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martedì 23 febbraio 2021

#MOSQUITO / I due rischi del populismo al potere (Nadia Urbinati)

Ho utilizzato diverse categorie per caratterizzare il populismo al potere: la faziosità, che nasce da una concezione proprietaria dei diritti e delle istituzioni; il maggioritarismo, che distorce il principio di maggioranza per identificarlo con il potere di una maggioranza; dux cum populo, che corrisponde alla rappresentanza come incorporazione; l’antipartitismo, che è la forza trainante dell’olismo popolarista. Per dirla con le parole di Montesquieu, ho attribuito alla rappresentanza diretta la «natura» del populismo e all’avversione all’establishment il suo «spirito». L’interazione di questi fattori genera il seguente fenomeno: l’autorità quasi assoluta del pubblico nel guidare il governo impegna il populismo al potere in una campagna elettorale permanente, che il leader e la sua maggioranza conducono per dimostrare che non sono – e non diventeranno mai – un nuovo establishment. Convincere il pubblico è fondamentale, poiché la fede è per il leader populista l’unica garanzia di tenuta del potere. Infine, Internet è lo strumento che può sostituire l’organizzazione di partito nella costruzione del potere populista, che ho pertanto presentato come una forma di governo rappresentativo funzionale alla «democrazia del pubblico». Non essendo un regime a tutti gli effetti, ma una trasformazione che si produce dentro la democrazia, il populismo al potere tende ad essere precario e soggetto a due rischi di deperimento: diventare una maggioranza come un’altra o tracimare in dittatura.

*** Nadia URBINATI, 1955, politologa, docente della Columbia University, Io, il popolo. Come il populismo trasforma la democrazia, Il Mulino, 2020. 


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venerdì 22 gennaio 2021

#MOSQUITO / Democrazia costituzionale, tra oligarchia e populismo (Nadia Urbinati)

Le sfide alla democrazia costituzionale provengono da due parti opposte: i pochi oligarchi, che già controllano molta parte del processo decisionale; e i generici molti, ai quali sembra non restare altra risorsa difensiva contro la loro disparità di potere se non usare la forza del numero, imporre la superiorità della maggioranza sulle altre parti della società e sullo stato. La mutazione oligarchica e la mutazione populista costituiscono minacce opposte e analoghe. In entrambi i casi, è il principio regolativo dell’apertura, della generalità e dell’imparzialità a essere messo in discussione. Se la politica delle regole del gioco è una «falsa imparzialità» che premia il dominio effettivo di coloro che sono socialmente potenti, la stessa legittimità della democrazia costituzionale perde di valore. Se i pochi continuano a prendere decisioni ad personam, perché dovremmo scandalizzarci se anche i molti vogliono fare altrettanto? 
La battaglia tra i molti e i pochi rischia di metter capo all’esito dal quale Aristotele metteva in guardia i suoi contemporanei: l’emergere di un governo fazioso che impone sull’intera società la volontà arbitraria di chi ha più forza (siano questi i pochi o i molti). Paradossalmente, l’ambizione populista di trascendere le divisioni tra destra e sinistra è un indicatore di questo processo di fazionalismo.

*** Nadia URBINATI, 1955, politologa, docente della Columbia University, Io, il popolo. Come il populismo trasforma la democrazia, Il Mulino, 2020. 


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giovedì 18 gennaio 2018

#RITAGLI / Razza, la Costituzione (Nadia Urbinati)

Apprendiamo dal candidato di Forza Italia e Lega alla presidenza della Regione Lombardia che la Costituzione della Repubblica italiana giustifica il razzismo. La Costituzione sembrerebbe rivendicare, secondo la farneticante dichiarazione di Attilio Fontana, una politica razzista proprio perché contiene la parola "razza"! Potenza della ragione illogica che fa dire alla nostra Carta l'opposto di quel che dice.

L'articolo 3 primo comma dice: "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali". Molto chiaramente, dice l'opposto di quel che il sofista Fontana le vorrebbe far dire. Afferma infatti che tutti i cittadini sono uguali senza distinzione di razza. Quindi presume che più razze possano vivere insieme e presume che l'essere per caso nato con un certo colore della pelle (o di una certa razza) non ha rilevanza alcuna dal punto di vista della dignità sociale e della posizione di fronte alla legge, che è perfettamente uguale a chi per caso è nato con altro colore e in un'altra razza.

La Costituzione non dichiara di voler proteggere una razza come fosse una specie in via d'estinzione. Non avalla o giustifica ideologie o progetti di pulizia etnica, o di espulsione o di discriminazione per proteggere una razza (quella bianca per esempio, che tra l'altro ha un biancore diverso non appena ci si sposti a nord delle Alpi).

