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venerdì 15 settembre 2017

#RITAGLI / 'Pensiero positivo', il lato negativo (Paola Emilia Cicerone)

(...) Pensare che “per essere felici basta volerlo” - il messaggio rimandato da decine di manuali di auto aiuto - può mettere in crisi i più fragili, colpevolizzando chi non riesce a risollevarsi. Sembrano confermarlo due studi recenti apparsi sulla rivista Motivation and Emotion: nel primo Karin Coifman della Kent State University mostra come le emozioni negative possano aiutarci a gestire meglio le situazioni difficili. Mentre per il secondo, uno studio sperimentale firmato da Elisabeth Kneeland dell’Università di Yale, chi ritiene che gli stati emotivi non siano immodificabili, e possano quindi essere condizionati, tende a sentirsi in colpa per le proprie emozioni negative.

A essere sotto accusa, secondo la rivista americana, è la psicologia positiva, un filone di ricerca che si basa sulla psicologia umanista di Abraham Maslow e Carl Rogers. Sono stati loro i primi a notare, negli anni ’50 del secolo scorso, come la ricerca psicologica si fosse focalizzata sugli aspetti più oscuri della personalità umana, trascurandone la potenzialità e le risorse nell’ottica di un funzionamento ottimale. Anche se il merito di averne ripreso le idee di fondo, aprendo lo studio del “positivo” a una seria indagine scientifica, va soprattutto a Martin Seligman - già presidente dell’American Psychological Association e oggi responsabile del Centro di psicologia positiva dell’Università della Pennsylvania - insieme con altri, tra cui vale la pena di citare il nome di Mihaly Csikszentmihalyi.

Negli ultimi anni, però, la psicologia positiva ha avuto un crescente successo soprattutto nella versione popolarizzata e divulgativa, utilizzata spesso anche nella formazione aziendale e nell’esercito. Una semplificazione che ha attirato molte critiche da parte di chi pensa che l’ottimismo a priori - quello che la psicologa Barbara Held definisce la “tirannia dell’atteggiamento positivo”- possa fare più male che bene, colpevolizzando chi non riesce a vedere l’aspetto positivo dei guai con cui deve fare i conti.

Diversi studi sembrano alimentare lo scetticismo: una ricerca australiana realizzata nel 2012 mostra che le persone tendono a sentirsi più tristi quando pensano che gli altri si aspettino da loro un atteggiamento ottimista. Mentre altri studi mostrano che, in determinate situazioni, visualizzare l’esito positivo di un compito che ci spaventa come un esame o un colloquio di lavoro - una tecnica frequentemente proposta da corsi e manuali di auto aiuto - può rendere il successo meno probabile.

Anche perché – e forse questa è l’obiezione più interessante e solida avanzata dal reporter americano - un irragionevole ottimismo può tradursi in un atteggiamento superficiale, o nell’ostinazione a negare una verità non gradita, come il fatto di non essersi preparati a dovere.

Tanto che secondo la giornalista Barbara Ehrenreich - autrice di Bright-Sided: How Positive Thinking Is Undermining America - la crisi economica del 2008 sarebbe stata causata anche dall’irrazionale ottimismo di quanti rifiutavano di credere al possibile fallimento di operazioni finanziarie azzardate.

Una preoccupazione legittima, resta da capire se queste evidenze rappresentino critiche effettive alla psicologia positiva. “In questo modo si rischia di banalizzarla: il giornalista fa lo stesso errore che attribuisce agli psicologi. Semplificando un pensiero complesso, che non lavora solo sulle emozioni, ma sul funzionamento normale - e, potenzialmente, ottimale - dell’essere umano, sia dal punto di vista emotivo che da quello cognitivo”, spiega Marta Bassi, ricercatrice universitaria e past president della Società Italiana di Psicologia Positiva.

