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domenica 26 luglio 2020

#EX LIBRIS / Cosa vuoi fare della tua vita? (Kent Haruf)

Pat, disse. Mi stavo chiedendo una cosa.
Cosa?
Pensi mai a cosa vuoi fare della tua vita?
Spero di combinare qualcosa.
Davvero? rispose il padre. Che sollievo. Ma toglimi una curiosità: quando pensi di cominciare?

*** Kent HARUF, 1943-2014, scrittore statunitense, La strada di casa, 1990, NN editore, 2020


In Mixtura i contributi di Kent Haruf qui
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giovedì 16 febbraio 2017

#LIBRI PIACIUTI / "Le nostre anime di notte", di Kent Haruf (recensione di M. Ferrario)

Kent HARUF
"Le nostre anime di notte"
traduzione di Fabio Cremonesi
2015, NN Editore, 2017
pagine 200, € 17,00, ebook € 8,99

Una coppia anziana, due anime che si riaccendono
Kent Haruf, prima di andarsene nel novembre di tre anni fa, ci è riuscito e ci ha fatto dono, dopo la trilogia dei 'romanzi della Pianura' che l'hanno consacrato autore degno di stare tra i classici non solo statunitensi del 900, di questo racconto lungo, appena uscito postumo.

Pare che il titolo (Le nostre anime di notte) sia stato scelto da lui, e mai titolo è stato più azzeccato: sintetizza come meglio non potrebbe tema e atmosfera.
La trama è leggera, quasi friabile: e questi aggettivi sono da intendersi nella loro valenza più positiva. Potrei aggiungere che le piccole cose quotidiane che vengono registrate dai due protagonisti nella loro banale quotidianità (due vicini di casa anziani, una donna e un uomo, entrambi vedovi e solitari, che prima decidono di mettere in comune le loro anime e poi, timidamente, si lasciano andare al legame, anche fisico, che cresce e li allaccia) offrono un quadro minimalista.

Difficile che un lettore che conosca Haruf cerchi l'azione nei suoi romanzi, ma qui la vicenda è ancora più rarefatta. La scrittura, sobria e lenta come l'acqua di un fiume largo che non ha fretta di raggiungere la foce, concorre a creare un clima dolce, pacato, intenso ma 'sottile', intimo e misurato. Il dialogo di parole e pensieri tra la coppia che è al centro della narrazione si sviluppa come sospeso e sussurrato e al lettore pare di essere lì in un angolo, ad ascoltare con discrezione e nell'ombra di una camera, il flusso di un sentire fatto di ricordi di due vite che parevano andare noiosamente verso il tramonto, ma che invece, dolcemente e inaspettatamente, si sono riaccese per un improvviso e crescente affetto che ora le nutre come mai prima.

Il contesto è la piccola cittadina di Holt: il luogo, inventato, prediletto dallo scrittore per i suoi romanzi, in cui mette in scena la provincia americana: dal controllo sociale stretto e invasivo, pettegola e reazionaria, formalista e benpensante.
Anche qui il peso dell'ambiente condiziona la coppia di anziani, che alla fine dovranno scegliere tra la libertà di condurre la vita che vogliono e l'adeguarsi al volere degli altri, figli compresi.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura
https://it.wikipedia.org/wiki/Kent_Haruf

«
Probabilmente ti stai chiedendo cosa ci faccio qui, disse lei. 
Be’, non penso tu sia venuta per dirmi che casa mia è graziosa. 
No. Volevo suggerirti una cosa. 
Eh? Sì. Una specie di proposta. 
Okay. 
Non di matrimonio, disse lei. 
Non pensavo neppure questo. 
Però c’entra con una specie di matrimonio. Ma ora non so se ci riesco. Ci sto ripensando. Fece una risatina. In un certo senso è un po’ come un matrimonio, non ti pare? 
Che cosa? 
L’indecisione. 
Può darsi. Sì. Insomma, adesso te lo dico. 
Dimmi, disse Louis. 
Mi chiedevo se ti andrebbe qualche volta di venire a dormire da me. 
Cosa? In che senso? 
Nel senso che siamo tutti e due soli. Ce ne stiamo per conto nostro da troppo tempo. Da anni. Io mi sento sola. Penso che anche tu lo sia. Mi chiedevo se ti andrebbe di venire a dormire da me, la notte. E parlare. 
Lui la fissò, rimase a osservarla incuriosito, cauto. 
Non dici nulla. Ti ho lasciato senza parole? chiese lei. 
Penso proprio di sì. 
Non parlo di sesso. 
Me lo stavo chiedendo. 
No, non intendo questo. Credo di aver perso qualsiasi impulso sessuale un sacco di tempo fa. Sto parlando di attraversare la notte insieme. E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire. Le notti sono la cosa peggiore, non trovi? (Kent Haruf, "Le nostre anime di notte", NN Editore, 2017)

