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mercoledì 28 agosto 2019

#MOSQUITO / Brexit, la verità in secondo piano (Ferruccio De Bortoli)

Dopo il voto a favore della Brexit, il 23 giugno 2016, alcuni tra i sostenitori dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea si vantarono di aver convinto i propri concittadini a votare leave sulla base di argomentazioni del tutto inconsistenti. Come il fatto che l’uscita di Londra dall’Unione a 28 membri avrebbe portato un beneficio di 350 milioni di sterline a settimana per il sistema sanitario britannico. Non si vergognarono di aver detto il falso agli elettori. Sostennero invece che l’importante era suscitare emozioni per una giusta causa. La verità veniva in secondo piano. Forse se ne poteva fare addirittura a meno.

*** Ferruccio DE BORTOLI, 1953, giornalista e saggista, già direttore di 'Corriere della Sera' e 'Il Sole 24 ore', Ci salveremo. Appunti per una riscossa civica, Garzanti, 2019


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mercoledì 7 agosto 2019

#MOSQUITO / Meritocrazia, finché non tornano in Italia (Ferruccio De Bortoli)

Maria Grazia Roncarolo è professoressa di pediatria e medicina. Sposata, due figli. È di Torino (1956), dove si è laureata. Dopo essere stata per otto anni negli Stati Uniti, è rientrata in Italia, nel 2007, per lavorare al San Raffaele di Milano, di cui è diventata direttore scientifico. Anni intensi. Gli studi d’avanguardia su staminali e terapia genica anche grazie a Telethon. Poi è tornata negli Stati Uniti. Il suo Paese non ha fatto nulla per trattenerla, nonostante sia una delle scienziate più apprezzate al mondo. Ora è docente a Stanford, in California, co-director dell’Institute for Stem Cell Biology and Regenerative Medicine. «Il talento italiano», dice, «è straordinario. Gli esempi di impegno e successo sono numerosissimi. Scienziati, bioingegneri, medici, ma anche, qui nella Silicon Valley, tanti imprenditori, manager, innovatori. La loro reputazione è elevata. Siamo trattati con grande rispetto. Gli americani ci riconoscono doti di intelligenza creativa, flessibilità, capacità di adattarci al cambiamento. Ma mi domando perché ci debba essere tanta differenza nella valorizzazione dei talenti tra i due Paesi. L’Italia ha investito su tanti bravi ragazzi e poi li lascia andare via così?» 

Nei suoi anni in Italia, Maria Grazia Roncarolo ha avuto numerosi allievi. «Bravissimi, ma nessuno è rimasto. Se ne sono andati via tutti. Chi qui negli Stati Uniti, chi in Germania o nel Regno Unito. In Italia il significato della espressione brain power è totalmente sconosciuto. Le conseguenze di questo esodo si vedranno, drammaticamente, tra dieci anni. Vuole sapere però che cosa mi stupisce di più e un po’ mi addolora?» Mi dica, professoressa. «Le stesse persone di cui le ho parlato, quando tornano nel loro Paese, sono meno rispettose del merito di quanto non lo siano qui, negli Stati Uniti. E anche meno attente all’educazione civica. È come se regredissero, come se si sentissero meno obbligate. La nostra generazione, purtroppo, non sente il Paese come proprio. Non gli appartiene. Si ritiene ospite e appena può se ne torna all’estero dove ricomincia a comportarsi meglio.»

*** Ferruccio DE BORTOLI, 1953, giornalista e saggista, già direttore di 'Corriere della Sera' e 'Il Sole 24 ore', Ci salveremo. Appunti per una riscossa civica, Garzanti, 2019


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mercoledì 4 aprile 2018

#MOSQUITO / Giornalismo, avere un'anima e rispettare i fatti (Ferruccio De Bortoli)

C’è una tendenza niente affatto minoritaria del giornalismo italiano – ma non soltanto italiano – a «polemizzare» con i fatti quando questi smentiscono la propria visione della realtà. Io, a dire il vero, ho anche una certa nostalgia dei giornali attraverso i quali si capiva l’orientamento di un partito e di una parte della società. Se ci fossero ancora, partiti e corpi intermedi conserverebbero una funzione vitale nella democrazia italiana. Si può e si deve avere un orientamento. I giornali cosiddetti indipendenti rispecchiano un’idea, una tradizione, danno voce a un territorio. Ma avere un’anima, una linea politica, non esclude l’obbligo morale e professionale di rispettare l’oggettività dei fatti. Se oggi la verità dei fatti non ha più una sua importanza sociale e politica, perché anche nel dibattito pubblico è ritenuta per alcuni secondaria, forse lo si deve anche alla scarsa predisposizione dei giornalisti a essere rigorosi nel rettificare notizie scorrette, nel chiedere scusa, per esempio, quando si commette un errore. E, visto che ormai si pubblica in tempo reale, uno degli aspetti più problematici oggi è che la tempestività prevale sull’accuratezza.

