Visualizzazione post con etichetta Renzi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Renzi. Mostra tutti i post

mercoledì 7 marzo 2018

#VIGNETTE / Renzi (Mauro Biani, Natangelo)

Mauro BIANI, 1967
'il manifesto', 6 marzo 2018, qui

° ° °

NATANGELO, 1985
'Il Fatto Quotidiano', 6 marzo 2018, qui

In Mixtura i contributi di Mauro Biani qui
In Mixtura i contributi di Natangelo qui
In Mixtura ark #Vignette qui

mercoledì 19 luglio 2017

#SENZA_TAGLI / Migranti, a casa loro (Giovanni De Mauro)

Le frasi di Matteo Renzi sui migranti (“Noi non abbiamo il dovere morale di accoglierli, ma abbiamo il dovere morale di aiutarli a casa loro”) non sono un inciampo o un errore di comunicazione. Sono invece un buon indicatore dell’umore generale, perfino a sinistra. Un umore che Renzi asseconda e cerca di sfruttare, anziché combattere. Ma l’idea di “aiutarli a casa loro” è un bluff, un modo neppure troppo elegante di lavarsi le mani della questione. Perché se si fanno due conti, come li ha fatti Ilda Curti, esperta di relazioni internazionali e in passato assessore a Torino, si capisce subito che “aiutarli a casa loro” comporterebbe costi, non solo economici, di gran lunga superiori ad “accoglierli a casa nostra”.

Bisognerebbe smettere di vendere armi e tecnologie militari ai regimi autoritari (l’Italia è l’ottavo paese al mondo per esportazioni di armi); sospendere ogni forma di sostegno economico ai governi corrotti; interrompere lo sfruttamento delle regioni da cui proviene gran parte delle materie prime di cui hanno bisogno le nostre industrie; affrontare e combattere seriamente il cambiamento climatico; investire in scuole, ospedali, sviluppo locale, infrastrutture, tecnologia, energia rinnovabile, reti di mobilità sostenibile; combattere l’economia dello sfruttamento, quella che ci fa trovare i pomodori a un euro al chilo nei supermercati; aprire canali umanitari che tolgano ossigeno a trafficanti e mafie; riformare e dare autorevolezza alle istituzioni internazionali, cedendo tutti un po’ di sovranità nazionale. E molto altro ancora, con l’obiettivo di combattere le disuguaglianze globali e pronti a rinunciare a parte dei privilegi dell’essere nati casualmente da questa parte del mondo.

Ecco, per aiutarli davvero “a casa loro” bisognerebbe fare tutto questo. Ma è chiaro che nessun leader europeo ha realmente intenzione di farlo. Perché vorrebbe dire fare la rivoluzione.

*** Giovanni DE MAURO, giornalista, direttore di 'Internazionale', Casa, 'internazionale.it', 14 luglio 2017, qui


In Mixtura altri contributi di Giovanni De Mauro qui

sabato 8 luglio 2017

#SENZA_TAGLI / Migranti, egemonia della destra (Fabio Chiusi)

È umanamente massacrante osservare, totalmente impotenti, l'egemonia culturale di destra imporsi incontrastata sul tema migranti. 
Prevale la paura, l'intolleranza, i porti chiusi, i numeri chiusi, i muri, i militari ai confini, l'idea delirante di aiutarli nemmeno più "a casa loro", ma sulle barche loro. Soprattutto prevale quel "loro" contrapposto a un "noi" che non esiste, che è già intrinsecamente razzista, disumanizzante, incapace di empatia come questa era in cui i lutti e i traguardi si celebrano in tempo reale, si condividono sempre ma, temo, si vivono sempre meno, perché sempre meno si riconosce l'umanità dell'altro, di chi scompare o trionfa; e ne resta un'immagine, una foto simbolo, un tweet sagace, una polemica televisiva, uno slogan pubblicitario, un marketing dell'umanità che rivolta lo stomaco. 
Non è solo l'autoritarismo che ritorna nei volti osceni di Trump, Erdogan o Putin, nelle loro minacce che sempre più sembrano quotidianità, nella loro intolleranza fatta sistema. E non è nemmeno il conservatorismo sempre più bieco delle destre Occidentali. È anche, forse soprattutto, l'incapacità di immaginazione, slancio e visione delle sinistre, dei "progressisti" che parlano proprio come loro, quelli che dovrebbero stare dall'altra parte e sì, dovremmo - e scusate il "noi" - combattere come si combatte un avversario e un nemico; altro che la "post-ideologia" del volemose bene, del dialogo a ogni costo. 
Perché il risultato è questo: ognuno si fa i cazzi suoi, per un pugno di elettori nel giardino di casa propria. 
Lo dico con la pena nel cuore e nel cervello, ma a questo punto meglio il multiculturalismo di uno Zuckerberg. Meglio quello di un'Europa incapace di qualunque cooperazione umanitaria reale, che sfondi una pagina di comunicato stampa. Meglio il dominio dell'algoritmo che un mondo fatto di uomini altrettanto macchine - e chissà se una qualunque intelligenza artificiale, per quanto scema, farebbe morire tutti gli esseri umani che sono morti e continuano a morire, in questi mesi e anni, per mancanza di intelligenza naturale.

*** Fabio CHIUSI, giornalista e saggista, 'facebook', 7 luglio 2017, qui


In Mixtura altri contributi di Fabio Chiusi qui

#SENZA_TAGLI / Migranti, numero chiuso? (Enrico Mentana)

Vedo che ora Renzi propone il numero chiuso per i migranti. 
Mi pare, per dirla chiara, insensato. 
Numero chiuso di chi? Se fuggi da una guerra hai diritto allo status di rifugiato: non puoi trovare Renzi sulla banchina che ti dice "purtroppo abbiamo raggiunto il limite massimo". Convenzione di Ginevra e costituzione italiana non lo permettono. Il problema è che molti migranti affermano di fuggire da conflitti, mentendo per entrare: ed è per questo che ci sono quegli stipati centri di identificazione e accoglienza. Si fa domanda e si aspetta. Se non viene riconosciuto il diritto, il richiedente va respinto. A meno che non abbia già lasciato i centri, muovendosi come clandestino attraverso il territorio italiano, nella stragrande maggioranza dei casi diretto verso le frontiere nord. Già, perché quasi tutti i migranti non vogliono restare in Italia. 
Per nessuno di loro - aspiranti rifugiati o "migranti economici" - è possibile o sensato applicare un numero chiuso. E poi, ove mai, quale numero? Deciso in base a cosa? Posti letto? "Lavori che gli italiani non vogliono più fare"? Quota percentuale rispetto alla demografia del paese?

