lunedì 31 agosto 2015

#PIN / Fanatismo (MasFerrario)


#MUSICHE & TESTI / Odio gli indifferenti (Piotta)


PIOTTA, rapper
Odio gli indifferenti, 2014
video, 3min38


A tutti gli indifferenti, lo dico in faccia
che siete dei vigliacchi e per me siete solo feccia
non fate breccia nel mio cuore, non mi troverete
nelle risse del potere, non mi comprerete
innocenti non lo siete, quando assaltano la diligenza
e tutti arraffano nell'indifferenza generale
su dalla collina, come i partigiani
in mezzo ai miei colleghi, imborghesiti e cortigiani
e la finanza della ditta che finanzia la ditta... tura
ma se salta la sicura, la rabbia scende fitta
Mastro Titta nella piazza taglia teste
oggi Piazza Affari fa più morti della peste

Io odio gli Indifferenti
Io odio la finta opposizione
Io odio il vostro trasformismo
Io odio la vostra doppia morale

Dicono di no, che non si possa fare
dicono di no, che non si può cambiare
dicono di no, che non c'è più speranza
dicono di no, loro dicono di no

L'indifferenza ammazza ma è uno sparo che non senti
manda sogni in frantumi e rende muti i dissidenti
Se urlo ma non senti, io urlerò più forte "Io Odio gli Indifferenti!"
Sempre vero e Cor Veleno, vesto nero, sono serio
quando me ne andai di casa io ricominciai da zero
nel quartiere che ora nasce intorno al centro commerciale
che è la chiesa e fa la piazza e dove tu devi pagare
case senza identità, poche opportunità
allevamenti in serie, senza se e senza ma
Pollo tu da batteria, mentre io ho la batteria
la cavalco come il cavallo pazzo nella prateria

Io odio gli Indifferenti
Io odio la finta opposizione
Io odio il vostro trasformismo
Io odio la vostra doppia morale

Dicono di no, che non si possa fare
dicono di no, che non si può cambiare
dicono di no, che non c'è più speranza
dicono di no, loro dicono di no

Io odio le piazze in nome dei corrotti
odio l'elogio funebre dei farabutti
odio il sorriso finto dei complotti
lo scambio sottobanco dei salvacondotti.
Chi sta ai domiciliari come certi potenti
con l'anima in affitto come tanti pezzenti
io odio e se non senti odierò più forte
le leggi dello Stato che comandi ma non servi mai!

Io odio gli Indifferenti
Io odio la finta opposizione
Io odio il vostro trasformismo
Io odio la vostra doppia morale

Dicono di no, che non si possa fare
dicono di no, che non si può cambiare
dicono di no, che non c'è più speranza
dicono di no, loro dicono di no

#MOSQUITO / Giraffe, la metà è omosessuale (Giorgio Dell'Arti)

[La giraffa] beve una volta ogni due giorni. 
Le femmine partoriscono dove sono nate. 
La metà dei maschi pratica rapporti omosessuali.

Denuncia fatta dalla Cgf (Giraffe Conservation Foundation): il numero delle giraffe si è ridotto del 40% (nel 1999 erano 14omila, oggi sono 80mila).
Due delle 9 specie di giraffe presenti in Africa rientrano tra gli animali più minacciato al mondo: si tratta della giraffa di Rotschild (circa 1050 esmeplari in Uganda e Kenya) e di quella del Niger (meno di 300 esemplari)

*** Giorgio DELL'ARTI, giornalista, Giraffa, rubrica 'parola chiave', 'Sette', 28 agosto 2015

#PIN / Alternative (MasFerrario)


#VIGNETTE / Vestitevi, svergognate (Costanza Prinetti)

Costanza PRINETTI
Vestitevi, svergognate
da'stateofmind.it', 5 agosto 2015, qui

#MOSQUITO / Libertà di culto, per i valdesi (Eugenio Bernardini)

Già in passato abbiamo dichiarato il nostro appoggio alle unioni gay perché tutto ciò che fortifica i legami tra persone rafforza la società. La famiglia tradizionale ha sicuramente un ruolo e un riocnoscimento costituzionale, ma dobbiamo prendere atto che ci sono nuove famiglie: quella allargate, quelle dei divorziati, quelle interconfessionali e anche quelle omoaffettive. Noi siamo un Chiesa 'gay friendly in progress'.

[D: Con queste affermazioni guadagnerete più simpatie?]
Non è un'operazione di facciata. Già nel 1971 abbiamo riconosciuto la comunione ai divorziati, cioè l'anno dopo l'approvazione della legge sul divorsio. Abbiamo un'esperienza consolidata da 40 anni.

*** Eugenio BERNARDINI, pastore valdese, moderatore della Tavola valdese, intervistato da Andrea Giambarolomei, "La libertà di culto deve fare passi avanti",  'Il Fatto Quotidiano', 28 agosto 2015


#VIDEO / Sulle 'dipendenze' (Johann Hari)


Johann HARI, giornalista
Tutto quello che pensate sulla dipendenza è sbagliato, Ted, giugno 2015
video, 14min42
(oltre 2milioni 200mila visualizzazioni)

Qual è la vera causa della dipendenza - da qualsiasi cosa, dalla cocaina agli smartphone? 
E come si può superare? 
Johann Hari ha visto fallire i metodi attuali mentre guardava lottare le persone che amava per gestire le loro dipendenze. Ha iniziato a chiedersi perché trattiamo i drogati nel modo in cui facciamo, e se per caso non ci fosse un modo migliore. 
Come racconta in questo intervento profondamente personale, le sue domande lo hanno portato in giro per il mondo, facendogli scoprire alcuni modi sorprendenti e incoraggianti di pensare a un problema vecchio come il mondo. (dalla presentazione del video)

domenica 30 agosto 2015

#LIBRI PIACIUTI / Il Romanzo della Nazione, di Maurizio Maggiani (recensione di M. Ferrario)

Maurizio MAGGIANI, Il Romanzo della Nazione, Feltrinelli, 2015
pagine 297, € 17,00, ebook € 9,99

Prima un rivolo, poi altri: pochi, ben mirati, che confluiscono in un fiume che è il nostro passato, recente e più lontano. 
Oppure una manciata di sassolini: scelti e gettati con cura e delicatezza, e poi l'osservazione attenta, a inseguire con partecipazione le onde che si allargano. 
Sono le due immagini che mi si sono stampate in mente posando 'Il romanzo della Nazione' al termine della lettura. 

Chi si attendesse una trama tradizionale, con lo sviluppo di azioni che partono da un punto e arrivano allo scioglimento finale, rimarrebbe spiazzato. Qui la trama intreccia più trame, ma non c'è la linearità che rassicura: c'è un movimento erratico, che fluisce e rifluisce, che va e torna. E ti cattura, avvolgendoti in un clima, caldo e carezzevole, in cui domina il narrare: il raccontare fatti e vissuti, che si mescolano e procedono per digressioni, divagazioni, fuori tema. Che poi non sono per nulla 'fuori' tema, perché sono 'il tema'. 

E' un racconto di memorie, ma nessun intimismo psicologistico, nessuna sdolcinatura: e, appunto per questo, con momenti di alta poesia, di una tenerezza deliziosa, ma contenuta e mai esibita, come le pagine ad esempio dedicate al rapporto con il padre dell'autore. Il passato è rievocato con affettuosa benevolenza, specie quando recupera frammenti di ricordi di contadini e operai che hanno 'costruito la nazione': ci vengono restituiti scolpiti 'in piedi', con vividezza e potenza. E la nostalgia di Maggiani non è occultata: traspare evidente, però senza disturbare; non è zuccherosa, ma fiera e soddisfatta. E ti contagia.

Sono tanti i momenti che catturano. 
Senz'altro la rievocazione autobiografica del rapporto con i genitori: condotta con una sobrietà che non soffoca l'affetto del figlio anche a distanza di anni, pure quando il ricordo non intende rimuovere, con una certa impietosità affettuosa, i tratti di vissuto meno gradevoli, ad esempio nella relazione con la madre. 
Poi, lo squarcio, veloce ma non per questo meno efficace, che si apre sui 'fondatori di nazioni' in terra di Palestina. 
E infine non può non colpire e affascinare la storia della costruzione di fine 800 dell'Arsenale militare di La Spezia: un'opera grandiosa, frutto oltre che di alta ingegneria, soprattutto del lavoro minuto, preciso e appassionato di un intero popolo che diventa protagonista del 'romanzo di una nazione'.

