Visualizzazione post con etichetta #Raccontid'Autore. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta #Raccontid'Autore. Mostra tutti i post

giovedì 20 aprile 2023

#RACCONTId'AUTORE / Eros è Rivoluzione (Enrico Finzi)

Lucia è una ragazza di circa 40 anni. Appare carina, con un fondo di malinconia: sembra un po' triste, non depressa ma forse insoddisfatta della sua esistenza. Ha avuto successo come consulente d'azienda, mentre ha affiancato a quell'impegno un'attività di assistente sociale in una seria cooperativa 'non profit'. Non ha figli ma il suo matrimonio dura da due decenni. Nell'insieme può vantare una notevole auto-realizzazione, favorita da un buon tenore di vita, una bella casa, una grande stabilità. 

E allora, da cosa deriva quell'ombra malinconica sul suo bel volto? Forse proprio dal successo, che a un certo punto appare vacuo, incapace di riempire la vita, specie se costruito con regolare fatica quotidiana. Certo, in teoria ha potere su di sé, è empowered, emancipata, moderna. Ma la sua esistenza è senza senso, serve agli altri ma non a sé stessa. Non è abitata dall'Eros, non è stravolta da desideri incontenibili, si sente ed è prevedibile. 

Va da un Saggio: "Lasciati amare", le suggerisce. Aggiungendo un accento al titolo del celebre libro di Herbert Marcuse, "Eros è rivoluzione", le dice. 

Lei muta lo sguardo su di sé, inizia a cambiare il mondo. Non solo il suo, poiché desiderare, sperare, amare muovono le montagne.

*** ENRICO FINZI, 1946, scrittore, saggista, giornalista, per ‘Mixtura’ – Foto di Tina Modotti (1896-1942, fotografa, attivista, attrice)


In Mixtura i contributi di Enrico Finzi qui
In Mixtura ark #Raccontid'Autore qui

venerdì 14 aprile 2023

#RACCONTId'AUTORE / Billi Peri (Enrico Finzi)

Girava sempre a capo coperto. Non con uno dei tanti cappelli, ma con una variante civile del basco detta - non so perché - Billi Peri. Non era rossa o verde o blu come quella di certi corpi militari e della polizia penitenziaria: era una variante grigia, non portata inclinata, ma sempre col classico pirolino al centro della testa.

Aveva a che fare col movimento operaio, poiché molti proletari lo calzavano, anche perché si poteva tenere piegato in tasca e serviva girando in bicicletta, unico mezzo di trasporto degli operai. Era legato alle manifestazioni del Front Populaire nella Francia della seconda metà degli anni '30, alla lotta di classe in Europa, alle brigate internazionali antifranchiste, così come a certi personaggi di Simenon.

Lui, socialista, lo portava come Pietro Nenni: quale un segno silenzioso di appartenenza anti-fascista, diverso dal ridicolo fez dei gerarchi del regime. Non era proibito, solo tollerato: gli mancavano le tese dei Borsalino borghesi, così come il ridicolo pon pon delle camicie nere.

Giacomo, chiamato così perché nato dopo l'omicidio Matteotti (pure questo veniva sopportato per via di San Giacomo), era uscito di casa molto presto, per distribuire manifestini per lo sciopero che si sarebbe tenuto alla Breda dopo due giorni, nel marzo del 1943. Faceva in modo di essere ai cancelli di Sesto San Giovanni prima delle sei del mattino, ancora in pieno nebbione.
Fu a causa della nebbia che crepò, investito da un camion tedesco dell'anti-aerea in servizio a Bresso.
Morì sul colpo. Alla famiglia restituirono solo i documenti, la tessera annonaria, il Billi Peri: "era uno di noi, un compagno" diceva la gente al funerale, dove in chiesa l'organo suonò poche note dell'Internazionale, capite solo da chi la conosceva. 

Ogni anno, per anni, la sezione socialista di San Giovanni Rondò issò il basco di Giacomo De Giorgi sulla sua bandiera rossa.

*** ENRICO FINZI, 1946, scrittore, saggista, giornalista, Billi Peri, testo inedito

Enrico Finzi, dopo una intera vita professionale trascorsa a realizzare ricerche sociali e di mercato (Intermatrix e Astraricerche), ha fondato e dirige Sòno, oggi associazione aps che aiuta ad accrescere l’autorealizzazione personale attraverso il metodo del Narrative Mirror (Racconti di sé, ecomunicare edizioni, 2019). Ha pubblicato saggi sulla felicità ed è coautore, con Virginio Colmegna e Chiara Francesca Lacchini, di Una vocazione controcorrente. Dialogo sulla spiritualità e sulla dignità degli ultimi, Il Saggiatore, 2019. Nel dicembre 2022 è stata diffusa la ricerca demoscopica, promossa da Sòno e realizzata da Astraricerche, Gli italiani, la felicità, il disagio esistenziale.

