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sabato 23 gennaio 2016

#SENZA_TAGLI / Evasione fiscale, la soluzione (Roberto Petrini)

Il richiamo, durante il discorso di fine anno, del Presidente della Repubblica alla necessità di contrastare l'evasione fiscale e la denuncia di "ambiguità" culturali e politiche sul tema da parte della direttrice dell'Agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi, in Parlamento, riaccendono l'attenzione su un fenomeno che resta allarmante. Vale la pena rifare i conti: secondo i dati forniti dall'ultimo Documento di economia e finanza, l'evasione delle quattro maggiori imposte - Iva, Irpef, Ires, Irap - nel 2013 era intorno ai 91 miliardi di euro. A questa somma va aggiunta l'evasione contributiva, che porta la cifra intorno ai 120 miliardi, senza considerare l'evasione dell'Imu - che pure esiste - e che lo stesso governo calcola in 5,5 miliardi. Fenomeno che non sempre viene portato alla ribalta è quello dell'evasione delle accise: è curioso notare come sulla carta in Italia ci sia un parco auto circolante di 41 mila veicoli, mentre quello della Francia è di 39 mila veicoli. Tuttavia, nonostante abbia meno macchine in strada, la Francia consuma più benzina dell'Italia (50mila milioni annui di litri contro i nostri 35mila).

L'evasione fa male all'economia e la Confindustria lo ha denunciato recentemente: se solo metà delle risorse che mancano all'appello del Fisco fossero impiegate per ridurre le tasse, il Pil crescerebbe del 3,1 per cento e ci sarebbero 335 mila occupati in più. La questione aperta resta dunque il metodo da adottare nella battaglia contro gli evasori. Si ricorderanno le parole di Berlusconi che di fatto giustificava l'evasione, di fronte alla forte pressione fiscale, e quelle di Monti che invece malediceva gli evasori dicendo che avrebbero consegnato "pane avvelenato" ai propri figli.

Il passo in avanti, che ci può consentire di uscire dall'impasse ideologica, è come al solito, la rivoluzione elettronica. I mezzi tecnologici ci sono: la nostra Anagrafe tributaria, ad esempio, è ormai piuttosto forte al pari del mitico algoritmo britannico "Connect": dall'estate dello scorso anno dispone delle giacenze medie di tutti i conti correnti e ogni movimento sospetto fa scattare la lampadina rossa. Questo meccanismo, insieme a strumenti come il redditometro, consentiranno di monitorare incongruenze critiche tra quanto dichiarato, quanto posseduto e tenore di vita.

Cosa si può fare di più? Il colpo finale, e soprattutto indolore, sarebbe quello di creare un ambiente dove non si può più evadere, e dunque non c'è bisogno di reprimere e paradossalmente anche di controllare. L'informatica lo permette. Oggi si evadono 40 miliardi di Iva, perché non si fattura. Un professionista o un fornitore possono rilasciare al cliente o all'acquirente una fattura indifferentemente di 500 o 50 euro senza registrarla e dunque contando di non essere mai "pizzicato". Così possono omettere di dichiarare parte dei ricavi ed evitare di versare all'erario l'Iva che hanno incassato dal cliente, tanto non c'è la possibilità di incrociare i dati tra chi emette e chi acquista. La soluzione è ormai a portata di mano: fu già sperimentata nel 2006 e diede buoni frutti. Si tratta di obbligare ogni operatore economico a trasmettere via Internet le fatture emesse all'Agenzia delle Entrate, che le trasmetterà al cliente per riscontrarne la veridicità. Una sorta di uovo di Colombo che renderebbe assai difficile l'evasione. Il governo ci ha pensato: le norme sono state varate nella delega di riforma fiscale, ma il meccanismo non è obbligatario e partirà solo dal 2017. Uno sforzo in più, come ha chiesto la direttrice dell'Agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi, non sarebbe male.

*** Roberto PETRINI, giornalista e saggista, Evasione fiscale, serve lo scatto: obbligo di trasmettere le fatture via Internet, 'la repubblica', 22 gennaio 2016, qui


In Mixtura altri 2 contributi di Roberto Petrini qui

domenica 19 luglio 2015

#LINK / Felicità e crescita si sono separate (Roberto Petrini)

Un gruppo di economisti dell'Università Politecnica delle Marche ha ricostruito la serie storica del Bes, l'indice del benessere 'equo e sostenibile' dell'Istat. 
Fino agli anni Sessanta, la crescita del Pil andava a braccetto con quella della qualità della vita. Poi la cesura, che rischia di essere irreversibile

(...) La prova scientifica della divaricazione tra crescita del Pil e livello del benessere arriva da uno studio in corso di pubblicazione dell'Università Politecnica delle Marche, "Eravamo poveri ma felici? Il benessere equo e sostenibile in Italia 1861-2011". 
Per la prima volta gli economisti del gruppo che fa capo a Mauro Gallegati, stretto collaboratore di Stiglitz, hanno ricostruito la serie storica del Bes, cioè dell’indice del benessere "equo e sostenibile", che dal 2010 viene elaborato dall'Istat su iniziativa dell’allora presidente Enrico Giovannini e sulla spinta dell’importante movimento scientifico che negli ultimi anni, da Amartya Sen allo stesso Stiglitz, chiede una misurazione più realistica del benessere di una società.

