(1) Una prima citazione, a proposito di empatia.
«La debolezza fondamentale della civiltà occidentale è l’empatia (…) Abbiamo una forma di empatia suicida a livello di civiltà (…) Stanno sfruttando un bug della civiltà occidentale, che è la risposta empatica. (…) E’ empatia trasformata in arma». (Elon Musk, 28 febbraio 2025, dichiarazione al podcast The Joe Rogan Experience, episodio 2281.)
Elon Musk ha ripreso l’espressione ‘empatia suicida’ dal saggista Gad Saad, psicologo libanese naturalizzato canadese.
Nel suo saggio recente (Suicidal Empathy: Dying to Be Kind, pubblicato in Italia da Liberilibri con il titolo di Empatia suicida. Morire per essere gentili, 2026) lo psicologo argomenta il rischio che, con empatia, si intenda una compassione talmente cieca o automatica da spingere una società a tollerare o finanziare politiche che, a suo dire, finiscono per autodistruggerla.
Traggo dalla quarta di copertina del libro tradotto in italiano: «L’empatia suicida sta corrodendo l’Occidente dall’interno. L’autore attacca senza mezzi termini un altruismo distorto che, invece di migliorare la convivenza civile, ne sovverte i fondamenti. Quando l’empatia perde il contatto con la realtà diventa un meccanismo perverso che, in nome di un umanitarismo ideologico, impedisce di vedere le cose come stanno. Ne emerge un rovesciamento radicale della nostra scala dei valori: la verità viene subordinata alla sensibilità, la responsabilità sacrificata sull’altare dell’auto-commiserazione, mentre politiche sbagliate si legittimano in nome di una compassione cieca.»
E’ la compulsiva preoccupazione reazionario-conservatrice che ammalia lo Spirito del Tempo occidentale: Saad le ha dato voce con il timbro della scientificità, vera o presunta, del suo mestiere. Una tesi, assai opinabile, che non a caso Musk ha fatto subito sua.
Certo: come avviene per qualunque approccio, il troppo stroppia. Se l’empatia ti fa di-menticare te stesso (i tuoi bisogni, i tuoi obiettivi, le tue ragioni, i tuoi sentimenti) per dare tutto lo spazio di comprensione all’altro e magari sentirti in colpa per lo stato di vit-tima in cui l’Altro si ritrova ad essere senza la minima tua responsabilità (se davvero tu non c’entri), è evidente che c’è qualcosa che non va. Ma se il concetto opera entro i limiti voluti dal richiamo semantico, mi pare indubbio che l’empatia sia lo strumento indispensabile per favorire convivenza: perché affianca e rende visibile l’Altro all’Io, consentendo rispetto, comprensione e accoglienza reciproca, cooperazione e confronto costruttivo.
Più che demonizzare l’empatia, come di fatto finisce per fare anche lo psicologo nel libro sopra citato, non a caso oggi divenuto bestseller negli Usa, dovremmo promuoverla: il vero grande deficit attuale, infatti, che alimenta un sentimento dilagante di cattivismo, egoistico e ossessivo, e normalizza, almeno nel mondo occidentale, la disumanizzazione generalizzata che giunge perfino al genocidio, sono la violenza, l’arroganza, la sopraffazione, che ovunque mettono in mora il diritto di individui e stati addirittura di esistere.
Insomma: non è forse un caso che si colga il possibile eccesso patologico del concetto per rimuoverne il significato fisiologico e impedire così l’affermarsi di una prassi che ostacoli lo scempio montante di comportamenti prevaricatori, individuali, collettivi e istituzionali.
(2) Un’altra citazione: a proposito di umanità, pietà, compassione.
«Una stirpe più forte scaccerà i deboli, poiché l’impulso alla vita nella sua forma ultima spezzerà sempre tutte le ridicole catene di una cosiddetta umanità dei singoli, per far subentrare al suo posto l’umanità della natura, che distrugge la debolezza per dare il posto alla forza.» (Adolf Hitler, Mein Kampf, 1925, Vol. I, cap. 4).
