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martedì 4 febbraio 2020

#MEMO / Renzi, faccia tosta e spudoratezza (Marco Travaglio)

Renzi contro lo stop alla prescrizione? Noto la sua faccia tosta e la sua spudoratezza. 

Renzi, nel 2014, quando era presidente del Consiglio e la Cassazione dichiarò prescritti gli omicidi colposi dell’Eternit, a Casale Monferrato, annunciò ‘coram populo’ che la prescrizione era inaccettabile. E disse: ‘O la vicenda non è un reato o, se è un reato ma è prescritto, bisogna cambiare le regole del gioco sulla prescrizione’. 

Nel 2015 il Pd, di cui Renzi, già presidente del Consiglio, era segretario, in Commissione Giustizia mise a verbale queste testuali parole: ‘La posizione ufficiale del Pd è che la prescrizione deve cessare dopo il decreto di rinvio a giudizio’. Due parlamentari del Pd, Felice Casson e Giuseppe Cucca, presentarono due emendamenti: il primo diceva che la prescrizione andava bloccata con la sentenza di primo grado e il secondo stabiliva che la prescrizione doveva decorrere non dal momento in cui il reato veniva commesso, ma dal momento in cui quello stesso reato veniva scoperto, cioè molto tempo dopo. E questo rende quasi acqua fresca la riforma Bonafede che si limita a recepire uno dei due emendamenti renziani del Pd del 2015.

Sapete chi è il responsabile Giustizia di Italia Viva oggi? E’ lo stesso senatore Cucca che firmò quei due emendamenti che bloccavano la prescrizione, esattamente come fa la legge Bonafede e in più la facevano decorrere soltanto dal momento in cui il reato veniva scoperto. 

Qual è la lezione di tutto questo? E’ che non ci credono nemmeno loro a quello che dicono, e cioè che questa riforma è una barbarie. Semplicemente sono diventati rappresentanti delle peggiori lobby di questo Paese, che non vogliono che i processi vadano alla fine con la condanna per chi è colpevole e l’assoluzione per chi è innocente. Preferiscono il pareggio, come è sempre capitato fino all’altro ieri.

*** Marco TRAVAGLIO, direttore di 'Il Fatto Quotidiano', “Renzi? Nel 2014 disse che era inaccettabile e nel 2015 voleva bloccarla dopo il decreto di rinvio a giudizio”, 'Otto e mezzo- La7', 3 febbraio 2020, con video, 'ilfattoquotidiano.it', qui


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giovedì 15 marzo 2018

#RITAGLI / M5S, nessuno regala voti a chi nemmeno si abbassa a chiederglieli (Marco Travaglio)

Ma è pur vero che una maggioranza del 50% più uno non nasce da sola per mancanza d'altro. 
Bisogna costruirla: non aspettando che si facciano vivi gli altri e poi meravigliandosi perché "finora non s'è visto nessuno" (e ti credo!). Ma facendo ai partner una proposta che non possano rifiutare. Se Di Maio vuole i voti del Pd derenzizzato e di LeU, glieli chieda. Poi vada a parlare con Martina e Grasso su un'offerta chiara, realistica, generosa e rispettosa della democrazia parlamentare (che non si regge su maggioranze relative, ma assolute). Proprio quello che non fece il Pd nel 2013, quando pareggiò col M5S: si pappò le presidenze delle due Camere, designò Bersani come premier, stese un programma e una lista di ministri, poi pretese che i 5Stelle sostenessero al Senato il suo governo di minoranza. Risultato: il famoso e disastroso incontro in streaming. Quella di Bersani e Letta era una proposta che Crimi e Lombardi non solo potevano, ma dovevano rifiutare. Quando poi Grillo, venti giorni dopo, ne avanzò una non solo accettabile, ma auspicabile per il M5S, per il Pd e soprattutto per l'Italia – "eleggiamo Rodotà al Quirinale e poi governiamo insieme" – fu il Pd napolitanizzato e lettizzato, cioè berlusconizzato a rifiutarla. E condannò il Paese a cinque anni di vergogne. Ora Di Maio crede che avere quasi doppiato il Pd lo autorizzi a fare altrettanto. Ma si sbaglia di grosso. 
Nessuno regala voti a chi nemmeno si abbassa a chiederglieli. Se il Pd pretendesse poltrone, i 5Stelle farebbero bene a rifiutare. Ma se chiedesse alcuni punti programmatici condivisibili, perché no? La cosa sarebbe meno difficile se Di Maio aprisse la sua squadra di esterni ad altri indipendenti di centrosinistra, per un governo senza ministri parlamentari. E bilanciasse la sua premiership lasciando la presidenza di una Camera alla Lega. Dopodiché, è ovvio, è sul programma che dovrebbe garantire il cambiamento che gli elettori hanno appena chiesto. La palla tornerebbe al Pd, che dovrebbe scegliere: accettare una soluzione equilibrata o suicidarsi con nuove elezioni. Intendiamoci: il Pd sarebbe capace di optare per la seconda ipotesi. Ma almeno sarebbe chiaro di chi è la colpa.

*** Marco TRAVAGLIO, giornalista e saggista, direttore di 'Il Fatto Quotidiano', Gli opposti cretinismi, estratto, 'Il Fatto Quotidiano', 15 marzo 2018 (segnalato anche in 'huffpost', 15 marzo 2018, qui)


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sabato 16 dicembre 2017

#LINK / Maria Elena Boschi, sbancata (Marco Travaglio)

In un Paese non dico serio, ma perlomeno decente, la pur non brillantissima carriera politica di Maria Elena Boschi finirebbe qui. La testimonianza del presidente Consob Giuseppe Vegas in Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche dovrebbe indurre Renzi o chi altri le vuole bene a rispedirla a Laterina (Arezzo), con la preghiera di non farsi mai più vedere in pubblico. Ma, se fosse coerente, dovrebbe essere lei, spontaneamente, a ritirarsi a vita privata, in base a un principio sacrosanto che sia Renzi sia lei enunciarono per chiedere la testa di Anna Maria Cancellieri, ministra della Giustizia del governo Letta. Era il novembre 2013 e la Cancellieri era stata appena beccata dalla Procura di Torino al telefono con la compagna di Salvatore Ligresti per deplorare l’arresto del marito e dei figli e poi con i dirigenti del Dap (la direzione delle carceri) per sollecitare la scarcerazione di Giulia Ligresti. Renzi, in piena campagna per le primarie Pd, ne intimò lo sfratto: “Il ministro lasci anche senza avviso di garanzia. È un problema politico, non giudiziario. È stata minata l’autorevolezza istituzionale”, “O il presidente del Consiglio dice ‘io ci metto la faccia’ e si prende la responsabilità sulla vicenda, io fossi in lui non lo farei, oppure il Pd deve votare”, “Se cambia il ministro, il governo Letta è più forte, non più debole. Perché con questo ministro, qualsiasi intervento sulle carceri, qualsiasi posizione sulla riforma della giustizia sconterà un giudizio diffidente di larga parte degli italiani”.