Sono quasi trecento pagine, che volano anche perché scritte in modo mirabile. Se si ama, oltre al racconto di fatti, l'arte ammaliante del raccontare, Maurizio Maggiani e questo suo libro, godibilissimo e raffinato per contenuti e forma, sono per noi.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

«
Questa nonna Candidina, almeno per quel poco che ha potuto, mi ha reso la vita piuttosto difficile a causa della sua ossessione per le preghiere, ogni genere di preghiera in lingua italiana e in lingua latina. Per non parlare della mania che aveva di portarmi con lei ai vespri e alle processioni. Minava il mio infantile – e sereno – disinteresse per la salvezza dell’anima con agghiaccianti descrizioni delle pene dell’inferno, e comprava la mia devozione con sacchetti di noccioline americane tostate di fresco e con rotoli di liquirizia con la pallina zuccherata al centro. Questo quando capitavo dalle sue parti e fino intorno ai dieci anni, poi se n’è andata in grazia di Dio. (Maurizio Maggiani, Il Romanzo della Nazione, Feltrinelli, 2015)

E noi eravamo tutti quanti lì, a guardare il muratore sul trabacco mentre faceva il suo lavoro. Era un vecchio muratore di campagna, aveva in testa un berrettino da ciclista della Duco e aveva delle enormi sopracciglia grigie. Teneva sul piano del trabacco il suo secchiello di cemento e una bella pila di mattoni ordinata a piramide. Per lavorare più di fino usava una palla di gomma tagliata a metà dove versava il cemento dal secchiello e da lì lo prendeva a piccoli bocconi con una cazzuola sottile quasi come un coltello. Lavorava lentamente, in silenzio, con dedizione. Stava sigillando l’Adorna nel suo eterno riposo. Un mattone via l’altro, un bel gesto di cazzuola, un filo di cemento spalmato sulla base, un altro sulla costa. E tac, un movimento breve, leggero, definitivo della mano che posa e salda il mattone preciso al suo posto. Un lavoro davvero ben fatto. Bello da vedersi, e bello da farsi. Quando andrà in pensione, e prima o poi ci dovrà pure andare, non so chi potranno chiamare a sostituirlo. Chi sa più lavorare così in un cimitero? E tutti quanti a guardare senza spirare un fiato, gli occhi all’insù come se si fosse a guardare l’uomo che cammina sul filo. Perché, con tutto che il mondo ormai è quello che è, qui da noi sappiamo ancora distinguere le cose ben fatte. E apprezzarle come meritano. (Maurizio Maggiani, Il Romanzo della Nazione, Feltrinelli, 2015)

Dunque siamo andati a fare questo test, a verificare lo stato dell’arte almeno del lobo destro. Nel complesso è andato molto bene. Domande piuttosto facili ma risposte pronte e sicure. Anche spiritose nel caso. Sì, mio padre sapeva fare anche dello spirito negli ultimi tempi. Sapeva tirare fuori anche un bel sorriso quando faceva lo spiritoso. È caduto sul presidente. Sul presidente della Repubblica, voglio dire. Lì non ce l’ha fatta a fare lo spiritoso. Non si è trattenuto. Quando il pozzo di scienza gli ha chiesto il nome del presidente della Repubblica in carica, non ha esitato e ha fatto il nome di Sandro Pertini. Aveva un debole per Sandro Pertini. Qualcosa di più di un debole, era appassionato di Sandro Pertini, era un cultore della memoria del comandante Pertini. Sono sicuro che per lui i presidenti venuti dopo erano stati insignificanti incidenti, inutili meteore. Sì, però nella fattispecie a quel tempo il presidente era Carlo Azeglio Ciampi. E infatti l’incaricato Kronos ha messo un segno sul suo taccuino, un segno che si vedeva benissimo che era calcato giù ben bene. L’ultima prova non era una domanda trabocchetto, ma un libero componimento. Scriva qui la prima cosa che le viene in mente. La prima? Sì la prima. La prima? Sì, sì, non ci stia a pensare, metta la prima che le passa per la testa. Così mio padre ha scritto la frase 
VIVERE DI SOGNI È UN’UTOPIA 
Perché questa frase è appesa sopra la mia scrivania? Perché non c’è un ritratto di mio padre – gliene ho fatto più d’uno nel corso degli ultimi anni, ritratti pervenuti dalle sue lontananze – ma un foglietto della Asl n. 3? Perché se la prima cosa che ti viene in mente quando non sai nemmeno più chi è il presidente della Repubblica, ma cosa dico, quando non riesci nemmeno più a pulirti il culo come si deve, se quello che ti sovviene senza nemmeno pensarci su un secondo è l’utopia, e sono i sogni, allora sei un eroe. Un eroe. E tuo figlio è qui per onorarti, padre. (Maurizio Maggiani, Il Romanzo della Nazione, Feltrinelli, 2015)

Un tale James Hallison, che era uno stimato progettista alle dirette dipendenze del Lord dell’Ammiragliato britannico, scrisse nero su bianco sulla prima pagina del “Times” che la Dandolo era troppo bella per funzionare. I giornalisti videro che stava a galla nonostante tutti i loro studi britannici che dimostravano il contrario. Scrissero sui giornali quello che avevano visto e implorarono il Lord dell’Ammiragliato di fare qualcosa di meglio. Benedetto Brin, il progettista della Dandolo, lesse gli articoli alle alte sfere del regno, ma poi radunò tutti quanti quelli che ci avevano lavorato e li lesse anche a loro. La gente che lo ascoltava forse che applaudiva al re? No, applaudiva a se stessa e al suo vicino. Applaudiva ai compagni dell’officina e a quella carogna dell’ufficiale dispensiere che aveva dovuto abbassare la cresta, applaudiva a quell’enigma dell’ammiraglio comandante e ai compagni della Società di Mutuo Soccorso che non avevano misteri per nessuno a parte la polizia. Applaudiva alla fortuna di essere stati lì, ognuno a fare del suo perché galleggiasse. Applaudiva ai miracoli che sarebbero venuti dopo quel miracolo. Miracoli dell’ingegno umano, miracoli del lavoro. Oh, certo, il lavoro affrancatore, la nobiltà del lavoro libero dalla servitù, il miracolo del secolo di luce che sarebbe venuto. Quando la Dandolo fu allestita, armata e rifinita, quattro anni dopo, furono invitati tra gli altri alcuni illustri membri del Senato degli Stati Uniti. Questi tornarono a casa e riferirono che bastava quella nave per affondare tutta la flotta americana. Quando al Regio Arsenale si venne a sapere e poi in tutta la città si prese a non parlar di altro, forse che la città si sentiva finalmente protetta dalla flotta regia? No, si sentiva protetta in virtù di se stessa. Un popolo che avrebbe potuto affondare l’intera Marina americana. Se non avesse avuto dell’altro per la testa. Una complessità. Nell’unicità. Avrebbe potuto. Sarebbe stato. Invece le cose sono andate come sono andate. Cioè per un altro verso. Ora come ora so che nel fosco fin del secolo morente il re si è ripreso tutto. E senza che la Dandolo, la più potente nave da guerra del mondo, sparasse un solo colpo di cannone. (Maurizio Maggiani, Il Romanzo della Nazione, Feltrinelli, 2015)
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#FOTO / Un bambino migrante

Bambino migrante
da 'Il Fatto Quotidiano', 30 agosto 2015

Non migrerà più. (mf)

#PIN / Ma un amore (MasFerrario)


#SCRITTE / Quando mi tocchi

(dal web, starwalls.it, via pinterest)

#PIN / Cadere e rialzarsi (MasFerrario)


#SCRITTE / Saremo tutti uguali

(dal web, wafertubo.tumblr.com, via pinterest)

#VIDEO / Nigeria, Lagos, vita in mezzo alle discariche


Lagos, Nigeria: vita in mezzo alle discariche
'internazionale.it', 27 agosto 2015
video, 1min08

Il “Dustbin estate” è un quartiere povero di Lagos, la più grande città della Nigeria. È fatto di baracche di latta, costruite sopra una discarica. Per molte famiglie, questo è l’unico posto dove stare. A volte, dicono i residenti, la puzza dalla discarica e delle fogne a cielo aperto è così forte che sono costretti a chiudersi in casa e a sigillare porte e finestre.

L’amministrazione locale ha annunciato diversi progetti per costruire nuove abitazioni, ma i progressi sono lenti. Secondo gli esperti di edilizia, Lagos, una città da 21 milioni di abitanti, ha bisogno di 15 milioni di nuove unità abitative nel prossime decennio. (dalla presentazione del video)

#MOSQUITO / La scuola buona (Albert Einstein)

La scuola dovrebbe avere come suo fine che i giovani ne escano con personalità armoniose, non ridotti a specialisti. Questo, secondo me, è vero in certa misura anche per le scuole tecniche, i cui studenti si dedicheranno a una ben determinata professione. Lo sviluppo dell'attitudine generale a pensare e a giudicare indipendentemente dovrebbe essere al primo posto, e non l'acquisizione di conoscenze specialzzate. 