Addie spense la luce. Dov’è la tua mano? 
Proprio qui accanto a te, dove sta sempre. 
Gliela prese. Adesso possiamo di nuovo parlare, disse. 
Di cosa vuoi parlare? 
Voglio sapere cosa pensi.
Di cosa? 
Del fatto di stare qui. Che effetto ti fa adesso. Passare la notte qui. 
Ormai riesco ad accettarlo. Mi sembra una cosa normale. 
Normale e basta? 
Sto cercando di spassarmela un po’ con te. 
Lo so. Dimmi la verità. 
La verità è che mi piace. Mi piace molto. Se non lo facessimo, mi mancherebbe. Tu che ne pensi? 
Adoro questa cosa. È meglio di quel che speravo. È una specie di mistero. Mi piace per il senso di amicizia. Mi piace il tempo che passiamo insieme. Starcene qui al buio di notte. Parlare. Sentirti respirare accanto a me se mi sveglio. 
Anche a me piace tutto questo. 
E allora parla con me, rispose lei. 
Di qualcosa in particolare? 
Qualcos’altro su di te. 
Non ti sei ancora stancata? 
Ancora no. Quando succederà, te lo farò sapere. 
Fammici pensare. Lo sai che il cane è sul letto con Jamie? 
Me l’aspettavo. 
Te lo sporcherà tutto. 
Lo laverò. E adesso parla con me. Dimmi qualcosa che non ho ancora mai sentito. (Kent Haruf, "Le nostre anime di notte", NN Editore, 2017)
»

In Mixtura le mie recensioni su due libri di Kent Haruf
* Canto della pianura, NN Editore, 2015, qui
* Benedizione, NN Editore, 2015, qui

lunedì 30 novembre 2015

#LIBRI PIACIUTI / "Canto della pianura", di Kent Haruf (recensione di M. Ferrario)

Kent HARUF, Canto della pianura, NN Editore, 2015
traduzione di Fabio Cremonesi
pagine 301, € 18,00, ebook € 8,99

Una trama corale e una prosa asciutta, venata di poesia
Secondo tassello della 'trilogia della pianura' dello scrittore statunitense Kent Haruf, morto a fine 2014, pluripremiato in patria e tuttora poco conosciuto in Italia. 
E anche questo capitolo dal titolo Il canto della pianura, come il precedente romanzo Benedizione, è una lettura imperdibile. Nessuna sorpresa per chi, come me, si è innamorato di questo autore grazie alla piccola casa editrice che l'ha meritoriamente rieditato dopo anni di fuori catalogo, ma certamente una meravigliosa scoperta per chi non lo conoscesse. 

Difficile definire il fascino che esce da queste pagine: l'atmosfera, la trama, i personaggi, lo stile ci riportano ai grandi libri americani dei primi del 900. All'America profonda, lontana dai ritmi delle grandi città, immersa nell'isolamento dei campi e dei pascoli, abitata da personaggi sbrigativi nei comportamenti e  rudi nelle emozioni, come fossero impastati di terra e tagliati dal vento, eppure quanto mai umani e capaci, anche, di relazioni che vanno al cuore. Alle vicende affidate ad una coralità di figure, più che a un singolo protagonista che si prende la scena. E a uno stile minimale, che assume un colore quanto mai intenso e toccante proprio perché riesce ad apparire scialbo e piatto, essenziale, giocato più sul togliere che sull'aggiungere. 

Siamo ancora una volta a Holt, la cittadina del Colorado in cui è ambientata la trilogia. 
La trama si intreccia attorno a un pugno di personaggi indimenticabili: un insegnante di liceo, Tom Guthrie, che si ritrova solo ad accudire i bambini di nove e dieci anni dopo che la moglie, in crisi da depressione, l'ha abbandonato; una giovane studentessa di sedici anni, Victoria Roubideaux, che resta incinta e, buttata fuori casa dalla madre, decide comunque di avere il figlio, anche supportata dalla sua insegnante, Maggie Jones, che rispetta la sua scelta e la aiuta fattivamente, con discrezione e senza imporsi; i due vecchi fratelli McPheron, che da quando si sono ritrovati orfani da piccoli vivono lontano da tutti in mezzo alla campagna, allevando mucche e sapendo solo di bestie, e si lasciano intenerire dal caso di Victoria, la accolgono in casa e così scoprono, sotto la loro scorza, una sensibilità e una premura mai sospettate; e poi le piccole vicende della scuola e del preside della cittadina, alle prese con una famiglia che difende il figlio che non studia e fa il bullo con i più piccoli.