Il 16 novembre la Boschi fu ospite di Ballarò e spiegò con aria dolente e argomenti stringenti (non penali, ma morali e di opportunità politica) perché la Guardasigilli doveva sloggiare: “Questa vicenda mi lascia un senso di tristezza addosso… È in gioco la fiducia verso le istituzioni. Io al posto della Cancellieri mi sarei dimessa: c’è un punto grave in questa vicenda, che non è la scarcerazione di una persona malata. Il punto grave è che ancora una volta si è data l’immagine di un Paese in cui ci sono delle corsie preferenziali per gli amici degli amici… per chi ha i santi in Paradiso. Oggi abbiamo perso un’altra occasione di fronte ai cittadini”. Ora sostituite le parole “ministro”, “Ligresti” e “carceri” con “sottosegretario”, “Etruria” e “banche” e vi sarà chiaro perché la Boschi deve sloggiare. Direbbe infatti la Boschi-2013 della Boschi-2017: “È in gioco la fiducia verso le istituzioni. Io al suo posto mi sarei dimessa: c’è un punto grave in questa vicenda, ancora una volta si è data l’immagine di un Paese in cui ci sono delle corsie preferenziali per gli amici degli amici… per chi ha i santi in Paradiso”. (...)

*** Marco TRAVAGLIO, giornalista e saggista, direttore di 'Il Fatto Quotidiano', Sbancata, 'Il Fatto Quotidiano', 15 dicembre 2017

LINK articolo integrale qui


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martedì 25 ottobre 2016

#RITAGLI / 'Inciucio', non è 'grande coalizione' (Marco Travaglio)

(...) Immaginiamo che domattina gli italiani eleggano la nuova Camera con l'Italicum e i Consigli regionali il nuovo Senato col meccanismo della "riforma". Per la Camera, stando ai sondaggi, Pd e M5S andrebbero al ballottaggio. Se vincesse il Pd, controllerebbe col 30% dei voti (il 20% degli elettori: 1 italiano su 5) sia la Camera (340 deputati su 630) sia il Senato (15 Regioni su 20 sono rette dal Pd), senza contrappesi: la svolta autoritaria temuta da molti giuristi. Se invece vincessero i 5 Stelle, anziché il regime, avremmo il casino. Il M5S andrebbe al governo con la fiducia della Camera, ma avrebbe contro il Senato targato Pd. E siccome il Senato deve rivotare alcune leggi e può rivotare tutte le altre (a richiesta di 1/3 dei suoi membri) per cambiarle o bocciarle, il Pd potrebbe tenere in scacco il governo a 5 Stelle paralizzando l'attività legislativa. E costringendolo ascendere a patti: quegli “inciuci” che Renzi dice di aver abolito.

Questo, intendiamoci, dimostra solo che Renzi mente sia quando nega la svolta autoritaria sia quando dichiara finita l'era degli inciuci. Ma non è detto che sarebbe una disgrazia. In democrazia il Parlamento è il primo contraltare del governo. Da due anni il democratico Obama è costretto a patteggiare col Congresso a maggioranza repubblicana. E la Merkel deve coabitare con i suoi tradizionali avversari socialdemocratici, perché col 43% dei voti non ha la maggioranza parlamentare per governare da sola (maggioranza che l'Italicum le avrebbe regalato addirittura al primo turno). Ma questo non si chiama “inciucio”, si chiama “grande coalizione”. E non si è formata “la sera delle elezioni”, quando la propaganda renziana ci racconta che è obbligatorio sapere “chi governerà per cinque anni”. Ma tre mesi dopo il voto, al termine del lungo conclave fra Cdu e Spd per verificare i termini dell'accordo di governo e scrivere nel dettaglio le leggi da approvare insieme durante la legislatura. Gli inciuci sono patti segreti fra partiti avversari che si accordano in pochi giorni o minuti, magari la sera stessa delle elezioni. Ma non sulle leggi da approvare insieme, bensì sugli affari da dividersi insieme. Vi viene in mente qualcosa, o qualcuno? 

*** Marco TRAVAGLIO, giornalista e saggista, direttore di 'Il Fatto Quotidiano', O regime, o casino, 'Il Fatto Quotidiano', 23 ottobre 2016



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sabato 24 settembre 2016

#VIDEO / Renzi-Travaglio, sfida tv ('Otto e mezzo', Lilli Gruber)


Incontro Matteo RENZI - Marco TRAVAGLIO
'Otto e mezzo', 'La7', 22 settembre 2016
conduce Lilli Gruber
video 53min05

Il video integrale dell'incontro-sconto tra Matteo Renzi e Marco Travaglio.
La trasmissione ha avuto uno share record: 9,3%, pari a 2milioni 285mila spettatori.