Ora, è probabile che il candidato Fontana sappia tutte queste cose molto bene. Non vogliamo dubitare. Ma se così è la sua manipolazione è ancora più grave perché quella frase infelice che vuole associare la razza alla Carta ha tutta l'intenzione di mettere in circolo l'idea assolutamente sbagliata per cui non ci sarebbe proprio nulla di male ad essere razzisti, visto che la stessa Costituzione giustifica il ricorso al discorso della razza. (...)

*** Nadia URBINATI, politologa, politologa, docente della Columbia University, I sofismi razzisti, 'la Repubblica', 17 gennaio 2018, qui


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martedì 2 agosto 2016

#VIDEO / Dentro la Riforma, voto e democrazia (Nadia Urbinati)


politologa, docente della Columbia University
Presidente di Libertà e Giustizia
Dentro la Riforma: ha ancora senso votare?
Reggio Emilia, 16 Luglio 2016, PolitiCamp2016
video 21min34

Brevi cenni storici sul rapporto tra voto e democrazia, a partire dalla Grecia fino a noi.
Come cambia la realtà della politica, e in particolare il momento del suffragio, con la crisi dei partiti e l'affermazione dominante dei media, specie ad opera di internet? 
Il problema non è tanto la leadership, che in sé non è antidemocratica, ma come la leadership viene strutturata, organizzata, alimentata, formata in un contesto sociale di quasi totale disintermediazione e di rapporto sempre più diretto tra leader e cittadini. (mf)


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mercoledì 9 marzo 2016

#SENZA_TAGLI / Donne, la rivoluzione del voto (Nadia Urbinati)

La conquista del diritto di voto è stata per le donne di gran lunga più difficile che per ogni altra fetta di popolazione, non solo in Italia. Come Natalia Aspesi ha scritto su Repubblica introducendo il film Suffragette, la lotta per il suffragio è stata lunga e dura, in tutti i paesi, anche quelli di storia liberale come l’Inghilterra, o quelli che nacquero sul consenso elettorale e l’eguaglianza, come gli Stati Uniti. È quindi giusto dire che il decreto legislativo più rivoluzionario che ha avuto l’Italia fu quello a firma De Gasperi- Togliatti che in data 31 gennaio 1945 riconobbe il diritto delle donne al voto, anche se non all’eleggibilità, una discriminazione che sarebbe caduta di lì a poco: ventuno furono le donne elette il 2 giugno 1946 all’Assemblea costituente.

Quello suffragista fu il primo movimento globale, la prima forma di mobilitazione rappresentativa che conquistò legittimità mediante l’opinione e grazie a celebrità intellettuali che associarono il loro nome alla causa. Harriet Taylor e il marito, John Stuart Mill, furono tra i primi europei a collaborare al movimento, raccogliendo finanziamenti e scrivendo proclami. Chi come Mill o il nostro Salvatore Morelli provarono ad avanzare proposte di legge in tal senso trovò in parlamento un muro: la proposta di Mill ottenne una settantina di voti, quella di Morelli non venne neppure discussa.

Certo, vi erano state, anche in Italia, proposte per concedere alle donne il diritto di voto amministrativo: ci provò Minghetti appena dopo l’unità, e poi il sindaco di Firenze, Peruzzi, la cui moglie aveva anche organizzato un salotto di discussione per preparare l’opinione suffragista. Tra gli invitati vi era il giovane Vilfredo Pareto, allora un sostenitore radicale del suffragio femminile (e della rappresentanza proporzionale!) e ammiratore del Subjection of Women (La servitù delle donne) di Mill che Annamaria Mozzoni tradusse in italiano nel 1870. Ma seppure moderata (e reiterata altre volte fino all’avvento del fascismo), la proposta del voto amministrativo non decollò.

Quale la ragione di tanta ostilità? L’argomento più usato, un pregiudizio radicato da secoli, era quello dell’impossibilità della donna di sviluppare ragionamenti di giustizia perché incapace di giudizi di imparzialità. Destinata dalla natura a procreare e prendersi cura della specie, l’intelletto femminile era portato a comprendere l’utile vicino e l’interesse parziale della sua famiglia, non quello lontano e generale. La donna era votata all’economia domestica quindi; quella politica era privilegio dei figli, dei mariti e dei padri.

