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martedì 23 maggio 2017
mercoledì 14 dicembre 2016
#SENZA_TAGLI / Merito?, vince chi fa cazzate (Alessandro Robecchi)
Osservare il governo Gentiloni sarà come guardare la televisione con Renzi che tiene il telecomando. Però – anche se può spegnersi da un momento all’altro – non sottovalutiamo lo spettacolo dell’unico governo nella Galassia in cui il ministro dello Sport nominerà i vertici di Eni, per dirne una. Bizantinismi del potere renziano. Ma quello che è giusto è giusto e bisogna ringraziare il governo Gentiloni di una cosa: nel giro di poche ore ha fatto piazza pulita di tutte le retoriche puttanate che sentiamo da anni a proposito di “premiare il merito”.
Questa annosa questione di “premiare il merito” ci viene recitata in accorate novene, allarmati appelli e invocazioni ad ogni discorso pubblico. Il pippone didattico-darwinista che chi è bravo deve andare avanti, che il talento va premiato, che bisogna battersi con la vita come leoni nella savana, è un classico imperituro di un paese che è molto nepotista e molto ereditario. E’ una specie di regola, per cui più si parla di una cosa e meno la si pratica, vale per lo sport, per il sesso, e pure per il merito. Ora il nuovo governo mette un punto decisivo sulla questione: tutte fregnacce, si può essere molto mediocri ed essere premiati lo stesso. Si può cannare completamente il compito assegnato ed essere promossi con lode. Immaginate lo sconcerto di uno che va a scuola e si ritrova in classe, al primo banco, cocca della prof, quella biondina bocciata l’anno scorso con tutti quattro in pagella.
Grazie, grazie, grazie, finalmente cade il velo su quella assurda questione che per fare qualcosa bisogna saperla fare. E invece la nuova compagine ministeriale libera lo spirito ardimentoso che è in noi, e ognuno penserà: beh, se dopo il disastro causato a colpi di voucher e licenziamenti Poletti può fare ancora il ministro del lavoro, perché io non posso costruire un missile, aggiustare una caldaia, fondare una corrente pittorica?
Insomma, l’ascensore sociale è bloccato, le scale sono insaponate, ti fanno il bel discorsetto sul merito e sul meritarsi le cose. Dopo una giornata in cui ti sei fatto un merito così, vai a casa, accendi la tivù e vedi Marianna Madia, che ha appena preso quattro nella sua materia, che viene promossa e ri-giura da ministro. Di Maria Elena Boschi non serve quasi dire: la sua è una promozione clamorosa, un’incoronazione, una specie di giubileo in ode alla sconfitta. Come stappare lo spumante dopo Caporetto, come promuovere il comandante Schettino a capo della Marina, davvero incomprensibile. Con il che si capisce che non solo il merito (e vabbé), ma pure la sconfitta, personale, tecnica e politica, non c’entrano più nulla con l’essere promossi o bocciati. Se la signora Finocchiaro, che è stata relatrice al Senato di una riforma presa a ceffoni dagli italiani, giura come nuovo ministro delle riforme, allora vale tutto. E si spiega in un solo modo: le ruote hanno perso aderenza, si sbanda di brutto, la distanza tra quel che sente il paese e chi lo governa è così siderale, vertiginosa, incolmabile, che non basterà qualche trucchetto della narrazione. Chi si fosse addormentato sabato 3 dicembre e svegliato ieri, avrebbe detto: “Oh, cazzo, ha vinto il Sì, ma dov’è Matteo, manca solo lui”. Il giuramento del governo Premiare-il-merito, in quel meraviglioso salone quirinalizio, aveva questa volta un sapore di decadenza vera. Una solenne cerimonia, a Versailles, nell’estate del 1789, mentre fuori impazza lo scontento, la rabbia, il disamore. I vecchi notabili, i piccoli impiccioni di corte, le mezze figure che hanno potere vero, le contessine delle riforme bocciate che ancora guidano il minuetto. Matteo sta sul divano con il telecomando in mano. Guarda questo film in costume pronto a spegnere quando conviene a lui e di quelli fuori da Versailles chi se ne frega. Se ne faranno una ragione (cit).
*** Alessandro ROBECCHI, giornalista e scrittore, Con la meritocrazia abbiamo scherzato: vince chi fa cazzate, 'Il Fatto Quotidiano', 14 dicembre 2016, qui
In Mixtura altri 17 contributi di Alessandro Robecchi qui
domenica 3 aprile 2016
venerdì 22 gennaio 2016
#SPILLI / Renzi, meritocrazia naturalmente (M. Ferrario)
Marco Carrai esperto di cybersecurity.
E per fortuna che, tra le tante fanfaronate della 'voltabuona', ci era stata promessa la meritocrazia.
Renzi trombonava: «Basta conoscenze, conterà solo la conoscenza».
Ci prende per allocchi? No, ci prende per ciò che siamo. Si hanno sempre i leader che si meritano.
E poi avevamo capito male noi: non contano le conoscenze (specialistiche), conta la conoscenza (personale).