Il 'fact cheking' invocato da Matteo Renzi sulla 'verità' di quanto da lui detto in trasmissione è stato pubblicato a firma Carlo Di Foggia e Marco Travaglio su 'Il Fatto Quotidiano' del 24 settembre 2016 con il titolo: Omissioni, bugie, errori: Renzi alla prova dei fatti.

domenica 11 settembre 2016

#RITAGLI / Par linguicio (Marco Travaglio)

Sul finire della guerra fredda, si raccontava la barzelletta del giornalista americano e di quello sovietico che si incontrano a un summit Usa-Urss. 
L’americano si vanta col collega: “Vedi, noi siamo una grande democrazia perché io posso scrivere che Reagan è uno stronzo e non mi succede niente”. 
E il sovietico: “Ma anche la nostra è una grande democrazia: infatti posso scrivere che Reagan è uno stronzo e non mi succede niente”. 
Nella Russia di Putin è ancora così. E anche nell’Italia di Renzi, dove tutti possono dare del bugiardo al leader dell’opposizione Di Maio, ma non al capo del governo. E si può chiedere conto dei loro indagati ai 5Stelle che ne hanno uno (la Muraro), ma non al Pd (che ne ha centinaia), a Ncd, Ala e a FI che hanno più inquisiti che elettori). Motivo: tv e giornaloni non ne parlano o vi accennano fugacemente, e soprattutto non fanno domande. Invece da due mesi il caso Roma domina i titoli dei tg e le prime pagine dei giornaloni come un fatto epocale, storico, mondiale. Davvero è più importante della crescita zero, del flop del Jobs Act, del crollo dei contratti stabili, degli affaristi che occupano la nuova merchant bank di Palazzo Chigi? Immaginate se Di Maio si fosse portato appresso come un trofeo Lucia Aleotti, presidente del colosso farmaceutico Menarini, imputata per riciclaggio e frode fiscale, tant’è che l’altroieri è stata condannata a 10 anni e mezzo per aver sottratto 860 milioni allo Stato. Ieri tutti avrebbero titolato: “Condannati gli amici di Di Maio”. Invece gli Aleotti sono intimi di Renzi, che ha spupazzato l’imputata Lucia in visita alla Merkel e per miracolo non la salvò dal processo col famigerato codicillo salva-frodatori, smascherato da Libero e dal Fatto nel dicembre 2013 e ritirato frettolosamente senza che nessuno spiegasse chi l’aveva infilato, e perché, e per chi. (...)

*** Marco TRAVAGLIO, giornalista e saggista, direttore de 'Il Fatto Quotidiano', Par linguicio, estratto da 'Il Fatto Quotidiano', 11 settembre 2016


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lunedì 11 luglio 2016

#LIBRI PREZIOSI / Perché no, di Marco Travaglio e Silvia Truzzi (recensione di M. Ferrario)

Marco Travaglio e Silvia Truzzi, "Perché NO.
Tutto quello che bisogna sapere sul referendum d'autunno 
contro la schiforma Boschi-Verdini"
Il Fatto-Paperfirst, 2016
pagine 204, € 10,50 euro

Schierato, ma chiaro e utile a capire
E' un libro nettamente schierato, ma non fazioso: perché riesce, con il massimo di oggettività possibile per chi ha una posizione chiara, argomentata e anche appassionata su un argomento (in questo caso la riforma costituzionale oggetto del referendum, la cui data non è stata ancora decisa, ma che dovrebbe collocarsi a ottobre-novembre 2016), a fornire un contributo essenziale a chi voglia capire le visioni in campo e quindi a decidere con competenza tra il 'Sì' e il 'No'.

Gli autori sono noti: Marco Travaglio dirige 'Il Fatto Quotidiano' e compone dalla fondazione i suoi editoriali giornalieri che non fanno sconti a nessuno; Silvia Truzzi scrive da anni sullo stesso giornale articoli di cultura e di politica, dimostrando penna incisiva e intelligenza critica anche nelle sue prime prove di saggistica ('Un paese ci vuole. Sedici gradi italiani si raccontano', Longanesi, 2015).

Qui, realizzando una integrazione a quattro mani sicuramente felice, a giudicare dai risultati, hanno predisposto un ampio apparato informativo a 360 gradi, tra l'altro ricco di citazioni storiche, sulla natura e sulla genesi della nuova legge costituzionale e aperto a riferimenti essenziali alla Costituzione del 1948. 
Linguaggio semplice, meno tecnicismi possibili, argomenti spiegati con cura e in profondità. 
Anche la posizione di chi ha disegnato la legge e oggi promuove il voto referendario a favore del 'sì' è riportata con attenzione: e si evidenzia, ovviamente, che la 'logica' è in entrambi i campi. Solo che si tratta di due logiche differenti, che supportano 'filosofie' e pratiche opposte, e gli autori, senza nascondimenti e con ironia sferzante (basti rileggere il sottotitolo del volume, in cui si parla di 'schiforma Boschi-Verdini'), optano con forza perché il referendum bocci la legge, bene rimarcando così che si tratta di un saggio non da accademia, ma 'da combattimento'. 

Ognuno, leggendo, anche senza essere esperto di diritto, capisce le diversità di visione ed è in grado di scegliere. Certo, la ben nota provenienza 'ideologica' dei due autori favorisce una chiara ed evidente autoselezione: chi acquista il volume ha probabilmente già scelto in cuor suo il 'no' e va a caccia di supporti per ulteriormente convincersene. Al termine delle circa duecento pagine ne avrà il carniere più che pieno e ricaverà il vantaggio di aggiungere lucidità e profondità al suo vuoto, dando compimento a quella famosa espressione di Luigi Einaudi, mai come oggi appropriata e negletta, sintetizzata nel 'conoscere per deliberare'.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura
«
Quando la crisi è iniziata, era diffusa l'idea che questi limiti intrinseci avessero natura prettamente economica (...). Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sintomi politici dei paesi del Sud, e in particolare le loro Costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie ài caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell'area Europea». Ancora: «I sistemi politici del Sud sono nati in seguito alle dittature e sono rimasti segnati da quella esperienza. Tendono a mostrare una forte influenza socialista, che riflette la forza politica che i partiti di sinistra hanno guadagnato dopo la sconfitta del fascismo, i sistemi politici nell'Europa meridionale hanno di solito le seguenti caratteristiche: leadership debole, stati centrai! deboli rispetto alle regioni, la tutela costituzionale dei lavoratori (...) il diritto di protestare se i cambiamenti sono sgraditi (...). Vi è una crescente consapevolezza della portata di questo problema, sia nel centro che nella periferia dell'Europa.
(JP Morgan Report, giugno 2013, in apertura a Marco Travaglio  e Silvia Truzzi, "Perché no", Il Fatto-Paper-First, 2016).