***Albert EINSTEIN, 1879-1955, fisico e filosofo tedesco naturalizzato svizzero e statunitense, premio Nobel per la fisica nel 1921, Pensieri degli anni difficili, 1950, traduzione di Luigi Bianchi, Bollati Boringhieri, 2015, citato da Nuccio Ordine, La scuola scommette sulla 'curiositas', rubrica 'controverso', 'Sette', 28 agosto 2015



Sempre in Mixtura, altri 3 contributi di Albert Einstein qui

sabato 29 agosto 2015

#SPILLI #FOTO / Una bambina (M. Ferrario)

Famiglia di migranti siriani bloccata in Ungheria 
foto di Bernadette Szabo, Reuters
'Corriere della Sera', 29 agosto 2015

Guardate la bambina, spaventata, che guarda il padre...
Noi ci preoccupiamo per i traumi infantili che i nostri no educativi potrebbero produrre sui nostri figli, coccolati e pompati nella loro autostima (per noi mai ritenuta sufficiente), se ogni tanto smettessimo di dire loro di sì e li facessimo confrontare con qualche (piccola) sana frustrazione. 
Pensate ai traumi (veri) di questa bimba: a tutti quelli che ha subito prima e dopo la fuga dalla guerra e a quello che ancora sta vivendo. E di cui questa foto è una pallida immagine.

No. Nello stigmatizzare quanto sta accadendo in questo drammatico cambio epocale, non sono ispirato da buonismo
Se mai, sento crescere dentro di me un cattivismo ogni giorno più aggressivo: che cerco di contenere, ma che almeno a parole vorrei buttare addosso a tutti quelli che dicono, facendo semplici le cose complesse, che 'vanno fermati alla partenza'. 
Cioè, di fatto, che vanno lasciati morire prima che partano. (mf)

#PIN / Se vuoi uccidere (MasFerrario)


#SCRITTE / Piccole prestazioni

Nel gabinetto di un bagno, al mare, in Liguria (mf)


Ecco dove finisce tutta la nostra cultura basata sulle prestazioni...

#SPILLI / ISIS, e noi (M. Ferrario)

Esistono almeno quattro modi per indicare il Califfato islamico
- Isil (Islamic State of Iraq and the Levant) 
- Isis (Islamic State of Iraq and Syria, oppure Islamic State of Iraq and ash-Sham) 
- Daesh (acronimo arabo usato dai nemici) 
- Is (Islamic State). 
(da 'La Stampa', 27 agosto 2015)

Usiamo la sigla che preferiamo: conta ciò che sta dentro il contenitore.
E il contenuto dice che resta, più attuale che mai, l'ennesima perversione nell'uso di Dio, offertaci dalla storia. 
Già, perché, tanto per cambiare, il nuovo è vecchio. Tremendamente vecchio. 
Anche l'efferatezza degli eccidi fa parte della tradizione. 
Come i genocidi: compiuti pregando compuntamente il nome di un dio 'nostro', gelosamente cucito sulle insegne delle nostre sante armate ('Gott mit uns'). 
O le stragi di selvaggi dei secoli passati: realizzati innalzando la croce, con il fine, naturalmente, di redimere i poveri pagani senzadio. 

Una storia che noi occidentali abbiamo rimosso. Così ci riesce meglio la proiezione esclusiva del male sugli 'altri'. 

Quando noi umani (tutti, di qualunque latitudine) smetteremo di investire dentro un dio la nostra disumanità, fatta di immonda e inarrivabile brutalità e arroganza, avremo fatto un passo avanti per diventare umani. 
Ma il passo, per ora, sembra lontano. E neppure sappiamo se saremo capaci di compierlo. 

Del resto, anche noi, qui e ora, che stiamo trasformando ogni giorno il Mediterraneo in un cimitero d'acqua (2.500 morti solo in questi mesi del 2015) continuiamo a dirci, in maggioranza, senza vergogna, cristiani. 
Senza renderci conto della bestemmia che ci esce dalle labbra. 

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

La carneficina dell'Isis

° ° °

La strage di migranti nel Mediterraneo

#FAVOLE & RACCONTI / L'uomo fiero del suo mestiere (M. Ferrario)

Due viaggiatori, a bordo di un pallone, da oltre un’ora sono immersi nelle nuvole. 
Ovunque un bianco accecante: hanno perso l’orientamento e cominciano a preoccuparsi. 
Non sanno dove dirigersi e sono costretti a lasciarsi trasportare dai venti. 
Ad un certo punto, come d’incanto, dappertutto è cielo azzurro e sole: ogni nuvola è sparita e finalmente riescono a vedere la terra. 
Ma il paesaggio è completamente diverso da quello che si attendevano. 

#RITAGLI / Jobs Act, effetto nullo (Enrico Giovannini)

(...) [D: Guardando i numeri, cosa sta succedendo nel mercato del lavoro?]
E' molto semplice: il numero di occupati a giugno 2015 è identico a quello di giugno 2014, il numero dei disoccupati è cresciuto di 85mila unità, e il numero degli inattivi è diminuito di 131mila unità. Questo vuol dire che l'effetto complessivo delle misure adottate per il lavoro è stato finora nullo. Aggiungo che il numero di giovani occupati (860mila, 80mila meno di 1 anno fa) è al minimo storico.

[D: E' cambiata però la composizione dei contratti]
Sì, c'è un forte spostamento dai contratti a termine al cosiddetto 'contratto a tutele crescenti', anche grazie ai generosi incentivi a favore delle imprese.

*** Enrico GIOVANNINI, ex presidente Istat, ex Ministro del lavoro, intervistato da Roberto Mania, "Caos sulle cifre, regole non seguite. E dal Jobs Act un effetto nullo", 'la Repubblica', 28 agosto 2015

Sempre in Mixtura, 1 altro contributo di Enrico Giovannini qui


#VIDEO / I pregiudizi inconsapevoli (Yassmin Abdel-Magied)


Yassmin ABDEL-MAGIED, ingegnere, scrittrice, attivista
Cosa significa il mio velo per voi?, Ted, dicembre 2014
video 14min01
(oltre 1 milione100mila visualizzazioni)

I pregiudizi inconsapevoli sono un fattore che guida la cultura, spingendoci a fare supposizioni basate sulla nostra educazione e le nostre influenze. 
Questi pregiudizi impliciti influiscono su tutto, ed è il momento di riflettere, essere più intelligenti, migliori. 
In questo intervento onesto e divertente, Yassmin Abdel-Magied usa un modo sorprendente per farci guardare oltre le nostre percezioni iniziali. (dalla presentazione del video)

«
Fatemi chiarire un punto: i pregiudizi inconsapevoli sono diversi dalla discriminazione consapevole. Non dico che in ognuno di noi c'è un sessista o razzista nascosto che non vede l'ora di esprimersi. Non sto dicendo questo. Abbiamo tutti dei pregiudizi. Sono i filtri attraverso i quali vediamo il mondo intorno a noi. Non sto accusando nessuno, i pregiudizi non sono un'accusa. Invece, sono una cosa che va identificata, riconosciuta e mitigata. I pregiudizi possono riguardare la razza, il sesso. Possono riguardare la classe sociale, l'istruzione, la disabilità. Abbiamo tutti pregiudizi contro ciò che è diverso, in base alle nostre regole sociali.
Ma se vogliamo vivere in un mondo in cui le circostanze della nascita non determinano il futuro e in cui le pari opportunità sono diffuse, ognuno di noi ha un ruolo da giocare nell'assicurare che i pregiudizi non determinino le nostre vite. (...)