Ebbene, il gruppo di Ancona (composto da Mariateresa Ciommi, Barbara Ermini, Andrea Gentili, Chiara Gigliarano e Francesco Chelli) ha adottato la metodologia ufficiale del Bes-Istat, che considera 134 aspetti, dalle condizioni economiche all’ambiente, passando per salute, educazione, condizioni di lavoro e partecipazione sociale, e l’ha applicata alle serie storiche dall’Unità d’Italia (1861) ai giorni nostri (2011). Centocinquanta anni esatti di qualità della vita.

Il quadro che emerge è sorprendente: per la prima volta si ha l'evidenza storica dell’effetto del Pil sulla qualità della vita o, se vogliamo, sulla felicità pubblica. Dall'Unità d’Italia fino agli Anni Sessanta del secolo scorso più cresceva il Pil procapite, cioè più cresceva l’attività economica misurata in termini di prodotti e servizi, più aumentava la qualità della vita misurata dall’Indice Bes storico, che comprende ambiente, fattori sociali, educazione e salute. Negli Anni Sessanta il meccanismo si inceppa: il Pil continua a crescere, cumulando storicamente sempre un segno 'più', nonostante le crisi, ma il benessere invece entra in stallo, si ferma e comunque non aumenta più trascinato dal Pil. Dagli Anni Ottanta il divario diventa marcato tanto da apparire pericolosamente irreversibile. (...)

*** Roberto PETRINI, giornalista, Si stava meglio quando si stava peggio: felicità e crescita non vanno più di pari passo, 'la Repubblica', 17 luglio 2015

LINK, articolo integrale qui

mercoledì 15 luglio 2015

#SENZA_TAGLI / Solone, se imparassimo (Roberto Petrini)

All'appello manca soltanto lui: Solone. Tsipras, nei momenti più drammatici della trattativa, ha ricordato la morale che supera la legge dell'Antigone di Sofocle. Nel serrato dibattito culturale che ha accompagnato i giorni di Bruxelles, dove imperava la bassa cucina dei numeri di Wolfgang Schaeuble e di Jeroen Dijsselbloem, i forti richiami all'antichità classica greca, culla della ragione e della democrazia, del logos e della polis, Aristotele e Pericle, si sono fatti giustamente sentire. Almeno a mitigare il sordido clima ragionieristico.

Ma forse l'associazione più calzante con la storia greca è emersa nelle ultime 48 ore, quando a proposito delle pesanti misure adottate dall’Eurosummit e perorate dalla Germania, si è parlato di provvedimenti draconiani. Ebbene è proprio in quel periodo, intorno al VI-VII secolo avanti Cristo, che la storia segna, proprio ad Atene, una svolta decisiva in materia di debiti e crediti. Allora Dracone, da cui il noto aggettivo, arconte di Atene, varò leggi severissime nei confronti dei debitori, normalmente poveri contadini che erano obbligati a garantire i prestiti ricevuti con la propria libertà o con le proprie figlie: in caso di insolvenza scattava la vendita sul mercato degli schiavi.

Fu proprio Solone, uomo probo, poeta e umanista, che succedette a Dracone, a cambiare le cose indirizzandole nel verso giusto. Si occupò di economia, riformò il censo, limitò il lusso e ritenne di punire la disoccupazione volontaria, ma soprattutto si occupò del peso dei debiti che opprimevano le classi povere ateniesi. Per farlo mise in campo una operazione che è passata alla storia come "seisachtheia", ovvero scarico dei pesi: svalutò la dracma del 30% (il peso fu ridotto da 6,27 a 4,36 grammi in modo che si fecero 100 dracme con l’argento equivalente di 73 vecchie monete).

I debiti espressi in termini nominali – siamo nel 594 avanti Cristo - diventarono improvvisamente più leggeri. Annotò Plutarco con acume da moderno economista nelle Vite parallele: "I debitori erano grandemente avvantaggiati e i creditori non perdevano nulla". L'inflazione negli anni successivi rilivellò i prezzi, ma nel frattempo i debitori avevano avuto una boccata d’ossigeno. Tanto più che Solone, ricordato come uno dei Sette Sapienti della Grecia, prese un'altra importante decisione: abolì le ipoteche. Nell’antica Atene vennero rimossi i cippi che, conficcati nel terreno, contrassegnavano il bene fornito a garanzia del debitore.

Naturalmente ciò indeboliva la forza di riscossione del creditore e, al contempo, proteggeva i più deboli. Il bilancio di Solone, al termine dei suoi giorni, fu sereno e soddisfatto. Disse guardando agli dei: "E molti atheniesi ricondussi nella patria divina che erano stati venduti e espatriati per l'oppressione dei debiti". 
Della politica monetaria di Solone, fondata sul tentativo di riconciliare debitori e creditori, scrisse la 'Rivista di storia economica' diretta da Luigi Einaudi che paragonò il governatore di Atene a Roosevelt, e lo stesso John Maynard Keynes dedicò un saggio a Solone. 
Purtroppo l'Europa di oggi non si è ricordata del suo insegnamento.

*** Roberto PETRINI, giornalista, saggista, La lezione di Solone, che Schaeuble non ha imparato, 'la Repubblica', 14 luglio 2015, qui