In Mixtura ark #Raccontid'Autore qui
In Mixtura ark contributi di Enrico Finzi qui

giovedì 13 aprile 2023

#RACCONTId'AUTORE / Le pesche della speranza (Enrico Finzi)

Negli anni ‘30 e ‘40 del Novecento molte ragazze ferraresi della piccola e media borghesia si mantenevano agli studi partecipando alla raccolta delle barbabietole e delle pesche: due mesi di duro lavoro nei campi, a fianco delle contadine, pagavano l’iscrizione alle università emiliane o venete (Padova anzitutto).

Ciò valeva anche per le giovani antifasciste della ‘congiura della maestra Costa’, che mobilitò un centinaio di operai, contadini, artigiani, impiegati, insegnanti, intellettuali (incluso il futuro scrittore Giorgio Bassani).

Dall’inizio della guerra di Mussolini una delle attività consisteva nell’inserimento nelle cassette di frutta destinate all’esportazione di bigliettini (manoscritti in italiano, francese, inglese) volti a informare circa l’esistenza di gruppi ostili al regime, il clima politico interno, gli spostamenti di truppe, talune richieste d’aiuto.

Si trattava dell’equivalente di migliaia di messaggi in bottiglia gettati nel vasto oceano dell’Europa in battaglia. La speranza di un ascolto utile era quasi nulla: ma la speranza era la cifra stilistica della resistenza già nel 1941 e nel 1942, prima della caduta del Duce.

Poi il gruppo fu arrestato dall’Ovra e liberato il 28 luglio del ‘43.

Un salto nel tempo: nel giugno del 1944 Roma fu liberata dagli anglo-americani, che avviarono una sistematica ricerca dei nuclei della Resistenza armata in montagna e nelle città del nord, per favorire il coordinamento tra i partigiani in armi e le truppe alleate dirette alla pianura padana.

Uno dei ‘target’ fu l’irreperibile gruppo denominato dagli inglesi "Ferrara peaches", ritenuto composto da migliaia di antifascisti: almeno una delle cassette di pesche era finito in buone mani e aveva suscitato attenzione e speranze. 

Speranze color di pesca, le ultime a morire, la base di ogni opposizione gravida di futuro malgrado tutto.

[ P.S. - Mia madre, Matilde Bassani, era una delle ragazze delle pesche. È stata un anno in carcere coi congiurati della maestra Costa. Ha fatto a Roma la partigiana in armi, ferita dalle SS. Ha visto il suo primo amore, come lei resistente, preso dalla brigate nere e poi massacrato alle Fosse Ardeatine. È stata decorata di medaglia d’oro dal governo inglese per il suo impegno nella liberazione , prima con le pesche e poi col mitra. ]

*** ENRICO FINZI, 1946, scrittore, saggista, giornalista, Le pesche della speranza, ‘Narratur-in1pagina', n. 152, 3 aprile 2023 (si tratta di comunicazione quinque-settimanale a cura di Massimo Ferrario, riservata a un gruppo di amici e inviata via-email).

Enrico Finzi, dopo una intera vita professionale trascorsa a realizzare ricerche sociali e di mercato (Intermatrix e Astraricerche), ha fondato e dirige Sòno, oggi associazione aps che aiuta ad accrescere l’autorealizzazione personale attraverso il metodo del Narrative Mirror (Racconti di sé, ecomunicare edizioni, 2019). Ha pubblicato saggi sulla felicità ed è coautore, con Virginio Colmegna e Chiara Francesca Lacchini, di Una vocazione controcorrente. Dialogo sulla spiritualità e sulla dignità degli ultimi, Il Saggiatore, 2019. Nel dicembre 2022 è stata diffusa la ricerca demoscopica, promossa da Sòno e realizzata da Astraricerche, Gli italiani, la felicità, il disagio esistenziale.


In Mixtura ark #Raccontid'Autore qui
In Mixtura ark contributi di Enrico Finzi qui



martedì 3 maggio 2022

#RACCONTId'AUTORE / Ometti (Massimiliano Caccamo)

“Voglio che la morte mi colga mentre pianto i miei cavoli,
per niente preoccupato per lei
e meno ancora del mio orto imperfetto”
(Michel Eyquem de Montaigne)

ométto s. m. [dim. di uomo]. – 1. a. Uomo di piccola statura, o anche di scarso livello intellettuale e culturale, o incline alla meschineria. b. Bambino giudizioso o che abbia già atteggiamenti da adulto: è un vero o.; che bravo o.!; ormai sei un o. e certe cose devi capirle. 2. fig. a. Nel biliardo, altro nome dei birilli. b. Gruccia per appendere i vestiti, soprattutto del tipo che ha anche il bastone verticale. c. In architettura, sinon. di monaco (v. monaco1 nel sign. 3). d. In alpinismo, rudi-mentale piramide di sassi che viene innalzata su una vetta da chi per primo l’ha raggiunta, o che si pone come punto di riferimento per indicare lo svolgimento di un sentiero.

