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martedì 16 febbraio 2021

#SENZA_TAGLI / Conte che lascia Palazzo Chigi tra gli applausi (Ida Dominijanni)

La scena di Conte che lascia Palazzo Chigi accompagnato dagli applausi di impiegati commessi e collaboratori affacciati alle finestre non è affatto banale e va analizzata con una certa serietà, al di là delle reazioni emotive che può avere o non avere suscitato.  

Per tre ragioni. 
1. E' una prima volta, per durata e intensità, imparagonabile ai precedenti che pure ci sono stati. 
2. E' una spontanea smentita dell'inchino viscido al fascino discreto del nuovo potere che pervade tutti i mezzi d'informazione, segno che fra i sentimenti e i pensieri delle persone comuni e quelli veicolati da tv e giornali c'è - per fortuna - un abisso. Ma soprattutto, 
3. Quell'applauso pareva una citazione inconscia dal primo lockdown, quando ci affacciavamo tutti alle finestre, e un ricordo dell'alleanza stretta in quel momento fra governanti e governati in nome non del potere o della competenza, ma della percezione di una comune impotenza, che ci ha consentito di affrontare quell'esperienza difficile senza dilaniarci. 

Quello che secondo me molti analisti abituati a decifrare solo i segni del potere non colgono della popolarità di Conte sta proprio nel suo essere stato percepito dal sentimento popolare non come un segno del potere ma come il segno di una relativa e sostenibile impotenza che consente di governare in alleanza con i governati. 
Attenzione a sottovalutare questo sentimento, perché come tutto quello che fa parte del vissuto della pandemia tornerà a galla, contro la glacialità della competenza che oggi si insedia a Palazzo Chigi per seppellirlo nella rimozione.

*** Ida DOMINIJANNI, giornalista, facebook, 13 febbraio 2021, qui


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lunedì 26 novembre 2018

#SENZA_TAGLI / La faciloneria ideologica di molti maschi (Ida Dominijanni)

Lotta di classe sì lotta di classe no lotta di classe forse. La faciloneria ideologica con cui tanti compagni (maschi) sono saliti in cattedra per definire la rivolta dei gilet gialli in Francia mi lascia sbigottita. E mi fa pensare a un testo di Chiara Zamboni che scrive che le donne si lasciano ‘ toccare’ dagli eventi prima di esprimersi ( cosa spesso scambiata per colpevole ‘silenzio delle donne’ dai media). Quando accadono cose inedite ci sono due modi per reagire: mettersene in ascolto, farsene attraversare, sentire che cosa provocano in noi. Oppure imbrigliarle nella prima cosa ideologica che ci viene in mente, difendendoci così, oltretutto, dal loro impatto.

*** Ida DOMINIJANNI, 1954, giornalista, facebook, 19 novembre 2018, qui
https://it.wikipedia.org/wiki/Ida_Dominijanni



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venerdì 4 maggio 2018

#SENZA_TAGLI / Crisi istituzionale (Ida Dominijanni)

La Costituzione italiana assegna al parlamento, non al governo, il potere di scrivere e riscrivere le regole del gioco e di riformare la Costituzione stessa. Esimi padri costituenti, nonché i costituzionalisti viventi, hanno detto e dicono che i governi devono tenersi rigorosamente fuori da questa attività. Dunque il "governo delle regole" proposto da Matteo Renzi come scappatoia dal suo viale del tramonto è una cosa che non sta né in cielo né in terra. Basterebbe che i suoi avversari dentro il PD si appellassero alla Costituzione per smontarla, ma siccome anche loro usano la Costituzione a corrente alternata non lo faranno (del resto, una proposta analoga l'aveva fatta Franceschini). Siamo - non da oggi del resto - in piena crisi istituzionale, e il gioco comincia a diventare pericoloso.