Perché votare NO - (1) - La "nuova" Costituzione Renzi-Boschi-Verdini è scritta coi piedi: prolissa e incomprensibile.  L'articolo 70, per esempio, passa da 9 a 439 parole. (2) - La Camera avrà deputati per 2/3 non eletti, ma nominati dai capipartito. Il Senato 100 senatori nominati dai Consigli regionali tra consiglieri e sindaci, protetti dall'immunità. (3) - Il primo partito, anche se rappresenta il 20-25% dei votanti, avrà il 54% dei deputati e il suo capo sarà padrone del governo, del Parlamento, del Quirinale, delle Authority e della Rai. (4) - Il bicameralismo non è affatto superato: il ping pong delle leggi Camera-Senato rimane e i sistemi di approvazione passano da 2 a 10. Dal bicameralismo perfetto al bicameralismo confuso. (5) - Per le leggi di iniziativa popolare, le firme da raccogliere passano da 50 a 150 mila. Per i referendum (in cambio di un quorum un po' ridotto) da 500 a 800 mila. Ps. Se vince il No, Renzi e la Boschi hanno promesso di andare a casa. Quasi quasi... (in ultima di copertina a Marco Travaglio e Silvia Truzzi, "Perché no", Il Fatto-Paperfirst, 2016)
»

giovedì 17 marzo 2016

#AUDIO / Referendum Costituzionale e Italicum (Marco Travaglio)


Marco TRAVAGLIO
La petizione sul Referendum Costituzionale e sull'Italicum 
intervista a Radio Radicale qui
(audio, 11min13)

Per firmare la petizione, qui

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domenica 13 dicembre 2015

#SENZA_TAGLI / Il Vespino dei Boskerville (Marco Travaglio)

“Maria Elena Boschi assomiglia sempre di più alle nobildonne rinascimentali che lasciano beni e affetti perché rapite da una vocazione religiosa. Una Santa Teresa d’Avila che, scolpita dal Bernini per Santa Maria della Vittoria a Roma, acquista sensualità nel momento in cui la trafigge la freccia dell’estasi divina”. Quando lesse su Panorama questo scampolo di prosa sobria e asciutta, e soprattutto notò in calce la firma di Bruno Vespa, Maria Elena Boschi – sempre sia lodata – andò su tutte le furie. E, allergica com’è a qualsivoglia piaggeria, decise di fargliela pagare. Infatti l’altroieri è andata a presentargli il suo libro Donne d’Italia, di cui ha apprezzato soprattutto il sottotitolo “Storia del potere femminile da Cleopatra a Maria Elena Boschi”, pur domandandosi cosa diavolo c’entri Cleopatra che non era neppure italiana, né tantomeno alla sua altezza. Ella si va, sentendosi laudare, benignamente d’umiltà vestuta, e par che sia una cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare. La messa cantata – riferisce l’Huffington Post – s’è svolta nella location ideale per la rediviva Santa Teresa d’Avila in Santa Maria della Vittoria: il convento di Santa Chiara in Roma.

Lì, in un’aura soprannaturale (c’era pure Santa Astrosamantha), quel diavolo di San Bruno l’ha subito fustigata con una domanda trabocchetto delle sue: “Lei cresce in una famiglia molto cattolica, ha fatto la chierichetta, inusuale per una donna, poi la Madonna nel Presepe”. Lei, levitando, ha annuito pudìca con le guance avvampate da un accenno di rossore tipico delle donne angelicate: “Già, ricordo che mio nonno non era d’accordo. I chierichetti erano maschietti, io però…”. In prima fila Augusta Iannini in Vespa e il suo capo Garante della Privacy Antonello Soro, trafitti per contagio dell’estasi divina, hanno sorvolato sulla grave violazione della privacy. Ch’ogne lingua devien, tremando, muta e li occhi no l’ardiscon di guardare. Sempre più perfido, il Santo Vespone ha domandato alla Vergine Maria Elena se non si senta per caso un po’ a disagio per la presenza del santo padre Pier Luigi al vertice della Banca Etruria spolpata, bollita, commissariata e poi salvata dal governo di cui lei fa parte con due decreti in un anno. E lei, circonfusa di un olezzo di rose e gigli: “Politicamente no, perché il governo non fa favoritismi. Personalmente sento del disagio verso di lui e la mia famiglia. Mio padre è una persona perbene. Se è finito nelle cronache, è perché è mio padre e mi spiace”. Ci scusi, Santo Padre, se abbiamo osato scrivere certe cose.

Tipo che nel Cda di Etruria dal 2011, fu promosso vicepresidente nel maggio 2013, guardacaso tre mesi dopo che sua figlia divenne ministra, invertendo l’ordine dei fattori del familismo all’italiana: dai figli di papà al papà di figlia. E ci perdoni se azzardiamo ad accennare che due ispezioni di Bankitalia nell’istituto cattomassonico aretino, nel 2012 e nel 2013, portarono a una maxi-multa per 18 tra sindaci e amministratori che l’avevano trasformato nella Banca del Buco. E tra questi Pier Luigi Boschi, multato per 144 mila euro a causa delle sue “violazioni di disposizioni sulla governance, carenze nell’organizzazione, nei controlli interni e nella gestione nel controllo del credito e omesse e inesatte segnalazioni alla vigilanza”. Il settore crediti era curato da Emanuele Boschi, figlio di Pier Luigi e fratello di Maria Elena, giovin etrusco un po’ sbadato: non s’era accorto dei fidi spericolati che si autoassegnavano fior di amministratori. Ragion per cui le Procure di Arezzo e Firenze indagano per false comunicazioni sociali a danno dei soci o dei creditori, ostacolo alla vigilanza e falso in prospetto.