In casa Guidotti a Busto Arsizio gli ometti erano, per antonomasia, queste singolari realizzazioni in ceramica che fungevano da appendiabiti per gli ospiti.
A chi ne aveva già consuetudine strappavano un mezzo sorriso.
Chi li sperimentava per la prima volta li trovava assai bizzarri e anche un filo inquietanti.
Ma era solo un attimo, perché venivano coperti all’istante da una giacca o da un cappotto.
Tornavano a far capolino, quasi per dare un arrivederci, quando la visita era conclusa e gli ospiti riprendevano giacche e cappotti e lasciavano la casa.

Quella casa cui si è fatto cenno non esiste più da molto tempo ormai, così come casa Caccamo situata due piani più sopra.
Non nel senso che siano state abbattute da qualche cataclisma (il condominio è sempre lì, al suo posto, in via Orazio a Busto Arsizio) ma nel senso che non sono più abitate dai loro originari proprietari tutti passati da tempo a miglior vita.
Ma gli ometti, dopo un lungo peregrinare dalla casa di Busto a quella di Bergamo e da questa a quella di Rho, guardano ancora i nuovi ospiti (sempre più rari) che hanno l’avventura di incrociare il loro sguardo.

E io a volte immagino che queste faccine in ceramica abbiano una macchina fotografica incorporata, cosa che oggi, data la tecnologia disponibile, non sarebbe un grosso problema, ma che negli anni 50 si faceva un po' fatica anche solo a immaginare.
Se così fosse dentro la memoria degli ometti potremmo ritrovare le facce di tutti quelli che li hanno guardati dritti negli occhi giusto quell’istante prima di essere oscurati.

E vi dirò che sono convinto che questa storia sia del tutto verosimile e che andrà avanti così, all’insaputa di tutti, fino al momento in cui non passerà a miglior vita l’ultimo legittimo proprietario, ovvero chi vi sta scrivendo ora.
Perché sarà quello il momento in cui l’ometto registrerà per l’ultima volta la faccia di un uomo.
L’uomo che lo staccherà dalla parete, lo monterà su un furgone e lo depositerà in una discarica.

*** Massimiliano CACCAMO, formatore e consulente di sviluppo organizzativo, saggista, scrittore, Ometti, inedito per 'Mixtura' - Il racconto fa parte di un libro di prossima pubblicazione

In Mixtura i contributi di Massimiliano Caccamo qui
In Mixtura ark #Favoile & Racconti qui

martedì 8 febbraio 2022

#RACCONTId'AUTORE / Di chi è il pallone (Matteo Bussola)

Avrò avuto tre anni. Quattro, forse.

Era domenica ed eravamo in collina in una di quelle tipiche gite primaverili anni Settanta. Magari quelle uscite si fanno anche oggi, non so. Ma ai tempi i genitori erano tutti un po' più fricchettoni, il plaid a quadri era sempre in macchina che non si sa mai, e durante i festivi ci si ritrovava spesso in aperta campagna a mangiare uova sode e panini coi sottaceti. O ad abbrustolire qualche salsiccia sulle pietre.
In quelle domeniche assolate e tenui i grandi stavano stravaccati nell'erba a fare discorsi per noi incomprensibili, bevendo birra in lattina o vino rosso imbottigliato in casa e fumando troppe sigarette. Noi bambini giocavamo liberi, di una libertà che oggi sembra strana e diversa, a pensarci. Si correva scalzi nei prati, ci si arrampicava sui mucchi di sassi e sugli alberi. Si cadeva e ci si rialzava, senza troppi piagnistei, le ginocchia sbucciate erano di repertorio. E poi, immancabile, il pallone. Il Supertele di plasticona, rigorosamente rosso, che quando lo calciavi un po' forte prendeva delle traiettorie che manco Platini.

Io ero un bambino solitario e testardo – un po' come adesso – e stavo attraversando la tipica fase di appropriazione indebita del mondo e delle cose. Tutto ciò che toccavo era *mio* – che poi, a pensarci bene, forse è proprio questo il bello di essere bambini.
"È mio! È mio!" gridavo a ogni piè sospinto. E mio padre, anarco-comunista della prima ora, che di nome si chiamava come il Che e al figlio aveva dato il secondo nome di Fidel (ebbene sì), si vergognava come un ladro ad avere un bimbo che contraddiceva tutti i dettami della libera convivenza socialista.
"È mio!" gridavo fiero e inascoltato agli alberi, ai sassi, al cielo, alle biglie colorate, ai giocattoli di mia sorella. E il babbo che mi strappava tutto dalle mani disgustato, mentre cercava di addestrarmi alla bellezza della solidarietà cooperativa: "Non è tuo, Matteo, è NOSTRO!" mi ripeteva sempre, fino alla nausea.