L’idea della psicologia positiva, insomma, non è quella di “prescrivere” la felicità proponendo scorciatoie o facili ricette, ma di aiutare le persone a trovare un senso e una ragione di speranza anche nelle circostanze più difficili. Non a caso, molte delle ricerche realizzate in questo settore riguardano persone che si trovano in situazioni difficili, disabili o malati e loro familiari: “Non puoi chiedere a chi assiste un familiare malato terminale se è felice nella situazione in cui si trova, se per felicità intendi solo un’emozione positiva - osserva Bassi - ma se ti riferisci alla consapevolezza di quello che c’è di buono anche in un’esperienza così dolorosa - la vicinanza delle persone care, la possibilità di sentirsi utili e di essere vicini in un momento difficile- allora può arrivare una risposta che stupirebbe chi in una tragedia umana non sa vedere altro che l’inevitabile sofferenza”.

E’ questa la differenza tra l’Edonia - un concetto di benessere molto semplificato, che tende a ridurre la felicità al vissuto di emozioni positive, sviluppato soprattutto in ambito statunitense - e l’ Eudaimonia, un benessere che nasce dalla capacità di dare un senso alla propria esistenza e di funzionare quanto meglio possibile, date le circostanze. “Anche vivendo la sofferenza, quando è necessario, senza dimenticare che il dolore può essere un’occasione di crescita personale - osserva Bassi - tanto che la psicologia positiva parla di crescita post traumatica (Postraumatic growth o PGT)”.

Anche Seligman in realtà non parla mai di ottimismo a tutti i costi ma di resilienza, ossia della capacità di recuperare rispetto a un’esperienza problematica: il termine, mediato dalla fisica, indica originariamente la capacità di un materiale di resistere a un urto senza rompersi. “E la resilienza passa anche attraverso il dolore, l’accettazione del fatto che esiste un problema che deve essere gestito e se possibile risolto “, prosegue Bassi. Tenendo conto che non tutti sono uguali, e per qualcuno affrontare le avversità è più difficile, “ma il merito della psicologia positiva è proprio quello di cercare di capire come aiutare le persone ad attivare al meglio le proprie risorse”. Tenendo conto della personalità di ogni individuo, del suo equilibrio - “è comprensibile che chi soffre di ansia si senta schiacciato da un perentorio invito a essere felice” - e soprattutto del contesto sociale e culturale.

Che è, in fondo, quello contro cui si mobilita Newsweek: “Può succedere che chi vive emozioni negative si senta in colpa, ma il problema sono le pressioni sociali, non la psicologia positiva, che piuttosto di tali pressioni cerca di comprendere gli effetti - osserva Bassi - Siamo parlando di un messaggio che arriva da una società che ci vuole performanti a ogni costo, e impone modelli sociali cui stare dietro è difficile”.

E quindi, può avere senso ricordare che i corsi che spuntano un po’ dappertutto, all’insegna di “se lo vuoi davvero, ci riuscirai”, possono ferire i più deboli e aumentare l’ansia di chi sente di non farcela. E che - lo ricordano alcune delle ricerche citate da Newsweek - un momento di cattivo umore può renderci più persuasivi e perfino migliorare la nostra memoria. “Ma soprattutto - conclude Bassi - è importante ricordare che la personalità umana è troppo complessa per racchiuderla in uno slogan“.

*** Paola Emilia CICERONE, giornalista, Anche il 'pensiero positivo' ha il suo lato oscuro, 'L'Espresso', 21 settembre 2016

LINK articolo integrale qui


In Mixtura, in tema di 'pensiero positivo', si può leggere:
°°° M. Ferrario, #Spilli, Ottimismo, il pericolo di minimizzare il pericolo, 23 febbraio 2017
https://masferrario.blogspot.it/2017/02/spilli-ottimismo-il-pericolo-di.html

°°° #LibriPreziosi, La legge del contrario, di Oliver Burkeman, recensione di M. Ferrario, 8 febbraio 2016
https://masferrario.blogspot.it/2016/02/libri-preziosi-la-legge-del-contrario.html

°°° Carla Fiorentini, #Link, Ancora sul pensiero positivo, 24 febbraio 2015
https://masferrario.blogspot.it/2015/04/link-impresa-e-societa-ancora-sul.html