*** Enrico MENTANA, giornalista, direttore di TgLa7, 'facebook', 7 luglio 2017, qui


In Mixtura altri contributi di Enrico Mentana qui

lunedì 20 febbraio 2017

#SPILLI / Pd, "ma non dovevamo vederci più?" (M. Ferrario)

Assemblea Pd. 
Scissione sì, scissione no e gioco del cerino.
Un partito a pezzi. 
Una telenovela sfinente e indecorosa.

"Ma non dovevamo vederci più?" 
(Lucio BattistiAncora tu, 1976)

Pareva di sì.

Lo sappiamo, ma è bene non dimenticarlo mai: almeno in una quindicina di occasioni, nel corso del 2016 (vedi qui sotto), Matteo Renzi promise solennemente che se avesse perso il referendum su "la madre di tutte le riforme" se ne sarebbe andato dalla politica.
Ora, per la prima volta nella storia del Pd, un segretario (Matteo Renzi) si ricandida al 'comando' Pd dopo aver sfasciato il partito.

Un leader che inanella sconfitte di questa portata (referendum costituzionale e rottura del Partito di cui è stato segretario), oltre a raccontare le panzane che racconta, dovrebbe venire cacciato a pedate dai 'suoi' ed essere dimenticato dai media e da tutti noi.
Ma siamo in Italia.
Dove nulla è serio.
E i risultati non fanno merito, perché fanno merito le panzane. 
E l'etica è buona per i convegni.
E lui - 'giustamente' - imperversa, perché gli è consentito di imperversare.

E infatti il suddetto, a chiusura del suo discorso che lancia il congresso in formato 'sveltina' che lo riconfermerà segretario di un partito frutto di una scissione da lui incubata sin dalla sua entrata in scena e oggi finalmente prodotta, ripete a disco rotto di andare avanti, avanti, avanti. 
Avanti così. 
E, si raccomanda, "con il sorriso in bocca". 
Vien da dire: se un po' beota, meglio.

*** Massimo Ferrario, Pd, "ma non dovevamo vederci più"?, per Mixtura


Ecco gli impegni, ripetuti e formali, assunti da Matteo Renzi nel corso del 2016: 
(da 'ilfattoquotidiano.it', 22 agosto 2016, qui)

(1) - Matteo Renzi, 29 dicembre 2015, conferenza stampa di fine anno: 
“Se perdo il referendum considero fallita la mia esperienza politica”.

(2) - Matteo Renzi, 10 gennaio 2016, intervista al Tg1: 
“Il referendum non è un plebiscito ma è giusto che la parola passi ai cittadini. Per anni la classe politica non ha fatto niente. Adesso è arrivato un governo nuovo che ha cercato di realizzare alcune cose. Se sulla madre di queste battaglie, che è la riforma costituzionale, i cittadini non sono d’accordo, hanno tutto il diritto di dirlo ed io ho il dovere di prenderne atto. Non sono un politico vecchia maniera che resta attaccato alla poltrona: io penso che si faccia politica per seguire un ideale. Io penso che gli italiani staranno dalla nostra parte, ma la parola finale ce l’hanno loro e io sono pronto ad assumermi le mie responsabilità”. 

(3) - Matteo Renzi, 20 gennaio, in Aula al Senato per il voto sulle riforme: 
“Ripeto qui: se perdessi il referendum considererei conclusa la mia esperienza perché credo profondamente nel valore della dignità della cosa pubblica”.

(4) - Matteo Renzi, 25 gennaio, intervista a Quinta Colonna: 
“Io non sono come gli altri, non posso restare aggrappato alla politica. Se sulle riforme gli italiani diranno di no, prendo la borsettina e torno a casa“.

(5) - Matteo Renzi, 7 febbraio, alla scuola di formazione del Pd: 
“Se perdo al referendum prendo atto del fatto che ho perso. Dite che sto attaccato alla poltrona? Tirate fuori le vostre idee, ecco la mia poltrona”. 

(6) - Matteo Renzi, 12 marzo, alla scuola di formazione del Pd: 
“Se perdiamo il referendum è doveroso trarne conseguenze, è sacrosanto non solo che il governo vada a casa ma che io consideri terminata la mia esperienza politica”.

(7) - Matteo Renzi, 20 marzo, al congresso dei Giovani Democratici: 
“Io ho già la mia clessidra girata. Se mi va come spero, finisco tra meno di 7 anni. Se mi va male, se perdo la sfida della credibilità o il referendum del 2016, vado via subito e non mi vedete più. Ci hanno detto che siamo attaccati alle poltrone, ma noi siamo attaccati alle idee: non c’e’ un leader che resta per sempre”. 

(8) - Matteo Renzi, 18 aprile, al Tg1: 
“La domanda di ottobre non riguarda il governo ma riguarda se si vuol cambiare la Carta e rendere piu’ semplice la politica. Se noi saremo bravi a spiegare le nostre ragioni otterremo un consenso ma il voto sulla persona non c’entra niente. Certo io se perdo vado a casa”. 

(9) - Matteo Renzi, 28 aprile, diretta Facebook e Twitter #Matteorisponde: 
“Io sono tra i pochi politici che dico quando perdo che ho perso. Altri quando perdono spiegano che hanno vinto. Se il referendum vedrà sconfitto trarrò le conseguenze. So da dove vengo e so che la politica è servizio. Sto personalizzando? No, se perdi una sfida epocale che fai? Racconti che i cittadini hanno sbagliato? No hai sbagliato tu”.

(10) - Matteo Renzi, 2 maggio, Ansa 
“La rottamazione non vale solo quando si voleva noi…. Se non riesco vado a casa”.

(11) - Matteo Renzi, 4 maggio, a Rtl 102.5: 
“Meno politici, più chiarezza nei poteri delle regioni, un’Italia più semplice: non è la mia riforma ma quella che l’Italia aspettava da 30 anni. Per attaccare il governo si dice di discutere nel merito e io sono per parlarne nel merito. Ma se perdo non resto come i vecchi politici aggrappato alla poltrona. Non sono come i vecchi politici che si mettono il vinavil e che invece di lavorare restano attaccati alla poltrone”.

(12) - Matteo Renzi, 8 maggio, intervistato da Fabio Fazio a Che tempo che fa: 
“Se io perdo, con che faccia rimango. Ma non è che vado a casa, smetto di fare politica. Non è personalizzazione ma serietà. Lo so che si aggrappano alla poltrona ma non posso fare finta di niente”.

(13) - Matteo Renzi, 11 maggio, Ansa: 
“Non sto in paradiso a dispetto dei santi. Se perdo, non finisce solo il governo ma finisce la mia carriera come politico e vado a fare altro”.

