump? (Federico Rampini)

Brexit può avere un impatto sull’elezione presidenziale americana? Gli Stati Uniti si considerano l’ombelico del mondo e difficilmente ammetterebbero di seguire tendenze nate altrove, tantomeno in una piccola isola dalla quale proclamarono l’indipendenza 240 anni fa (il 4 luglio 1776). C’è però una cinghia di trasmissione che passa dalla finanza e dall’economia reale. Lo shock di Brexit attraverso questa via può influire. Con quale esito? A caldo, ecco i miei due scenari. Diametralmente opposti. Tirateli pure ai dati: è sempre meglio che fidarsi dei sondaggi. (...)

*** Federico RAMPINI, giornalista e saggista, Brexit farà vincere Trump?, blog 'estremo occidente', 24 giugno 2016

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mercoledì 25 maggio 2016

#LINK / Usa, Sanders non si ritira (Federico Rampini)

L'analisi. Tra i democratici cresce l'irritazione per il mancato ritiro del senatore eletto nel Vermont. Ma lo sfidante di Hillary Clinton è convinto di essere in grado di battere Trump

(...) Anzitutto i sondaggi. Per quel che valgono, dicono che è in atto una spettacolare rimonta di Trump sulla Clinton, il tycoon newyorchese avrebbe annullato l’ampio vantaggio di Hillary e sarebbe ormai in un pareggio virtuale. Al contrario, in caso di duello Sanders-Trump gli stessi sondaggi continuano ad assegnare a Sanders una decina di punti di vantaggio. Poi c’è lo scandalo o presunto scandalo di molestie sessuali che Trump ha tirato fuori contro Bill Clinton. Sondaggi e scandali convergono nel dire una cosa: Hillary ha molte debolezze, che si possono riassumere in una sola, lei è percepita come un’esponente dell’establishment. Con tutti i segni negativi che questo comporta. Dal peso della sua storia passata (gli scandali del marito) ai legami con Wall Street. La novità della prima donna che può diventare presidente, viene quasi cancellata dal fatto che questa è una professionista della politica da sempre, fa parte di quelle élite contro le quali soffia impetuoso il vento del populismo. Sanders fa politica da una vita anche lui, ma è sempre rimasto ai margini dell’establishment, in tutti i sensi. (...)

*** Federico RAMPINI, giornalista e saggista, Usa 2016, sondaggi e scandali spingono Sanders a non ritirarsi, 'la Repubblica', 24 maggio 2016

LINK articolo integrale qui

venerdì 25 settembre 2015

#LIBRI PREZIOSI / "L'Età del Caos", di Federico Rampini (recensione di M. Ferrario)

Federico RAMPINI, "L'Età del Caos. 
Viaggio nel grande disordine mondiale", Mondadori, 20015 
pagine 327, € 18,50, ebook € 9,99

Federico Rampini ci ha abituati al suo stile: chiaro e preciso nell'analisi e nella raccolta dei fatti; intelligentemente argomentato e problematico dove serve; ricco di riferimenti al pensiero di esperti autorevoli, e anche originali, nei vari campi del sapere (dall'economia alla politica alla sociologia alla ricerca e all'innovazione delle tecnologie); in ogni momento teso a cercare di (far) capire la 'complessità', sempre più contraddittoria e confusa, del mondo che stiamo vivendo.

Quest'ultima sua opera rinforza la convinzione che l'autore è giornalista di razza.

Chi lo segue nella sua intensa attività di corrispondente dagli Stati Uniti tra le pagine de 'la Repubblica' ritrova i temi dei suoi articoli, qui rinfrescati e ricombinati, e collegati dal filo rosso che dà il titolo al libro: 'L'età del caos'.
È un dipinto ampio e colorato, che tocca ogni fronte del cambiamento che oggi squassa il pianeta nei punti più alti e avanzati del suo sviluppo: soprattutto in quelle aree geopolitiche in cui economia e tecnologia più stanno incidendo su società e politica, e dunque sulla vita anche quotidiana di tutti noi.

Il racconto (l'analisi e l'interpretazione di quanto sta accadendo) avvince, sia per contenuti che per forma: l'abilità del giornalista, che sa divulgare questioni complesse rendendole facili e accattivanti dentro fotogrammi brevi e impressivi, anche 'spezzando' il racconto con temi e ambienti geografici ogni volta differenti, mantiene la lettura fluida e mai noiosa. Sono squarci sulla complessità 'caotica' che ci avvolge: e ne esce un affresco articolato delle correnti che percorrono, anche in profondità, le acque del grande fiume in cui tutti noi, volenti o nolenti, stiamo navigando. 