Un intreccio raccontato con una scrittura che scorre quieta come le acque di un grande fiume: i dialoghi, neppure segnati dalla punteggiatura, si mescolano con una fluidità naturale all'interno delle descrizioni e il testo, così sobrio e disadorno, assume spesso i toni di un'epica, ordinaria e quotidiana, che cattura e commuove. 
Credo sia impossibile non sentire l'anima 'palpitare', in molti punti, per il tocco di pennellate che fanno virare la prosa in fotogrammi di autentica e alta poesia, ottenuta con una sobrietà e una semplicità espositiva che è davvero frutto di grande sapienza letteraria. Come è, ad esempio, nella raffigurazione del rapporto che si crea tra i fratelli McPheron e Victoria: la dolcezza che ne esce, tanto più commovente perché buca il carattere rigido, irsuto e quasi animalesco dei due, è ottenuta con uno sguardo scarno e asciutto e senza un grammo di artificioso sentimentalismo.

Forse anche chi traduce, in genere ignorato da lettori e critici, andrebbe lodato per il lavoro attento e fine di trasposizione.
Certo credo comunque meriti un posto tra i classici Kent Haruf. Se è vero che i classici sono libri che continuano a parlare anche dopo che li hai chiusi. E ti viene voglia di rileggerli. E quando li rileggi, risenti le emozioni della prima volta.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

«
Sì, rispose lei. Lo voglio. 
Ne è sicura, vero? 
Assolutamente sicura. 
Lei lo guardò in faccia. Intende dire se voglio darlo in adozione? 
Magari anche questo, disse lui. Ma più che altro, volevo dire se ha intenzione di tenere il bambino. Portare a termine la gravidanza e metterlo al mondo. 
Così ho deciso. 
E lo vuole davvero, giusto? 
Sì. 
E adesso che me lo ha detto, non farà qualche sciocchezza, come tentare di liberarsene da sola in qualche modo. 
No. 
No, disse lui. Tutto bene, allora. Le credo. Non mi occorre sapere altro. Avrà problemi di vario genere, prevedo. È sempre così. Molte madri adolescenti ne hanno. Non dovrebbe avere figli, non ancora. Il suo corpo non è pronto. Lei è troppo giovane. D’altra parte, sembra proprio forte. Non ha un’aria da isterica. È isterica, signorina Roubideaux? 
Non credo. 
Allora dovrebbe andare tutto bene. Fuma? 
No. 
Non cominci. Beve alcolici? 
No. 
Non cominci neppure a bere, non adesso. Assume droghe di qualunque tipo? 
No. 
Mi sta dicendo la verità? La fissò e rimase in attesa. È importante. Perché ogni cosa che prende va al bambino. Lo sa, vero? 
Sì. Lo so. 
Ha bisogno di mangiare come si deve. Anche questo è importante. La signora Jones può aiutarla, credo sia una brava cuoca. Deve mettere su un po’ di peso, ma non troppo, signorina Roubideaux. Ecco, bene. Allora, d’accordo. La vedrò di nuovo fra un mese, poi una volta al mese fino all’ottavo, e dopo ogni settimana. Ha qualche domanda da farmi? 
Per la prima volta la ragazza si lasciò un po’ andare. I suoi occhi si riempirono di lacrime. Era come se ciò che voleva domandargli fosse più importante e più terribile di qualsiasi cosa lei o lui avessero detto o fatto fino a quel momento. Chiese, Il bambino sta bene? Me lo può dire? 
Oh, disse il dottore. Ma sì. Per quanto ne posso sapere, va tutto bene. Non sono stato chiaro? Finché avrà cura di se stessa, non c’è motivo per cui le cose debbano andare in un altro modo. Non intendevo spaventarla. 
Lei si concesse pochi istanti di pianto silenzioso, con le spalle abbandonate in avanti e i capelli che le coprivano il volto. Il vecchio dottore prese la mano di lei fra le proprie e la strinse per un attimo in modo affettuoso, tranquillo, sereno come un nonno, guardandola semplicemente in viso senza parlare, trattandola con rispetto e gentilezza, forte della sua lunga esperienza con le pazienti dell’ambulatorio. 
Più tardi, quando ebbe recuperato la calma, dopo che il dottore se n’era andato, la ragazza uscì dalla Holt County Clinic, che era vicina all’ospedale, e la luce in strada le parve tagliente e aspra, impietosa, come se anziché un pomeriggio di fine autunno, un’ora prima del crepuscolo, fosse mezzogiorno in punto in piena estate, e lei se ne stesse immobile alla luce abbagliante del sole. (Kent Haruf, Canto della pianura, NN Editore, 2015)