(14) - Matteo Renzi, 18 maggio, #Matteorisponde: 
“Quando provo a entrare nel merito, mi dicono che ho personalizzato il referendum. Ma io ho detto che se perdo non è che posso fare la faccia contrita e dire schiarendomi la voce che dopotutto è stato un buon risultato. Io cerco di vincere, sempre, quando perdo, talvolta mi è accaduto come alle primarie del 2012, ammetto la sconfitta”.

(15) - Matteo Renzi, 21 maggio, a L’Eco di Bergamo: 
“Se lo vinciamo, l’Italia diventerà un paese più stabile. Se lo perdiamo, vado a casa. Per serietà. Non resto aggrappato alla poltrona. Questa è personalizzazione? No. Questa e’ serietà”.

(16) - Matteo Renzi, 29 giugno, e-news: 
“In tanti stanno cercando di non parlare del merito del referendum. Fateci caso: vanno in tv e non parlano del merito, perché sul merito sanno che la riforma non è perfetta ma è un passo in avanti nella direzione attesa da decenni. No, loro non parlano di merito. Parlano di me. Dicono che io ho sbagliato a dire che se perdo vado a casa: e secondo voi io posso diventare un pollo da batteria che perde e fa finta di nulla? Pensano forse che io possa diventare come loro?”. 

In Mixtura ark #SPILLI qui

#SENZA_TAGLI / Liberismo e democrazia, secondo Renzi (Francesco Erspamer)

Volete capire cosa vuol dire liberismo? Ascoltate Renzi; per esempio il suo sprezzante discorso all'Assemblea del Pd: "Il Pd appartiene ai cittadini che votano alle primarie". Non agli iscritti o ai simpatizzanti; ai cittadini. E siccome il Pd ha la maggioranza in Parlamento, secondo Renzi il potere appartiene ai cittadini che votano alle primarie del Pd, ossia al segretario che eleggono in quella occasione, cioè lui.

Questo è liberismo: mescolare i ruoli, confondere le funzioni, usare un linguaggio impreciso allo scopo di indebolire la democrazia, di renderla ostaggio dei poteri forti, dei loro media, delle minoranze da essi controllate.

In democrazia non esiste la categoria dei "cittadini che votano alle primarie" come non esiste, mettiamo, quella dei "cittadini con il conto in banca" o dei "cittadini con un diploma di laurea". O un diritto appartiene a tutti i cittadini, senza alcuna discriminazione, o non si tratta di cittadini bensì di individui (che magari infatti non sono cittadini; non serve essere cittadini per iscriversi al Pd e votare alle primarie) i quali agiscono a titolo personale e hanno privilegi in quanto individui e non in quanto cittadini. 

Renzi non è solo un promotore di questa falsificazione; ne è anche il prodotto. Alle primarie del 2013 votarono meno di 3 milioni di persone e di queste meno di due milioni diedero la preferenza a lui; rispetto al totale dei cittadini aventi diritto al voto (51 milioni) si trattava rispettivamente del 5,8% e del 3,7%. In altre parole, Renzi divenne presidente del consiglio e indiscusso padrone del paese (sentendosi persino autorizzato a cambiare la legge elettorale e a stravolgere la Costituzione) grazie al consenso di meno del 4% dei cittadini.

Chiariamo dunque le cose. L'articolo 49 della Costituzione stabilisce che "tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale". Non dice affatto che i cittadini abbiano diritto di essere accettati in qualsiasi partito, né che i partiti appartengano alle maggioranze che vincessero le rispettive primarie, né che ci debbano essere primarie e tanto meno che debbano essere aperte ai non iscritti. Non dice neppure che i partiti debbano essere internamente democratici. Per il semplice, ovvio motivo che NON sono democratici in nessun caso in quanto non sono istituzioni dello Stato e il loro funzionamento è protetto ma non determinato dalla Costituzione. Il metodo democratico serve per consentire ai cittadini di determinare la politica nazionale, ossia dello Stato, individualmente o dopo essersi associati in partiti. Ciò che avviene nei partiti sono solo fatti dei partiti e della minuscola fazione dei loro membri o simpatizzanti; non dei cittadini.

*** Francesco ERSPAMER, docente di studi italiani e romanzi ad Harvard, saggista, 'facebook', 19 febbraio 2017, qui


In Mixtura altri 17 contributi di Francesco Erspamer qui

venerdì 17 febbraio 2017

#RITAGLI / Ha ferito la gente (Marcellina Anselmi)

Renzi vuole un partito leggero con il verbo unico pronunciato in televisione. Vuole un partito che decide tutto a Roma. E allora è ovvio che i circoli, non solo il nostro, si sono sentiti inutili. (...)

Da ragazza non ho scelto il partito comunista per Marx e Lenin, ma perché era un partito di persone serie. Io l’ho scelto per Berlinguer. Quello era un partito dove non ci si accoltellava alla schiena, dove tutti cercavano di darsi una mano. Per me un compagno era esattamente questo: una persona seria e onesta, uno che se poteva ti aiutava. Eravamo una comunità. Ovvio che adesso, quando Pierluigi va in strada, la gente lo ferma e gli dice: “Ma cosa ci fai ancora con quello lì?“. Ecco cosa intende, secondo me, quando dice che la scissione c’è già nel Paese. (...)

No, non è una questione di vecchi o giovani, Renzi era stato accolto bene. Ma si tratta di guardare le cose. Se la gente si sente trattata male, se ne va. Mi sembra normale. Ed è questo che ha fatto Renzi durante i suoi anni di governo: ha ferito la gente. Penso a tutte le persone iscritte alla Cgil, e lo dico da libera professionista senza tessera. Penso all’Anpi, i nostri partigiani. C’è tutto un popolo che non si sente rappresentato dai suoi modi di fare. Non saprei dire se quello di Renzi sia stato un errore o una scelta. Ma ha puntato sempre a destra, e ora siamo qui a parlare di scissione. 

*** Marcellina ANSELMI, già gestore del circolo Pd di Bettole di Piacenza, commercialista, coetanea di Pierluigi Bersani, dichiarazioni a Nicolò Zancan, A Bettola tra delusione e rimpianti. “Il rottamatore ha tradito il partito”, 'lastampa.it', 16 febbraio 2017, qui

giovedì 26 gennaio 2017

#SENZA_TAGLI / Renzi, se salvasse almeno la coerenza (Marco Furfaro)

"L'Italicum è la migliore legge del mondo. Vedrete che tra sei mesi ce la copieranno in molti". (Matteo Renzi, 23.03.2015)

"Sulla riforma costituzionale mi gioco tutto" (Matteo Renzi, 11.04.2016)

"Dicono che io ho sbagliato a dire che se perdo vado a casa: e secondo voi io posso diventare un pollo da batteria che perde e fa finta di nulla? Pensano forse che io possa diventare come loro? Accusano me di voler personalizzare perché loro sono preoccupati che in Italia si affermi il principio sacrosanto che chi perde va a casa" (Matteo Renzi, 29.06.2016)

"La Riforma Costituzionale viene affossata dal 59% degli elettori" (4.12.2016)

"La Consulta boccia il ballottaggio" (25.01.2017)

Il progetto politico di Matteo Renzi è stato affossato dagli italiani e dalla Consulta. Sarebbe bello se provasse a salvare almeno la sua coerenza, dimostrando per una volta che anche rispettare la parola data è segno di buona politica.