Chi ama interrogarsi sulle tendenze future trova pagine su cui meditare. Ovviamente nessuno ha risposte certe e il libro, correttamente, si limita a squadernare problemi, instillando qualche domanda. Ma nel caos in cui siamo, individuare qualche traccia tendenziale su cui riflettere, magari evocando qualche linea di probabile futuro, è già molto: è un modo, per quanto labile e precario, di mettere un po' d'ordine nel disordine strutturale che è la cifra dell'epoca. 
E quindi di provare, se non a 'dominare', almeno a 'contenere' il caos: in fondo, anche così si governa l'ingovernabile.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

«
È vero, Obama sottolinea che il movimento delle delocalizzazioni in parte è rallentato. C’è stato, insieme a questa ripresa, un ritorno di attività manifatturiera sul territorio degli Stati Uniti. Con due distinguo importanti, rispetto all’industria di un tempo. Primo, la fabbrica di oggi dà lavoro a meno esseri umani e più robot; è l’automazione, insieme con nuove tecnologie come le stampanti tridimensionali, che può rendere competitivo fabbricare in America anziché in Cina. Secondo, anche nei casi in cui c’è stata una ripresa delle assunzioni di operai, bisogna guardare con attenzione ai loro livelli salariali. L’esempio dell’industria automobilistica di Detroit dà i brividi. Si sono create due classi ben distinte di operai. Gli anziani guadagnano i salari relativamente «elevati» di una volta. I nuovi assunti, in certi casi, guadagnano la metà. Un tempo non lontanissimo, i posti di lavoro dei colletti blu potevano essere un trampolino verso il «sogno americano»: una casa, l’università per i figli, una pensione dignitosa. Oggi questo è sempre meno vero. (Federico Rampini, L'Età del Caos. Viaggio nel grande disordine mondiale, Mondadori, 20015) 

Anche questo, in fondo, è un tratto distintivo dell’Età del Caos: la maggioranza dei capitalisti e top manager, nei loro comportamenti concreti e quotidiani, si disinteressano del destino di questo pianeta, o anche delle singole nazioni che cortesemente li «ospitano». Si comportano come se non ci fosse un domani. Spremere tutta la ricchezza spremibile nel breve termine, anche se interi pezzi della società vanno in malora, è il comportamento più diffuso. Non è questo il tratto distintivo di una grande classe dirigente, capace di costruire, di progettare, e così facendo di cementare consenso. Dove sono ancora abbastanza bravi, questi capitalisti estrattivi, è nel marketing elettorale. Una metà degli elettori americani continua a votare per dei leader e delle politiche che sono palesemente contrari ai loro interessi: il neoliberismo a oltranza della destra repubblicana arricchisce l’1 per cento a scapito del 99 per cento. Questo vale non solo per gli Stati Uniti: uno studio dell’Ocse di Parigi (l’organismo che riunisce tutti i paesi sviluppati) dimostra che fra il 1985 e il 2005, quindi ancora prima dell’ultima crisi, l’aumento delle diseguaglianze aveva «rubato» alla collettività il 4,7 per cento della crescita. La stragrande maggioranza di noi è stata impoverita da un modello di sviluppo patologicamente squilibrato, organizzato per concentrare i benefici al vertice della piramide. Ma dai tempi di Ronald Reagan, una poderosa fabbrica delle idee – think-tank ed eserciti di «esperti», reti Tv e radiofoniche, giornali e case editrici, più intere congregazioni religiose – alimenta la certezza che questo è il migliore dei mondi possibile. E chi vuole cambiarlo ha in mente Cuba o la Corea del Nord. (Federico Rampini, L'Età del Caos. Viaggio nel grande disordine mondiale, Mondadori, 20015)

«Hai mai visto le stelle, quelle vere?» La bambina risponde senza esitare: «No». «E un cielo blu?» «Una volta ne ho visto uno che era… un po’ blu.» «Nuvole bianche?» «Mai viste.» Il dialogo si svolge a Pechino tra Chai Jing, celebre giornalista televisiva, e una bambina cinese di 6 anni. È un passaggio del documentario Sotto la cupola, realizzato dalla stessa Chai Jing. La «cupola», noi diremmo la «cappa», è quella fatta di smog, che incombe per quasi 365 giorni all’anno su Pechino, Shanghai e tutte le città della Cina, nonché su tante zone rurali ormai dense di fabbriche. Sotto la cupola racconta la vita nel paese più inquinato del mondo, e il prezzo che i suoi abitanti pagano: i polmoni anneriti anche per i non fumatori, il sangue avvelenato, l’aumento di tumori, infarti, ictus. L’autrice ne sa qualcosa: a sua figlia diagnosticarono un tumore quando era ancora nell’utero materno, e i medici collegarono il male agli effetti dello smog. (Federico Rampini, L'Età del Caos. Viaggio nel grande disordine mondiale, Mondadori, 20015)
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sabato 2 maggio 2015