La gente non nasce con uguali opportunità. Sono nata in una delle città più povere del mondo, Karthoum. Sono nata di colore, sono nata donna, e sono nata musulmana in un mondo sospettoso nei nostri confronti per ragioni che non posso controllare. Tuttavia, riconosco il fatto che sono nata privilegiata. Sono nata da genitori straordinari, mi è stata data un'istruzione e ho avuto la fortuna di trasferirmi in Australia. Ma ho anche avuto la fortuna di avere mentori straordinari che mi hanno aperto porte che non sapevo neanche esistessero. Un mentore mi ha detto, "Ehi, la tua storia è interessante. Scriviamo qualcosa da condividere." Un mentore ha detto, "So che non c'entri niente con la trivellazione in Australia, ma vieni lo stesso." Eccomi qui, a parlare a voi. (...)
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venerdì 28 agosto 2015

#PIN / Meno male (MasFerrario)


#HUMOR / Uno Stato particolare

(dal web, via pinterest)

#CIT / Regole (Pablo Picasso)

Pablo PICASSO, 1881-1973
pittore, scultore, litografo spagnolo
(by Jessica Richardson, fromupnorth.com)

#SCRITTE / Li mortacci tua

(dal web, via pinterest)

#LIBRI PIACIUTI / Lo stato di ebbrezza, di Valerio Varesi (recensione di M. Ferrario)

Valerio VARESI, Lo stato di ebbrezza, Frassinelli, 2015
pagine 317, € 18,50, ebook € 9,99

Formalmente è un romanzo, di fatto rimanda a un saggio: nel senso che la vicenda di Domenico Nanni è l'occasione per ripercorrere a grandi falcate la storia politico-sociale d'Italia dagli anni 70 a poco prima della salita al potere di Matteo Renzi.

Accade poco al protagonista, ma accade di tutto a tutti noi che abbiamo vissuto quegli anni. Lo dovremmo sapere: ma qui l'abilità di Valerio Veresi è quella di squadernarci questo tutto in una cavalcata di poche ore, che dovrebbe far ricordare (a chi ha ricordi) e insegnare (a chi è più giovane e non ha passato) cos'è stata l'Italia. E, in particolare (e qui sta l'amarissimo da ingoiare), cosa siamo (stati) noi: italiani.

La narrazione è dura e impietosa: e anche per questo immagino che saranno diversi a rifiutarla.
Tuttavia chi ha maggiore consuetudine col pensiero critico (e auto-critico) e non ha fatto il surf in spensieratezza e inconsapevolezza dagli anni 70 ad oggi, ma, anzi, già 'nel durante' si interrogava su quanto ci stava capitando addosso, senza peraltro nascondersi la corresponsabilità di ognuno come cittadino (cito il craxismo e il berlusconismo, per indicare solo le due culture 'esemplari', peraltro solo in apparenza distinte, che ci hanno 'marcato' indelebilmente), ritrova riflessioni, sentimenti, emozioni (illusioni, delusioni, rabbie) da cui è sicuramente stato attraversato.
Magari non sempre concorda con talune analisi e reazioni, messe in bocca ai pochi personaggi che si agitano attorno al protagonista: come il vecchio giornalista che guarda con disincanto il mondo; il manager Coop perfettamente integrato nelle pratiche dell'arraffa-affari degli anni 80; il giovane idealista che resta orgogliosamente prigioniero dell'utopia comunista; le due giovani donne che hanno fatto coppia con Nanni, prima la socialista e poi la ciellina; il cinico esperto di intrallazzi finanziari, il prete fervente...
Certo, si può pensarla diversamente, tuttavia non si resta inerti. Perché il libro di sicuro strattona e non fa stare seduti comodi in poltrona: per i contenuti, ma anche per il linguaggio. Rutilante, metaforico, sfavillante. Che corre a precipizio, rocambolesco, e ti avvolge e riavvolge in una sarabanda di termini, anche dialettali o di nuovo conio, che insistono nel dettagliare, con immagini colorite, anche grevi e trucide, paesaggi umani e atmosfere in cui i comportamenti individuali e sociali di un'Italia miserevole, 'in alto' e 'in basso', gareggiano nel produrre 'lo stato di ebbrezza' che dà il titolo al volume.

Da quanto sto dicendo, si capisce che il mio richiamo, in apertura, alla categoria del 'saggio' era provocatorio: il taglio 'romanzo' vince sul 'saggio', perché sono del tutto assenti la distanza 'oggettiva' e lo stile 'equilibrato' che dovrebbero caratterizzare un'opera saggistica.
Qui i fatti sono riordinati e reinterpretati dalla voce narrante del protagonista alla luce della sua visione del mondo e del suo vissuto: una voce e un vissuto che sanno gridare, senza sconti e infingimenti, lo sdegno e l'invettiva. E che anche per questo sono decisamente 'parziali' (e se e quanto 'faziosi' lo possono stabilire solo la sensibilità specifica, e la 'parzialità', di ogni lettore).

Tutto il libro dunque è un'accusa prolungata, accanita, appassionata, ostinata e sempre giocata ai toni massimi, che Domenico Nanni, nel raccontarsi attraverso le epoche, getta con ira, ma anche con rassegnazione, oltre che con pennellate di ironia, sull'Italia che ha vissuto.
Tuttavia, l'accusa non è né predicatoria, né calata dall'alto: la sua camicia non è l'unica immacolata in mezzo a tutte le altre sporche di fango. La consapevolezza di aver fatto parte attiva, e anche dirigente, del 'grande gioco' che ha 'scassato' l'economia, ma soprattutto la cultura, del Paese, è chiara e mai nascosta: anche lui ha potato il suo contributo all'intrallazzo generale e non invoca alcuna innocenza.

Insomma, un libro che ha parole e pensieri come pietre aguzze: ma il loro far male potrebbe far bene.
Dipende dallo spirito con cui lo avviciniamo: se sappiamo accogliere come elemento costruttivo le provocazioni, anche le più irritanti (e se ci irritano vuol dire che almeno in buona parte hanno colpito nel segno), allora la lettura sarà 'impegnata', ma non noiosa, anzi divertente e istruttiva.
Se invece privilegiamo l'ottica iperottimistica, che rifugge come il diavolo, nelle analisi di realtà, le tinte negative, forse anche perché poi temiamo la gestione dei momenti 'down' conseguenti; oppure, se siamo disturbati e infastiditi dalle posizioni altrui che non collimano con il nostro quadro di interpretazione consueta della realtà: allora, forse, 'lo stato di ebbrezza' non è per noi.
Probabilmente anche perché, consapevoli o no, ci siamo già dentro.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

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Avevamo promesso ben altro nei gloriosi Sessantotto e Settantasette portati sul petto come medaglie! Tutti a strimpellare serenate filosofiche sulle magnifiche sorti. Ne avevamo la bocca piena, ma eravamo solo un nugolo di pidocchi che avrebbero reso anemico un toro. Abbiamo cominciato presto a pensare di riempirci la pancia! I nostri padri avevan rifornito i granai, loro! Noi li abbiamo svuotati e c’abbiam buttato dentro le nostre divise da corteo e tutti i vecchi giocattoli che non ci divertivano più. Un’intera paccottiglia frusta, cianfrusaglie, carabattole, chincaglieria e l’intero catalogo di stampini per costruire castelli di sabbia. Ci hanno conquistato con le lusinghe. Ci hanno limato via una scaglia per volta gli spigoli fino a renderci tondi come ciottoli pronti a rotolare con la corrente. C’è da togliersi il cappello tanto son stati bravi. Appena si son presi paura a metà degli anni Sessanta è cominciato il massaggio. Hanno buttato carrettate di dollari nel dipartimento di Economia di Milton Freedman a Chicago. Gli han lubrificato la lingua e la penna ai suoi scagnozzi e via col mantra del mercato. Una preghierina che han preso tutti a recitare nelle gloriose università dell’Occidente. Accarezza la pancia degli emeriti e otterrai tutto. A forza di parlar di mercato, ci si sono messi loro in vendita. Non c’è razza più corrotta degli economisti. Per mestiere hanno da giustificare il predominio, convincere tutti che quel che accade è ineluttabile. Non ci si può far niente, come coi terremoti e le trombe d’aria. Vi hanno inculato? Era ineluttabile. Sono gli illusionisti del grafico, gli imbonitori dell’istogramma e degli assi cartesiani. Papocchiano e pupazzano il mondo tirando i numeri da una parte all’altra come la pelle dei loro prepuzi. Dilagano sulle riviste, tracimano dagli schermi, concionano nei congressi, ci scagliano sempre, che non ne azzeccano mai una, ma fanno i ministri, i capi di Governo e vincono il Nobel. (Valerio Varesi, Lo stato di ebbrezza, Frassinelli, 2015)

In effetti cominciava il gran ballo. Si poteva vincere la guerra anche così, sostituendo alle pallottole il virus della svagatezza. Rendendo tutti un po’ bambini, babbei e boccaloni. Era molto più economico, dopotutto! Un’arte vecchia come il mondo. Vedemmo risorgere il potere sotto le sembianze di una troia imbellettata e discinta. Era all’istinto che puntava. A fartela vedere senza mai dartela. A tenerti teso come la corda d’un violino sfregandoti a dovere fino a cavarne una nota acuta d’assenso. Che gran pifferai! Ci fosse stato ancora il vate D’Annunzio, si sarebbe sentito un remigino. Stavano arrivando le truppe corazzate dell’imbonimento planetario, le televisioni commerciali con il loro corredo di spogliarelli, stornellatori da balera, pagliacci, presentatori bisunti, matrone sovrappeso, forosette e mezzeseghe d’avanspettacolo. Un’umanità di scocomerati dedita al bricolage televisivo sdoganava le perversioni di un intero Paese. Lo schermo simbolo d’autorità diveniva improvvisamente famigliare, specchio banale e consolatorio, tabernacolo privato di complicità e connivenza. 
Furono i socialisti a capire per primi quel grande strumento. (Valerio Varesi, Lo stato di ebbrezza, Frassinelli, 2015)