*** Marco FURFARO, 1980, politico, 'facebook', 25 gennaio 2017, qui


In Mixtura altri 3 contributi di Marco Furfaro qui

martedì 10 gennaio 2017

#SPILLI / Sì, si sente la mancanza (M. Ferrario)

Sì, non è cambiato nulla, naturalmente. 
È ancora tutto come prima.
Eppure, c'è qualcosa di nuovo. 
Qualcosa che fa star meglio comunque. 
Di per sé. 
È una cosa che manca, per la verità: non una cosa che c'è. 
Ma c'è proprio perché finalmente non c'è più. 
E si apprezza proprio perché manca. 
Almeno per ora.

Cosa manca?
Mancano le sparate quotidiane: narcisistiche, arroganti, cialtronesche, truffaldine. 
Manca l'ottimismo orgasmico: profuso a pieno volume via stampa-tv-social. 
Manca la retorica: stucchevole e fuffarola del futuro radioso. 
Manca la narrazione talebana: del 'tutto va bene e con me andrà sempre meglio'.

Insomma, si respira. 
Finalmente. 
E speriamo che duri. 
Ma intanto assaporiamola. 

Questa benedetta assenza di Renzi, naturalmente.

*** Massimo Ferrario, Si sente la mancanza, 'facebook', 9 gennaio 2017, qui


In Mixtura archivio dei miei #Spilli (oltre 200) qui

venerdì 23 dicembre 2016

SENZA_TAGLI / Dimenticare Renzi, e la sua ideologia anni 80 (Tomaso Montanari)

"Facendo, credo, un gesto di coraggio, ma anche di dignità, io ho detto che se perdo il referendum non è soltanto che vado a casa, ma smetto di far politica, magari è un incentivo per tanti per andare a votare contro. Perché però lo dico, non è il tentativo di trasformare un referendum come ha detto qualcuno in un plebiscito, è l'assunzione di un principio, finalmente c'è responsabilità da parte di chi governa: siamo stati abituati ad avere per anni il pantano, sempre gli stessi che si davano il cambio in modo ciclico, io vorrei una cultura più anglosassone in cui fai uno, due mandati, io spero di farne due, e poi te ne vai.

Se però nell'elemento chiave di trasformazione del sistema, dopo che hai fatto la legge elettorale, che con il ballottaggio impedisce il consociativismo, dopo che hai fatto un'operazione di riduzione delle tasse che non aveva fatto nessuno, dopo che hai fatto il jobs act, anche discutendo su alcuni tabù della sinistra e oggi i risultati sono che la disoccupazione scende, dopo che hai fatto la riforma della pubblica amministrazione e della scuola, arrivi alla riforma costituzionale che è la partita sulla quale ti sei giocato tutto. Ecco, se io perdo devo avere il coraggio di dire che devo trarne le conseguenze in un Paese in cui non perde nessuno".

Questo solenne, argomentato, impegno Matteo Renzi lo ha preso undici mesi fa, esattamente l'11 gennaio del 2016. Indietro non si torna. Non nel senso che Renzi voglia essere di parola: l'avesse fatto, gli avremmo reso l'onore delle armi, e gli avremmo rivolto il caloroso augurio di trovarsi un lavoro (non è mai troppo tardi).

Ma non l'ha fatto: ha lasciato la presidenza del Consiglio (non i fili con cui muove i pupi del Renzi-bis-senza-Renzi) solo per trasformare il Partito Democratico nel suo Fort Alamo (un Alamo dove, però, si spara soprattutto all'interno).

E tuttavia quel pubblico, solenne "patto" con gli italiani ha una sua forza oggettiva. Una forza fatale: Renzi aveva giurato di "lasciare la politica", ed è quello che sta succedendo. Perché, smentendo se stesso in modo così clamoroso, e dunque perdendo la faccia in modo irreversibile, Renzi lascia la politica e svela platealmente la sua appartenenza al "lato oscuro della forza": cioè al potere per il potere, all'eterno gioco di corridoio, alla congiura e all'intrigo.

La vera sconfitta - quella indelebile - non è quella inflitta dai 19 milioni e rotti di No: la vera sconfitta è l'immagine orrenda di Renzi che si aggrappa disperatamente alla poltrona di segretario del Pd, e piazza la Boschi e Lotti in pancia al governo Gentiloni.

È l'epilogo - meschino, avvilente, degradante - di un'avventura individuale superomistica, culminata nel clamoroso finale in cui l'uomo della provvidenza porta a sbattere contro un muro il suo partito, il suo governo, il suo Paese. Per poi passare dalla tragedia alla farsa: siccome tutto è finto, tutto è solo storytelling, il capo si rialza, come se nulla fosse.

Se la situazione non fosse terribilmente seria verrebbe da citare Mogol e Battisti: "Ancora tu: ma non dovevamo vederci più?". O, con i più smaliziati, un verso del surreale Cadavere spaziale di Riz Samaritano, canzone del 1963 splendidamente recuperata da Elio e le Storie Tese: "Il cadavere piangeva, e morire non voleva...".

E allora, visto che ormai è chiaro a tutti che con Renzi avremo ancora a che fare fino a che non avrà maturato una pensione, bisognerà essere terribilmente (e spiacevolmente) chiari. Si è molto discusso sul rapporto tra Renzi e la sinistra. A me pare che la questione non esista. Se non si fosse fatta la fusione fredda tra eredità democristiana ed eredità comunista, Renzi starebbe dall'altra parte.

Egli non è nemmeno un riformista timido: è un liberista naturale, un conservatore per vocazione e per interesse. Culturalmente, è un prodotto abbastanza tipico degli anni Ottanta e dei primi anni Novanta del Novecento: è lì che si forma il suo orizzonte politico. E non si forma per opposizione, ma per assimilazione: la sua idea di "modernità" coincide con quella di Tony Blair. Politicamente Renzi è post-ideologico: nel senso che non ha alcuna visione, né alcun progetto. Come mi ha detto una volta il suo amico Giuliano Da Empoli, Renzi è "un treno. Velocissimo e capace di sfondare moltissime barriere. Ma rigorosamente vuoto". Un mezzo senza contenuti: se non lui stesso. È puro marketing: cioè vendita continua.