Fatto sta che, per quanto introverso e solitario e irascibile, alla fine compresi il concetto pure io. E all'improvviso mi si schiuse davanti agli occhi un mondo nuovo, in cui niente più era mio, ma tutto era Nostro.
Fu con quest'idea in testa e convinto di essere nel giusto che manco Mosé con le tavole in mano, che avvicinai il bambino col cappellino che stava giocando col pallone giallo. E quando il pallone rotolò verso di me lo presi in mano felice ancor di più, visto che era stato lui a venire da me. Era evidentemente un segno del destino. 
Allora era vero, quel pallone era Nostro.
"Dammelo, è MIO!" urlò il bambino sull'orlo delle lacrime e strappandomelo dalle mani con forza. E io, di rimando ma sereno e imperturbabile come un monaco zen: "No. È NOSTRO!". E il bambino sconvolto e stavolta in lacrime sul serio: "NO!! E' MIO!!" E io invece, riprendendogli il pallone di nuovo: "MA no!! È NOSTRO!!"
E insomma sul più bello si avvicina un adulto, enorme e un po' incazzoso. Il padre del bambino. Si riprende il pallone dalle mie mani con fare un po' brusco lanciando a mio padre uno sguardo sottotitolato "insegna a tuo figlio a stare al mondo, barbùn". Il me stesso bambino rincorre l'uomo enorme al grido di "È Nostro! È nostro!" quando all'improvviso sento una mano afferrarmi da dietro. La mano di mio padre. Che un po' per educazione, e un po' per aver buttato un occhio all'enormità dei muscoli dell'altro babbo, mi guarda con due occhi che non dimenticherò mai e mi fa:
"No no, Matteo, il pallone è SUO."

Da allora, il mondo non fu più lo stesso. 
Giurai che avrei passato il resto della mia vita a difendere i deboli dalle ingiustizie e dai soprusi e iniziai ad allenarmi in segreto nella mia caverna sotterranea. Poi qualcosa dev'essere andato storto. Anche perché il ragno radioattivo che mi ha morso non mi ha trasmesso alcun potere se non le ragnatele in bagno.
Ma ancora oggi, quando vedo un tipo grosso tipo quello che stamattina al supermercato mi ha fregato l’ultimo cartone di Ichnusa in offerta, vengo colto dall’irrefrenabile desiderio di inseguirlo fin nel parcheggio e urlargli selvaggiamente: 
"Ridammi il pallone, bastardo!"

*** Matteo BUSSOLA, scrittore, facebook, 1 febbraio 2022


In Mixtura i contributi di Matteo Bussola qui
In Mixtura ark #Raccontid'Autore qui

venerdì 4 febbraio 2022

#RACCONTId'AUTORE / Per uscire da una situazione paludosa (Simone Tempia)

 Mi sento bloccato, Lloyd"
"Credo sia solo finito impantanato in un periodo funesto, sir"
"Però io sto iniziando a sprofondare, Lloyd"
"Capita quando si prova ad accelerare la vita per uscire da una situazione paludosa, sir"
"E allora, che posso fare per tirarmi fuori?"
"Facendo leva su alcuni amici certi e ponendosi davanti un sogno da realizzare come traino, sir"
"Basteranno i sogni e gli amici per uscire da questo periodaccio?"
"Non importa che bastino, l'importante è che ci siano, sir"

*** Simone TEMPIA, 1983, scrittore, rubrica 'Vita con Lloyd', facebook, 31 gennaio 2022, qui 


In Mixtura i contributi di Simone Tempia qui
In Mixtura ark #Raccontid'Autore qui

giovedì 3 febbraio 2022

#RACCONTId'AUTORE / Sondaggio telefonico (Matteo Bussola)