«Il mondo va un po’ dove ne ha voglia e un po’ dove lo menano», gli dico. «Adesso lo stanno menando gli altri. Ce lo hanno sfilato mentre noi ci facevamo un mucchio di seghe mentali. In tanti hanno trovato di meglio perché, in fondo, non gliene fregava niente. Era solo moda.» 
«Dio d’un dio, ci sei anche tu lì in mezzo», sibila a bruciapelo. Non è mai molto diplomatico Tugnoli. 
«Un po’ di ragione ce l’hai», gli confesso, «ma mica faccio tutto per svacco, lo faccio con lucidità. È successo qualcosa là fuori, e la gente che ti camminava a fianco improvvisamente torna indietro. Non capisci cos’è stato, ma non riesci ad andare avanti, sei travolto e allora indietreggi anche tu: non puoi far altro. Prendi solo atto che non potrai mai farcela. Non ora, perlomeno.» 
Mi fissa con quei suoi occhi corruschi, ma non sembra deluso. È di quelli che stanno bene nella loro solitudine come i gatti. E adesso che lo abbandono anch’io, dà l’idea di sentirsi più forte. Professa la condivisione, ma si sente meglio isolato portandosi dietro una vena di utopistico eroismo. È una delle contraddizioni della sinistra: tutti ne hanno un’idea diversa, tutti credono d’essere più ortodossi degli altri. È così che la scissione è divenuta una malattia congenita. (Valerio Varesi, Lo stato di ebbrezza, Frassinelli, 2015)

Era un genio del trusco, Nardi. Li avvolgeva con parole di seta fino a stringerli in un bozzolo, i sindaci. Quando già sentivano in gola il soffoco dei debiti, piombava nei loro palazzi con le bombole d’ossigeno. Che poi non era che un gas esilarante fino a istupidirli. Intere città finivano nel baratro di biscazzieri sempre più forti e potenti e con loro lo Stivale che affondava di prua in picchiata verso gli abissi. Faceva fortuna raccontando frescate, Nardi. 
«Il mondo, caro mio, è di chi sa reggere la sua parte con convinzione», mi ripeteva. «Tutto è ormai in superficie: è l’apparire, la figura che fai e la sicurezza che mostri. Nessuno ti verrà mai a chiedere quel che sei per il resto. Li han drogati a dovere con la televisione che gli basta quel che vedono.» (Valerio Varesi, Lo stato di ebbrezza, Frassinelli, 2015)

Era tutto l’immaginario italiano, il Berlusca! Un dritto, uno che ce l’aveva fatta, altroché! Mica quelle zecche di politici che s’eran sciroppati per cinquant’anni! Un ganzo che si pastrugnava le modelle e con una telefonata faceva scattare gli industriali più delle tigri del circo Togni. 
Gli si poteva perdonare tutto dopo il naufragio della politica nazionale. Mica esistevano più degli argini. I fascisti e i loro nipotini, i Qui, Quo, Qua della nuova destra, rimasti a bagnomaria per mezzo secolo sfogando la bile con le bombe nelle piazze e strisciando nei panni di agenti segreti a seminare menzogne, erano stati di colpo infilati in forno e serviti alla causa con un gioco di prestigio. Nuovi movimentisti dello Stato sociale, ex repubblichini, vecchi galleggianti dell’autoritarismo, reduci di Predappio e tutta la venefica chincaglieria nostalgica del Ventennio ramazzata a mucchio. Non vedevano l’ora di togliersi di dosso la brina. Nel Paese in preda alla demenza senile, non rampollava nessun tormento nell’ascesa al governo degli ex di Salò. Uno, Mirko Tremaglia, l’avevano poi persino fatto ministro. L’arlecchinismo italiano aveva raggiunto il suo apice. Era l’effetto della nostra mancata Norimberga in cui s’esprimevano tutta la futilità e l’ignavia di un popolo. Bastava una pacca, una strizzata d’occhio, una piccola mancia per conquistarsi l’intero parco buoi. Lui, Berlusca, l’aveva capito che si governava con le emozioni. Ne ammanniva a secchiate tutti i giorni coi suoi attori, presentatori, cantanti, sciantose e gagà vari. Aveva svuotato i camerini per arruolarli come coscritti sul piccolo schermo a somministrare promesse di un’Italia Drive In. A loro s’erano aggiunti i disertori della sinistra, ciascuno munito del proprio alibi d’alta idealità a giustificazione del cambio di trincea. Nessuno ha mai più avuto naso quanto loro nel coltivare il proprio. (Valerio Varesi, Lo stato di ebbrezza, Frassinelli, 2015)
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HUMOR / Curiosità infantile

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#RITAGLI / Disoccupati, uno studio sui laureati (Stefano Feltri)

Chiara Binelli, economista dell’Università di Southampton, ha sondato 1,238 laureati tra il 2011 e il 2013. La studiosa italiana ha dovuto fermare la ricerca prima del Jobs Act, perché rimasta senza fondi

Basandosi sugli elenchi del consorzio interuniversitario Almalaurea, la professoressa Binelli ha spedito un questionario di 71 domande per raccogliere le classiche informazioni su età, famiglia, status sociale, ricerca del lavoro, ma anche per sondare le aspettative: che vita si aspettano questi giovani disoccupati? Quali attese hanno sul proprio stipendio eventuale futuro? Di solito a questo genere di questionari via email risponde il 10 per cento dei contattati. Alla professoressa Binelli invece l’85 per cento. Una percentuale che lei non aveva mai riscontrato.

“Ho costruito il mio set di dati, perché non esisteva niente di simile”, spiega: 1.238 giovani senza lavoro, laureati tra 2011 e 2013 in una delle 64 università che aderiscono ad Almalaurea. L’indagine si è svolta tra gennaio e febbraio 2015, cioè un attimo prima dell’entrata in vigore del Jobs Act e del contratto a tutele crescenti al posto di quello tradizionale a tempo indeterminato con l’articolo 18 sul reintegro in caso di licenziamento ingiusto. (...)

Che cosa c’è nella testa di questi disoccupati di alta gamma, che dopo almeno 18 anni di studi non riescono a trovare un posto? Il primo pensiero è come sarà il loro stipendio, quando ne avranno uno. Sono pessimisti ma, scopre la professoressa Binelli, hanno ragione a esserlo: si aspettano di trovare lavoro nei prossimi 12 mesi con una probabilità del 44 per cento, le statistiche dimostrano che la percentuale reale media è il 50, che scende al 39 nel Sud. Solo il 17 per cento si aspetta un lavoro a tempo determinato, lo avranno in 21 su 100. Non si attendono un reddito elevato, stimano 1.099 euro lordi mensili (ma solo il 60 per cento è disposto a lavorare per quella cifra). Nei fatti – dati Almalaurea 2013 – ne ottengono un po’ meno, 1.034.

Come incide questo poco allettante futuro sulle scelte di vita dei laureati? Chiara Binelli ha scoperto, con un modello econometrico, che le cicatrici sono profonde. E misurabili: “Un aumento della probabilità di trovare un lavoro con tutele adeguate dal 10 al 50 per cento fa aumentare l’intenzione di avere figli in futuro dal 68 al 71 per cento”. Le conseguenze sono anche sulla società nel suo complesso: se la probabilità di trovare un buon posto (con tutele adeguate) sale dal 10 al 50 per cento fa aumentare la probabilità di essere soddisfatti del “processo politico democratico in Italia” dal 6 al 10 per cento. Tradotto: più resti disoccupato, più diventi pessimista. E più sei pessimista, meno ti interessa la politica, perché sembra non poter cambiare le cose, e meno progetti ambiziosi per il futuro riesci a fare, come costruire una famiglia. (...)