Il che spiega (sia detto tra parentesi) il suo radicale odio per il senso critico, i "professoroni", i gufi, la cultura intesa come conoscenza e giudizio sul mondo: cioè verso tutto quello che può rompere l'ipnosi del marketing. All'interno del pacco che egli tele-vende non c'è niente altro che lui stesso: niente altro. In Renzi mezzo e messaggio coincidono perfettamente: il mezzo è Renzi, il messaggio è Renzi. È così da quando faceva "politica" al liceo: il suo unico progetto è il potere.

Potere personale, potere del clan. Bisognerà pure dirlo con chiarezza: il fenomeno Renzi si spiega più con la logica del gangsterismo, cioè delle bande, che non con quella della politica. Il suo "giglio magico" non ha alcun cemento ideologico: non ha contenuti, né progetti. L'unica regola è la sottomissione al capo, l'unico scopo è la conquista e la suddivisione del potere. Il Partito Democratico è stato scelto perché facilmente scalabile a causa dello spappolamento del suo gruppo dirigente. Ma se domani Renzi dovesse essere messo in minoranza, un partito personale (o qualunque altro cavallo potenzialmente vincente) sarebbe dietro l'angolo.

Nessuno è in grado di dire cosa abbia fatto Renzi da presidente della Provincia o da sindaco di Firenze: difficile dire se abbia governato bene o male. Non ha governato: ha garantito interessi, e ha costruito la propria folgorante carriera. Arrivato a Palazzo Chigi Renzi ha avuto un problema: non era più il momento di vendere.

La linea politica del governo romano è stata la stessa del governo fiorentino: semplicemente rafforzare lo stato delle cose, e garantire gli interessi di chi gli aveva consentito di arrivare repentinamente fin lì (tutti tranne il popolo sovrano, per capirsi). Una linea conservatrice, di destra blairiana: non per ideologia, ma perché le cose sono già orientate così, e bastava assecondarne l'inerzia.

Un'inerzia punteggiata da alcuni scossoni a destra (il Jobs Act su tutti, ma anche la legge Madia contro la Pubblica Amministrazione, la Buona Scuola e lo Sblocca Italia) e da una serie di elargizioni una tantum che potessero provare a tappare la bocca alla sinistra. Con vent'anni di Renzi al potere cosa sarebbe successo? I ricchi sarebbero stati più ricchi, i poveri più poveri. Stop.

Ma c'era una sproporzione troppo evidente tra il marketing del cambiamento e della rottamazione e la realtà di una gestione opaca e conservatrice dei rapporti di forza sociali attuali. Insomma: se dopo quasi tre anni di "rivoluzione" non cambia un accidenti, anche lo storytelling più spericolato inizia ad andare in sofferenza.

Soluzione: inventiamo un altro pacco. Il padre di tutti i pacchi: il referendum costituzionale. Poco importa del contenuto: potrei giurare che Renzi nemmeno l'aveva letta tutta, la riforma. Doveva annoiarlo a morte. Era una roba di Napolitano, ma Renzi ci ha visto la grande occasione: mettere se stesso nel pacco (il plebiscito-rischiatutto-prendere-o-lasciare) e ricominciare a correre.

Solo che stavolta era tutto troppo scoperto. Tutto: l'egotismo del capo, la sfacciataggine dei suoi pretoriani, il gioco del potere buttato in faccia ad un Paese sempre più impoverito e abbandonato. Gli italiani hanno capito e hanno detto un monumentale No. Non perché odino Renzi, no: perché hanno capito che Renzi ama solo se stesso.

La sera del 4 dicembre ero contento anche perché pensavo - quanto ingenuamente! - che non avrei mai dovuto scrivere righe come queste. Pensavo che Renzi avrebbe fatto quel che aveva promesso, ritirandosi a una serena vita privata nella provincia toscana: restituendoci la possibilità di parlare di visioni, progetti, problemi e soluzioni. Un finale dignitoso, dopo tanta sguaiatezza.

Gli italiani hanno capito che Renzi non fa politica perché sia curioso di conoscere la realtà. Né tantomeno perché abbia voglia di cambiarla: hanno capito che il suo unico scopo è cavalcarla, il più veloce possibile. Ora la domanda è: lo capirà anche il Partito Democratico? Lo capirà anche quella parte di sinistra che vede se stessa come una corrente esterna di quel partito? Prima lo si capisce, e prima si archivia Renzi, e prima si può ricominciare a pensare al futuro della sinistra e del Paese.

17 milioni di italiani sono sulla soglia della povertà: forse è venuto il momento di concentraci su di loro.

*** Tomaso MONTANARI, storico dell'arte, vicepresidente di Libertà e Giustizia, Dimenticare Renzi e la sua post-ideologia degli anni 80, 'L'Huffington Post', 21 dicembre 2016, qui


In Mixtura altri 3 contributi di Tomaso Montanari qui

lunedì 19 dicembre 2016

#LINK / Renzi, il problema è fermarlo (Michele Prospero)

(...) Nessun leader può vincere in una contesa se la sua stessa parola, a maggior ragione dopo un abbandono così riluttante, è percepita come ingannevole. Quando il loro leader ha perso l’ethos, ovvero il carattere, l’immagine che rende rispettabile, e degna di essere seguita, una figura pubblica, i ceti politici di supporto devono prendere gli accorgimenti inevitabili: affidarsi a un altro capo per sopravvivere. Occorre che qualcuno persuada i dirigenti del Pd oggi riuniti che è necessario che "pria facciate al duce spento/successor novo, e di voi cura ei prenda". Ma il Pd, che ha scambiato la personalizzazione della politica con il partito della persona, ha smembrato questo argine. E quindi, mentre il sistema bipolare proprio con il referendum ha replicato il grande crollo del 2013, si coltiva l’illusione di una sua restaurazione imminente, ad opera dello stesso leader annichilito, che crede di avere in dote un potere personale. (...)

Renzi? È un problema in astratto risolto che però resiste complicando così le trame di un sistema che non può dedicarsi alle nuove questioni perché deviato dalle velleità di ritorno in sella di un leader del passato. Eppure l’accantonamento di Renzi è la condizione, non sufficiente e però indispensabile, per rispondere ai segnali sempre più preoccupanti di involuzione del sistema.