Figurati, Maggie, sei bella, disse Guthrie. Non lo sai? Mi togli il fiato. 
Lo pensi davvero? 
Dio mio, sì. Non lo sai? Pensavo sapessi tutto. 
So un sacco di cose, disse lei. Ma fa molto piacere sentirselo dire. Ti ringrazio. Si mise a letto. E ora sbrigati, gli disse. Cosa stai facendo? 
Cerco di togliermi gli stivali. Mi hai fatto ballare così tanto che ho i piedi gonfi e non ci riesco. È come se avessi camminato nell’acqua o qualcosa del genere, sono fradici. 
Poverino. 
Hai proprio ragione. 
Vuoi che mi alzi e venga ad aiutarti? 
Dammi solo un minuto, disse lui. 
Finalmente riuscì a togliere gli stivali, si mise in piedi, si svestì e rimase nudo e tremante a guardarla, allora lei sollevò le coperte e Tom ci si infilò. Oh Gesù, sei gelato, disse Maggie. Vieni più vicino. A letto era incredibilmente calda e morbida, era la donna più generosa che avesse mai conosciuto. Se la sentiva addosso come seta. 
Però dimmi una cosa, disse lei. 
Cosa? 
Non pensi davvero che io faccia paura, no? 
Oh sì, invece. 
Dimmi la verità. 
Dico sul serio adesso. È la verità. A volte non sono sicuro di sapere come comportarmi con te. 
No? 
No. 
Che cosa vuoi dire? Perché? 
Perché sei diversa da tutte le altre, disse lui. Sembra che la vita non ti abbia mai sconfitta o impaurita. Sei sempre cristallina, qualunque cosa accada. 
Lei lo baciò. I suoi occhi scuri lo osservavano nella penombra. Qualche volta sono stata sconfitta, disse Maggie. Ho avuto paura. Però sono proprio pazza di te. Allungò la mano e glielo toccò. Qui c’è una parte di te che sembra sapere come comportarsi con me. 
Tu sì che sai come accendere l’interesse, disse Guthrie. (Kent Haruf, Canto della pianura, NN Editore, 2015)
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In Mixtura la mia recensione al volume di Kent Haruf, 'Benedizione', NN editore, 2015, qui
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giovedì 23 aprile 2015

#LIBRI PIACIUTI / "Benedizione" (Kent Haruf)

Kent HARUF, Benedizione, NN Editore, 2015
pagine 276, € 17,00, ebook € 8,99

Una nuova casa editrice (la NN) e un autore pressoché sconosciuto in Italia, scomparso l'anno scorso. Ed è subito un ammaliante tuffo all'indietro, nell'atmosfera e nei sapori dei grandi autori americani dell'inizio del 900.
Un vecchio, ispido e tagliato con l'accetta, che sta morendo di cancro e si trova sospinto a riguardare certi aspetti anche dolorosi del suo passato che gli bucano per la prima volta la corazza; la moglie, ancora genuinamente e teneramente innamorata, che lo cura con devozione fino alla fine; la figlia, tornata in famiglia per la malattia del padre e che con lui recupera una relazione sempre stata affettivamente faticosa; il figlio, che aveva rotto con il vecchio da ragazzo andandosene di casa e mai più rientrato, assente anche nel momento della morte del padre ma quanto mai presente nelle sue allucinazioni.
E attorno, una cittadina nella pianura sconfinata e ventosa del Colorado: un prete disallineato, che ha il difetto di prendere alla lettera le parole del vangelo e deve fare i conti con una comunità reazionaria che lo rifiuta e una famiglia che lo isola e lo allontana; poi alcune figure di donne, rispettosamente vicine al vecchio che sta morendo e pietosamente coinvolte nel dolore della moglie; e infine, ma non ultimo personaggio, anche se delineata con pochi tratti che sembrano, ma non sono, disattenti, una bambina, che pare aprire al futuro e superare la malattia del vecchio, forse metafora anche della cittadina, diligentemente descritta nella sua gretta autocentratura.