*** Ferruccio DE BORTOLI, 1953, giornalista e saggista, già direttore di 'Corriere della Sera' e 'Il Sole 24 ore', Cosa significa imparzialità? Giornalismo indipendente vs giornalismo militante?, dialogo fra Luciana Castellina e Ferruccio De Bortoli, 'MicroMega', n. 3 , 2018


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martedì 16 maggio 2017

#LIBRI PREZIOSI / "Poteri forti (o quasi)", di Ferruccio de Bortoli (recensione di M. Ferrario)

Ferruccio DE BORTOLI
"Poteri forti (o quasi). 
Memorie di oltre quarant'anni di giornalismo"
La nave di Teseo, 2017
pagine 319, € 19,00, € 9,99

Critica e autocritica: giornalismo e storia italiana in 40 anni
Il clamore suscitato dalla rivelazione, a pagina 209 del saggio di Ferruccio De Bortoli (Poteri forti (o quasi), della richiesta di Maria Elena Boschi, all'epoca ministra delle Riforme, all'allora amministratore delegato Unicredit Federico Ghizzoni di intervenire in favore di Banca Etruria, di cui era vicepresidente il padre, non si è ancora placato: lei continua a negare di averlo fatto e minaccia querele che finora non sono pervenute; De Bortoli conferma le sue fonti; e Ghizzoni né conferma né smentisce, rimandando a un'audizione in Parlamento il momento per dire la sua (e così, di fatto, facendo intuire che de Bortoli sul punto non è molto smentibile). 

Il libro, dunque, sta subendo una esposizione mediatica, anche ossessiva, che forse rende in chiave pubblicitaria, ma rischia di distogliere l'attenzione dalle oltre trecento pagine, belle e saporite: che offrono squarci gustosi non solo della vita professionale di un grande giornalista, ma ovviamente, dato il ruolo cruciale esercitato da de Bortoli dalla plancia di comando di 'Corriere della Sera' (due volte) e di 'Il Sole 24 ore', della scena economica, culturale e politica italiana lungo almeno una quarantina d'anni. 

Non sono mai stato un fan del 'Corriere' (lo leggo da sempre insieme con almeno altri quattro quotidiani) e resto critico verso un certo 'cerchiobottismo' che di fatto, troppo spesso, finisce per essere filo-governativo, o, come oggi si abusa dire rubando il termine all'inglese, 'filo-establishment'. Ma ovviamente non si può negare che il punto di vista di un grande quotidiano come il 'Corriere', anche quando non si è d'accordo (forse soprattutto), sia imprescindibile per costruirsi una visione complessiva delle cose. 
E questo saggio di de Bortoli lo conferma: la ricchezza degli episodi raccontati ('flashback' suggestivi di un passato non solo italiano e cammei stuzzicanti di personaggi cruciali del giornalismo, della politica e della cultura) e lo stile in 'bell'italiano' (equilibrato, pacato, semplice, ma mai grigio e monotono: spesso critico e persino autocritico sul piano sia personale che dei colleghi giornalisti) concorrono a farcelo percorrere d'un fiato. 

La tesi che i poteri, forse più deboli di quanto crediamo, siano oggi sempre più opachi e sfuggenti è ben argomentata e il giudizio alla fine è tagliente.
Scrive de Bortoli: «Il paese ha avuto solo raramente poteri forti. Ha certamente avuto, e continua ad avere, sempre poteri opachi, non raramente forieri di corruzione, quando non confinanti con la criminalità. Cordate personali, piccole consorterie, corporazioni ottuse, egoismi locali e miopie collettive. Sciami di manager attenti al proprio personale tornaconto nel breve periodo – a volte in combutta con consulenti e cacciatori di teste – abili nel saltare da un incarico all’altro e del tutto disinteressati al futuro delle aziende e tantomeno dei loro dipendenti.»
Non è l'unico capoverso in cui la presa di posizione è netta: e chi, come me, si infastidisce per i giri di parole che vogliono dire tutto e niente ha modo di apprezzare. Una ragione in più per leggere il libro.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