 Sono in cucina a farmi un caffè e un toast, suona il telefono, il numero è sconosciuto.
- Pronto?
- Pronto, buongiorno, avrebbe pochi minuti per rispondere a un sondaggio?
- Pochi minuti quanti?
- Diciamo due o tre?
- Ok, vada.
- Grazie. La avviso che la telefonata sarà interamente registrata in modo da garantire la 
- Sì sì, lo so, vada.
- Ah, ok. Allora, dunque, lei viaggia in treno?
- Be', sì. Diciamo che mi capita di prendere qualche treno ogni tanto.
- Quanti treni prende in un mese?
- Guardi, di preciso non saprei.
- Più di uno, più di dieci, nessuno?
- Dunque, mi faccia pensare. Direi...una settantina?
- Una sett?
- 'Ttantina.
- E' una battuta?
- No, perché?
- Cioè, lei prende SETTANTA treni in un mese?
- Sì, più o meno. Ma è una stima eh. A luglio saranno stati un centinaio.
- Scusi, lei lavora sui treni?
- In che senso?
- E' tipo un macchinista, o un controllore, o che ne so?
- No no, ci viaggio e basta.
- Allora è un pendolare? C'è una tratta che predilige?
- No.
- No?
- No. Faccio tratte sempre diverse. Tipo settimana scorsa ho fatto l'Adriatica e sono andato a Bari, stasera prenderò un regionale per Brescia, l'altro ieri ne ho preso uno per Arezzo. A proposito, è molto bella Arezzo, sa?
- Immagino. Quindi lei è un libero professionista?
- Sì, penso si possa dire così.
- Posso chiederle che lavoro fa?
- Sa che è una bella domanda? Direi che...racconto storie, credo.
- Mi scusi?
- Racconto storie. Certe volte coi disegni, certe volte con le parole. Qualche volta anche al telefono.
- Come al telefono?
- Be', un po' come adesso, no? Questa non è forse una storia?
- Non saprei. Lo è?
- Ma certo. Vuole sapere come comincia?
- Non ne sono sicura.
- Allora, c'era un tizio che era in cucina a farsi un caffè e un toast, dopo una nottata passata con una bambina di tre anni distesa sullo sterno che gli ha tossito in faccia i-nin-ter-rot-ta-men-te per otto ore di fila. Quando la bambina è rotolata addosso alla mamma, dopo aver fatto uscire le due figlie maggiori per prendere il pulmino per la scuola, il tizio si è detto: Aaah, adesso mi preparo un bel caffè e un toast e mi metto qui sul divano per qualche minuto a guardare la puntata di "Ciao sono Hiro" quella su "l'insalàda di fruto di passsione e calamaaali cludi", e sul più bello che il caffè sta salendo nella moka e Hiro ha cominciato ad affettare i calamaaali, ecco che il telefono squilla. Il numero è sconosciuto, ma il tizio risponde lo stesso. E' una signorina che gli chiede se ha due minuti per rispondere a un sondaggio, facciamo tre, e lui dice di sì anche se sa già in partenza che saranno almeno dieci e gli toccherà bere il caffè freddo e mangiare il toast bruciato.
- Lei è molto buffo, sa?
- Dice?
- Sì, soprattutto quando dice: calamaaali. Lì fa proprio ridere. Me lo dice ancora?
- Calamaaali!
- Ahahaha.
- Lei ha una bellissima risata, sa?
- Grazie.
- Non sto facendo il lumacone per cercare di irretirla, eh? Non fraintenda.
- No no, ma non si preoccupi. E poi, per telefono come farebbe a irretirmi?
- Non mi sottovaluti, volendo ho una tecnica infallibile.
- E quale sarebbe?
- Calamaaali!
- Ahahaha.
- Uh, madonna!
- Che succede?
- Niente, mi si è appena bruciato il toast.
- Ah, mi dispiace. Allora vuol dire che siamo arrivati alla fine della sua storia.
- Mannò, non può essere così banale, facciamo un finale a sorpresa, dai. 
- Tipo?
- Tipo che le faccio il vento al telefono, mi viene benissimo.
- Guardi, non so se.
- WHOOOSSSShhhhSSShhhhh!
- Cioè, ma fa impressione!
- Vero? E' la mia specialità. 
- E la storia finisce così?
- No no, finisce con lei che riappende all'improvviso, però ridendo.
- All'improvviso, e perché mai?
- Perché si ricorda d'un tratto che la telefonata è registrata.
- Oddio!
- Calamaaali!
- Ahahaha.
Riappende.
Sorseggio il caffè freddo sul divano e addento il mio toast bruciato.
Hiro ha cominciato a spiegare il tonno impanato con pistaccchio e purè di avocaaado.

*** Matteo BUSSOLA, 1971, fumettista, scrittore e conduttore radiofonico, ‘facebook’, 26 gennaio 2022, qui


In Mixtura i contributi di Matteo Bussola qui
In Mixtura ark #Raccontid'Autore qui

mercoledì 25 agosto 2021

#RACCONTId'AUTORE / E i cannoni divennero cannoli (Gino Strada)

C’era una volta un pianeta chiamato Terra. Si chiamava Terra anche se, a dire il vero, c’era molta più acqua che terra su quel pianeta, Gli abitanti della Terra, infatti, usavano le parole in modo un po’ bislacco.

Prendete le automobili, per esempio. Quel coso rotondo che si usa per guidare, loro lo chiamavano "volante ", anche se le macchine non volano affatto! Non sarebbe più logico chiamarlo "guidante", oppure "girante ", visto che serve per girare? Anche sulle cose importanti si faceva molta confusione.
Si parlava spesso di "diritti ": il diritto all’istruzione, per esempio, significava che tutti i bambini avrebbero potuto (e dovuto!) andare a scuola. Il diritto alla salute, poi, avrebbe dovuto significare che chiunque, ferito, oppure malato, doveva avere la possibilità di andare in ospedale. Ma per chi viveva in un paese senza scuole, oppure a causa della guerra non poteva uscire di casa, oppure chi non aveva i soldi per pagare l’ospedale (e questo, nei paesi poveri, è più la regola che l’eccezione), questi diritti erano in realtà dei rovesci: non valevano un fico secco. Siccome non valevano per tutti ma solo per chi se li poteva permettere, queste cose non erano diritti : erano diventati privilegi, e cioè vantaggi particolari riservati a pochi. A volte, addirittura, i potenti della Terra chiamavano "operazione di pace " quella che, in realtà, era un’operazione di guerra: dicevano proprio il contrario di quello che in realtà intendevano. E poi, sulla Terra, non c’era più accordo fra gli uomini sui significati: per alcuni ricchezza significava avere diecimila miliardi, per altri voleva dire avere almeno una patata da mangiare.