La frase resta giusta: mancavano solo le parentesi.
*** Massimo Ferrario, Renzi, meritocrazia, 'facebook', 21 gennaio 2016
sabato 24 ottobre 2015
#VIDEO / Meritocrazia, il lato oscuro (Barbara Serra)
Barbara SERRA, giornalista
Meritocrazia, il lato spietato ma necessario, 2014, TedxMatera
video, 18min33
La meritocrazia viene vista come antidoto ai vizi italiani di nepotismo e raccomandazioni che rendono il nostro paese ingiusto e poco efficiente. Ma nel discorso nazionale abbiamo frainteso cosa sia veramente la meritocrazia, perché ne parliamo senza mai menzionare anche le sue 'sorelle gemelle': competizione ed ambizione.
Due parole che in Italia spesso non godono di buona fama, ma che invece sono necessarie per creare un futuro e un paese più giusto. Possiamo iniziare a vederle sotto una luce diversa?
(dalla presentazione)
A scuola, se i voti vengono disposti su una distribuzione forzata, il copiare diventa socialmente negativo. Ed è così che si cresce con il valore dell'impegno individuale, della prestazione e della competizione, anche senza sconti, tra compagni.
E' questa la prassi diffusa nella cultura anglosassone, cui la giornalista, di origine italiana, ma trapiantata a Londra da oltre 20 anni e di formazione scolastica anglosassone, si sente di appartenere, senza nascondere un certo orgoglio e pur non dimenticando l'affetto per le origini.
Un intervento 'duro', ma che ha il merito di dire chiaramente in faccia a noi italiani quali sono i limiti della nostra cultura, dandoci una visione di meritocrazia, anche spietata, che va al di là della lettura, di fatto accomodante e retorica, cui noi siamo abituati.
Personalmente ho da sempre profondi dubbi circa le valutazioni costruite secondo la tecnica della distribuzione forzata (anche nelle imprese). Ma al di là di questo aspetto, che non è solo tecnico, credo che qualche riflessione, anche autocritica, sulla nostra cultura (valori e prassi), vada fatta. (mf)
venerdì 31 luglio 2015
#RITAGLI / Stipendio, e il merito dov'è? (Walter Passerini)
Salary Satisfaction Report, Jobpricing, 2015
da 'La Stampa', 13 luglio 2015
Pochi, complicati e senza criterio. E’ la sintesi che i lavoratori italiani fanno sui soldi che entrano nelle loro buste paga a fine mese.
In una scala da 1 a 10, i dipendenti privati danno un voto negativo alle aziende: 3,9, nemmeno un 4. Ma non è solo un problema di quantità degli stipendi: con questa risposta di pancia gli italiani si dichiarano insoddisfatti sull’intero pacchetto retributivo, fatto di elementi monetari, ma non solo.
Solo 1 lavoratore su 3 esprime un giudizio di media soddisfazione; solo il 3% dichiara di essere pienamente soddisfatto del proprio pacchetto retributivo. (...)
Per esempio, qual è la percezione di equità interna dei lavoratori italiani? In altri termini, esiste una giustizia retributiva all’interno delle aziende a parità di ruolo ricoperto? L’indice 4.9 rivela che i dipendenti italiani non prendono una posizione netta (negativa o positiva).
Il 52% si trova d’accordo con questa affermazione, mentre il 48% dà un giudizio negativo.
Anche nella equità esterna non si sbilanciano troppo: il voto complessivo è 4,7. Chi ritiene di essere retribuito equamente rispetto al mercato è il 48% dei rispondenti, il 52% dà un giudizio negativo. Pessimo è il voto registrato sul rapporto tra retribuzione e contributo personale. Solo 1 lavoratore su 3 ritiene di essere retribuito in maniera adeguata al contributo fornito, mentre una percentuale elevatissima di lavoratori
(il 30,9%) si dimostra in totale disaccordo.
Il mancato riconoscimento economico è un tarlo che mina le motivazioni, una delle prime ragioni per dare le dimissioni.
Nelle aziende in cui vi è un sistema di incentivazione trasparente e formalizzato individuale, la percezione di un collegamento tra contributo e retribuzione è molto alta. La sola presenza di un elemento variabile del pacchetto retributivo aumenta la percezione di allineamento tra prestazione lavorativa e retribuzione.
Infine, si è chiesta la percezione sulla meritocrazia in azienda. L’opinione è piuttosto negativa (indice a 3.8). Solo il 7,8% ritiene che vi sia vera meritocrazia nella propria azienda, mentre il 32,0% ritiene che non sia per nulla applicata. La presenza di un sistema di incentivazione individuale determina una maggior percezione di meritocrazia da parte dei lavoratori, in quanto collegata a obiettivi.
La presenza di un sistema di contrattazione aziendale abbassa il livello di percezione di meritocrazia: un sistema che garantisce una quota fissa per tutti, non riconosce le situazioni dove il merito dei singoli possa essere premiato. Escludendo la retribuzione fissa (che è la leva principale dichiarata dai lavoratori), le principali voci ambite non monetarie sono: lo sviluppo di carriera, l’aspetto formativo e la relazione positiva con i colleghi. La flessibilità degli orari e il bilanciamento tra vita lavorativa e vita privata sono aspetti fondamentali nella scelta di un posto di lavoro.