*** Ida DOMINIJANNI, giornalista, facebook, 3 maggio 2018, qui


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venerdì 3 novembre 2017

#SENZA_TAGLI / Attentati, la voga dello show che deve continuare (Ida Dominijanni)

Dopo gli attentati dell'11 settembre solo la pratica del lutto - quel minuto rendere omaggio alle vittime una per una, nome per nome, con scritti, fiori, poesie, ricordi, foto affissi sulla lunga bacheca di Ground Zero - salvò New York dalla disperazione, facendone una "comunità della perdita" per la prima volta consapevole della propria vulnerabilità. Ovviamente quell'attentato e questo di oggi non sono paragonabili per entità e impatto, ma la voga attuale di reagire agli attentati, a Manhattan come sulle Ramblas di Barcellona, dicendo semplicemente "the show must go on" è un modo orribile di negare la realtà, e di rispondere al terrorismo con un corale "me ne frego". E non fa che inasprire lo scontro simbolico catastrofico con una cultura che alza la bandiera della morte e del suicidio contro la cultura occidentale vitalistica dello "zero morte", come scrisse all'epoca Baudrillard.

*** Ida DOMINIJANNI, giornalista, 'facebook', 1 novembre 2017, qui


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martedì 6 dicembre 2016

#LINK / Referendum, l'imprevisto (Ida Dominijanni)

L’imprevisto è il sale della politica: quello che all’improvviso la costringe a fare il salto da ciò che c’è a ciò che può essere, ridandole per ciò stesso vita e senso. Diciotto e passa punti di scarto fra il no e il sì alla riforma governativa della costituzione non se li aspettava nessuno, né fra chi aveva scelto il sì né fra chi aveva scelto il no. Che questa sorpresa sia la molla per un salto di immaginazione politica è l’augurio del day after che dobbiamo farci tutti, rispondendo con la fiducia nella democrazia a chi insiste tristemente a vederci un salto nel buio.

Bisogna andare con la memoria molto indietro nel tempo, forse ai referendum sul divorzio e l’aborto, per trovare dei precedenti a un no di tale chiarezza e tale potenziale forza propulsiva. Inutile e nevrotico, invece, leggerlo con in mano il pallottoliere delle sigle di partito, delle minoranze di partito, dei transfughi di partito, dei “fronti” coerenti o incoerenti. È un no di popolo che ha respinto lo stravolgimento della costituzione, la retorica da cui è stato accompagnato, il metodo con cui è stato tentato, e non ultimo il coro dell’establishment economico e mediatico che l’ha sostenuto. Soprattutto, è un no che respinge con la pratica della partecipazione una riforma tutta tarata sulla fine della partecipazione. E con il peso di una eclatante maggioranza il tentativo di riscrivere il patto fondamentale in base alle convenienze di una minoranza di governo. (...)

*** Ida DOMINIJANNI, giornalista, L'imprevisto, 'internazionale.it', 5 dicembre 2016

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mercoledì 30 novembre 2016

#LINK / Referendum, il Sì che chiude e il No che apre (Ida Dominijanni)

Meno cinque al fatidico 4 dicembre, e stando a quel che passano governo e mezzi d’informazione non è chiaro su che cosa stiamo per andare a votare. Sul governo? Sullo spettro a 5 stelle che incombe? Sullo spread? Sui diktat dei mercati? Sui desiderata della Bce, di Angela Merkel, di Marchionne, del Financial Times, dell’Economist? Sull’eterogeneità dell’“accozzaglia” per il no e sulla rassicurante omogeneità della coalizione Renzi-Verdini per il sì? Sul precipizio oscurantista e il “rigor mortis” – giuro che l’ho letto – in cui ci butterebbe il no e sul sol dell’avvenire che risorgerebbe con il sì? Sul tripudio che ci prende ascoltando le istruzioni per il voto di Vincenzo De Luca, che il governo premia invece di scomunicarlo e che i talk titillano perché lui è fatto così e un po’ di political uncorrectness stile Trump anche in Italia non guasta?

Mai un voto, a mia memoria, è stato sottoposto a pressioni così esagitate, improprie e depistanti: più che una campagna referendaria sembra una nobile gara a chi ci tratta meglio da stupidi.  (...)