E ancora: «Ho emesso l’ordine - e farò fucilare chiunque esprima anche una sola parola di critica - che il nostro obiettivo di guerra non consiste nel raggiungere determinate linee, bensì nella distruzione fisica del nemico. Di conseguenza, ho schierato le mie formazioni della ‘Testa di morto’ - per ora solo a est - con l’ordine di mandare a morte senza pietà e senza compassione uomini, donne e bambini di origine e lingua polacca. Solo così otterremo lo spazio vitale (Lebensraum) di cui abbiamo bisogno. Chi parla ancora, oggi, dell’annientamento degli armeni?» (Adolf Hitler, ‘armenian-genoci-de.org/’, testo depositato agli atti del Processo di Norimberga, identificativo del documento L-3, noto anche come Prosecution Exhibit 28).
E infine: «La mia è una pedagogia dura. La debolezza dev’essere bandita. Nelle mie cittadelle dell’Ordine crescerà una gioventù di cui il mondo dovrà aver paura. Io voglio giovani violenti, dominatori, temerari e crudeli. I giovani devono essere tutto questo. Devono sopportare il dolore. In loro non ci dev’essere debolezza o gentilezza alcuna.» (Adolf Hitler, da Hermann Rauschning, in Gespräche mit Hitler, ed. 1940, p. 237)
In tutto il Mein Kampf, Hitler stigmatizza la pietà e la debolezza: li considera due vizi ne-fasti. Per attaccare il primo concetto, considera la compassione un sentimento anti-naturale inventato dalle religioni o dalle culture ‘deboli’ per proteggere chi, secondo la sua visione biologica, non avrebbe il diritto di sopravvivere. Contro la debolezza, sostiene che le democrazie occidentali e gli avversari politici usano i concetti di umanità e tolleranza come uno stratagemma per fiaccare la fermezza dei popoli dominanti.
(3) Mia nonna non conosceva il termine ‘empatia’: i suoi studi scarsi, e i suoi tempi, gliel’avevano impedito. Però, pur senza citarla, mi ripeteva spesso il contenuto di questa parola ogni volta che mi ricordava di ‘mettermi nei panni degli altri’.
Sempre mia nonna, che pure era un gran conoscitrice di proverbi, non sapeva della celebre massima attribuita a diverse culture dei nativi americani: “Prima di giudicare qualcuno, cammina per tre lune nei suoi mocassini”. Un adagio di rara saggezza che vuole invitare a tenere presente che l’Altro esiste e ha le sue ragioni e i suoi sentimenti: da comprendere, magari da discutere e contrastare, ma certo da rispettare.
Invece oggi l’empatia è diventata ‘il’ nemico. Addirittura un ‘bug’ del ‘sistema-uomo’. Subito da correggere e resettare. Se no il suprematismo bianco, occidentale e capitali-sta, rischia il declino. Per riparare la falla, per fortuna non abbiamo buttato la vecchia-e-sempre-nuova-e-buona ideologia fascista: davvero immarcescibile, nonostante i tracolli, che si pensavano definitivi, inferti dalla Storia. In più, rispetto a ieri, per propiziare l’orgasmo degli ingegneri più avanzati, fieri propugnatori dell’autoritarismo libertario, abbiamo la più innovativa tecnologia per transumanare noi stessi e colonizzare i pianeti.
Del resto sono tempi che lo consentono. Mia nonna, con la sua perversione del mettersi nei panni altrui, ha tolto il disturbo da qualche decennio, mentre i nativi americani, oggi reclusi nelle riserve premurosamente approntate da chi li ha depredati delle loro terre dopo averli genocidati quasi tutti, girano depressi e inconcludenti tra lo sbronzo e l’allucinato. Cioè: ‘loro’, i nativi, logicamente e giustamente perdenti, e ‘noi’, gli immigrati sterminatori dell’epoca, come sempre vincenti: perché per default geneticamente eletti dal nostro dio ad esserlo ieri oggi domani. Anche se ora, ci dicono, corriamo il serio rischio di un suicidio collettivo per la troppa empatia: siamo troppo buoni.
Alla fine, nel lungo periodo, e con buona pace di Musk e di psicologi più o meno suoi amici o supporter, ha avuto ragione chi il 22 agosto 1939 sosteneva: «Il più forte ha ragione». (Adolf Hitler, naturalmente: Discorso ai comandanti in capo della Wehrmacht, esattamente una settimana prima dell’invasione della Polonia).
*** Massimo FERRARIO, Il grande 'bug' dell'empatia nel sistema-uomo, 'Mixtura', 28 ottobre 2026
In 'Mixtura' ark #Spilli qui

Nessun commento:
Posta un commento