Quanta confusione! Tanta confusione che un giorno il mago Linguaggio non ne poteva più. Linguaggio era un mago potentissimo, che tanto tempo prima aveva inventato le Parole e le aveva regalate agli uomini. All’inizio c’era stato un po’ di trambusto, perché gli uomini non sapevano come usarle, e se uno diceva carciofo l’altro pensava al canguro, e se uno chiedeva spaghetti l’altro intendeva gorilla, e al ristorante non ci si capiva mai. Allora il mago Linguaggio appiccicò ad ogni parola un significato preciso, cosicché le parole volessero dire sempre la stessa cosa, e per tutti. Da allora il carciofo è sempre stato un ortaggio, e il gorilla un animale peloso, e non c’era più il rischio di trovarsi per sbaglio nel piatto un grosso animale peloso, con il suo testone coperto di sugo di pomodoro.
Questo lavoro, di dare alle parole un significato preciso, era costato al mago Linguaggio un bel po’ di fatica. Adesso, vedendo che gli uomini se ne infischiavano del suo lavoro, e continuavano ad usarle a capocchia, decise di dare loro una lezione."Le parole sono importanti - amava dire - se si cambiano le parole si cambia anche il mondo, e poi non ci si capisce più niente".

Una notte, dunque, si mise a scombinare un po’ le cose, spostando una sillaba qui, una là, mescolando vocali e consonanti, anagrammando i nomi. Alla mattina, infatti, non ci si capiva più niente.
A tutti gli alberghi di una grande città aveva rubato la lettera gi e la lettera acca, ed erano diventati... alberi! Decine e decine di enormi alberi, con sopra letti e comodini e frigobar, e i clienti stupitissimi che per scendere dovevano usare le liane come Tarzan. Alle macchine aveva rubato una enne, facendole diventare macchie, e chi cercava la propria automobile trovava soltanto una grossa chiazza colorata parcheggiata in strada.

Alle torte invece aveva aggiunto una esse, erano diventate tutte.. storte, e cadevano per terra prima che bambini se le potessero mangiare. Erano talmente storte che non erano più buone nemmeno per essere tirate in faccia. Nelle scuole si era anche divertito ad anagrammare, al momento dell’appello, la parola presente, e se rima gli alunni erano tutti presenti, adesso erano tutti serpenti, e le maestre scappavano via terrorizzate.

Poi si era tolto uno sfizio personale: aveva eliminato del tutto la parola guerra, che aveva inventato per sbaglio, e non gli era mai piaciuta. Così un grande capo della Terra, che in quel momento stava per dichiarare guerra, dovette interrompersi a metà della frase, e non se ne fece nulla. Inoltre aveva trasformato i cannoni in cannoli, siciliani naturalmente, e chi stava combattendo si ritrovò tutto coperto di ricotta e canditi. Andò avanti così per parecchi giorni, con le scarpe che diventavano gattoni e le case si mettevano a miagolare, il pane che si trasformava in un cane e morsicava chi lo voleva mangiare.

Quanta confusione! Troppa confusione, e gli uomini non ne potevano più. Mandarono quindi una delegazione dal mago Linguaggio, a chiedere che rimettesse a posto le parole, e con loro il mondo."E va bene - disse Linguaggio - ma solo ad una condizione: che cominciate ad usare le prole con il loro giusto significato. I diritti degli uomini devono essere di tutti gli uomini, proprio di tutti, sennò chiamateli privilegi. Uguaglianza deve significare davvero che tutti sono uguali, e non che alcuni sono più uguali di altri. E per quanto riguarda la guerra...". "Per quanto riguarda la guerra - lo interruppero gli uomini - ci abbiamo pensato... tienila pure: è una parola di cui vogliamo fare a meno".

*** Gino STRADA, 1948-2021, chirurgo, fondatore di Emergency, E i cannoni divennero cannoli, 31 maggio 2002, qui


In Mixtura i contributi di Gino Strada qui
In Mixtura ark #Raccontid'Autore qui

mercoledì 30 giugno 2021

#RACCONTId'AUTORE / Sbucciare una mela (Georgi Gospodinov)

Sbucciare una mela. Ci sono movimenti che risvegliano il passato. Sbuccio lentamente una mela con un coltellino tascabile (un tempo si diceva coltellino da tasca), osservo come si arrotola la spirale della buccia, asciugo il succo di mela sulla lama. La mia mano ricorda la mano di mio padre, che ricorda quella di mio nonno. Non sono io, è la mano che ricorda. Non sono io, è mio nonno che sbuccia la mela. E tutti e tre la inghiottiamo contenti.