*** Ida DOMINIJANNI, giornalista, Il Sì che chiude, il No che apre, 'internazionale.it', 29 novembre 2016

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venerdì 29 luglio 2016

#LINK / Usa, la famiglia di Filadelfia (Ida Dominijanni)

(...) Il fatto è che quando Obama finisce di parlare sommerso dalle ovazioni e lei, rompendo il copione, spunta dal backstage e lo raggiunge sul palco, nell’abbraccio fra il primo presidente afroamericano e la prima candidata donna si vede che qualcosa di profondo è cambiato davvero, nell’America degli ultimi anni, qualcosa che supera con la forza di un salto simbolico la messa in scena e la strategia comunicativa della convention democratica. La prima volta di una donna in viaggio verso la Casa Bianca è incorniciata infatti da una sceneggiatura che rappresenta il partito democratico americano come una famiglia unita malgrado i litigi, forte malgrado gli attacchi, serena malgrado le difficoltà, le paure e lo spettro di Trump che lucra sulle difficoltà e sulle paure. E però quella che va in onda non è la soap stucchevole di una famiglia tradizionale, è piuttosto una recita a soggetto che spariglia i giochi, rompe gli schemi, scompiglia i ruoli di una famiglia post-patriarcale.

Bisogna cogliere lo sguardo d’intesa fra Obama e Bill Clinton, quando Obama dice “spero che non ti dispiaccia, Bill, se dico che non c’è mai stato nessuno, né io né tu, più qualificato di Hillary per la presidenza”, per vedere materializzarsi quel passo a lato degli uomini dai ruoli di potere che l’altra metà del cielo aspetta da decenni, in America e ovunque. (...)

*** Ida DOMINIJANNI, giornalista, La famiglia di Filadelfia, 'internazionale.it', 28 luglio 2016

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lunedì 25 luglio 2016

#RITAGLI / Turchia, il paradosso che ci riguarda (Ida Dominijanni)

(...) Ma l’Unione europea tace. E alcuni dei suoi membri – solo alcuni – sussurrano, come pure gli Stati Uniti. Chiamano Erdoğan al telefono e gli chiedono felpatamente se per cortesia non potrebbe portare un po’ di rispetto allo stato di diritto, in cambio del fatto che l’occidente unito, Ue e Usa, ha condannato il tentato golpe e difeso in lui “un capo di governo democraticamente eletto”. Ed eccoci al punto. Che cos’è oggi un capo di governo democraticamente eletto, e che cosa lo distingue da un capo autoritario che alimenta con l’appello al popolo le proprie pretese di onnipotenza? È una domanda che non riguarda solo la Turchia. Quando Erdoğan si rivolge al “suo” popolo perché non solo approvi, ma supporti attivamente le sue decisioni in merito a stato d’emergenza, sospensione dei diritti, epurazione e repressione ci mette di fronte in modo estremo a un paradosso che in modo meno estremo riguarda tutte quelle democrazie contemporanee in cui un leader a vocazione populistico-plebiscitaria invoca, e sovente ottiene, l’approvazione e il sostegno democratico a favore di misure restrittive della democrazia: tanto per non fare nomi, dagli Stati Uniti di Trump alla Francia emergenziale di Hollande all’Italia del referendum sulla riforma costituzionale. 
Casi assai diversi, lo so bene, e imparagonabili sotto altri e decisivi punti di vista. Ma accomunati dalla stessa, nefasta tendenza che mette in contraddizione i due principi cardinali della democrazia che dovrebbero invece sostenersi a vicenda: il principio della legittimazione popolare e il principio di legalità, o in altri termini il consenso elettorale e il rispetto dello stato di diritto e dei suoi vincoli (compresi i vincoli alla revisione costituzionale all’interno, e i vincoli posti dal rispetto del diritto internazionale all’esterno). (...)

*** Ida DOMINIJANNI, giornalista, Lo specchio deformante di Istambul, 'internazionale.it', 22 luglio 2016

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sabato 16 aprile 2016

#SENZA_TAGLI / Votare (Ida Dominijanni)

Ci sono stati referendum per cui non ho votato. Ce n’è stato uno, quello per l’abolizione della quota proporzionale del Mattarellum, per cui ho fatto, nel mio piccolo, una campagna attiva per il non voto, ovvero per il non raggiungimento del quorum (che non fu raggiunto, sul filo): quel referendum si proponeva di completare la torsione maggioritaria del sistema elettorale, e far saltare il quorum significava mettere un alt alla religione del maggioritario che a mio avviso è stata responsabile di quasi tutti i guai della cosiddetta seconda repubblica. Questo tanto per dire che astenersi a un referendum, o a una qualsiasi consultazione elettorale, è ovviamente legittimo, ci mancherebbe, come pure è legittimo fare campagna per l’astensione.