Quando questa idea così radicata nella cultura occidentale entrò in crisi? Questa domanda consente di mettere a fuoco la portata rivoluzionaria del suffragismo. Fu la trasformazione del voto da funzione (in difesa di interessi) a diritto della persona la chiave di volta. Infatti, se la rappresentanza deve essere espressione degli interessi che gli eletti svolgono con libero mandato e competenza, perché il suffragio universale? James Mill, il teorico del governo rappresentativo, scrisse negli anni Trenta dell’Ottocento che siccome ogni interesse riflette quello degli altri, sembra ragionevole che il voto del capofamiglia porterà in Parlamento anche le esigenze dei componenti della famiglia, per cui non serve che i giovani maschi e le donne votino. Fino a quando il voto fu inteso come funzione e non come diritto di sovranità, l’esclusione delle donne fu ritenuta funzionale alla loro vocazione di cura e giustificata con l’argomento della rappresentanza surrogata.

Il Settecento radicale - l’illuminismo francese - fu lo spartiacque. Quando il voto, a partire da Rousseau, divenne la “volontà” del sovrano come libertà di darsi leggi, allora il non voto parve subito segno di assoggettamento. Mary Wollstonecraft volse questo argomento contro Rousseau stesso, il quale aveva escluso le donne dalla città mostrando quanto il pregiudizio potesse contro la logica. Ma con la Rivoluzione francese, il mutamento del paradigma della legittimità politica fu radicale. Di qui si fece strada l’idea che il governo fondato sul consenso elettorale non era semplicemente rappresentativo degli interessi, ma costituzione di libertà. E nel 1792 Olympe de Gouges presentò al governo rivoluzionario una Déclaration des droits de la femme nella quale venivano richiesti per le donne tutti i diritti civili e politici.

Siccome il voto è potere, non potersi difendere da esso godendo di un potere eguale si traduce nel sottostare a un potere arbitrario. In questa nuova concezione del voto è radicata l’idea della designazione elettorale diretta da parte dei singoli, in quanto non parte di gruppi, ceti o classi; non perché portatori di specifici interessi da difendere: ecco l’argomento rivoluzionario dell’idea del suffragio come diritto individuale nel quale si inserisce il suffragismo. Un movimento che cominciò proprio insieme all’idea del cittadino come parte uguale della nazione, sede del popolo sovrano. Ecco perché la decisione che la Consulta prese nel 1945 approvando l’estensione del diritto di voto ai cittadini e alle cittadine, “senza distinzione”, fu rivoluzionaria e coerentemente democratica.

*** Nadia URBINATI, politologa, La vera rivoluzione del voto alle donne, 'la Repubblica', 5 marzo 2016, qui


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venerdì 6 novembre 2015

#MOSQUITO / Destra & Sinistra (Nadia Urbinati)

(...) Destra/sinistra sono distinzioni generali che servono a orientare elettori ed eletti. Sono sempre più approssimative e sempre più liminali, ma esistono. La confusione prodotta in questi mesi non aiuta a distinguerle, è vero: la destra parlamentare spesso alleata del partito di centro-sinistra che governa, il quale ha una sua sinistra interna, e un'opposizione grillina che si definisce in ragione di chi contrasta, senza chiarezza sulle proprie posizioni. Tanta confusione disorienta. Ma non elimina le distinzioni di giudizio sulle politiche, che esistono. Rinunciare ad esse o pretendere che non esistano non è indice di oggettiva chiarezza, ma di strategica ambiguità - la speranza di capitalizzare dalla memoria vecchia e recente dei fallimenti della politica.
Scriveva John Stuart Mill - un liberale diffidente verso i partiti - che il sistema rappresentativo non può evitare divisioni di schieramento ideale o ideologico: la divisione tra "progressisti" e "conservatori" (alla quale egli pensava), ovvero tra "sinistra" e "destra", corrisponde a due modi di giudicare, relativi a due criteri o principi generali non identici e nemmeno interscambiabili. Uno di essi orientato direttamente verso la promozione del benessere della maggioranza con scelte amministrative volte a risolvere i bisogni più urgenti e a includere quanti più possibile nel godimento del benessere generale; l'altro orientato a pensare che favorendo l'interesse dei pochi che hanno risorse da investire ne verrà giovamento per molti, eventualmente. Si tratta, come si vede, di divisioni molto meno esplicite di quelle che la vecchia terminologia ideologica offriva. Ma sono abbastanza chiare nonostante tutto, e corrispondono a due modi di intendere e di amministrare il bene pubblico.

*** Nadia URBINATI, politologa, Perché ha ancora senso parlare di destra e sinistra, estratto, 'la Repubblca', 5 novembre 2015

In Mixtura, sul tema 'Destra & Sinistra' segnalo un contributo di Norberto Bobbio, qui e un mio contributo del 10 gennaio 2015, qui