Ma al Beato Bruno, come a tutti i giornali, basta e avanza l’esauriente spiegazione della Venerabile Ministra: si parla del padre solo perché lei è la figlia. Sarebbe indelicato insistere con altre domande. Meglio cambiare argomento: “Lei è la donna ministro che ha avuto più responsabilità. È vero che studia la mattina presto?”. E lei, ritrosetta, arricciando il nasino: “Certo, non si smette mai di imparare. Mi è servito molto l’insegnamento di un mio professore al liceo. Quando gli dicevo ‘non me la sento, non sono in grado’, lui mi diceva ‘non esistono cose impossibili, basta studiare’”. Ma ecco ancora implacabile il pungiglione di Vespa: “È vero che lei è un po’ secchiona?”. Ahiahi bricconcello. Lei, lungi dall’accusare il colpo, rilancia: “No, perché le secchione sono antipatiche”. Tiè. Lui non demorde e tenta il ko: “Lei è una secchiona che faceva copiare i compiti?”. L’Immacolata impercettibilmente vacilla, ma resta in piedi nella sua teca dorata, riassestandosi l’aureola sul capino: “È diseducativo se rispondo”. Prima che ascenda al cielo in direzione Leopolda, ad assistere San Matteo in quello che Repubblica definisce “il fact checking renziano… la verifica delle promesse fatte nel 2014” (a cura dello stesso che le ha fatte: come uno studente che si corregge le versioni da solo e si dà i voti in pagella), c’è ancora tempo per I fioretti di Santa Maria Elena: “Esco di meno rispetto a prima, ma ne vale la pena, è una grande responsabilità governare il Paese”, “Mi piacerebbe un figlio”, “Non sono dura, sono determinata”, “L’alba più bella della mia vita è stata quella sull’aereo dal Congo quando andammo a prendere i bambini”. Mostrasi sì piacente a chi la mira che dà per li occhi una dolcezza al core, che ‘ntender no la può chi no la prova; e par che de la sua labbia si mova un spirito soave pien d’amore, che va dicendo a l’anima: sospira.

Ps. La regina Cleopatra ha subito sporto querela contro Bruno Vespa per l’incauto e diffamatorio accostamento.

*** Marco TRAVAGLIO, giornalista e saggista, direttore di 'Il fatto Qyotidiano', Il Vespino dei Boskerville, 'Il Fatto Quotidiano', 12 dicembre 2015, qui



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lunedì 30 novembre 2015

#SPILLI / Leader, basta teoria (M. Ferrario)

Ogni giorno escono articoli e saggi su leader, leadership e dintorni. Per non parlare della valanga di slide e citazioni sugli stessi temi.
Ad esempio, in questo momento, all'interrogazione 'leader' su 'google' mi sono state restituite 850 milioni di occorrenze. Mentre per 'leadership', le occorrenze risultano quasi 500 milioni.

Tutti credono di sapere cos'è leader e leadership e 'te la raccontano': anche se spesso è aria fritta. O, meglio, rifritta, a giudicare dalla ripetitività insulsa e ossessiva e dalle scopiazzature dilaganti: perché di originale compare ben poco.

Del resto, anche questa è una spia: in genere, quando si parla molto di qualcosa, quella cosa non c'è. O c'è abbastanza poco. E' così che si 'compensa': buttando sul bla-bla la mancanza di azione.

Non è invece bla-bla, ma un concentrato mirabile di precisione concettuale l'attacco di un recente articolo di Marco Travaglio che qui sotto riporto: a riprova che forse, quando si vuol capire davvero, bisogna lasciar da parte chi si crede esperto e rivolgersi, oibò, anche a un giornalista. Che ci ricordi ciò che dovremmo già sapere, ma o non sappiamo o abbiamo dimenticato rincorrendo le fumisterie con cui ci confondiamo (volutamente?) il cervello.

Trascuro il contenuto integrale dell'articolo perché rivolto alla realtà contingente, soprattutto italiana. Ma le poche parole che estraggo dal 'pezzo' sono di una efficacia mirabile. Poco più di un migliaio di battute: dovremmo solo impararle a memoria.
Ecco l'estratto:

«Che cos'è un leader? È uno che, oltre a saper vincere, sa anche convincere. Governa, non comanda. Cerca sempre di includere, mai di escludere. I consensi non li compra: li conquista con le sue idee e le sue opere. Prima che furbo, è intelligente. Si circonda dei migliori cervelli su piazza, senza il timore che siano migliori di lui e gli facciano ombra. Non ha paura della critica, ma della piaggeria. Non allontana chi lo contraddice, ma chi lo compiace. Non si preoccupa dell'oggi, ma del domani. Fa di tutto per essere serio, autorevole e credibile, perché deve stare sempre un passo avanti ai suoi, trainandoli e non facendosene trainare. Insomma: è la punta di lancia di una classe dirigente che, in caso di incidenti di percorso, è in grado di sopravvivergli e di garantire la necessaria continuità alla sua opera. 
Avete riconosciuto qualche italiano vivente che corrisponda alla descrizione? Credo di no. A parte Alcide De Gasperi, nessun leader politico dell'ultimo secolo vi si è lontanamente avvicinato. Perciò siamo da decenni sempre sull'orlo del baratro.»
(Marco TRAVAGLIO, giornalista, saggista, direttore di 'Il Fatto Quotidiano', AAA leader cercasi, 'Il Fatto Quotidiano', 26 novembre 2015)

Trasferiamo le parole di Travaglio, nate per stigmatizzare la classe politica italiana, anche al mondo dell'impresa.
E capiremo meglio perché la cultura aziendale dominante continua a rappresentare una pesante palla al piede per l'efficacia e l'efficienza della nostra economia.
Corruzione, insipienza, furbizia, arroganza, demagogia, adulazione, conformismo, focus sul breve termine: collaboratori trattati da dipendenti e dipendenti che subiscono più o meno volentieri di essere trattati da oggetti.
Sono questi i nemici da battere.
I nemici culturali che frenano, quando non impediscono, la circolazione di idee, visioni, opinioni: rinsecchendo la linfa necessaria per produrre creatività e innovazione.
Per farlo basterebbe smettere con la retorica e cominciare ad agire. 
Cos'è leadership e cos'è leader lo sappiamo benissimo: se vogliamo saperlo. 
E' ora di pratica.
Faticoso? Rischioso?
Certo, come sempre, quando si cerca di cambiare. Senza proclami, ma agendo. E non gattopardescamente
Perciò, in fondo, meglio continuare a scrivere, o discettare, dell'ennesima nuova (miracolistica) teoria su leadership e leader.
E far aumentare le occorrenze di 'google' alle nostre interrogazioni.