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Applaudo all’emergere degli users generated contents, ovvero dei contenuti generati dagli stessi utenti. Si è creata così un’immensa piazza di libertà, evviva. Le reticenze dei media tradizionali vengono facilmente smascherate, si pubblicano più notizie sgradite al potere. Perfetto. Ma, noto con sgomento, come ciò non corrisponda alla creazione di un’opinione pubblica adulta e avvertita. Ma al suo contrario: un magma di umori e sentimenti che fluttua impetuoso sui social network. Si nutre di pensieri unici, coltiva il pericoloso mito della semplificazione della realtà che induce a individuare con facilità capri espiatori e a credere a qualsivoglia complotto. Moltitudini che si aggregano per identità di opinioni e gusti. Entusiasti di trovare connessioni senza confini ma disinteressati a conoscere idee e realtà diverse. A coltivare il dubbio, l’etica del confronto e del rispetto dell’altro. Sudditi più che cittadini. E forse per questo interessati non alla verità dei fatti bensì soltanto alla loro verosimiglianza. Ansiosi di condividere, non di accertare. Disposti a credere alla versione più congeniale per sé e per la propria comunità, per nulla preoccupati di soppesare costi e benefici o di non confondere i sogni effimeri con i vantaggi reali. Eccitazione tecnologica tanta, spirito critico poco. Le eccezioni positive non mancano, ovviamente, i movimenti di opinione non di rado risultano incoraggiati e meglio conosciuti, le buone pratiche, anche giornalistiche, sono promettenti. Ma nella massa, nella gran parte della piazza virtuale della quale mai ci priveremmo, il clima è questo. (Ferruccio de Bortoli, "Poteri forti (o quasi)", La nave di Teseo, 2017)

Lavorando al “Corriere” e poi al “Sole”, la nostra trincea era ovviamente quella del privato. Se c’è un errore che abbiamo compiuto – certamente io per primo –, è stato quello di credere un po’ troppo che tutte le virtù risiedessero nella parte dell’imprenditoria privata. Soprattutto in quella che chiedeva a gran voce privatizzazioni e libertà dei mercati e poi si sarebbe rifugiata volentieri negli ex monopoli pubblici, come a ripararsi da una concorrenza internazionale per la quale nutriva timori. Mi sarei accorto più avanti – a privatizzazioni avvenute in larga parte per le necessità stringenti del bilancio statale – che non pochi tra gli imprenditori privati avevano mutuato i difetti della politica. Ovvero, la logica dello scambio dei favori a discapito delle ragioni del mercato e della concorrenza. L’intreccio perverso fra partiti e aziende, che avrebbe poi portato anche alle inchieste di Mani pulite, era largamente diffuso. Penetrato nel costume nazionale, la corruzione vista come uno stato di necessità. Poche e lodevoli le eccezioni. Convenienza, furbizia, importanza delle relazioni personali, constatazione che gli snodi nei quali si adottano le decisioni più importanti fanno parte di una rete invisibile e, a volte, opaca di rapporti di potere (massoneria in primis, di alto e basso livello, Comunione e liberazione, Opus Dei e via di seguito). E le istituzioni ne erano e sono spesso prigioniere. (Ferruccio de Bortoli, "Poteri forti (o quasi)", La nave di Teseo, 2017)

Ricordo un’intervista di Giuliano Amato alla “Repubblica” nella quale profetizzava che la messa sul mercato di Telecom e di altre società pubbliche “avrebbe creato tanti gruppi con dimensioni paragonabili alla FIAT”. Avremmo avuto, in sostanza, tanti nuovi Agnelli. Come le “verdi praterie” dell’euro promesse avventatamente da Prodi al momento dell’ingresso nella moneta unica. Tra il 1992 e il 2000 sono stati ceduti ai privati pacchetti azionari per duecentomila miliardi di lire. Il paradosso finale è che oggi la FIAT si chiama FCA – avendo concluso felicemente la fusione con Chrysler – e non è più italiana. Sede legale e sede fiscale sono state portate all’estero – la prima è ora ad Amsterdam, la seconda a Londra – senza polemiche. Anzi, Sergio Marchionne e John Elkann sono stati accompagnati alla frontiera dall’allora premier Matteo Renzi, che li ha pure ringraziati, indicandoli ad esempio. E non ha pensato nemmeno per un attimo a una sorta di exit tax. In Francia, in Germania e negli Stati Uniti di Trump (subito osannato da Marchionne, prima obamiano di ferro), non sarebbe mai accaduto. L’altro paradosso è che la Confindustria è oggi dominata dalle imprese pubbliche (ENI, ENEL, Ferrovie, Poste) decisive, per esempio, nella designazione nella primavera 2016 del presidente Vincenzo Boccia. (Ferruccio de Bortoli, "Poteri forti (o quasi)", La nave di Teseo, 2017)
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venerdì 20 gennaio 2017

