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giovedì 15 dicembre 2016
mercoledì 14 dicembre 2016
#SENZA_TAGLI / Merito?, vince chi fa cazzate (Alessandro Robecchi)
Osservare il governo Gentiloni sarà come guardare la televisione con Renzi che tiene il telecomando. Però – anche se può spegnersi da un momento all’altro – non sottovalutiamo lo spettacolo dell’unico governo nella Galassia in cui il ministro dello Sport nominerà i vertici di Eni, per dirne una. Bizantinismi del potere renziano. Ma quello che è giusto è giusto e bisogna ringraziare il governo Gentiloni di una cosa: nel giro di poche ore ha fatto piazza pulita di tutte le retoriche puttanate che sentiamo da anni a proposito di “premiare il merito”.
Questa annosa questione di “premiare il merito” ci viene recitata in accorate novene, allarmati appelli e invocazioni ad ogni discorso pubblico. Il pippone didattico-darwinista che chi è bravo deve andare avanti, che il talento va premiato, che bisogna battersi con la vita come leoni nella savana, è un classico imperituro di un paese che è molto nepotista e molto ereditario. E’ una specie di regola, per cui più si parla di una cosa e meno la si pratica, vale per lo sport, per il sesso, e pure per il merito. Ora il nuovo governo mette un punto decisivo sulla questione: tutte fregnacce, si può essere molto mediocri ed essere premiati lo stesso. Si può cannare completamente il compito assegnato ed essere promossi con lode. Immaginate lo sconcerto di uno che va a scuola e si ritrova in classe, al primo banco, cocca della prof, quella biondina bocciata l’anno scorso con tutti quattro in pagella.
Grazie, grazie, grazie, finalmente cade il velo su quella assurda questione che per fare qualcosa bisogna saperla fare. E invece la nuova compagine ministeriale libera lo spirito ardimentoso che è in noi, e ognuno penserà: beh, se dopo il disastro causato a colpi di voucher e licenziamenti Poletti può fare ancora il ministro del lavoro, perché io non posso costruire un missile, aggiustare una caldaia, fondare una corrente pittorica?
Insomma, l’ascensore sociale è bloccato, le scale sono insaponate, ti fanno il bel discorsetto sul merito e sul meritarsi le cose. Dopo una giornata in cui ti sei fatto un merito così, vai a casa, accendi la tivù e vedi Marianna Madia, che ha appena preso quattro nella sua materia, che viene promossa e ri-giura da ministro. Di Maria Elena Boschi non serve quasi dire: la sua è una promozione clamorosa, un’incoronazione, una specie di giubileo in ode alla sconfitta. Come stappare lo spumante dopo Caporetto, come promuovere il comandante Schettino a capo della Marina, davvero incomprensibile. Con il che si capisce che non solo il merito (e vabbé), ma pure la sconfitta, personale, tecnica e politica, non c’entrano più nulla con l’essere promossi o bocciati. Se la signora Finocchiaro, che è stata relatrice al Senato di una riforma presa a ceffoni dagli italiani, giura come nuovo ministro delle riforme, allora vale tutto. E si spiega in un solo modo: le ruote hanno perso aderenza, si sbanda di brutto, la distanza tra quel che sente il paese e chi lo governa è così siderale, vertiginosa, incolmabile, che non basterà qualche trucchetto della narrazione. Chi si fosse addormentato sabato 3 dicembre e svegliato ieri, avrebbe detto: “Oh, cazzo, ha vinto il Sì, ma dov’è Matteo, manca solo lui”. Il giuramento del governo Premiare-il-merito, in quel meraviglioso salone quirinalizio, aveva questa volta un sapore di decadenza vera. Una solenne cerimonia, a Versailles, nell’estate del 1789, mentre fuori impazza lo scontento, la rabbia, il disamore. I vecchi notabili, i piccoli impiccioni di corte, le mezze figure che hanno potere vero, le contessine delle riforme bocciate che ancora guidano il minuetto. Matteo sta sul divano con il telecomando in mano. Guarda questo film in costume pronto a spegnere quando conviene a lui e di quelli fuori da Versailles chi se ne frega. Se ne faranno una ragione (cit).
