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domenica 15 novembre 2015

#VIGNETTE / Mauro Biani

Mauro BIANI
Attentati di Parigi, 'il manifesto', 15 novembre 2015

° ° °

Mauro BIANI
Spirito critico, 'il manifesto', 14 novembre 2015

° ° °

Mauro BIANI
Normalità del male, 'il manifesto', 12 novembre 2015

giovedì 18 giugno 2015

#SPILLI / Intelligenza e cambiamento (Massimo Ferrario)

(citazione attribuita a Stephen Hawking, via linkedin)

La citazione, che gira in rete come uno dei tanti mantra sul cambiamento, come fosse stampata sulla carta dei famosi cioccolatini, è attribuita a Stephen Hawking: nato nel 1942, britannico, fisico, matematico, astrologo, cosmologo. Un'autorità nello studio dei buchi neri e dell'origine dell'universo. E noto anche per la forza e determinazione con cui continua a combattere, con lo studio e l'impegno di scienziato, una grave malattia che lo ha reso immobile.

Nel mio piccolo, mi permetto di correggere la frase (di cui peraltro, non essendo indicato il testo da cui è ricavata, neppure si è sicuri della formulazione esatta) nei termini seguenti:

L'intelligenza è la capacità di scegliere il cambiamento: da attivare, o al quale partecipare, o al quale adattarsi, o al quale sanamente rifiutarsi (e, in questo caso quindi, da combattere in ogni forma di resistenza possibile).
» 
Quanto sopra per via del fatto (e dovrebbe essere ovvio: ma non lo è per certi 'psicologi', più sedicenti che reali, e troppi loro consimili plaudenti) che il cambiamento, quello che incontriamo in pratica, non è neutro, non è mai general-generico e non è mai né bello né brutto in assoluto. Ma è specifico, concreto e circostanziato. E ha sempre luci e ombre. E le ombre possono essere superiori alle luci, al punto che è bene dire di no. Facendo di tutto perché 'quel' cambiamento, se ci si può opporre, non passi. O comunque attivandoci perché 'quel' cambiamento possa essere corretto, deviato, riorientato. Operando in ogni modo perché 'quel' cambiamento si adatti a noi e non avvenga che noi, fatalisticamente, ci adattiamo a 'quel' cambiamento. 

Credo che questa mia banale convinzione, soprattutto se siamo professionisti che si occupano di cambiamento e di sviluppo delle persone nelle organizzazioni, non dovrebbe essere solo mia.

Se davvero vogliamo facilitare i processi di miglioramento di cui spesso parliamo (in qualunque contesto, micro e macro, e in noi stessi), è indispensabile che sviluppiamo (negli ambienti in cui viviamo e, prima ancora, in noi stessi) un robusto 'pensiero critico'. 

Il che è esattamente il contrario di quanto producono troppe slide propagandistiche che ci vengono buttate addosso o che noi stessi buttiamo addosso ai nostri malcapitati interlocutori (lettori di articoli; partecipanti di convention e seminari; naviganti di network).
Slide che crediamo d'effetto, ma che in realtà sono solo buone per incrementare il numero, già eccessivo, di 'spensierati boccaloni'.

Il cuore della frase da cui siamo partiti, oltre che citare il cambiamento, richiamava l'intelligenza. Anzi, aspirava ad essere addirittura una definizione (iper-riduttiva) di intelligenza. Bene: anche questa sarebbe intelligenza. 

*** Massimo Ferrario, Intelligenza e cambiamento, per Mixtura

venerdì 5 giugno 2015

#MOSQUITO / Senso critico (Luigi Zingales)

Uno studio recente ha messo in luce le diverse metodologie di insegnamento fra Paesi: i lavori di gruppo sono più frequenti nei Paesi nordici e negli Usa, mentre nell’Est Europa e nei Paesi del Medi-terraneo è più frequente che gli insegnanti parlino da dietro la cattedra e gli studenti si limitino a prendere appunti copiando dalla lavagna. In quello stesso studio, inoltre, si dimostra che il grado di capitale civico è maggiore nei Paesi in cui prevalgono i lavori di gruppo e minore in quelli in cui la maggior parte della lezione è occupata dalle spiegazioni degli insegnanti.
Come la fiducia, l’inclinazione all’impegno e alla critica è una componente del capitale civico. Una cittadinanza attiva è solita protestare se qualcosa non va. Reclamare costa; dal tempo e dall’impegno che richiede per formulare un reclamo scritto, al rischio di ritorsioni da parte dei propri superiori. Il beneficio del reclamo è condiviso da tutti: i reclami costringono l’autorità a rendere conto del proprio operato e forniscono un fondamentale feedback critico che può incrementare il sostegno ai mercati e il loro stesso funzionamento. Anche il più lungimirante degli uomini d’affari può commettere degli errori e faticare a individuarli se è circondato solamente da pareri positivi. Un diffuso senso critico è estremamente utile per ogni società, ed è per questo che negli Stati Uniti lo si insegna come valore già a scuola: si condanna chi ha paura di parlare apertamente, e si celebra chi, come Rosa Parks, ha avuto il coraggio di opporsi all’ingiustizia. 