*** Georgi GOSPODINOV, 1968, scrittore, poeta, drammaturgo bulgaro, Sbucciare una mela, in  Tutti i nostri corpi, Voland, 2020


In Mixtura i contributi di Georgi Gospodinov qui
In Mixtura ark #Raccontid'Autore qui

lunedì 10 maggio 2021

#RACCONTId'AUTORE / In fondo al letto (Dino Buzzati)

Non è così futile come parrebbe la questione del fondo del letto. Vi ricordate da bambini? A quell’epoca si aveva una curiosità straordinaria. Poter conservare la stessa curiosità per una ventina di anni e si diventerebbe la persona più erudita di questo mondo. Certe sere, a quei tempi, entrati che si era nel letto, con la luce ancora accesa, ci si ficcava completamente sotto le coperte e strisciando tentavamo di esplorare le negre cavità più profonde, là dove dormendo si tengono i piedi e anche più avanti. Ivi sono le massime tenebre senza remissione, così fisse e totali che ci spaventavamo. Che cosa c’era laggiù in fondo? Smisurate caverne? Una porticina segreta che immetteva nel giardino del re? Un drago addormentato? E aveva realmente un termine la cavità? (Questo era il pensiero più inquietante.) Oppure non si sarebbe mai riusciti a raggiungere la fine e, avventurandoci troppo, avremmo rischiato di non poter tornare più indietro? Appena sprofondati nel buio, tutto il rimanente, la casa, i genitori, la scuola, la bicicletta diventavano estremamente lontani. Si era all’estero, senza esagerazioni. Qualche volta, per esserci spinti molto addentro nell’abisso, veniva il batticuore. In quel buio cavernoso tutto era possibile. A un certo punto per la mancanza di aria ci prendeva l’affanno. Si aveva quasi l’impressione che dal fondo della spelonca gli spiriti muovessero verso di noi. Con ansia si risaliva, dopo complicati contorcimenti, in direzione della presunta luce.

*** Dino BUZZATI, 1906-1972, giornalista, scrittore, pittore, drammaturgo, librettista, poeta, In fondo al letto, da In quel preciso momento, 1950, Mondadori, 2013


In Mixtura i contributi di Dino Buzzati qui
In Mixtura ark #Raccontid'Autore qui

martedì 22 dicembre 2020

#RACCONTId'AUTORE / La messa per un cane (Anthony De Mello)

Un tizio andò da un prete e gli chiese: «Padre, voglio che celebri una messa per il mio cane». 

Il prete s’indignò. «Cosa intendi dire con questo?» 

«Si tratta del mio cagnolino» rispose l’uomo. «Amavo quel cane e vorrei che lei celebrasse una messa in suo ricordo.» 

Il prete disse: «Qui non celebriamo messe per dei cani. Forse può provare alla congregazione che c’è più avanti, su questa via. Chieda a loro se sono disposti a farlo». 

Uscendo, l’uomo disse al prete: «Peccato. Amavo moltissimo quel cane. Avevo pensato di offrire una prebenda di un milione di dollari per la messa». E il prete: «Aspetti un attimo: non mi aveva detto che il suo cane era cattolico».

*** Anthony DE MELLO, 1931-1987, gesuita, psicoterapeuta, saggista indiano, Messaggio per un'aquila che si crede un pollo, 1990, Piemme, 2019, traduzione di Laura Cangemi


In Mixtura ark #Raccontid'autore qui

giovedì 27 agosto 2020

#RACCONTId'AUTORE / La stella e il rastrello (Matteo Bussola)

Una volta a una ragazza, molti anni fa, regalai una stella.
Avevo scoperto che era possibile contattare un'associazione che, dietro compenso, ti consentiva di dare a una dei milioni di stelle catalogate il nome di una persona amata. In pratica, quella stella non si sarebbe più chiamata - che ne so - AZ324Y, ma si sarebbe da lì in avanti chiamata: Teresa. Come prova del regalo mi spedirono il certificato di autenticità della famigerata Unione Astronomica Internazionale (che non esiste: scoprii parecchio tempo dopo che si trattava di una truffa) e la mappa stellare del quadrante della Galassia in cui c'era la mia stella. Cioè: la sua.
La ragazza in questione si commosse e mi disse che mai nessuno le aveva fatto un regalo più bello. Mi lasciò dopo circa tre mesi, malissimo.

Una volta a una ragazza, in anni più recenti, regalai un rastrello per l'erba del giardino.
La ragazza in questione non si commosse e, a dirla tutta, mi guardò pure come se fossi un po' pirla. Ma stiamo insieme da quindici anni, abbiamo tre figlie e tre cani, e quel rastrello lo usa ancora oggi.