*** Stefano FELTRI, giornalista, Disoccupazione, studio su giovani laureati senza lavoro: “Sono senza soldi, pessimisti e arrabbiati”, blog 'ilfattoquotidiano.it', 27 agosto 2015

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#MOSQUITO / Andarcene, con grazia e riconoscenza (Arianna Huffington)

Ricordo bene i preparativi che facevo durante le mie gravidanze: le lezioni di tecnica Lamaze, gli esercizi di respirazione, le infinite letture sull'argomento. Che strano, mi ritrovai a pensare un giorno: passare ore a imparare come si da inizio alla vita, e nemmeno un minuto a imparare a lasciarla. In che modo la nostra cultura ci prepara ad andarcene con grazia e riconoscenza? Usiamo invece ossessivamente i social media per commemorare le esperienze, come se fotografare tutto potesse rendere le vite meno effimere. Ma anche se i resti della nostra esistenza virtuale possono sopravvivere a quella fisica, la verità è che sono altrettanto fugaci. 

*** Arianna HUFFINGTON, imprenditrice, saggista, giornalista, fondatrice di 'Huffington Post', Fotografare la vita non la rende meno effimera, 'D', 1 agosto 2015, traduzione di Matteo Colombo

giovedì 27 agosto 2015

#PIN / Felicità, e hybris (MasFerrario)


#CIT / Utopia (Adriano Olivetti)

Adriano OLIVETTI, 1901-1960, 
imprenditore, saggista, politico, fondatore del movimento di ‘Comunità’
(dal web, via linkedin)


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#SCRITTE / Dateve meno arie

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#HUMOR / Un tipo storto

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#RITAGLI / Berlusconismo e antiberlusconismo secondo Renzi (Marco Travaglio)

(...)  «la Seconda Repubblica è stata una rissa ideologica permanente che ha impantanato l’Italia in discussioni sterili mentre il mondo correva. Il berlusconismo e per alcuni aspetti l’antiberlusconismo hanno messo il tasto pausa al ventennio italiano, impedendoci di correre». [Renzi]

Eh no. Troppo comodo, troppo furbo, troppo paraculo: berlusconismo e antiberlusconismo sono due cose opposte ed è il momento che il presidente del Consiglio e segretario del Pd dica non solo ai suoi elettori, ma a tutti gli italiani e anche all’Europa, che cosa pensa di Silvio Berlusconi e di ciò che ha fatto in questi vent’anni. La sua opinione sui dirigenti del centrosinistra Renzi l’ha ripetuta in tutte le salse, specie quando voleva prenderne il posto all’insegna della rottamazione (salvo poi riciclare le vecchie muffe, a parte le poche che non sono corse a baciare la sacra pantofola).

Ma di B., che ci dice di B.?

Se lo ritiene un normale leader di centrodestra, da giudicare serenamente sul piano storico con i suoi pro e i suoi contro, come Kohl, Chirac, Sarkozy, Thatcher ecc, è un conto. Se invece pensa che sia stato un male per l’Italia, anzi il peggiore dei mali della storia repubblicana, è un altro conto. Che cos’ha da dire Renzi su chi ha cacciato dalla tv pubblica Biagi, Santoro e Luttazzi e con loro pezzi interi di società, di realtà e di verità, ha fatto destituire direttori di giornale a lui sgraditi, ha inquinato la vita pubblica con le sue pratiche corruttive e le sue amicizie piduiste e mafiose, ha spudoratamente favorito gli interessi delle sue aziende a scapito della concorrenza e del pluralismo, ha approvato decine di leggi su misura per i suoi interessi e i suoi processi, ha devastato la giustizia e l’etica pubblica praticando, predicando e santificando l’illegalità di massa, ha screditato la magistratura, la libera stampa, la Consulta e infine la stessa Costituzione, cancellando dal sentire comune l’idea stessa che il potere debba essere controllato e arginato da contropoteri indipendenti, picconando i fondamenti della democrazia liberale e dello Stato di diritto? Se tutto ciò è accaduto, e sventuratamente è accaduto, come può Renzi mettere sullo stesso piano il berlusconismo e il suo contrario, cioè le poche voci che si sono levate nel deserto, anche con qualche rischio personale, per contrastare quello tsunami di merda?

Renzi dovrebbe domandarsi quanto sarebbe durato e fin dove si sarebbe spinto il berlusconismo, se non avesse incontrato ostacoli fuori dal sistema dei partiti, nella società civile. E poi ringraziare chi aveva capito tutto fin dall’inizio e messo in guardia gli italiani, mentre lui sedeva sulle ginocchia di Verdini, o vinceva milioni alla Ruota della Fortuna, o andava in gita premio ad Arcore. Se non vuole ringraziare i vivi, s’inchini almeno a chi non c’è più: Montanelli, Biagi, Bocca, Rinaldi, Sechi, Federico Orlando, Bobbio, Galante Garrone, Sylos Labini, Tabucchi, Luzi, Scalfaro, Monicelli, Franca Rame. Questi sono i volti dell’antiberlusconismo: il meglio della cultura liberaldemocratica, liberalcattolica, liberalsocialista e progressista, ovviamente estranea alle greppie dei partiti che col berlusconismo hanno sempre banchettato e fatto a mezzo. Equipararla al berlusconismo è come dire che fra il 1943 e il ’45 l’Italia fu paralizzata da una noiosa e sterile rissa ideologica tra i fascisti che volevano trasformare l’Italia in una dependance del Terzo Reich e gli antifascisti che lottavano per farne una democrazia, impedendoci di correre (al passo dell’oca, s’intende).

Si dirà: ma l’antifascismo nel Dopoguerra imbarcò orde di fascisti convertiti in articulo mortis (di Mussolini, però) e diventò per molti una lucrosa professione e un comodo ufficio di collocamento. Verissimo: l’antiberlusconismo, invece, nemmeno quello. Gli antiberlusconiani non hanno tratto alcun vantaggio neppure dopo la caduta di B. Nessuno di essi ha ottenuto incarichi o prebende dai governi succeduti a B. I quali, anzi, han continuato a ingrassare B. e i suoi cari (da Alfano e Verdini, per non parlare della “nuova” Rai), lasciando gli antiberlusconiani là dov’erano confinati: ai margini, nel ghetto, a espiare la grave colpa di aver avuto ragione.

*** Marco TRAVAGLIO, direttore de 'Il Fatto Quotidiano', Renzi al Meeting Cl: i pro e gli anti, 'Il Fatto Quotidiano', 26 agosto 2015

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#LINK / La neolingua di oggi (Diego Fusaro)

Siamo ormai in una situazione a tutti gli effetti orwelliana. I bombardamenti sono detti “missioni di pace”, le distruzioni dei diritti sono pudicamente chiamate “riforme”, la dittatura dei mercati è ipocritamente salutata come “democrazia”, il dominio delle banche e la violenza economica sono definite “Unione Europea”: e, dulcis in fundo, la devastazione della cultura e della scuola è detta “la buona scuola”.

*** Diego FUSARO, filosofo, saggista, La #buonascuola e la neolingua di Orwell, blog 'ilfattoquotidiano.it', 22 agosto 2015

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#MOSQUITO / Teatro, e il pubblico (Lella Costa)

(...) Il teatro è molto di più di quello che succede sul palcoscenico, è un incontro tra uno spettacolo vivente e un pubblico altrettanto vivente. (...)

[D: Come'è cambiato il pubblico negli ultimi anni?]
Si sta perdendo la consapevolezza che quello che tu fai in platea vine eprcepito dal palcoscenico. Non si sentono più tanto squillare i cellulari, ma la gente sta con il tablet acceso durante lo spettacolo al punto che a volte mi domando: "Ma stanno salvando delle vite? Sono collegati con la sala di rianimazione?". Le persone non riescono a smettere di essere connesse.

*** Lella COSTA, attrice, saggista, doppiatrice, intervistata da Valentina Ravizza, Si alzi il sipario!, 'Style Magazine', settembre 2015

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#LINK / Università, ci battono i Paesi emergenti (Piero Martin, lavoce.info)

Dopo il primato economico, i paesi Ocse iniziano a perdere anche quello formativo. 
Le economie emergenti li stanno sorpassando per numero di giovani laureati. E se continua così, da bacino di lavoro non specializzato a basso costo potrebbero presto diventare attori chiave in settori strategici.