Ma è legittimo farlo per me, che sono una cittadina qualsiasi e di parte, e per tutti i soggetti politici di parte: partiti, sindacati, associazioni. Che sia legittimo per un presidente del consiglio, o per un presidente emerito della repubblica, è invece a dir poco opinabile. Tanto più se il presidente del consiglio in questione è lo stesso che, contemporaneamente, fa un’attiva campagna per trasformare in un plebiscito il referendum confermativo della sua riforma costituzionale. E tanto più se il presidente emerito della repubblica in questione è lo stesso che un giorno sì e l’altro pure, per i nove lunghi anni del suo doppio mandato, ha predicato a proposito e a sproposito contro la disaffezione verso la politica, definendola per giunta, molto approssimativamente, antipolitica. In entrambi questi casi l’appello all’astensione sarà pure non illegittimo, ma è, sia detto a chiare lettere, non solo inopportuno ma anche scandaloso, provenendo da due autorità che in primo luogo non dovrebbero essere di parte, e in secondo luogo dovrebbero militare per l’estensione, non l’estinzione, della partecipazione democratica alla cosa pubblica.

Vero è che come sempre negli scandali c’è un nocciolo di senso. Nella fattispecie, abbiamo a che fare con un presidente del consiglio che non solo si spende per l’astensione in questa circostanza, ma che, salvo la chiamata alle urne per il referendum confermativo della riforma costituzionale, ha fatto dell’astensione la propria rendita di posizione. L’Italicum, ovvero la legge elettorale che dovremmo ingurgitare di qui a poco, è fatto apposta per conquistare una maggioranza abnorme in parlamento con un numero risibile di voti e di votanti. Non solo. Già tutta la narrazione della grande vittoria di Renzi alle ultime elezioni europee, che l’avrebbe secondo lui legittimato a governare senza passare per le elezioni politiche, è abilmente basata sull’occultazione dell’elevato tasso di astensionismo che caratterizzò quella consultazione: il famigerato 40 per cento allora conquistato dal Pd, vale la pena ricordarlo, fu un 40 per cento del 58 per cento dei votanti. Cioè un modesto 23 per cento del corpo elettorale.

Quanto al presidente emerito della repubblica, lui le elezioni e l’esercizio del voto ha già ampiamente dimostrato di non gradirli granché. Nel 2011, dimessosi Berlusconi, riuscì nella mirabile impresa di insediare Monti senza farci passare per il rito elettorale, un rito mai come in quel caso necessario per archiviare il ventennio del Cavaliere. Ma pochi mesi prima c’erano stati il referendum sull’acqua e le amministrative vinte da sinistra, e anche quella era pericolosa antipolitica, non per difetto ma per eccesso di partecipazione democratica: meglio un sano stato d’eccezione. La mirabile impresa si ripeté, sempre il presidente emerito officiante, nel passaggio da Letta a Renzi, ma ormai c’eravamo abituati.

Morale della favola. Votare è un diritto-dovere, ci insegnavano a scuola quando ancora esisteva una scuola pubblica orgogliosa di essere tale. Quel diritto-dovere lo si può e lo si deve esercitare, quando le condizioni della democrazia lo consentono. Si può decidere di non esercitarlo, quando le condizioni della democrazia sono tali da farci decidere che l’esodo è più significativo della partecipazione. Ma quando sono due massime autorità dello stato a dirci che quel diritto-dovere non conta un fico secco, allora è il momento di difenderlo con le unghie e con i denti. Io domenica vado a votare (sì). E pure di buon mattino.