#VIDEO / Jobs Act, non ne è valsa la pena (Ferruccio De Bortoli)


Sul Jobs Act
Ferruccio DE BORTOLI
giornalista
programma tv 'cartabianca', 19 gennaio 2017
(video 1min56)

«Il Jobs Act non ha avuto sicuramente effetti positivi per quanto riguarda l'occupazione giovanile. Il problema di fondo, che riguardava tutta la politica economica del Governo Renzi, è se sia valsa la pena di scassare i conti pubblici e mettere a rischio la finanza statale per avere risultati economici così modesti dopo i 12-13 miliardi spesi per avviare il Jobs Act. »

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giovedì 9 luglio 2015

#RITAGLI / Renzi e il renzismo (Ferruccio de Bortoli)

Renzi ha incarnato una grande novità, anche in termini di giovanilismo, maleducazione, arroganza che, come ho più volte scritto, in una certa misura sono stati necessari per smuovere le acque stagnanti della politica. Però governare è altra cosa. Governare non significa twittare o circondarsi di fedeli. Significa non soltanto annunciare le riforme, ma realizzarle.
C'è da dire che è il primo premier che parla di sé in terza persona. È fantastico. Lui pensa che per governare basti raccontare una bella storia al Paese.

Renzismo è al dunque una forma brillante e molto contemporanea di occupazione del potere. Un prodotto di sintesi del berlusconismo di sinistra. È la dimostrazione di come il PD, che ha sempre combattuto Berlusconi, sia stato conquistato da un suo clone. Ultimamente però il renzismo inizia a battere qualche colpo a vuoto, tanto da sembrare in uno stato quasi confusionale. E tuttavia, paradosso finale, siamo costretti a sperare che Renzi resista e impari a governare.

*** Ferruccio DE BORTOLI, 1953, giornalista, già direttore del 'Corriere della Sera' (1997-2003 e 2009-2015) e del 'Sole 24 ore' (2005-2009), conversazione con Beppe Benvenuto, 'Linus', luglio 2015.

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mercoledì 13 maggio 2015

#RITAGLI #LINK / Bene comune, etica, giornalismo (Ferruccio De Bortoli)

(...) Pur con i suoi difetti, il secolo dell’ideologia aveva un’idea complessiva di bene comune, che non è affatto la sommatoria degli interessi privati. Ecco, da noi il bene comune è diventato una sorta di res nullius, che non ci appartiene. Gli spazi pubblici fatichiamo a sentirli nostri, tant’è vero che li trattiamo molto male. In questo senso dico che la classe dirigente ha perso per strada il ‘sentimento’ della propria responsabilità.

[D: Abbiamo dimenticato Mani Pulite?]
È stata rimossa. Tangentopoli è stata, diciamo, una fase in cui si è tentato di moralizzare il Paese, anche se non possiamo negare i limiti dell’azione giudiziaria, che credo abbia fatto luce solo su una parte del malaffare dell’epoca. Però dobbiamo dirlo: a differenza di adesso, era un malaffare indirizzato soprattutto ai partiti, mentre oggi mi sembra tutto indirizzato alle persone o ai gruppi di potere. Quella lezione non l’abbiamo storicizzata. Per esempio riguardo alla sostituzione dell’etica con la norma penale nel discorso pubblico: un tema che meriterebbe una riflessione ampia. Alla fine tutto si richiude: l’Italia è un Paese ad alta digeribilità, che non impara dai propri incidenti. Ci si rifà molto facilmente una verginità, e si cambia di aspetto e di maschera con grandissima velocità. (...)

Sai qual è la malattia senile del giornalismo? Quando accade qualcosa e tu pensi di sapere già come andrà a finire. E allora, credendo di sapere, hai un atteggiamento un po’ scettico e superficiale rispetto a quello che accade. Invece ti devi stupire, incuriosire, indignare. Sempre. Tu devi essere attratto dal sistema. Cioè, la tua carne, il tuo corpo, devono essere attratti dalle notizie. Ma quando tu ti soffermi sul ciglio – con la tua giacca e cravatta come faccio io – e giudichi dall’alto, sei superficiale, superbo. E alla fine fai male il tuo mestiere.

*** Ferruccio DE BORTOLI, giornalista, ex direttore del 'Corriere della Sera', intervistato da Silvia Truzzi, Renzi ha una concezione autoritaria di occupazione delle istituzioni, estratto, 'Il Fatto Quotidiano', 12 maggio 2015

LINK, intervista integrale qui