Un racconto asciutto, sobrio, preciso: che procede con la fluidità pianeggiante del paesaggio naturale in cui è ambientato e in cui anche i dialoghi (semplici, secchi, a tratti persino poetici) si svolgono mescolati alle descrizioni, immersi nel flusso delle pagine, neppure segnati dai segni di interpunzione, ma non per questo confusi o 'persi' nel testo.
Una scrittura disadorna, eppure curata, attenta, scrupolosa. Uno stile che pare inseguire una distanza umile e rispettosa dalla storia e che, forse anche per questo, sa trasmettere una partecipazione pacata e compassionevole dell'autore agli eventi e alle persone.
Insomma davvero un bel libro: capace di evocare un'aura 'epica' proprio perché sa trattare in modo magistrale la dimensione 'normalmente umana', senza ricorrere a eventi straordinari o a personaggi eroici.
Un romanzo che nutre l'anima e nell'anima rimane impresso.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

«
Quel pomeriggio, quando Lorraine entrò in camera da letto, lui dormiva sotto le lenzuola, con il pigiama nuovo che gli avevano comprato nel grande magazzino di Main Street. Aveva la bocca aperta, le palpebre chiuse che tremavano e le mani appoggiate sul petto. All’inizio lei pensò che fosse morto e si accostò al letto e si chinò sul suo viso, poi percepì il debole flusso d’aria e l’odore acido del suo respiro.
Si accomodò su una sedia accanto al letto. La finestra che guardava sul cortile posteriore era aperta, la tenda avvolgibile marrone era abbassata per riparare dal sole. Nella stanza c’era buio e l’aria era calda, ma non rovente.
Dad si svegliò e aprì gli occhi. Fissò Lorraine e lei gli sorrise. Lui sollevò una mano verso di lei, che la strinse, guardandolo negli occhi.
Ciao, papà, disse.
Sì. Ciao. Parlava con la voce molto bassa e lenta.
Papà, a cosa stavi pensando mentre toccavi la faccia di Alice?
È successo stamattina.
Sì.
Volevo solo toccare ancora una volta il viso morbido di una bambina.
Quando ero piccola, toccavi in quel modo anche il mio?
Lui la fissò a lungo. Non penso. Perché no? Avevo troppo da fare. Non ero attento. No, disse lei. Non lo eri. Si portò alla guancia la mano di lui.
Perdonami, sussurrò lui. Ho sbagliato un sacco di cose. Avrei potuto fare di meglio. Ti ho sempre voluto bene.
Non me l’hai mai detto quando avevo la sua età.
Puoi perdonarmi anche questo?
Sì, papà.
Voglio dirtelo ora, disse lui.
Lei lo guardò, la stava fissando con gli occhi lucidi.
Ti ho voluto bene, sussurrò. Te ne ho sempre voluto. Ho sempre approvato ciò che facevi. Anche adesso.
Lei gli baciò la mano e gliela appoggiò sul petto e si chinò in avanti e lo baciò sulle labbra screpolate.
Grazie, papà. È lo stesso anche per me. Spero che tu lo sappia.
Lui chiuse gli occhi, le lacrime gli rigarono le guance. Lei gli rimase vicino senza più parlare e, quando lui si riaddormentò, uscì e salì le scale fino al piano di sopra, in camera sua, e si stese sul letto nel caldo pomeriggio, con il vento che soffiava le tende dentro e fuori dalla finestra. (da Kent Haruf, Benedizione, Edizioni NN, 2015)
»

«Vorrei essere ricordato come qualcuno che si è dimostrato amorevole e compassionevole verso le altre persone. Più sono diventato vecchio, più mi sono avvicinato alla morte, e più le persone mi sono diventate care. Adesso desidero essere completamente presente quando sto con qualcuno.
Come scrittore vorrei essere ricordato come qualcuno che ha ricevuto un talento molto piccolo ma che ha lavorato al suo meglio per utilizzare quel talento. Voglio pensare di aver scritto quanto più vicino all’osso che potevo. Con questo intendo dire che ho cercato di scavare fino alla fondamentale, irriducibile struttura della vita, e delle nostre vite in relazione a quelle degli altri». (Kent Haruf, dall’ultima intervista rilasciata a John Moore per 'denvercenter.com,' il 1° dicembre 2014, qui)



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