*** Michele PROSPERO, docente di filosofia, saggista, Pd, il problema non è più Renzi. È fermarlo, 'il manifesto', 18 dicembre 2016, qui

sabato 10 dicembre 2016

#LINK / Renzi, ma non doveva andarsene? (Francesco Erspamer)

Altro che dimissioni: "Se perdo il referendum sulle riforme costituzionali smetto di far politica" disse Renzi. Quindi?
Forse agli italiani va bene un premier bugiardo, superficiale e manipolatore? Sì considera la furbizia e la disonestà delle virtù? L'importante è solo vincere? Dobbiamo smettere di avere paura di loro: è ora che siano loro ad avere paura di noi. Per cominciare bisogna insistere che, per una volta, Matteo Renzi tenga fede alla sua promessa

(...) Ma il problema non è Renzi, chiaramente affetto da un ossessivo bisogno di prevalere. Il problema è una consistente parte degli italiani. Forse qualcuno di coloro che lo hanno sostenuto gli imputa questa costante, compulsiva propensione alla menzogna? Questa abitudine di fare promesse prima di sapere se gli interessa mantenerle o sarà in grado di farlo? No. Al 40% degli italiani va bene un premier bugiardo, superficiale e manipolatore: perché quel 40% considera la furbizia e la disonestà delle virtù. L’importante, come Renzi non manca mai di ripetere, non è partecipare e neppure giocare secondo le regole: l’importante è vincere. A qualunque costo ed egoisticamente (anche l’egoismo è un valore del mondo liberista). O almeno sentirsi vincenti, che poi è il massimo che può capitare alla gran parte di coloro che vogliono vincere a tutti i costi e ovviamente non ci riescono perché il neocapitalismo è una lotteria e premia pochissimi. Ma a loro basta la speranza e non gli importa che il prezzo sociale sia immenso e che lo paghino anche loro. È una condizione culturale reale, la furbizia, che ha radici nell’antica disaffezione nei confronti dello Stato ma che è stata totalmente sdoganata. Non basta denunciarla: bisogna capirne i meccanismi. Come cerca di fare il recentissimo libro di Michele Corradino, È normale… lo fanno tutti, pubblicato da Chiarelettere;  una lettura deprimente ma molto utile. (...)

*** Francesco ERSPAMER, docente di studi italiani e romanzi ad Harvard, Ma la promessa di Renzi non era di lasciare la politica?, 'La voce di New York, 8 dicembre 2016.

LINK articolo integrale qui


In Mixtura altri 12 contributi di Francesco Erspamer qui

venerdì 2 dicembre 2016

#VIDEO / Renzi e le bufale sul Senato


da Claudia Vago, 'facebook', 1 dicembre 2016
video 1min12


Il video dura 1 minuto. Sufficienti per restare senza parole.
E incazzati. 
Anche perché il signore del video, che è pure presidente del consiglio, ha l'impudenza di chiamare 'bufale del no' gli argomenti inoppugnabili sul nuovo Senato, i cui senatori, in base alla sua proposta di riforma, saranno eletti dai consiglieri regionali e non più dai cittadini. (mf)

#SPILLI / Costituzione e Renzi: dalle panzane alle patacche (M. Ferrario)

 Costituzione, oggi 
* 'Succhiare un osso'. 
* 'Turarsi il naso'. 
* 'Meglio qualcosa che niente'. 
* 'Scegliere il male minore'. 

È questo il sentimento con cui molti - tantissimi, troppi, anche autorevoli testimonial del Sì - dichiarano di andare al voto. 

È incredibile. 
In gioco c'è la nostra Costituzione: non è un referendum qualsiasi.

Costituzione, ieri
Quando la Costituzione fu votata il 22 dicembre 1947 dall'Assemblea Costituente, non c'erano né ossi da succhiare, né nasi da turare. 

* Allora, non c'era niente: e quello non era meglio di niente, ma 'doveva' essere 'il' meglio che 'tutti insieme' potevano produrre. E fu 'il' meglio. 
* Allora, non si trattava di scegliere il male minore, ma di porre le fondamenta per perseguire il 'bene comune'. 
* Allora, la Costituzione fu una cosa seria. 
* Allora, la Costituzione univa.

Non era ancora arrivato qualcuno che - qualunque sia l'esito del referendum - ha ottenuto il grande risultato di aver spaccato in due l'Italia.

Dalle panzane alle patacche
«L'ultimo che può parlare di stabilità è proprio Renzi, che nel 2014 ribaltò dopo 9 mesi il governo in carica presieduto da Enrico Letta per farne un altro con la stessa maggioranza e il programma opposto a quello votato dagli elettori PD». 
(Marco Travaglio, 'Occhio alla rimonta', 'Il Fatto Quotidiano', 1 dicembre 2016.

Aggiungo. 
A proposito di uno che dichiara sempre che «ci mette la faccia» e fa sempre ciò che dice. 

Renzi aveva dichiarato che mai sarebbe andato al governo senza passare dalle elezioni. 
E aveva assicurato Letta di 'stare sereno' che non gli avrebbe soffiato il posto. 

Sempre lui oggi, pur di vincere un referendum che sente traballante, dice che i cittadini voteranno direttamente i futuri senatori e chi lo nega mente. E a conferma mostra una scheda che nessuno ha approvato, tranne quattro privati signori del suo partito firmando un bigliettino che nessuno ha visto.
Dalle panzane alle patacche è coerenza continua.

*** Massimo Ferrario, Costituzione, Renzi, panzane e patacche, 'facebook', 1 dicembre 2016, qui e qui


Nel video Renzi accusa di dire bufale chi, in base alla proposta di riforma costituzionale oggetto del referendum, sostiene che non sarà più possibile votare direttamente i senatori, perché saranno eletti dai consiglieri regionali. E presenta una scheda elettorale falsa, basata su una legge elettorale che non esiste e dovrà essere ancora varata. E che, stante la riforma costituzionale (se approvata dal referendum), sarà (quando sarà, se sarà) anticostituzionale.

mercoledì 30 novembre 2016

#SPILLI / Il 'bigliettino', Renzi e la proposta di riforma costituzionale (M. Ferrario)

Dunque: a questo punto, grazie a un falso coniglio tirato fuori dal cappello a 5 giorni dal voto referendario, il 4 dicembre non si voterà più soltanto sulla riforma costituzionale Renzi-Boschi, ma anche su un 'bigliettino', mai visto dal cittadino comune, eppure sottoscritto da quattro dirigenti Pd (tra cui l'ex esponente della minoranza Cuperlo). 

Tale bigliettino (non si sa se controfirmato da Renzi, il quale comunque se lo è solo venduto come accordo raggiunto durante l'ultima immancabile Leopolda) verrà sottoposto (pare), dopo il referendum, agli organi del Pd e alle altre forze politiche perché dicano di sì, tra l'altro, alla 'promessa', dentro contenuta, di approvare una legge che consenta ai cittadini di votare i consiglieri regionali da eleggere per il nuovo Senato. 
"Campa cavallo", direbbe la nonna. Ma sarebbe senz'altro volgare e irrispettosa: verso i quattro stimabili signori del patto privato, verso tutte le forze politiche che saranno coinvolte nell'analisi del bigliettino e nella sua (eventuale, possibile) declinazione in proposta di legge, nonché, ancor più, verso la materia delicata della Costituzione che, come continuiamo a vedere, viene appunto tanto delicatamente affrontata dai rottamatori attuali.

Al di là del futuro tutto da definire, resta certo che questa promessa, contenuta nel bigliettino firmato dai quattro signori in un libero patto privato, non è propriamente in linea con la proposta di riforma costituzionale, già approvata in Parlamento e ora sottoposta al voto dei cittadini.
La suddetta proposta, infatti, prevede espressamente all'art 57, come a suo tempo peraltro ripetutamente vantato dai promotori, che «i Consigli Regionali e i Consigli delle Province autonome di Trento e Bolzano eleggono, con metodo proporzionale, i senatori fra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, fra i sindaci dei comuni dei rispettivi territori». 
Cioè (almeno per chi capisce l'italiano): i cittadini non eleggeranno più direttamente i futuri senatori (come oggi avviene), ma i senatori verranno eletti dai consiglieri regionali.

Invece, questo evidente contrasto fra bigliettino e proposta di riforma, almeno per Renzi firmatario della proposta stessa, non esiste e chi ne solleva la presenza viene accusato di dire il falso: i cittadini, secondo il bigliettino ormai da considerare parte integrante dell'oggetto del referendum costituzionale, se voteranno Sì e riusciranno a far 'passare' la riforma, devono sapere che potranno continuare a eleggere i senatori come oggi. 
In base al bigliettino, naturalmente, perché la proposta di riforma afferma invece che saranno i consiglieri regionali a eleggere i senatori.

Tutto chiaro?
Certamente. E' nella linea della riforma costituzionale chiarire, semplificare, snellire. E dunque affiancare il valore di un bigliettino privato al valore di una legge che, se approvata, avrà forza costituzionale un po' superiore a un patto tra privati, è cosa più che ammissibile: ce lo dice Renzi. 
Il bigliettino è un impegno: e come si può non credere a un impegno?
E poi è un impegno di Renzi. E di Renzi c'è da fidarsi.

Vero. 
C'è da fidarsi.
Come quando diceva che mai sarebbe andato al governo senza passare dalle urne.
E come quando diceva al suo predecessore di 'stare sereno' perché mai gli avrebbe soffiato il posto.

*** Massimo Ferrario, Il 'bigliettino', Renzi, la proposta di riforma costituzionale, per Mixtura

venerdì 18 novembre 2016

#SPILLI / Credibilità, e storytelling (M. Ferrario)

«... che credibilità può avere un tipo che dice all'amico 'stai sereno' e due giorni dopo gli sfila il posto? Se lo avesse fatto in un bar non avrebbe potuto più rientrarci. Da noi è diventato presidente del Consiglio». 
(Massimo FINI, giornalista, saggista, La Costituzione non si può cambiare così' 'Il Fatto Quotidiano', 17 novembre 2016).

Meno male che ogni tanto qualcuno ci ricorda il 'peccato di origine' commesso da chi si è improvvisato 'premier'. 

Dovremmo anche dire, però, che, se lui è dove è e continua a fare ciò che fa, è anche perché la sua credibilità, per nulla credibile in paesi normali, in Italia, evidentemente, almeno da due anni a questa parte, risulta credibile. 

Del resto ci siamo tenuti il (suo) maestro B per vent'anni. 

Forse c'è qualcosa che non va anche in noi, oltre che in lui. 
Forse ci piacciono quelli che 'ce la raccontano'. 
E forse, a guardare oltre oceano, ormai siamo pure in (pessima) compagnia. 

È lo 'storytelling', bellezza.

*** Massimo Ferrario, 'facebook', 17 novembre 2016, qui

domenica 23 ottobre 2016

#RITAGLI / Riforma Costituzionale, "la Carta ci ha unito, con Renzi oggi ci divide" (Stefano Rodotà)

(...) La grande preoccupazione dei costituenti, anche negli anni successivi al 1948, è stata quella di non far diventare la Carta un tema di divisione. Tant’è che quando durante i lavori dell’Assemblea ci fu l’espulsione dal governo dei comunisti e dei socialisti, il lavoro comune sulla Carta non si interruppe. 

[D: Ma a dicembre ci sarà un referendum per approvare o bocciare la riforma. I conflitti di questi mesi non sono fisiologici di una logica binaria, giocata fra sì e no?]  
Solo in parte. A differenza di tutta la nostra storia precedente, oggi succede che il presidente del consiglio tende fortemente a identificarsi con la ’sua’ riforma e a sovrapporre le scelte che riguardano la stretta attività di governo con la ’sua’ riforma. Ma non può usare sulla Costituzione la stessa logica che userebbe per una legge ordinaria.

[D: Quest’atteggiamento può avere conseguenze dal 5 dicembre in avanti, e cioè dal giorno dopo l’esito del referendum?]
Naturalmente dipende da chi vince, è banale dirlo. Non demonizzo la lunga campagna referendaria da maggio a dicembre: la discussione è aperta e continua. Ma è il tipo di confronto ingaggiato dal governo che preoccupa: non dovrebbe mai scivolare nella delegittimazione dell’avversario, non deve perdere di vista appunto il ’terreno comune’, non dovrebbe promuovere una logica divisiva, che esclude chi non è d’accordo. 

[D: Sta dicendo che se vincesse il Sì potrebbe esserci una parte di questo paese che non si riconosce nella ’nuova’ Costituzione?] 
Sto dicendo che questo è il problema. Le Costituzioni hanno bisogno di legittimazione, i cittadini vi si devono riconoscere. Non sto dicendo ovviamente che tutti debbano condividerne ogni passaggio, ma tutti debbono sentirsi inclusi in quei principi e in quei valori. E questo processo non può essere ridotto una pura questione di maggioranza dei votanti. È un terreno delicato per un presidente del consiglio che ha deciso di fare in prima persona la battaglia per il Sì. Il rischio è che il 5 dicembre ciascuna parte dica ’io ho la mia Costituzione’. E la Carta anziché unire il nostro paese finirà per dividerlo. 

[D: Nel 2006, ai tempi del referendum confermativo della riforma di Berlusconi, il paese non appariva così diviso. Eppure quella riforma poneva il tema del federalismo spinto voluto dalla Lega. O è un’impressione dovuta al senno di poi?]
No, è vero che all’epoca la lotta politica c’era ma la divisione non era così profonda. Le condizioni erano tutte diverse, la ’devolution’ chiesta dalla Lega in effetti appariva molto più preoccupante di quello che poi si è rivelata. Ma soprattutto Berlusconi e i suoi fecero una campagna imparagonabile a quella di Renzi per intensità, tensione e anche presenza pubblica. E poi c’è una differenza politica di fondo fra il Renzi di oggi e il Berlusconi di ieri. Oggi Renzi punta sulla vittoria per rafforzare, anzi persino costruire la sua identità. Legittimo, certo, ma questo lo porta a esasperare tutti i toni. 

[D: Molti contestano allo schieramento del No di essere composto per lo più di elettori di Grillo e di destra che voteranno contro Renzi ’con la pancia’, con buona pace delle approfondite ma elitarie analisi dei giuristi e dei costituzionalisti.] 
Qui c’è un altro punto della delegittimazione dell’avversario. Che significa ’votare con la pancia’? Renzi sta facendo una battaglia con toni più che arroganti e quindi è del tutto comprensibile che si diffonda una reazione individuale forte, diretta, emotiva. Che a qualcuno non appare mediata da sufficiente riflessione. Liquidare la ’pancia’ come un elemento non all’altezza del dibattito è una sottolineatura delegittimante. Schematizzo: il tema è se ti riconosco o no come interlocutore. Ed è la regola della democrazia. (...)

*** Stefano RODOTA', giurista, intervistato da Daniela Preziosi, Rodotà: «La Carta ci ha unito, con Renzi oggi ci divide», 'il manifesto', 19 ottobre 2016, qui


In Mixtura altri 3 contributi di Stefano Rodotà qui

lunedì 3 ottobre 2016

#SPILLI / Riforma Costituzionale, 'il pasticciaccio brutto' di un giovane d'assalto (M. Ferrario)

La 'manfrina' sul referendum costituzionale più o meno personalizzato da Renzi, e quindi trasformato in plebiscito, mi pare francamente essere diventata stucchevole. 

Così come secondario mi pare il fatto che ora si continui a sottolineare, in genere positivamente, sia il passo indietro compiuto da Renzi, che la 'sedicente' autocritica di Renzi stesso formulata in pubblico dopo i rimbrotti del presidente emerito Napolitano, grande sponsor della riforma costituzionale (imposta - è bene ricordarlo - a un Parlamento delegittimato dalla sentenza della Consulta). 
Tra parentesi. 
Dico 'sedicente' autocritica perché, come è peraltro nella struttura di personalità, visibile a occhi nudi e senza neppure avere un master in psicologia, del personaggio in questione, l'autocritica, a leggerla bene, suona più 'critica' che 'auto': infatti l'interessato ha precisato più volte, in questi giorni, non tanto di aver sbagliato nel promettere che se ne sarebbe andato a casa se sconfitto al referendum, quanto piuttosto di aver comunicato cose che hanno fatto credere una simile eventualità (dunque della serie, tanto per non 'cambiare verso', 'la colpa è degli altri'...). E comunque ha fatto capire che, se pure d'ora innanzi lui si tappa la bocca per non parlare più di sé e del suo futuro, lui mantiene le sue idee.

Ma lasciamo perdere questi fatterelli.

Il punto vero, che oggi scontiamo senza poterlo più rimediare, è 'a monte', come si diceva una volta: cioè all'origine. 
E dimostra, se ce ne fosse bisogno, quanta ragione avesse Piero Calamandrei quando, durante i lavori preparatori dell'Assemblea Costituente, diceva: «Nella preparazione della Costituzione, il governo non deve avere alcuna ingerenza. (...). Nel campo del potere costituente il governo non può avere alcuna iniziativa, neanche preparatoria (...). Quando l’Assemblea discuterà pubblicamente la nuova Costituzione, i banchi del governo dovranno essere vuoti».

Il problema è questo. 
Se tu, come presidente del consiglio, ti intesti una riforma di tale portata (non viene proposta la sostituzione di un articolo singolo della Costituzione, ma vengono rottamati 47 articoli sui 139 originari), non solo firmando la proposta con il tuo nome (accanto a quello della ministra Boschi), ma soprattutto investendo tutto il peso personale e del governo nel promuoverne e 'spingerne', impositivamente, il varo, considerando la nuova legge strumento imprescindibile e fondamentale per la vita/sopravvivenza futura del paese (la 'riforma di tutte le riforme'), ne consegue, per forza, che il referendum popolare, cui ricorrere in caso di non approvazione 'sufficiente' in parlamento, diventa un test del governo e tuo personale e perde il carattere di 'merito costituzionale' assegnatogli dalla Costituzione. 
Cioè: diventa comunque un plebiscito, anche se non viene dichiarato: perché è stato personalizzato alla nascita.

E' questo che è gravissimo, ovviamente.

Perché, con buona pace di chi chiede di stare ai contenuti (tra l'altro di per sé quanto mai ampi e complessi e non risolvibili in un un solo quesito, per quanto spaccato furbescamente e ingannevolmente in 5 sottoparti inserite nella scheda elettorale), è ovvio che il voto sia influenzato, quando non determinato, dal consenso/dissenso espresso dai cittadini alla politica del governo di questi due anni. 
E il referendum sulla Costituzione si trasforma in un voto elettorale su una politica: con il risultato, allucinante, che non si valuta più una Costituzione, che deve avere (sperabilmente) una vita oltre quella di un governo, ma un presidente del consiglio, che dura (ancor più sperabilmente) lo spazio di un governo.

Insomma: un pasticciaccio brutto, oltre che pericoloso, regalatoci dalla smania di protagonismo e di potere, unita alla ignoranza dei fondamentali di una democrazia costituzionale, di un giovane politicante d'assalto, sostenuto dalla oligarchia di un 'giglio' magico e da una 'claque' di tifosi 'yesmen'.
Un politicante che cerca di incantare con la retorica, facendo credere che tutto il nuovo e bello e buono sia cominciato con lui e che tutto il vecchio, prima di lui, sia, di per sé, inservibile e negativo, e come tale da rottamare al più presto. 
Come è avvenuto per la Costituzione: assurta a causa e capro espiatorio di ogni male della politica italiana. 

Più comodo, naturalmente, oltre che facile e semplicistico, cambiare la Costituzione piuttosto che la politica. 
In fondo per cambiare la politica #BastaUnSì alla pura dichiarazione di volerla cambiare: gli slogan costano il prezzo della commessa dell'agenzia pubblicitaria e si trova sempre gente che ancora ci crede. 

Anche se il costo 'vero', purtroppo, con il Sì in questo caso, va ben oltre quello pagato ai 'creativi' della consulenza.

*** Massimo Ferrario, Riforma costituzionale, il pasticciaccio brutto di un giovane d'assalto, per Mixtura