*** Massimo Ferrario, Leader, basta teoria, per Mixtura

domenica 29 novembre 2015

#VIDEO / Scuse a Oriana Fallaci? No (Marco Travaglio)

Scuse a Oriana Fallaci? No
Marco Travaglio, La7 '8 e mezzo'
La Stampa, 27 novembre 2015
video, 1min42

Marco Travaglio non chiederebbe scusa a Oriana Fallaci per le accusa di islamofobia dopo gli attentati dell’11 settembre. 
«No. Era una grandissima scrittrice, ma non era una grande giornalista perchè aveva un rapporto con la verità piuttosto soggettivo. Non c’era un intervistato che si riconoscesse nelle interviste perché lei intervistava sempre se stessa» ha spiegato il direttore del Fatto Quotidiano durante la trasmissione Otto e mezzo su La7. (dalla presentazione)

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sabato 21 novembre 2015

#SENZA_TAGLI / Giubileo, parliamone (Marco Travaglio)

Sempre nell’ambito di quel cubitale forse che deve precedere ogni discorso sulle soluzioni alla guerra, al terrorismo, all’Isis e dintorni, è forse il momento di discutere seriamente del Giubileo della Misericordia indetto da papa Francesco tra l’8 dicembre 2015 e lo stesso giorno del 2016. Se, come appare scontato dalle parole del Pontefice, l’Anno Santo straordinario sarà confermato, si prevede che in 12 mesi si riverseranno su Roma almeno 10 milioni di pellegrini: quasi un milione al mese. E Roma apparirà agli occhi del mondo, per quel lunghissimo periodo, non solo e non tanto come la capitale dell’Italia, ma come il cuore del cattolicesimo mondiale. Con una serie di eventi religiosi che diventeranno altrettante occasioni per i terroristi jihadisti di accaparrarsi il palcoscenico perfetto, su scala mondiale, per le loro azioni sanguinarie. Una ribalta infinitamente più eclatante di uno stadio, di una sala concerti, di un ristorante, della redazione di un giornale satirico a Parigi; ma anche di una spiaggia della Tunisia o di un aereo russo in volo sul Sinai. La stessa ribalta si rivelerà molto appetibile anche per tutti i pazzi, i mitomani, i seminatori di panico, gli impresari della paura che approfittano della psicosi collettiva per diffondere falsi allarmi.

Era vero o era falso l’allarme-kamikaze allo stadio di Hannover che ha indotto le autorità della Germania ad annullare un’amichevole di calcio alla presenza di Angela Merkel? Non lo sapremo mai. Sappiamo che erano falsi gli allarmi-bomba che per due volte in due giorni, nel dubbio, hanno indotto le autorità italiane a chiudere la Metropolitana di Roma, eccezionalmente funzionante. Dall’8 dicembre, per 365 giorni, chicchessia potrà fare una telefonata anonima per segnalare una bomba o un kamikaze in piazza San Pietro o in un’altra basilica giubilare. E, in questo clima, chi si assumerà la responsabilità di giudicare falso l’allarme senza evacuare ogni volta la piazza o la chiesa? Se già è difficile scongiurare veri attacchi terroristici con misure straordinarie per un anno intero in una città vasta e popolosa come Roma (fra residenti, turisti e pellegrini), combattere quelli falsi, cioè distinguere in tempo reale gli allarmi fondati da quelli infondati, è impossibile. Contro la psicosi e il panico che trasformano pure lo scoppio di un petardo o di una lampadina nel fuggifuggi generale, abbiamo ancor meno armi di difesa che contro i kamikaze.

Non stiamo, con ciò, dicendo con assoluta certezza che va annullato il Giubileo.

Non abbiamo né i titoli né le competenze per farlo. Stiamo dicendo che chi ha quei titoli e quelle competenze, cioè il governo italiano, dovrebbe discuterne seriamente con le forze dell’ordine e d’intelligence senza partiti presi. E poi dibatterne pubblicamente in Parlamento. E infine comunicare la scelta fatta – qualunque essa sia – agli italiani e ai fedeli di tutto il mondo che hanno prenotato o intendono prenotare un soggiorno a Roma, spiegando che cosa rischiano in concreto e fino a che punto le nostre autorità sono in grado di garantire la loro incolumità. Senza nasconderci nulla.

L’Fbi sostiene che l’Isis, o chi per essa, avrebbe nel mirino San Pietro a Roma, il Duomo e la Scala di Milano. Anche senza l’Fbi, ci potevamo arrivare anche noi, magari aggiungendo il Colosseo, la torre di Pisa e piazza San Marco a Venezia. Siccome però di questi allarmi ne arriveranno due al giorno, non si può tenere la gente in perenne crisi di nervi. Serve un’operazione verità. Oggi il Fatto ha scoperto che i nostri agenti di polizia hanno quasi tutti il giubbotto antiproiettile scaduto, cioè meno sicuro, perché gli ultimi bandi di gara prima dei tagli selvaggi risalgono al 2004-2005 e ogni dieci anni i giubbotti vanno sostituiti perché deteriorati. Aggiungiamo lo stato comatoso delle auto, delle armi, degli equipaggiamenti e delle tecnologie sempre denunciato dai sindacati di polizia e sempre inascoltato, e il quadro è ben poco rassicurante, a prescindere dalle capacità professionali delle forze dell’ordine e dalle sbandierate promesse di “più fondi alla sicurezza” (che, anche se si traducessero in fatti concreti, sortirebbero i primi effetti fra molti mesi). Non ci sarebbe nulla di male se il governo dicesse che, alla luce dell’ultima escalation, non se la sente di garantire la sicurezza del Giubileo. O che vuole tenersi le mani libere per la guerra all’Isis senza il timore di esporre Roma a rappresaglie come quelle che han colpito Russia e Francia.

Il Giubileo è un evento religioso che spetta al Papa annunciare e anche, eventualmente, revocare. Ma coinvolge uno Stato sovrano diverso dal Vaticano, chiamato Italia, che dev’essere libero di decidere in autonomia, in base a criteri diversi da quelli religiosi. Qui non si tratta di “far vincere i terroristi rinunciando alle nostre abitudini e ai nostri valori”: significa garantire un bene supremo come la vita di milioni di persone. Si potrebbe, per esempio, suggerire un Giubileo straordinario anche nelle modalità: un Giubileo “a distanza”, da celebrare ciascuno in casa propria attraverso la televisione e la Rete, avvertendo i pellegrini intenzionati a raggiungere Roma che lo fanno a proprio rischio e pericolo. Il Papa è un uomo coraggioso, al punto di rifiutare le auto blindate e le misure eccezionali di protezione che gli vengono offerte. Ma lo stesso eroismo non si può chiedere a milioni di persone. E, siccome le vite dei pellegrini sono nelle mani delle polizie italiane, non delle guardie svizzere, è il governo italiano che deve parlare. Dicendo, possibilmente, tutta la verità.