*** Piero MARTIN, Università: i Paesi emergenti ci superano anche per numero di laureati. E adesso?, 'lavoce.info', 21 agosto 2015

LINK articolo integrale qui

#VIDEO / La Taranta (Gianfranco Mingozzi)


La Taranta
documentario di Gianfranco MINGOZZI, 1962
video, 18min11

Un documento storico, realizzato con la consulenza di un antropologo autorevole come Ernesto De Martino (1908-1965)

Su Ernesto De Martino
https://it.wikipedia.org/wiki/Ernesto_de_Martino

mercoledì 26 agosto 2015

#PIN / Merito, è apparire (MasFerrario)


#CIT / Normalità (Vincent Van Gogh)

Vincent VAN GOGH, 1853-1890, pittore olandese
(dal web, fromupnorth.com)

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#SCRITTE / Facciamo le valigie

(dal web, via pinterest)

#PIN / Empatia, saremmo ancora in tempo (MasFerrario)


#LINK / Italiano, 40 consigli per parlare bene (Umberto Eco)

Chi meglio di Umberto Eco può insegnarci come scrivere bene in italiano? 
Nell'antologia La Bustina di Minerva, il celebre semiologo, filosofo e scrittore italiano dà alcuni consigli per scrivere correttamente in italiano ed esprimersi con uno stile elegante.
Dal 1985, Eco ha curato la rubrica La Bustina di Minerva per il settimanale L'Espresso, in cui tratta argomenti che spaziano dalla storia alla letteratura, dall'attualità alla scienza. Nel 2000, la casa editrice Bompiani ha raccolto i suoi contributi in un'antologia omonima.
Ecco una raccolta dei suoi consigli migliori, pubblicata dal sito italianalingua.it e tratta dall'antologia La Bustina di Minerva, che ironizza sui peggiori errori commessi quando si scrive in italiano.

*** Umberto ECO, docente di semiotica, saggista, scrittore, da Le regole di Umberto Eco per parlare bene l'italiano. I 40 consigli di Umberto Eco per parlare bene in italiano ed evitare i peggiori errori stilistici e grammaticali, 'the post internazionale', 11 giugno 2015, qui

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RITAGLI / Cina, e domani? (Bernard Guetta)

In questo mix tra capitalismo selvaggio e dittatura politica qualcuno aveva addirittura visto un modello da seguire. Per trent’anni le aziende occidentali sono state attirate dai salari bassi e dalle promesse dell’enorme mercato interno cinese, e la Cina era considerata un eterno Eldorado il cui destino era quello di affermarsi come iperpotenza del ventunesimo secolo. Ma tutti i sogni prima o poi finiscono.

La svalutazione estiva e il tracollo della borsa di Shanghai di fine primavera dimostrano che la Cina sta ormai diventando un fattore di instabilità internazionale, potenzialmente il più grande di tutti. I capitali interni fuggono, mentre quelli stranieri fanno rotta verso altri lidi. Gli investitori ora hanno paura del paese più popoloso al mondo, perché la crescita non è più a due cifre e non è più nemmeno al 7 per cento come sostengono le statistiche ufficiali.

Fare ipotesi è avventato, ma le più affidabili parlano di una crescita cinese inferiore al 4 per cento, livello che rischia di far impennare la disoccupazione in un paese in cui la protezione sociale non esiste. Senza alcuna indennità né sussidi, i disoccupati cinesi non possono più sfamarsi né tantomeno inviare soldi nelle campagne, dove centinaia di milioni di uomini e donne hanno lasciato le famiglie per andare a lavorare nelle fabbriche alla periferia delle grandi città.

*** Bernard GUETTA, giornalista e saggista francese, Il futuro incerto della Cina,  'internazionale.it', 24 agosto 2015

LINK, articolo integrale qui

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#VIDEO / Traffico di esseri umani, attorno a noi (Noy Thrupkaew)


Noy THRUPKAEW, giornalista
Il traffico di esseri umani è tutto attorno a noi
mrazo 2015 - Ted
video, 18min15

Dietro gli affari quotidiani che ci piacciono tanto, la manicure a 10 dollari, il buffet di gamberi illimitato, c'è un mondo nascosto di lavoro forzato per tenere bassi questi prezzi. 
Noy Thrupkaew indaga sul traffico di esseri umani, così florido negli Stati Uniti e in Europa come nei paesi in via di sviluppo, e ci mostra il volto umano dietro lo sfruttamento del lavoro che alimenta i consumatori globali. (dalla presentazione)

«
(...) La prostituzione forzata rappresenta il 22% del traffico di umani. il 10% è lavoro forzato statale. Ma un enorme 68% ha lo scopo di creare merci e prestare servizi a cui gran parte di noi si affida ogni giorno, in settori come il lavoro agricolo, il lavoro domestico e l'edilizia. Cibo, cure e riparo. In qualche modo, questi lavoratori essenziali sono oggi anche tra i più sottopagati e sfruttati al mondo. Il traffico di esseri umani è uso della forza, truffa e coercizione nell'obbligare qualcuno a lavorare. Lo si trova nei campi di cotone e nelle miniere di Coltan, persino negli autolavaggi in Norvegia e Inghilterra. Si trova nelle basi militari americane in Iraq e Afghanistan.

Si trova nel settore ittico tailandese. Quel paese è diventato il più grande esportatore di gamberi al mondo. Ma cosa sta dietro a quella quantità di gamberi a buon mercato? L'esercito tailandese è stato scoperto a vendere immigrati burmesi e cambogiani ai pescherecci. Quei pescherecci partivano al largo, gli uomini al lavoro, e venivano lanciati fuori bordo se si azzardavano ad ammalarsi, o cercavano di opporre resistenza. Quel pesce veniva poi usato per nutrire i gamberi, e i gamberi venivano venduti a quattro grandi distributori: Costco, Tesco, Walmart e Carrefour.

Il traffico di esseri umani si trova su scala ridotta, e in luoghi che non potete immaginare. I trafficanti hanno costretto giovani a guidare camioncini del gelato, o a cantare nei cori itineranti. Il traffico è stato anche scoperto da un parrucchiere nel New Jersey. (...)
»

martedì 25 agosto 2015

#SENZA_TAGLI / Placebo, è una vera medicina (Elena Dusi, Roberto Bassi)

La sperimentazione che sta per partire all’università di Baltimora è piuttosto inusuale. Vi partecipano persone malate, ma i medici spiegheranno loro con chiarezza che non possono aiutarle. Gli somministreranno un farmaco, ammettendo che non contiene nessun principio attivo efficace. E poi aspetteranno con fiducia la guarigione, o quanto meno il miglioramento dei sintomi.

Sembrerebbe un controsenso, ma nel mondo dell’effetto placebo non è la logica a farla da padrona. Nel 2010 un ricercatore di Harvard si accorse che le pillole di “acqua fresca” sono efficaci anche quando il paziente è consapevole di non assumere un farmaco vero.

E da allora le sperimentazioni con il placebo “open label” - in cui il malato è informato della natura del trattamento - sono state avviate per depressione, emicrania, mal di schiena, sindrome da deficit di attenzione e iperattività e - oggi a Baltimora - per la spossatezza che segue il trattamento contro il cancro.

La scelta di confessare ai pazienti di aver prescritto un placebo nasce dal disagio che alcuni medici provano nel mentire. Ted Kaptchuk, il ricercatore di Harvard che per primo ha adottato il “placebo onesto” ha osservato che i suoi benefici si fanno sentire, migliorando i sintomi di circa il 20% (nel suo caso i pazienti soffrivano di sindrome del colon irritabile). Il segreto, secondo lui, è spiegare bene ai malati che il placebo non è semplicemente acqua fresca, ma una pratica medica ben studiata e consolidata, capace di trarre vantaggio dal rapporto fra mente e corpo.

Teri Hoenemeyer, direttrice dei servizi di supporto del Cancer Center dell’università dell’Alabama, sta iniziando in questi giorni la sua sperimentazione su un gruppo di ex malati di cancro che si sono sottoposti ad almeno sei mesi di trattamento e soffrono di sindrome da affaticamento.

Un gruppo riceverà una pillola di “placebo onesto” per sette settimane, l’altro nessuna cura. Alla fine i ricercatori misureranno gli eventuali miglioramenti di chi ha ingoiato nulla più di una caramella e analizzeranno il Dna dei volontari per controllare — come è stato ipotizzato — se davvero l’efficacia del placebo è legata al profilo genetico.

Il compito più difficile sarà mettere in piedi una teoria sul controsenso di un “placebo senza inganni”. L’ipotesi avanzata da Kaptchuk è il cosiddetto “effetto film dell’orrore”. Chi si trova di fronte allo schermo sa che si tratta di una finzione, ma non può fare a meno di impaurirsi.

«Esiste una componente inconscia in molte procedure legate all’effetto placebo, per esempio nel dolore» conferma Fabrizio Benedetti, neuroscienziato dell’università di Torino e autore di molte ricerche sul tema. «Anche se i miglioramenti dell’open label sono piccoli, la sfida oggi è capire quali malattie potrebbero trarne i maggiori benefici».