*** Idia DOMINIJANNI, giornalista, Voti che contano, 'internazionale.it', 16 aprile 2016, qui

mercoledì 4 novembre 2015

#RITAGLI / Occupy Roma (Ida Dominijanni)

Sempre più a corto di elettori e di lettori, politica istituzionale e media mainstream somigliano ormai a un mediocre fashion blog a caccia di modelli: figurini che cambiano col vento della moda. Per un paio di decenni, a sostegno della smania di riforma costituzionale, in passerella sfilavano di continuo i modelli istituzionali tedesco, francese, americano, perfino israeliano (pareva il più antidemocratico ma l’abbiamo superato con la recente riforma Boschi). Adesso, di fronte allo sfascio delle istituzioni locali, sfilano i modelli amministrativi. A Roma la vicenda Marino spalanca il sipario sullo stato terminale della politica? Nessun problema, basta fare un fischio al Modello Milano. Il quale sbarca a Fiumicino nella persona del commissario Tronca, si infila la fascia tricolore, va a farsi benedire dal papa et voilà, il gioco è fatto. (...)

Sono stata a Milano per qualche giorno poche settimane fa. Non ci capitavo dal 2010, ultimi mesi del ventennio berlusconiano, e ho percepito subito un cambiamento etico-estetico evidente: il centro storico pedonalizzato e tirato a lucido (ma pare che la situazione delle periferie sia parecchio diversa), i soldi che riprendono a girare, la metro che ti porta ovunque in pochi minuti, l’estetica tacchi a spillo della Milano da bere sostituita da una coolness discreta, le persone che ti sorridono invece di ringhiare come fanno quasi sempre a Roma. Ma nessuno, a Milano, attribuisce questo cambiamento all’Expo, o solo all’Expo, o in primis all’Expo. L’Expo, dicono, ha dato sicuramente una mano, e molti soldi, a rilanciare lo spirito mercantile di Milano. Ma prima dell’Expo c’è stata l’amministrazione Pisapia, e il risveglio sociale che l’ha resa possibile prendendo in mano i destini della città nella campagna elettorale della primavera 2011. Un risveglio siglato da quell’arcobaleno che spuntò dopo la pioggia nella manifestazione in Piazza del Duomo la sera prima del voto, simbolo e annuncio del cambio di stagione.

Rimuovere quell’arcobaleno dal quadro del “modello Milano”, e oscurarlo con l’Expo e i Tronca, ha il senso evidente di cancellare l’opera della politica, di una buona politica, nel cambiamento di una comunità, e l’obiettivo altrettanto evidente di esportare questa cancellazione a Roma, chiudendo (o coprendo) il tempo della cattiva politica con il tempo dei commissari e dei podestà. (...)

Come ha scritto Giovanni Orsina sul Corriere della Sera qualche giorno fa, da questo punto di vista i duellanti Renzi e Marino purtroppo si assomigliano. E la conclusione della vicenda Marino per mano di Renzi, aggiungo io, va nella stessa direzione antipolitica: fine della sindacatura tramite atto notarile senza dibattito in consiglio comunale, delegittimazione di ciò che resta dei partiti e segnatamente del Pd renziano e del suo modo di condurre la partita, consegna della città nelle mani di un prefetto anzi due, Tronca e Gabrielli. E probabilmente, nei prossimi mesi, sperimentazione sul campo della definitiva destrutturazione del campo politico: non più destra contro sinistra, ma basso contro alto (se va bene) o prefetti e dream team contro politici e partiti (se va male). (...)

Perché l’arcobaleno di Milano torni a spuntare su Roma, bisogna in primo luogo girare la macchina da presa. Puntarla non sui candidati, ma sulla parte migliore della cittadinanza. Non sulle liste, ma sulle pratiche che giorno per giorno disegnano una città di gran lunga migliore della sua descrizione mainstream: accogliente con i cittadini e con i migranti, pensante, creativa, pulita, visionaria. Vorrei vederle riunite in un “Occupy Roma” che ridisegni le piazze come luoghi pubblici, interponga i corpi e le vite fra il malaffare e la cattiva politica, rimetta in circolo desideri e idee, curi la depressione con l’immaginazione e la sciatteria con la cura. Non per esprimere un candidato ma per reinventare la città, e la politica. Roma l’ha già fatto una volta, ai tempi di Renato Nicolini e dell’estate romana. È poco? Sarebbe moltissimo, ai prefetti non piacerebbe, nessun candidato potrebbe prescinderne e la campagna elettorale ne verrebbe di sicuro civilizzata.

*** Ida DOMINiJANNI, giornalista, Occupy Roma, 'internazionale', 3 novembre 2015

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