*** Marco TRAVAGLIO, giornalista e saggista, direttore de 'Il Fatto Quotidiano', Attentati Parigi: Giubileo, parliamone, 'ilfattoquotidiano.it', qui


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giovedì 27 agosto 2015

#RITAGLI / Berlusconismo e antiberlusconismo secondo Renzi (Marco Travaglio)

(...)  «la Seconda Repubblica è stata una rissa ideologica permanente che ha impantanato l’Italia in discussioni sterili mentre il mondo correva. Il berlusconismo e per alcuni aspetti l’antiberlusconismo hanno messo il tasto pausa al ventennio italiano, impedendoci di correre». [Renzi]

Eh no. Troppo comodo, troppo furbo, troppo paraculo: berlusconismo e antiberlusconismo sono due cose opposte ed è il momento che il presidente del Consiglio e segretario del Pd dica non solo ai suoi elettori, ma a tutti gli italiani e anche all’Europa, che cosa pensa di Silvio Berlusconi e di ciò che ha fatto in questi vent’anni. La sua opinione sui dirigenti del centrosinistra Renzi l’ha ripetuta in tutte le salse, specie quando voleva prenderne il posto all’insegna della rottamazione (salvo poi riciclare le vecchie muffe, a parte le poche che non sono corse a baciare la sacra pantofola).

Ma di B., che ci dice di B.?

Se lo ritiene un normale leader di centrodestra, da giudicare serenamente sul piano storico con i suoi pro e i suoi contro, come Kohl, Chirac, Sarkozy, Thatcher ecc, è un conto. Se invece pensa che sia stato un male per l’Italia, anzi il peggiore dei mali della storia repubblicana, è un altro conto. Che cos’ha da dire Renzi su chi ha cacciato dalla tv pubblica Biagi, Santoro e Luttazzi e con loro pezzi interi di società, di realtà e di verità, ha fatto destituire direttori di giornale a lui sgraditi, ha inquinato la vita pubblica con le sue pratiche corruttive e le sue amicizie piduiste e mafiose, ha spudoratamente favorito gli interessi delle sue aziende a scapito della concorrenza e del pluralismo, ha approvato decine di leggi su misura per i suoi interessi e i suoi processi, ha devastato la giustizia e l’etica pubblica praticando, predicando e santificando l’illegalità di massa, ha screditato la magistratura, la libera stampa, la Consulta e infine la stessa Costituzione, cancellando dal sentire comune l’idea stessa che il potere debba essere controllato e arginato da contropoteri indipendenti, picconando i fondamenti della democrazia liberale e dello Stato di diritto? Se tutto ciò è accaduto, e sventuratamente è accaduto, come può Renzi mettere sullo stesso piano il berlusconismo e il suo contrario, cioè le poche voci che si sono levate nel deserto, anche con qualche rischio personale, per contrastare quello tsunami di merda?

Renzi dovrebbe domandarsi quanto sarebbe durato e fin dove si sarebbe spinto il berlusconismo, se non avesse incontrato ostacoli fuori dal sistema dei partiti, nella società civile. E poi ringraziare chi aveva capito tutto fin dall’inizio e messo in guardia gli italiani, mentre lui sedeva sulle ginocchia di Verdini, o vinceva milioni alla Ruota della Fortuna, o andava in gita premio ad Arcore. Se non vuole ringraziare i vivi, s’inchini almeno a chi non c’è più: Montanelli, Biagi, Bocca, Rinaldi, Sechi, Federico Orlando, Bobbio, Galante Garrone, Sylos Labini, Tabucchi, Luzi, Scalfaro, Monicelli, Franca Rame. Questi sono i volti dell’antiberlusconismo: il meglio della cultura liberaldemocratica, liberalcattolica, liberalsocialista e progressista, ovviamente estranea alle greppie dei partiti che col berlusconismo hanno sempre banchettato e fatto a mezzo. Equipararla al berlusconismo è come dire che fra il 1943 e il ’45 l’Italia fu paralizzata da una noiosa e sterile rissa ideologica tra i fascisti che volevano trasformare l’Italia in una dependance del Terzo Reich e gli antifascisti che lottavano per farne una democrazia, impedendoci di correre (al passo dell’oca, s’intende).

Si dirà: ma l’antifascismo nel Dopoguerra imbarcò orde di fascisti convertiti in articulo mortis (di Mussolini, però) e diventò per molti una lucrosa professione e un comodo ufficio di collocamento. Verissimo: l’antiberlusconismo, invece, nemmeno quello. Gli antiberlusconiani non hanno tratto alcun vantaggio neppure dopo la caduta di B. Nessuno di essi ha ottenuto incarichi o prebende dai governi succeduti a B. I quali, anzi, han continuato a ingrassare B. e i suoi cari (da Alfano e Verdini, per non parlare della “nuova” Rai), lasciando gli antiberlusconiani là dov’erano confinati: ai margini, nel ghetto, a espiare la grave colpa di aver avuto ragione.

*** Marco TRAVAGLIO, direttore de 'Il Fatto Quotidiano', Renzi al Meeting Cl: i pro e gli anti, 'Il Fatto Quotidiano', 26 agosto 2015

LINK, articolo integrale qui

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domenica 5 luglio 2015

#RITAGLI / Grecia, la democrazia e noi (Marco Travaglio)

(...) Il fatto è che nessuno sa cosa accadrà alla Grecia e all’Europa se vincerà il Sì o il No, e neppure se Atene uscirà dall’area euro o se vi resterà nelle condizioni date. Chi dice di saperlo è un impostore, perché una sola cosa è certa sulla crisi greca, anzi europea: che nessuno sa nulla con certezza. Ed è molto più onesto riconoscerlo socraticamente: so di non sapere. Quel poco che sappiamo, però, è che il referendum – per quanto controverso possa essere su una materia così incandescente – è una lezione di democrazia. Antidemocratico è chi pretende di impedirlo, o addirittura di usarlo per cambiare da migliaia di chilometri di distanza gli assetti politici della Grecia usciti pochi mesi fa da elezioni democratiche. Ne dovremmo sapere qualcosa noi italiani, che dal 2011 siamo governati da premier che mai si sono candidati a quella carica (Monti, Letta e Renzi) e due anni fa abbiamo votato contro le larghe intese.