*** Luigi ZINGALES, economista, docente di Impresa e Finanza all’università di Chicago, Manifesto capitalista. Una rivoluzione liberale contro l’economia corrotta, Rizzoli, 2012.

lunedì 13 aprile 2015

#RITAGLI / Il latino contro il digitale: per uno spirito critico (M. Fumaroli)

(...) Si è arrivati a incolpare il latino e il greco di essere i sintomi più scandalosi di un insegnamento di classe. In realtà, i ricchi se ne infischiano del latino e del greco; preferiscono mandare i loro figli a studiare nelle costose public schools inglesi e svizzere, infinitamente più eleganti ed elitarie dei nostri licei repubblicani. 
E poi c'è una seconda spiegazione: la superstizione del digitale, nuova religione chiamata a soppiantare tutte le antiche forme di educazione della mente, del cuore, dell'immaginazione. Benché di fatto il digitale possa essere utilissimo a uno spirito retto (ma purtroppo anche a quelli distorti! ), non potrà certo sostituire gli studi umanistici, che da tempo hanno dato buona prova nell'educazione di menti ben formate e libere. Il "tutto digitale" nell'insegnamento sarebbe il trionfo dello spirito gregario, e in prospettiva la scomparsa degli individui dotati di senso critico, soppiantati da anonime reti sociali di geek
Terza spiegazione: la miopia utilitarista di un economicismo totalizzante. Un punto di vista che non può e non vuole concepire la scuola e l'istruzione se non nell'ottica di un rendimento immediato.

[D: Come rispondere a chi sostiene l'inutilità di una lingua morta?]
Un'educazione puramente utilitaria sarebbe praticamente inutile: più che un'educazione, una tautologia. Con l'eccezione delle formazioni professionali d'alto livello, tutto ciò che è utile al mondo iperdigitale in cui viviamo oggi si apprende prestissimo attraverso la pratica e l'esperienza, più che con le teorie e i discorsi.

[D: Perché?]
Per eccellenza, l'apprendimento e la conoscenza del latino e del greco aprono alle giovani menti le prospettive di cui sono private dalla cultura esclusiva dell'utile e dell'immediato. La stessa cosa potrebbe valere per lo studio del sanscrito o del mandarino. 
Messaggere di un mondo lontano, ma non per questo meno umano, e riconoscibile come tale, queste lingue non sono poi tanto morte per i loro lettori e locutori; e aprono la mente alle differenze e somiglianze con altri mondi distanti dal nostro. Dal loro studio possiamo trarre l'esperienza necessaria a prendere le distanze dalla nostra attualità, e affrontare mondi diversi dall'umanità di oggi, con simpatia di principio e con distacco critico. 
In altri termini, si creano così le condizioni per l'esercizio della libertà di spirito. Se tra tutte le parti del mondo l'Europa è stata la più inventiva, la più libera dalla routine, la più innovatrice, la più curiosa di tutto ciò che è umano, se ha inventato l'umanità plurale che dobbiamo salvare dall'odio geloso dei nuovi barbari, è perché dai tempi della caduta dell'impero greco-romano fino ai giorni nostri la formazione degli europei si è fondata su una continua comparazione critica tra l'esperienza antica e quella moderna. L'esperienza antica in atto ha preservato quella moderna e cristiana in divenire dall'accontentarsi di imitare e ripetere. L'emulazione con l'antico, la risposta alla sfida dell'antico: ecco qual è stato il pungolo dello sviluppo della nostra Europa. Questo dialogo incessante e fecondo con le vestigia più sorprendenti del passato rappresenta un esempio unico. E non ha perso nulla del suo potere di far maturare le menti. 