*** Elena DUSI, giornalista, Effetto placebo. Ecco perché è una vera medicina, 'la Repubblica', 7 agosto 2015, qui


° ° °

[D: La sua esperienza con il placebo è dunque positiva?]
«È molto efficace, ma tutto dipende dalla fi­ducia del paziente. Se esiste un buon rappor­to, ogni cosa che il medico dica o prescriva è gradita. Il placebo ha il vantaggio di non fare mai male e di fare a volte molto bene». 

[D: Come distingue il paziente per il quale ba­sta un placebo?]
«Alcuni pazienti hanno bisogno di sentirsi rassicurati. Spesso si presentano con sintomi vaghi e preoccupazioni ingiustificate. Allora capisco che è il caso di curarli, ma senza tar­maci che possano far male. Non saprei dire la percentuale, ma potrebbe avvicinarsi a 1 pa­ziente su 2».

[D: Con quali parole accompagna la prescrizio­ne di un placebo?
«Qualsiasi spiegazione viene apprezzata da un paziente che abbia fiducia nel suo medi­co. Spesso uso formule come "questo farma­co ha funzionato in casi simili al suo"».


[D: Ma un farmaco andrà pur sempre prescrit­to, con i suoi principi attivi, gli effetti colla­terali e il libretto illustrativo]
«Non è difficile trovare tarmaci con princi­pi attivi molto blandi, praticamente nulli. Quanto al bugiardino, ci sono scritte dentro talmente tante cose, e in termini tanto gene­rici, che il paziente finisce per convincersi».

[D: Ma potrebbe anche sentirsi truffato]
«Ci sono malattie che vanno curate con i farmaci giusti. Ma dei pazienti che ho curato con il placebo mai nessuno è tornato a lamen­tarsi. O forse hanno cambiato medico senza dirmelo».

*** Roberto BASSI, ex primario di dermatologia all'Ospedale civile di Venezia, autore di L'effetto placebo, Libreria Editrice Cafoscarina, 2010, intervistato da e.d., Elena Dusi, "Se il paziente ha fiducia si può alleviare un caso su due", 'la Repubblica', 7 agosto 2015

Sempre in Mixtura, altri 3 contributi di Elena Dusi qui

#PIN / Buon senso e senso comune (MasFerrario)


#LIBRI PIACIUTI / Little Scarlet, di Walter Mosley (recensione di M. Ferrario)

Walter MOSLEY, Little Scarlet, 2004, Einaudi, 2014
traduzione di Wu Ming 1
pagine 298, € 16,50, formato ebook € 6,99

Il 'noir' americano, per lo stile e i contenuti 'hard boiled' che lo hanno reso famoso, non è tra i miei preferiti. 
E forse anche per questo solo oggi mi è capitato di incontrare Walter Mosley, un autore afroamericano autorevole e pluripremiato, che ha scritto parecchi romanzi, ma ha acquisito un successo particolare con le avventure seriali di un investigatore nero, Easy Rawlins. 

Incontro felice, lo ammetto: non solo per la vicenda specifica (intensa e coinvolgente), ma perché il protagonista, che si rivela figura complessa e accattivante per sensibilità umana ed equilibrio di visione politica, ci offre uno sguardo non banale sulla cultura dei neri statunitensi, che ovviamente ben conosce per la sua appartenenza orgogliosa e convinta, benché resistente alle lusinghe della violenza  

Il contesto ci immerge nelle rivolte razziali di Los Angeles degli anni 60. L'obiettivo assegnato a Easy Rawlins, l'investigatore 'senza licenza' cui la polizia (bianca) si affida, in segreto, per scoprire l'omicida della trentaquattresima vittima (nera) dei disordini, è particolarmente delicato, tanto che la notizia di questa ennesima morte è tenuta segreta: il rischio infatti è quello di scoprire che l'autore sia un bianco; il che potrebbe gettare nuova benzina sul fuoco. 

I personaggi che muovono la storia sono tanti: a parte un poliziotto bianco 'anomalo', che suscita simpatia in Easy Rawlins per la capacità rara di sottrarsi ai pregiudizi razziali e che si rivela un supporto importante per l'indagine, tutti gli altri sono amici o conoscenti afroamericani dell'investigatore, più o meno implicati in attività criminali di sopravvivenza. E che spesso fanno riferimento a storie che l'autore ha intrecciato nei numerosi romanzi precedenti. E poi, c'è la famiglia, intrigante, del protagonista: la moglie hostess, che vola per il mondo ma ha sempre il cuore a casa, con i figli adolescenti, costituisce per Rawlins un porto sicuro e stabile di affetto e sostegno: un fattore decisivo, questo, per contrastare le sottili tentazioni con le quali spesso le donne incontrate durante le varie attività di indagine lo sottopongono a prova. 

Il linguaggio secco, nervoso, svelto, ma ben costruito e capace di rendere con incisività descrizioni e atmosfere, invita a far correre le pagine. Storia e stile offrono una lettura leggera, ma saporita e mai distratta: una trama che prende e non ti lascia indifferente. Si avverte con piacere la presenza non neutrale, ma 'impegnata', dell'autore nel far vivere i grandi temi delle relazioni sociali e di potere tra la maggioranza bianca e la minoranza nera: povera, disprezzata e angariata.
Sappiamo che anche a distanza di quasi cinquant'anni dall'epoca qui rievocata, la questione dell'integrazione resta irrisolta (non solo tra bianchi e neri e non solo in Usa): il romanzo, restando dentro i canoni tradizionali di un 'noir', non la pone al centro, ma lo sfondo 'acceso' su cui è tutto costruito sembra, per certi versi, ancora più parlante e provocatorio e non può non suggerire qualche pensiero utile anche per l'oggi.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

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Guardavo un servizio sulla rivolta al notiziario di seconda serata, col volume tutto basso. Quei poveracci, per le strade, combattevano un nemico che anch’io conoscevo bene. Avevo letto i quotidiani e sentito le opinioni degli anchormen bianchi, ma opinioni come la mia non le trasmettevano mai. Odiavo le devastazioni e la violenza, ma a che servivano legge e ordine, se tutti ignoravano che vita facevano i nostri bambini, trattati da teppisti e puttanelle? La mia pazienza era ormai piú sottile di un nichelino, ma stavo ancora in casa, con l’intenzione di proteggere la mia famiglia acquisita. Per quello mi ero messo a piangere. Ma come potevo spiegarlo a una bambina di nove anni? 
– Ero triste perché le persone non si capiscono tra loro, – dissi. 
– È per questo che fanno a botte. 
– Perché? – mi chiese lei, poi appoggiò la testa alla mia guancia, e tutto il dolore si dissolse.
– Perché non sanno com’è stare nella pelle di un altro. 
– Ho fame, papà, – disse, e capii che avevo trovato le parole giuste. (Walter Mosley, Little Scarlet, Einaudi, 2014)

Bonnie aveva avuto la sua parte di sofferenza, nella vita. Lo sapevo bene, e non volevo rivangare, ma sentivo l’urgenza di spiegarmi. 
– Ma il fatto di avere subito un torto, – disse lei, e in ogni parola si sentiva quella sofferenza, – non rende giusta ogni mia azione. Non potremmo decidere, una volta tanto, di lasciar correre e andare oltre? 
– Non puoi lasciarti alle spalle una cosa del genere. Ci pensi quando vai a letto, e ci pensi quando ti svegli. La stavo guardando negli occhi. Avrebbe voluto distogliere lo sguardo, ma non lo fece. 
– Ed è anche peggio di così. A molte persone il dolore che hanno provato rimane dentro, e da fuori non si vede. Se io ti do un pugno in testa, rimane tra me e te. Dopo tu puoi lasciarmi, trovarti un altro uomo e andare a lavorare senza vedere altre donne con bernoccoli in testa. Ma se sei di Watts o di Harlem o di Fifth Ward, ogni anima che incontri è stata minacciata, picchiata, messa in galera. Se hai figli, prima o poi verranno picchiati. Per quanto tu vada indietro coi ricordi, troverai sempre una storia di violenza. E allora, quando vedi un tizio portato via dagli sbirri e sua madre che piange, la cosa riguarda anche te. Magari la donna non la conosci, e il tizio chissà che ha fatto per essere arrestato, ma non importa, perché ci sei passato anche tu. E ci sono passati anche quelli intorno a te. E fa caldo, e non hai il becco di un quattrino, e queste cose le hai subite per il colore della tua pelle, per più anni di quelli che tua nonna può ricordare. 
C’erano lacrime, nelle mie parole, se non nei miei occhi, e anche Bonnie stava piangendo. Mi mise le mani sugli avambracci. Il suo calore mi attraversò la pelle. Rimanemmo in silenzio. (Walter MosleyLittle Scarlet, Einaudi, 2014)
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