Abbiamo punito i partiti che le avevano sostenute (-6,5 milioni di voti al Pdl, -3,5 milioni al Pd, un misero 9% alla Lista Monti, i 5Stelle dallo 0 al 25%) e ce le siamo ritrovate tali e quali, prima col governo Letta poi col Patto del Nazareno, con la benedizione di Napolitano incredibilmente rieletto con la kryptonite di superpoteri extraparlamentari ed extranazionali. Invece ci siamo abituati, se non rassegnati, all’idea che la democrazia sia un lusso che non possiamo più permetterci. E ci lasciamo fare di tutto da un governo di minoranza che nessuno immaginava nel 2013 e sta in piedi solo grazie alla coalizione Pd-Sel subito sciolta,ma servita a fare scattare il premio di maggioranza poi cancellato dalla Consulta perché incostituzionale;e che,ciò malgrado,si permette addirittura di riformare la Costituzione, la legge elettorale,lo Statuto dei lavoratori e la scuola. (...) 

*** Marco TRAVAGLIO, giornalista e saggista, Via via la democrazia, 'Il Fattor Quotidiano', 3 luglio 2015

venerdì 19 giugno 2015

#VIDEO / Renzi Slurp, lecchini, cortigiani e penne alla bava (Marco Travaglio e Giorgia Salari)


Marco TRAVAGLIO e Giorgia SALARI
Renzi Slurp. Lecchini, cortigiani e penne alla bava
Rosso di sera, 18 giugno 2015, La7
video, 11min29


Marco Travaglio e Giorgia Salari leggono un estratto del recital teatrale del direttore de Il Fatto Quotidiano, “Slurp!”, consistente negli entusiastici articoli di giornali su Matteo Renzi, paragonandoli ai testi dei quotidiani del Ventennio mussoliniano. 
Il giornalista fa un grottesco parallelismo tra Renzi e Fantozzi per la discesa dalle piste da sci immortalata da un settimanale di gossip. E passa in rassegna diverse testate: “La Repubblica scrive: ‘Così Renzi diventa fidanzato d’Italia’. Qual è il primo pensiero di una donna che sta bruciando viva? Verrà Renzi a salvarmi. Su La Stampa è scritto: ‘A Pontassieve la Madonna dev’essere di casa’. Pontassieve, la nuova Medjugorje. Chi ha trascorso tre giorni a Matteolandia” – continua – “torna a casa convinto che questa specie di misterioso fluido di entusiasmo, di intensa e accesa passione per il leader vuol dire certamente qualcosa. Su un campione di 500 donne interpellate per sapere con chi ‘vivrebbero un’avventura’, Matteo batte tutti: come flirt ideale (26%), come amante per l’avventura di una notte (19%), come cavaliere di una serata di gala (20%), e anche come salvatore durante un incendio (28%)’. Qual è il primo pensiero di una donna che sta bruciando viva? Verrà Renzi a salvarmi. Povere donne”. E aggiunge: “La Smart sta a Renzi come la Panda grigia sta a Mattarella e come le mignotte stavano a Berlusconi” (dalla presentazione su 'ilfattoquotidiano.it')

venerdì 27 febbraio 2015

#RITAGLI / Riforma Rai: sarebbe semplice (M. Travaglio)

(...) 
Come si fa a farli uscire una volta per tutte da Viale Mazzini con le mani alzate e a non farli tornare mai più? 

(1) - Nel 2005 un gruppo di artisti, intellettuali e giornalisti riuniti da Tana De Zulueta e Sabina Guzzanti proposero una legge di iniziativa popolare “Per un’altra tv”, che coglieva il meglio dalle esperienze   delle emittenti pubbliche europee e raccolse le firme di 60 mila cittadini, consegnate nel 2006 al ministro   Paolo Gentiloni. 
In sintesi, proponeva: una Fondazione a cui conferire le azioni della   Rai; un Consiglio per le comunicazioni audiovisive di 21 membri, di cui 11 nominati dalla società civile (artisti, produttori, giornalisti, autori, imprenditori, utenti e sindacalisti del ramo, più esponenti delle accademie e delle università), 3 dagli enti locali e 7 dal Parlamento; un Cda da esso nominato con figure esperte scelte in un pubblico concorso aperto a chiunque esibisca il curriculum online, perché ciascuno possa verificarne la competenza e l’indipendenza; abolita la commissione parlamentare di Vigilanza, che è un ossimoro, essendo la Rai (come la Bbc) che deve vigilare sui politici e non viceversa. 
Gentiloni manifestò grande interesse per l’iniziativa, poi naturalmente fece come tutti gli altri: affidò ai partiti il compito di liberare la Rai dai partiti. E il Parlamento si guardò bene dal discutere la legge popolare. 
Ora chi ha proposte migliori le presenti, possibilmente in un dibattito pubblico e trasparente, non nelle segrete stanze di Palazzo Chigi, del Nazareno e anfratti limitrofi. 

(2) - Il decreto Renzi deve contenere rigorosi divieti contro i conflitti d’interessi nel mondo dei media (chi fa politica non può possedere neppure un’azione di concessionarie dello Stato, neppure tramite parenti o prestanome) e le concentrazioni sui relativi mercati (tetti antitrust calcolati sulle singole voci e non sul gran calderone del Sic: quote azionarie, affollamenti pubblicitari ecc.).   
Se è questo che vuol fare Renzi (si spera non da solo), merita tutto l’appoggio che gli serve e nessuno – a parte i partitocrati che vogliono tenere le zampe sulla tv, pubblica e privata – potrà contestare i requisiti di necessità e di urgenza al suo eventuale decreto. 
Se invece, come con tutte le nomine fatte sin qui, la sua rottamazione consiste nel sostituire gli amici di chi c’era prima con gli amici suoi e nel comprarsi il silenzio di B. lasciandolo ingrassare senza regole, vorrà dire che il Patto del Nazareno è sempre vivo. E la battaglia delle torri, narrata ieri dai quotidiani di regime come un’epica lotta fra San Matteo defensor Rai e il rapace Caimano, è l’ennesima finta. Perché sono due torri gemelle.

*** Marco TRAVAGLIO, giornalista, saggista, direttore de 'Il Fatto Quotidiano', da Le Torri Gemelle, 'Il Fatto Quotidiano', 27 febbraio 2015. 

Per l'articolo completo, vedi 'triskel182',