#TAVOLE #LINK / I Paesi più felici (World Happiness Report)

(fonte: World Happiness Reoport, Jeffey Sachs, economista statunitense)


«Il problema dell’Italia? Avete disinvestito dal capitale sociale, quel capitale che è fatto di fiducia reciproca, di relazioni solidali. Per questo siete solo al 50esimo posto nell’indice globale della felicità». Parla Jeffrey Sachs, l’economista americano che è tra gli artefici del World Happiness Report.» (...)
L’Italia è molto in fondo alla classifica, distanziata dalla Germania (26esima), dalla Francia (29esima), dalla Spagna (36esima). Peggio di noi, tra i paesi europei, sta la Grecia (102esima). 
Ma colpisce il fatto che la classifica è dominata proprio da paesi europei. Non si vive affatto male, nel Vecchio continente. 
Campioni di felicità sono scandinavi e nordici: occupano cinque delle prime dieci posizioni. S’infila nel plotone di testa anche la Svizzera. 
Tra le “super-felici”, due nazioni che fino a qualche tempo fa erano assimilate alla Grecia in quanto a disastri finanziari: Islanda e Irlanda, seconda e 18esima, tra le più serene d’Europa.

*** Federico RAMPINI, «L'Italia prenda esempio dalle nazioni del Nord: puntando sulla solidarietà sono felici e fuori dalla crisi», 'la Repubblica', 27 aprile
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giovedì 1 gennaio 2015

#LIBRI PIACIUTI / Rete padrona: niente luddismo, però molto pensiero critico (recensione di M. Ferrario)

Federico RAMPINI 
Rete padrona. Il volto oscuro della rivoluzione digitale
Feltrinelli, 2014
 pagine 278, € 18,00, ebook, € 9,99.

Apprezzo da sempre lo stile di Federico Rampini: a mio avviso uno dei migliori giornalisti di questi anni. Mi piacciono il suo taglio divulgativo, ma non superficiale, e la sua facilità di scrittura, che sa trattare in modo accattivante e con spirito sempre profondo e critico argomenti vari (economia, costume, cultura, politica...).

Ritrovo in questo libro le caratteristiche sopra richiamate.

A mio avviso un pregio resta l’abituale preciso ‘posizionamento’ dell’autore: che non cerca un’impossibile neutralità, ma, come sempre, riesce a evitare la faziosità.
Mi pare che l’esercizio della riflessione critica sia sempre più raro: Rampini, senza essere apocalittico nella sottolineatura di alcuni aspetti ‘pericolosi’ della rete o nella valutazione dei nuovi imprenditori, partiti libertari e finiti monopolisti, mette in fila fatti, raccoglie opinioni, argomenta l’analisi e offre stimoli per valutare.

Ne abbiamo bisogno.
Nessun atteggiamento ‘neo-luddista’ verso la rete o gli imprenditori che anche sulla rete hanno costruito il loro successo. Ma anche una doverosa operazione che smitizzi le facili credenze che vedono nel web una nuova automatica democrazia orizzontale che renderà tutti liberi e finalmente ‘padroni di se stessi’.

Non esiste realtà che non sia impastata di luci e ombre. La retorica del nuovo e del moderno che, in ogni campo, sembra voler rimuovere tutti i colori che non siano smaglianti, negando i grigi irritanti che colorano i dubbi e le perplessità, è pericolosa: perché ci impedisce di governare con consapevolezza e realismo proprio il nuovo (in questo caso sempre meno nuovo), tanto (troppo) osannato. 

*** Massimo Ferrario, per Mixtura


Per approfondire e allargare la riflessione alle questioni chiave che ci riguardano come cittadini, ottimo l'intervento-video di Federico Rampini, 'Repubblica-tv', 27min01, http://bit.ly/1BlNMCJ.

Così sintetizza il giornalista: 
«Internet penetra in ogni angolo della nostra vita. Dal lavoro al tempo libero. Dalla politica agli affetti. Ormai siamo di fronte a un tecno-totalitarismo: i nuovi padroni dell'universo si chiamano Apple, Google e Facebook. Amazon e Twitter. Nessuno di noi vorrebbe tornare indietro, e rinunciare ai benefici a cui siamo assuefatti. Ma, in cambio, c'è da pagare un prezzo. Che non riguarda solo la nostra privacy».