°°° M. Ferrario, #Spilli, Pensiero 'positivo' e 'pensiero cretino', 14 febbraio 2016
https://masferrario.blogspot.it/2015/02/spilli-pensiero-positivo-e-pensiero.html

In Mixtura ark #Ritagli qui

lunedì 7 novembre 2016

#MOSQUITO / Guardare in luce positiva (Daisaku Ikeda)

Guardare gli eventi e le situazioni in una luce positiva è importante. 
La forza, la saggezza e la gioia che accompagnano un simile atteggiamento portano alla felicità.
Guardare le cose con ottimismo o benevolenza non significa essere stupidamente ingenui e permettere agli altri di approfittare della nostra buona disposizione d'animo.
Significa avere la saggezza e l'intuizione di muovere le cose in direzione positiva, considerandone l'aspetto migliore pur rimanendo concentrati sulla realtà. 

*** Daisaku IKEDA, 1928, maestro buddista giapponese, Giorno per giorno, Edizioni Esperia, 2011


In Mixtura 1 altro contributo di Daisaku Ikeda qui

mercoledì 11 novembre 2015

#SGUARDI POIETICI / Il bicchiere e la bottiglia (M. Ferrario)

Chi si è abituato 
a vedere il bicchiere mezzo pieno
ormai non lo sogna più 
tutto pieno
ma vede addirittura al suo posto 
una bottiglia:
ed è sbronzo come se 
se la fosse già bevuta.

E' l'effetto di quel vapore 
drogante
spacciato dai sacerdoti 
della felicità obbligatoria
che impongono in testa 
come unico pensiero
il pensiero fisso di un (non)pensiero
che sia sempre e solo positivo.

Come per ogni sbronza
- dopo -
potrebbe arrivare quel senso di 
tristezza 
sana e salutare
che si chiama 
ritorno alla realtà.

Ma quando la tristezza 
è detestata
perché è sentita patologica
e la realtà ha il limite 
di avere come limite
di essere  
semplicemente
realtà
urge continuare 
truffare: 
se stessi gli altri e la
realtà.

Per credere di stare meglio 
e spostare in là
- sempre più in là -
il momento 
in cui si starà 
peggio:
senza bottiglia e senza bicchiere,
soltanto con la
realtà. 

Accade quando non si vuole
- e neppure si sa più -
vedere il bicchiere
né mezzo pieno né mezzo vuoto
ma semplicemente
- realisticamente -
per quello che è:
a metà.

*** Massimo Ferrario, Il bicchiere e la bottiglia, inedito, per Mixtura

mercoledì 21 ottobre 2015

#MOSQUITO / Pensiero positivo, cosa dicono le ricerche (Gaetano Prisciantelli)

L’ottimismo aiuta a vivere meglio. Ma è vero che tiene lontane le malattie e favorisce la guarigione? È una credenza piuttosto radicata.
Un gruppo di studiosi della Danish Cancer Society coordinati da Naoki Nakaya ha cercato di far luce sulla questione attraverso un poderoso studio epidemiologico, che ha messo a confronto le storie cliniche e i profili psicologici di quasi 60 mila persone distribuite tra Svezia e Finlandia. La conclusione, pubblicata sulle pagine dell’American Journal of Epidemiology, non è rincuorante: dai dati sul cancro relativi al periodo compreso tra il 1974 e il 2004 non emerge alcun effetto dell’indole dei pazienti sulla probabilità di ammalarsi e sulla capacità di rispondere alle terapie. Il potere dei nostri pensieri, a quanto pare, è limitato. 
È quanto sostiene, osservando la questione da un punto di vi-sta sociologico, anche Barbara Ehrenreich nel suo saggio Smile or Die. How Positive Thinking Fooled America and the World, ovvero Sorridi o muori. Come il pensiero positivo si è preso gioco dell’America e del mondo (Granta Books). 
L’autrice, che è anche specializzata in immunologia e ha dovuto affrontare in prima persona una terapia anticancro, critica quella che definisce «ideologia dell’ottimismo». 
«Non sono favorevole ai catastrofismi, tuttavia è bene limitare gli eccessi del pensiero positivo». Perché ingannare se stessi è un errore, dice, e poi perché da punto di vista etico non è corretto insinuare che le sofferenze di una persona possano dipendere dai suoi pensieri. 
Ehrenreich ha poi osservato gli effetti dell’«ottimismo obbligatorio» su diversi aspetti della vita americana, la finanza per esempio, un settore in cui, alla vigilia del crollo dei mercati finanziari del 2008, molti analisti vennero licenziati perché «pessimisti».