*** Walter PASSERINI, w.p., giornalista, "Lo stipendio non ripaga il merito": italiani insoddisfatti e demotivati, 'La Stampa', 13 luglio 2015
Sempre in Mixtura, 1 altro contributo (segnalato) di Walter Passerini qui
giovedì 2 luglio 2015
#SPILLI / Meritocrazia (Dave Coverly, M. Ferrario)
Dave COVERLY, 1964, fumettista statunitense
speedbump.com
Sto cercando impiegati
che abbiano come unico loro modo di vedere le cose
il mio modo
Finalmente.
Un capo non ipocrita.
Che ha il coraggio di dire ciò che troppi capi cercano.
Quando assumono.
O quando valutano le prestazioni.
Un capo che usa finalmente il criterio del merito.
Il suo. (mf)
venerdì 8 maggio 2015
#VIGNETTE / Biani, Ebert, Vauro, ellekappa, Magnasciutti, Altan
MauroBIANI
Expo profughi, 'il manifesto', 8 maggio 2015
° °
EBERT
Cervello e cuore insieme, blog ebert, 6 maggio 2013
° ° °
VAURO
La firma, 'Il Fatto Quotidiano', 6 maggio 2015
° ° °
ellekappa
Civati, 'la Repubblica', 7 maggio 2015
° ° °
Fabio MAGNASCIUTTI
Drogati, blog fabiomagnasciutti, 6 maggio 2015
° ° °
ALTAN
Uscita dal tunnel, 'L'Espresso', 14 maggio 2015
° ° °
Mauro BIANI
Meritocrazia, Migranti, 'il manifesto' 6 maggio 2015
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martedì 24 marzo 2015
#TAVOLE / Canali per trovare lavoro (Isfol Plus 2011)
Canali per trovare lavoro, Italia, 2011, Isfol plus
'Affari & Finanza', 23 marzo 2015
Per la meritocrazia, chiedere alla famiglia... (mf)
mercoledì 11 marzo 2015
#RITAGLI / Marchionne: il compenso di un lavoratore medio in 2mila anni (S. Catani)
Il compenso totale di Sergio Marchionne per l’anno 2014 ha avuto eco sui giornali di tutto il mondo ed è destinato ad essere registrato nei Guiness del guadagno.
Fca ha infatti comunicato nei giorni scorsi alla Sec, l’Autorità della Borsa americana, i compensi al manager per l’anno 2014. Un totale di 66 milioni di euro, se sarà approvata dall’assemblea dei soci l’assegnazione di 1.620.000 azioni. Un pagamento che rafforzerà la proprietà del manager già oggi superiore all’1% di Fca e stimabile in 240 milioni di euro. (...)
Sul piano economico sarebbe interessante capire quali criteri tecnici abbiano utilizzato i consiglieri di amministrazione indipendenti per attribuire questo ammontare. Il Wall Street Journal ricorda che l’anno scorso l’utile netto Fiat-Chrysler è sceso del 68% per effetto dei costi straordinari per l’acquisizione di Chrysler, mentre la crescita della capitalizzazione del Gruppo Fca è stato del 61%. Appare curioso che il Cda motivi il superbonus richiamando il contributo portato dal manager agli interessi dei lavoratori. Non credo che Maurizio Landini avallerebbe la loro tesi. Ma forse sbaglio.
Dal punto di vista della Governance un simile modo di procedere non sembra una buona pratica. Gli atti di discrezionalità appartengono alle imprese famigliari non alle moderne corporation. Un manager può guadagnare anche di più ma le regole dovrebbero essere fissate in anticipo. Appartiene al buon senso comune che un atleta si batte contro un obiettivo, non lo si valuta a posteriori in funzione del risultato. Infine, il piano morale che non è una categoria staccata dall’economia da trattare separatamente. In un momento in cui il mondo sperimenta un tasso di drammatica disuguaglianza non avevamo bisogno della storia di un manager che guadagna quanto guadagna un lavoratore medio in 2000 anni (forse).
La maggior parte dei milanesi pensa a Melchiorre Gioia come a un vialone non particolarmente bello nella zona nord-est della città. In realtà, Gioia fu un grande pensatore e scrisse Del Merito e delle Ricompense. Per lui il merito (e quindi la ricompensa) era da verificare alla luce di 4 criteri: la Difficoltà vinta, l’Utilità prodotta, il Fine disinteressato, la Convenienza sociale. Se applicassimo questi criteri ottocenteschi quante ricompense potremmo attribuire ai nostri manager?
*** Sandro CATANI, consulente, esperto di remunerazione degli executive e governance delle imprese, e saggista, da Fiat Chrysler e il compenso di Marchionne. Quali criteri hanno utilizzato?, estratto, blog 'Il FattoQuotidiano, 8 marzo 2015
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