*** Marc FUMAROLI, 1932, storico e saggista francese, intervistato da Vincent Tremolet De Villers, Fumaroli: "Il latino? Vittima del fanatismo", 'la Republica', 12 aprile 2015, da 'Le Figaro', traduzione di Elisabetta Horvat

mercoledì 8 aprile 2015

#RITAGLI / Pensiero 'positivo' e pensiero 'critico' (P.A. Rovatti)

Questo che a forza di crederci le cose diventano vere è un elemento terribile di infantilismo, sempre più italiano oltre che americano. (...)

[D: Vedere sempre il bicchiere mezzo pieno può nuocere?] 
Mi viene in mente l’ultimo film disneyano, La principessa e il ranocchio. La protagonista è una giovane cameriera nera che sogna di aprire un ristorante. Si danna, ma a forza di crederci ci riesce. Ecco, è lo spirito del tempo. Il messaggio entra nelle menti più innocenti e poi attecchisce in quelle dei grandi. (...)
Il pensiero critico mette a rischio chi pensa, aggiunge elementi di negatività ma così facendo produce il rinnovamento di sé. Mentre la positività sempre più spesso venduta in corsi di ogni genere appaga chi paga per frequentarli. Ma è una scorciatoia che non porta lontano.

*** Pier Aldo ROVATTI, filosofo, intervistato da Riccardo Staglianò, R.S., ‘la Repubblica’, 8 gennaio 2010.

Sempre in questo blog, due miei contributi in proposito:

#Spilli, Pensiero positivo e pensiero cretino
#Società, Felicità coatta e pensiero positivo

giovedì 1 gennaio 2015

#LIBRI PIACIUTI / Rete padrona: niente luddismo, però molto pensiero critico (recensione di M. Ferrario)

Federico RAMPINI 
Rete padrona. Il volto oscuro della rivoluzione digitale
Feltrinelli, 2014
 pagine 278, € 18,00, ebook, € 9,99.

Apprezzo da sempre lo stile di Federico Rampini: a mio avviso uno dei migliori giornalisti di questi anni. Mi piacciono il suo taglio divulgativo, ma non superficiale, e la sua facilità di scrittura, che sa trattare in modo accattivante e con spirito sempre profondo e critico argomenti vari (economia, costume, cultura, politica...).

Ritrovo in questo libro le caratteristiche sopra richiamate.

A mio avviso un pregio resta l’abituale preciso ‘posizionamento’ dell’autore: che non cerca un’impossibile neutralità, ma, come sempre, riesce a evitare la faziosità.
Mi pare che l’esercizio della riflessione critica sia sempre più raro: Rampini, senza essere apocalittico nella sottolineatura di alcuni aspetti ‘pericolosi’ della rete o nella valutazione dei nuovi imprenditori, partiti libertari e finiti monopolisti, mette in fila fatti, raccoglie opinioni, argomenta l’analisi e offre stimoli per valutare.

Ne abbiamo bisogno.
Nessun atteggiamento ‘neo-luddista’ verso la rete o gli imprenditori che anche sulla rete hanno costruito il loro successo. Ma anche una doverosa operazione che smitizzi le facili credenze che vedono nel web una nuova automatica democrazia orizzontale che renderà tutti liberi e finalmente ‘padroni di se stessi’.

Non esiste realtà che non sia impastata di luci e ombre. La retorica del nuovo e del moderno che, in ogni campo, sembra voler rimuovere tutti i colori che non siano smaglianti, negando i grigi irritanti che colorano i dubbi e le perplessità, è pericolosa: perché ci impedisce di governare con consapevolezza e realismo proprio il nuovo (in questo caso sempre meno nuovo), tanto (troppo) osannato. 

*** Massimo Ferrario, per Mixtura


Per approfondire e allargare la riflessione alle questioni chiave che ci riguardano come cittadini, ottimo l'intervento-video di Federico Rampini, 'Repubblica-tv', 27min01, http://bit.ly/1BlNMCJ.

Così sintetizza il giornalista: 
«Internet penetra in ogni angolo della nostra vita. Dal lavoro al tempo libero. Dalla politica agli affetti. Ormai siamo di fronte a un tecno-totalitarismo: i nuovi padroni dell'universo si chiamano Apple, Google e Facebook. Amazon e Twitter. Nessuno di noi vorrebbe tornare indietro, e rinunciare ai benefici a cui siamo assuefatti. Ma, in cambio, c'è da pagare un prezzo. Che non riguarda solo la nostra privacy».