Anche il sorriso obbligatorio, richiesto in alcuni luoghi di lavoro, non sembra efficace. 
Brent Scott e i suoi colleghi della Michigan State University hanno osservato per due settimane un gruppo di conducenti d’autobus. Ad alcuni hanno chiesto di sorridere sempre ai passeggeri. Agli altri è toccato un compito più complesso: concentrarsi su pensieri piacevoli e sorridere di conseguenza. 
Gli autisti dal sorriso ‘obbligato’ risultavano più stressati e inclini all’assenteismo. 
Ma poi anche gli autisti del ‘pensiero positivo’ riferivano sentimenti negativi. 
«Certi espedienti» dice Scott «aiutano nel breve periodo, ma poi rischiano di allontanare le persone dalla realtà».  

*** Gaetano PRISCIANTELLI, giornalista, Pensare positivo, ‘Il Venerdì di Repubblica’, 11 marzo 2011.


In Mixtura, in tema di pensiero positivo si veda altri 7 contributi qui

martedì 20 ottobre 2015

martedì 23 giugno 2015

#MOSQUITO / Karoshi, ma pensa postivo (Kashima Takashi)

‘Karoshi’ è una parola giapponese che vuol dire ‘morte improvvisa da sovraffaticamento’. E in Giappone colpisce sempre più spesso le donne, in particolare le ragazze all’inizio della loro carriera. (...) Finora le vittime erano soprattutto insegnanti o infermiere. Ma oggi le categorie colpite sono sempre più numerose. Dal 1988 al 2002 l’associazione delle donne vittime di ‘karoshi’ si è occupata di 32 casi. I più colpiti restano gli uomini. Secondo un esperto, l’avvocato Kawahito Hiroshi, la ragione è che ‘gli uomini preferiscono non assentarsi dal lavoro anche quando stanno male o soffrono di depressione’. 
Tuttavia sono sempre di più le donne che lavorano in posti dove non si bada all’orario e il clima in ufficio le costringe a diventare ‘pseudouomini’ per fare carriera. (...)
«Sono esausto, depresso e non riesco a prendere sonno. Vorrei consultare un esperto». A un dipendente che ha avanzato questa richiesta, un dirigente ha risposto: «Sei immaturo e senza spina dorsale. Pensa in positivo, così risolverai tutto!». Questa testimonianza è stata trovata nel testamento di un suicida. 

*** Kashima TAKASHI, ricercatore giapponese, In Giappone lavorare uccide, ‘Internazionale’, 20 febbraio 2004, tradotto da ‘Nihon Keizai Shimbun’, Giappone.

Su karoshi


venerdì 24 aprile 2015

#LINK #IMPRESA E SOCIETA' / Ancora sul 'pensiero positivo' (Carla Fiorentini)

Come sa chi mi conosce, il 'pensiero positivo' rappresenta da tempo un mio 'tormentone polemico'.
Ogni tanto, però, si incontrano interventi sul tema intelligenti ed equilibrati.
Come questo, che qui segnalo, di Carla Fiorentini: è in due parti, ma si legge in un baleno.
Come indicavo anche nell'articolo sul blog che Carla Fiorentini ha qui gentilmente citato, sono un 'seguace' di mia nonna (!): la quale non conosceva, per sua fortuna, il pensiero positivo, ma ha applicato lungo tutta la sua vita, in occasione delle tante avversità (vere) che ha dovuto affrontare durante il feroce secolo scorso, uno stile, peraltro antico, che io chiamo di 'pensiero confidente'. 
Forse questo pensiero ha qualcosa a che fare anche con le utili riflessioni di Carla Fiorentini.  (mf)

° ° °

« Il pensiero positivo è uno degli argomenti più discussi, e maggiormente “di successo” in questo periodo. Digitando “pensiero positivo”, Google offre ottocentomila risultati in meno di un secondo: articoli, siti dedicati, libri, corsi di formazione. Basta però grattare appena appena sotto la superficie di chi parla di pensiero positivo, e soprattutto di chi lo promuove o lo sbandiera ai quattro venti, per trovare molte contraddizioni, pareri e opinioni divergenti, e ancor più spesso confusi. (...)
Il web è pieno di spiegazioni, più o meno chiare, di queste teorie.
Però concordo appieno con Massimo Ferrario che, trattando l’argomento nel suo blog (http://masferrario.blogspot.it/2015/02/spilli-pensiero-positivo-e-pensiero.html) sottolinea come un bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto non debba necessariamente essere visto come pieno o come vuoto, ma possa tranquillamente essere considerato mezzo pieno e mezzo vuoto.
Per farla breve: io credo nel pensiero positivo, a modo mio. E credo nella felicità come realtà quotidiana possibile. (...) »
Carla FIORENTINI, coach e consulente di comunicazione e marketing, blog 'Ching e Coaching', Il pensiero positivo, la vita e l’azienda (1^ parte, 2^parte)
--> LINK, qui (1^ parte) e qui (2^parte)

° ° °
Su questo blog, a proposito di 'pensiero positivo' (& dintorni), 

#SPILLI / Ormai siamo al 'non-pensiero'  (11aprile 2015)
#RITAGLI / Pensiero 'positivo' e pensiero 'critico' (P.A. Rovatti), 8 aprile 2015
#SPILLI / Pensiero positivo e pensiero cretino 14 febbraio 2015, 
#SOCIETA' / Felicità coatta e pensiero positivo, 18 gennaio 2015, 

mercoledì 8 aprile 2015

#RITAGLI / Pensiero 'positivo' e pensiero 'critico' (P.A. Rovatti)

Questo che a forza di crederci le cose diventano vere è un elemento terribile di infantilismo, sempre più italiano oltre che americano. (...)

[D: Vedere sempre il bicchiere mezzo pieno può nuocere?] 
Mi viene in mente l’ultimo film disneyano, La principessa e il ranocchio. La protagonista è una giovane cameriera nera che sogna di aprire un ristorante. Si danna, ma a forza di crederci ci riesce. Ecco, è lo spirito del tempo. Il messaggio entra nelle menti più innocenti e poi attecchisce in quelle dei grandi. (...)
Il pensiero critico mette a rischio chi pensa, aggiunge elementi di negatività ma così facendo produce il rinnovamento di sé. Mentre la positività sempre più spesso venduta in corsi di ogni genere appaga chi paga per frequentarli. Ma è una scorciatoia che non porta lontano.

*** Pier Aldo ROVATTI, filosofo, intervistato da Riccardo Staglianò, R.S., ‘la Repubblica’, 8 gennaio 2010.

Sempre in questo blog, due miei contributi in proposito:

#Spilli, Pensiero positivo e pensiero cretino
#Società, Felicità coatta e pensiero positivo

sabato 14 febbraio 2015

#SPILLI / Pensiero 'positivo' e pensiero 'cretino' (Massimo Ferrario)

Leggo dalla rete, diffusa da qualche consulente, la seguente citazione: 
«Ricorda che la felicità non dipende da chi sei o da cosa hai. Dipende solamente da cosa pensi.» (Dale Carnegie)
Ecco un esempio di ‘pensiero positivo’, che riesce ad essere nello stesso tempo pericoloso e cretino. Soprattutto quando viene firmato da personaggi ‘venduti’ come autorevoli. 
Quando smetteremo di negare/rimuovere il peso duro della realtà, incitando a superarla con la sola illusione? 
Quando smetteremo di colpevolizzare i singoli perché non sanno adattarsi, con felicità, alla realtà ‘negativa’, anziché spingerli, se mai, a cambiare la realtà per renderla più ‘positiva’? 

Un conto è sostenere, giustamente, che il pensiero influenza la realtà. Un conto è far passare come verità indiscutibile che il pensiero, da solo, cambia la realtà, rendendola ininfluente. 

Io amo le citazioni e gli aforismi. Li uso e ne costruisco. Quotidianamente. 
Però l’aforisma non deve limitarsi a ‘suonare bene’: essere (o fingere d’essere) originale. E la paradossalità deve comunque avere un ‘buon senso’: cioè una ‘buona direzione’. 
Abbiamo bisogno di pensieri che incidano su noi e la realtà: non che si limitino a consolarci. Magari colpevolizzandoci se non riusciamo a farlo. Così da sentirci bene anche dentro le realtà più tossiche. E così da non disturbare, con le nostre insoddisfazioni da cui potrebbero scaturire azioni di cambiamento necessarie per rendere queste realtà meno tossiche, i veri ‘responsabili’ del nostro disagio. Quando questo ha origini ‘oggettive’, non ‘psicologiche’. 

Le parole sono importanti. Perché, facendo cultura, sono concrete. E la cultura è il vero nocciolo duro della realtà. 
Non reagirei con l'insofferenza con cui sto reagendo se il 'solamente' del finale della frase sopra riportata fosse stato sostituito da un 'anche'. 
Non è lana caprina. E' sostanza. Ovviamente. 
E lo può capire chiunque abbia un pensiero. Anche ‘positivo’. Ma non stupido. 

Le cosiddette popolazioni primitive (ad esempio i 'nativi americani': prima che venissero sterminati in uno dei tanti genocidi della storia, sempre ovviamente dimenticato) avevano un pensiero 'confidente', che li aiutava ad affrontare le difficoltà del mondo e le dure asperità della natura. Era un pensiero serio: perché non falsificava la realtà, ma aveva fiducia che la realtà potesse essere anche diversa da come era. Perché confidava nella forza dell'uomo: che però era una forza non isolata dal resto del mondo, ma facente parte di un tutto in cui tutto era in interdipendenza.

Ricordo mia nonna: che possedeva una fede naïf e genuina, grazie a cui, da orfana abbandonata sulla ruota di un convento (all'epoca, per sua fortuna, non erano ancora di moda i cassonetti della spazzatura), si è rimboccata le maniche per tutta la vita (superando due guerre mondiali) e se ne è andata a 95 anni con un atteggiamento sorridente e 'naturalmente accogliente' verso la morte che sarebbe da insegnare a tutto l'Occidente onnipotente e narcisista dei giorni nostri. 

Io credo che un pensiero 'fiducioso' come questo sia 'psicologicamente' importante. Perché ti spinge a trovare forza e motivazione. 
Ma questo pensiero non ha nulla a che fare con la declinazione, becera, che ne è stata fatta da troppa consulenza americanoide, che tuttora smercia pillole di 'pensiero positivo' confezionate con uno psicologismo d'accatto più o meno new-age. 

Di fronte a un bicchiere metà pieno e metà vuoto mia nonna diceva che era metà pieno e metà vuoto. Partiva cioè dalla realtà: riconoscendola per ciò che era. Ma nello stesso tempo, appunto grazie alla sua visione fondamentalmente 'fiduciosa' in se stessa e nel mondo, diceva a se stessa che, con l'aiuto di Dio ('Dio vede e provvede') e con l'impegno personale ('aiutati che Dio ti aiuta'), lei avrebbe potuto cercare di riempirlo, quel bicchiere, magari fino all'orlo. E forse ci sarebbe riuscita. Comunque ci avrebbe provato. E se non ci fosse riuscita, poco male: magari la prossima volta... Insomma, nessuna disfatta definitiva.

Mia nonna non conosceva, per sua fortuna, la parola 'vincente'. E forse per questo, nella sua vita, 'vincendo e perdendo', cadendo e rialzandosi, ce l'ha fatta: a vivere, restando 'umana', sempre un po' povera di soldi, ma ricca di 'anima'. Cioè di umanità. E insegnando che 'a tutto c'è rimedio fuorché all'osso del collo'.
Non negava il bicchiere semivuoto per non deprimersi. 
Partiva dalla realtà: bicchiere a metà. Niente rimozione o negazione. 

Oggi, invece, qualcuno ti fa capire che se lo pensi pieno, il bicchiere si riempirà. 
O comunque, guai a pensarlo per come lo vedi se non vuoi bloccare le tue energie. Anzi, il sedicente pensiero positivo, nella traduzione più rozza (che però è quella che gira e 'piace' tanto non solo a consulenti e manager), ti suggerisce che in fondo quel bicchiere è già oltre la metà. E se lo guardi meglio, è quasi pieno. Praticamente già pieno. E se qualcuno interviene per smentire, riportandoti ai 'dati', è un pessimista, un disfattista, un provocatore. Quando non (nella accezione che al momento gode pure di ufficialità istituzionale) un incrocio tra un gufo, un rosicone e un frenatore.

E se poi tu non ce la fai a riempirlo, questo benedetto bicchiere, perché l'acquedotto continua a non funzionare e lo Stato si fa ricattare dalla mafia o comunque è inefficiente e non ti assicura il diritto all'acqua come bene comune, il problema sei tu. Che non trovi il modo di essere felice lo stesso. Pensando di non avere sete o inventandoti di esserti dissetato. O visualizzando immagini rilassanti: prati verdi, acque limpide, sole e frescura che ti coccolano.
Insomma, fai ciò che vuoi. Basta che non ti azzardi a protestare, né con lo Stato né con la mafia. 

*** Massimo Ferrario, Pensiero 'positivo' e pensiero 'cretino', per Mixtura


In Mixtura ark #Spilli di Massimo Ferrario qui

domenica 18 gennaio 2015

#SOCIETA' / 'Felicità coatta' e 'pensiero positivo'

Julia Dobrovolskaja è una linguista, traduttrice e interprete russa, ora di cittadinanza italiana, di quasi 98 anni.
Confessa oggi ad Antonio Gnoli, in una delle sue interviste domenicali su 'la Repubblica' (della serie 'straparlando'), che sono delle vere chicche imperdibili, una più gustosa dell'altra.
«Tra le numerose cose che Stalin aveva imposto c'era anche la felicità forzosa. Ricordo che da bambina eravamo costretti a ridere, e mostrare una spensieratezza che nessuno possedeva realmente. Ma così andavano le cose. In un crescendo di fame e di morte.»

Il pensiero mi corre in automatico. 
E subito mi ritrovo in mente certa consulenza nostrana, che vive di slide sul 'pensiero positivo' (per giunta malinteso, anche perché maltradotto da guru più o meno autorevoli di matrice americanoide). 
O certi manager sedicenti 'vincenti', con il sorriso finto appiccicato sulle labbra da quando hanno frequentato qualche seminario sulle dieci mosse per avere successo. 
O qualche politicante con la retorica del cambiamento, che mima il linguaggio vuoto e fintamente appassionato di troppo managerialismo deteriore e chiama 'gufi', 'disfattisti' e 'tafazzisti' tutti quelli che non sorridono come lui e, soprattutto, non sorridono 'con' lui.
Non lo sanno. Ma c'è un precedente storico. 
La 'felicità coatta' non l'hanno inventata loro. 
Certo, mancano i carri armati e la Siberia. Per fortuna. 
Anche se oggi abbiamo inventato modi molto più soft (e dunque almeno altrettanto hard) per imporre, con il 'pensiero unico', il 'sorriso unico'.

*** Massimo Ferrario, per 'Mixtura'