*** Alessandro ROBECCHI, giornalista e scrittore, Con la meritocrazia abbiamo scherzato: vince chi fa cazzate, 'Il Fatto Quotidiano', 14 dicembre 2016, qui
In Mixtura altri 17 contributi di Alessandro Robecchi qui
martedì 12 luglio 2016
#RITAGLI #LINK / In azieda, fedeltà, consenso, merito (Riccardo Galli)
Permettetemi di essere chiaro. Il consenso in un’azienda non è auspicabile, è necessario.
Le aziende sono strutture verticistiche, in cui esiste un azionariato e un management. Il ruolo dell’amministratore delegato è definire la missione dell’azienda ed avviare un confronto serrato con il resto del management su come raggiungerla. Se non c’è consenso da parte vostra sulla missione, rassegnate le vostre dimissioni domani mattina.
Allo stesso modo, il dissenso in un’azienda non è auspicabile, è necessario.
Se è vero quanto sopra, la caratteristica più critica di un AD è quella di saper prendere posizione, argomentare a suo favore, dimostrarne il successo. Di conseguenza, la caratteristica più critica di tutti coloro che vogliono fare carriera per ricoprire quella posizione un giorno è di saper prendere posizione con la propria testa, argomentare a suo favore, dimostrarne il successo. Saper incoraggiare questo tipo di comportamento in maniera positiva significa avere dei leader nel team, che portano innovazione, cultura del fare e quindi crescita.
Se la vostra azienda, data la missione in cui dovete avere fede incrollabile, non vi incoraggia al dissenso su come raggiungerla (seppur nei modi, tempi e sedi opportune), rassegnate le vostre dimissioni domani mattina. Se fate parte dello sparuto gruppo che si chiede se nella propria azienda ci sia meritocrazia, arrivati a questo punto vi sarete detti “la mia azienda è così, di certo non incoraggia, e tollera solo in certe occasioni il dissenso”.
*** Riccardo GALLI, Fedeltà, consenso, merito in azienda, 'senzafiltro', 6 luglio 2016
LINK articolo integrale qui
domenica 3 aprile 2016
mercoledì 25 novembre 2015
#MOSQUITO / Merito, per non essere esclusi (Fabio Mussi)
Il valore dello studio e della serietà l’ho imparato nella mia casa di operai: il merito non è l’invenzione dei ricchi per escludere i poveri, è la carta che hanno in mano i poveri per non essere esclusi.
*** Fabio MUSSI, dirigente politico, intervento al Congresso Nazionale Ds, 20 aprile 2007, pubblicato in ‘l’Unità’, 21 aprile 2007.
mercoledì 26 agosto 2015
giovedì 14 maggio 2015
martedì 12 maggio 2015
#LINK #IMPRESA&SOCIETA' / Giovani, altro che 'soft skills' (Sandro Catani)
... sono rimasto colpito da alcuni articoli apparsi sul Corriere della sera per la presentazione del libro La ricreazione è finita di Roger Abravanel e Luca D’Agnese.
La diagnosi degli autori e di autorevoli esponenti dell’economia è così riassunta: “La disoccupazione giovanile nel nostro paese ha cause ben più profonde e lontane della crisi economica. I ragazzi italiani non sono preparati al lavoro del ventunesimo secolo. E la scuola e l’università, con poche eccezioni, non riescono a insegnarlo”.
Per risolvere il problema viene offerta la terapia delle cosiddette soft skill: “Meglio che i giovani acquisiscano approccio ai problemi, capacità di comunicare, intraprendenza piuttosto che imparare un mestiere, perché le aziende preferiscono essere loro ad insegnarne uno”.
A parte il titolo infelice (credo che i giovani non si siano accorti della festa!), le tesi del libro appaiono sbagliate nel merito e scorrette nei principi. A credere agli economisti, alla Bce, al governo, la storia è diversa: sono la mancanza di investimenti e consumi a generare disoccupazione. Una miopia cui si aggiunge una visione riduttiva della scuola e della sua funzione di apprendimento per le persone e i cittadini, accanto e dopo quella di preparazione al lavoro.
*** Sandro CATANI, consulente e saggista, Giovani, altro che soft skill. Meglio che si costruiscano un mestiere, blog 'ilfattoquotidiano.it', 10 maggio 2015
LINK, articolo integrale qui
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