Morale: a volte i desideri migliori non si avverano guardando il cielo, ma riuscendo a vedere chi ti sta accanto.
E pure essere un po' pirla aiuta.
Buone notti di stelle a tutte, a tutti.

*** Matteo BUSSOLA, scrittore, facebook, 11 agosto 2020, qui

Illustrazione di Pascal Campion

In Mixtura i contributi di Matteo Bussola qui
In Mixtura ark #Raccontid'Autore qui

venerdì 14 agosto 2020

#RACCONTId'AUTORE / Papà, cosa fai per cena? (Matteo Bussola)

- Papà, cosa fai per cena?
- Non lo so ancora, adesso vedo.
- Dai, cosa ci prepari?
- Ma insomma, ma vi rendete conto che le sole domande che mi fate di continuo sono: "Papà, mi accompagni a casa di?", oppure: "Papà, cosa fai per cena?". Ogni tanto cambiate un po', per piacere! Chiedetemi qualcos'altro, sono un essere umano anch'io.
- Papà.
- Mh?
- Come nascono i bambini?
- Eh?!
- Ci spieghi bene bene come nascono i bambini? Quella cosa là del pisello che deve andare dentro la pisella? Melania vorrebbe saperlo da te.
- Per cena vi faccio le cotolette con l'insalata?

*** Matteo BUSSOLA, scrittore, 12 agosto 2020, qui


In Mixtura i contributi di Matteo Bussola qui
In Mixtura ark #Raccontid'autore qui

venerdì 24 luglio 2020

#RACCONTId'AUTORE / Caino, Abele e le galline (Federico Asborno)

- Ehi Caino!
- Ciao Abele, come mai qui?
- Mi manda papà, dice che se riesci entro stasera alle 19 dovresti dissodare il campo a sud-est, quello pieno di pietre.
- Ma sono le 17 ed è da stamattina alle 4 che zappo. Sarei anche stanco.
- Dice che è proprio proprio importante.
- E io sono proprio proprio esausto.
- Ah, vabbò, allora lascia stare, però non penso la prenderà bene.
- Senti Abele, ho un’idea, un’idea rivoluzionaria, un’idea che ti cambierà profondamente la giornata. Vuoi sentirla la mia idea?
- Dimmela!
- Perché non prendi questa zappa, composta da un rudimentale bastone nodoso e una pesantissima pietra piatta, non te la metti in spalla, ridiscendi la collina e non ci vai tu a zappare quel benedetto campo che nostro padre vuole dissodato per stasera alle 19? Perché io ne avrei anche un po’ piene le scatole di spaccarmi la schiena mentre tu ti gingilli…
- Lo vorrei tanto Caino, ma devo proprio studiare, ho l’esame dopodomani.
- Abele sono tre mesi che non muovi un dito per colpa di questo esame. Papà per pietà ti manda a badare al bestiame.
- Anche tu lo facevi!
- Sì, quando avevo 4 anni.
- Eh, bravo, che ti devo dire?
- Proprio niente visto che a 4 anni svolgevo il mio lavoro meglio di uno di 23 che si mette all’ombra di un albero a spulciare le sue pergamene mentre le bestie fanno quello che vogliono. 
- Ma smettila.
- Solo quest’estate hai perso otto capre e sei becchi! 
- Il bestiame non ci manca.
- Ci rimanevano solo quelle otto capre e quei sei becchi! 
- Dimentichi le tre galline, quelle stanno da Dio.
- Perché per loro fortuna non si muovono dal loro recinto e nessuno si sogna di affidarle a te.
- Sei sempre così critico nei miei confronti, Caino, sei sicuro di non essere un po’ invidioso…?
- Invidioso? E di cosa? Grazie a te i lupi della zona stanno diventando così grassi che già il mattino presto li vedi passare ai bordi dei prati per fare un po’ di footing.
- Esagerato!
- Alcuni hanno anche scaricato Runtastic per tenere sotto controllo i loro progressi.
- Senti, non so te Caino, ma non sono mai stato bravo a fare più cose a tempo. Devo studiare? Sì! Quindi non posso fare certi lavori e – detto in tutta franchezza – mi sembra anche magnanimo da parte mia mettermi a disposizione per farli.
- Abele, io ti voglio bene, davvero, ma è proprio venuto il momento che te lo dica: studi Beni Culturali.
- E quindi?
- E quindi smettila di fare il martire. Quanto avrai mai da studiare visto che viviamo nella dannata Preistoria? Al mondo ci saranno in tutto sette pitture rupestri in Valcamonica e qualche statuetta raffigurante le forme obese del Femminino Sacro. Mi vuoi dire che non ti basta un pomeriggio di studio come si deve per prendere un 30 e lode?
- Parli così solo perché non hai mai studiato un giorno della tua vita…
- Scusa…?
- Ma i saggi critici, Caino, hai idea di quanti saggi critici io abbia dovuto studiarmi in queste settimane?
- Ma non esistono ancora i critici!
- Non esistono?! