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giovedì 28 settembre 2017

#LINK / Corbyn, "il liberismo va rimpiazzato" (Leonardo Filippi)

(...) Secondo il leader laburista, i conservatori in modo «spietato» hanno «calcolato che rendere più povere le persone in nome dell’austerità avrebbe permesso forti tagli alle tasse per i ricchi e per i potenti». Questi tagli hanno fatto sì che il Regno Unito sia stato persino ripreso dalle Nazioni unite per «aver violato i diritti delle persone disabili».

L’economia inglese – accusa Corbyn – non si occupa più della questione abitativa, di garantire un lavoro alle persone e di innalzare gli standard qualitativi della vita. Bisogna cambiare modello economico, aggiunge, perché «in Gran Bretagna stiamo assistendo ad un aumento di senza tetto e di poveri senza precedenti». Bisogna puntare su servizi pubblici, sull’istruzione, sulla sanità e su un nuovo piano di investimenti per creare lavoro, argomenta con decisione il capo del Labour party.

«Se vuoi vedere come i poveri muoiono, vieni a vedere la Grenfell Tower», dice il leader, citando una poesia di Ben Okri ispirata alla catastrofe di giugno nella quale sono morte almeno 87 persone nel quartiere North Kensington di Londra. (...)

*** Leonardo FILIPPI, Corbyn al congresso dei Labour lancia la sfida: «Il neoliberismo va rimpiazzato», 'Left', 27 settembre 2017

LINK articolo integrale (+ VIDEO) qui


In Mixtura contributi di Jeremy Corbyn qui

lunedì 20 febbraio 2017

#SENZA_TAGLI / Liberismo e democrazia, secondo Renzi (Francesco Erspamer)

Volete capire cosa vuol dire liberismo? Ascoltate Renzi; per esempio il suo sprezzante discorso all'Assemblea del Pd: "Il Pd appartiene ai cittadini che votano alle primarie". Non agli iscritti o ai simpatizzanti; ai cittadini. E siccome il Pd ha la maggioranza in Parlamento, secondo Renzi il potere appartiene ai cittadini che votano alle primarie del Pd, ossia al segretario che eleggono in quella occasione, cioè lui.

Questo è liberismo: mescolare i ruoli, confondere le funzioni, usare un linguaggio impreciso allo scopo di indebolire la democrazia, di renderla ostaggio dei poteri forti, dei loro media, delle minoranze da essi controllate.

In democrazia non esiste la categoria dei "cittadini che votano alle primarie" come non esiste, mettiamo, quella dei "cittadini con il conto in banca" o dei "cittadini con un diploma di laurea". O un diritto appartiene a tutti i cittadini, senza alcuna discriminazione, o non si tratta di cittadini bensì di individui (che magari infatti non sono cittadini; non serve essere cittadini per iscriversi al Pd e votare alle primarie) i quali agiscono a titolo personale e hanno privilegi in quanto individui e non in quanto cittadini. 

Renzi non è solo un promotore di questa falsificazione; ne è anche il prodotto. Alle primarie del 2013 votarono meno di 3 milioni di persone e di queste meno di due milioni diedero la preferenza a lui; rispetto al totale dei cittadini aventi diritto al voto (51 milioni) si trattava rispettivamente del 5,8% e del 3,7%. In altre parole, Renzi divenne presidente del consiglio e indiscusso padrone del paese (sentendosi persino autorizzato a cambiare la legge elettorale e a stravolgere la Costituzione) grazie al consenso di meno del 4% dei cittadini.

Chiariamo dunque le cose. L'articolo 49 della Costituzione stabilisce che "tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale". Non dice affatto che i cittadini abbiano diritto di essere accettati in qualsiasi partito, né che i partiti appartengano alle maggioranze che vincessero le rispettive primarie, né che ci debbano essere primarie e tanto meno che debbano essere aperte ai non iscritti. Non dice neppure che i partiti debbano essere internamente democratici. Per il semplice, ovvio motivo che NON sono democratici in nessun caso in quanto non sono istituzioni dello Stato e il loro funzionamento è protetto ma non determinato dalla Costituzione. Il metodo democratico serve per consentire ai cittadini di determinare la politica nazionale, ossia dello Stato, individualmente o dopo essersi associati in partiti. Ciò che avviene nei partiti sono solo fatti dei partiti e della minuscola fazione dei loro membri o simpatizzanti; non dei cittadini.

*** Francesco ERSPAMER, docente di studi italiani e romanzi ad Harvard, saggista, 'facebook', 19 febbraio 2017, qui


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martedì 4 ottobre 2016

#LINK / Stupidità, al potere (Francesco Erspamer)

Se pensate, magari con angoscia, che Matteo Renzi abbia vinto il confronto televisivo con Gustavo Zagrebelsky sul referendum perché le cazzate dette con arroganza sono più efficaci della competenza e la complessità è noiosa, o se ritenete che il Renzi americano, Trump, abbia qualche possibilità di successo perché il linguaggio che usa è al livello della seconda elementare (hanno spiegato i linguisti) e dunque raggiunge chiunque, non siete pragmatici: siete dei liberisti. Forse non ideologicamente ma culturalmente: nel senso che avete ormai abbandonato ogni fiducia nella forza della ragione, del sapere e persino della dignità e vi siete persuasi che l’unica cosa che conti sia il mercato, ossia le reazioni delle fasce più distratte e superficiali della popolazione, peraltro indotte a un analfabetismo di ritorno dai media e dai sondaggisti. È dal 1960 che incessantemente stanno promuovendo questa idea della politica e della società come spettacolo: da quando Kennedy, secondo loro, si impose nel dibattito televisivo contro Nixon non perché avesse idee migliori o proposte più convincenti bensì perché Nixon sudava. (...)

*** Francesco ERSPAMER, La stupidità al potere non ci potrà salvare. Il linguaggio semplice semplice dei liberisti contro quello della ragione, 'La Voce di New York', 3 ottobre 2016

LINK articolo integrale qui


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mercoledì 19 agosto 2015

#MOSQUITO / Liberismo e keynesismo (Nicholas Wapshott)

“Quelle decisioni di Reagan, abbassare le tasse più l’enfasi sulla deregulation, scatenarono le fondamentali forze costruttive del libero mercato, che dal 1983 è stato quasi sempre in ascesa,” ha detto esultante Friedman.
Però c’era un importante risvolto che non citava: Reagan aveva anche fatto piovere sull’economia quattrini del contribuente a livelli mai visti. Aveva tagliato i programmi sociali per gli indigenti, ma erano spiccioli rispetto agli aumentati stanziamenti per la Difesa, che passarono da 267 miliardi nel 1980 a 393 nel 1988 a parità di potere d’acquisto.
Il debito pubblico crebbe da un terzo del Pil nel 1980 a più della metà a fine 1988, passando da 900 miliardi a 2800. Il deficit di bilancio fu pagato con l’indebitamento pubblico. Quando Reagan entrò alla Casa Bianca l’America era il più grande creditore al mondo, allorché si ritirò nel suo allevamento di cavalli a Santa Barbara era diventata il massimo debitore al mondo, che doveva ai creditori stranieri circa quattrocento miliardi di dollari. 
Il consigliere economico del presidente, Herbert Stein, osservò che “l’aspetto notevole della politica economica di Reagan, a parte il linguaggio, è stata la dimensione dei suoi deficit”. 
Il presidente, che si crogiolava al sole del boom economico, minimizzò il disavanzo record. “Il deficit non mi preoccupa, è abbastanza grande da badare a se stesso,” disse con una battuta. 
Per tanti keynesiani la Reaganomics era poco più di un gioco delle tre carte, un trucchetto politico che, dietro la virile retorica hayekiana sulla drastica riduzione delle dimensioni dello stato, avviava un’ondata di spesa nel settore della Difesa che innescava la domanda aggregata e la crescita economica. Secondo il premio Nobel Robert Solow, economista del MIT, “il boom durato dal 1982 al 1990 è stato architettato dall’amministrazione Reagan in perfetto spirito keynesiano, aumentando la spesa e abbassando le tasse, un classico caso di deficit di bilancio espansionista”. 
Galbraith era d’accordo. “[Reagan] è arrivato alla presidenza mentre il paese viveva una recessione abbastanza sgradevole e [ha adottato] tante robuste politiche keynesiane. Uno dei risultati è stato l’economia in ripresa negli anni ottanta sotto Ronald Reagan. E uno degli aspetti divertenti è che è stato fatto da persone che non capivano sul serio Keynes e lo criticavano. Abbiamo così avuto un involontario keynesismo anonimo.”

*** Nicholas WAPSHOTT, 1952, giornalista e saggista britannico, Keynes o Hayec. Lo scontro che ha definito l'economia moderna, 2011, Feltrinelli, 2015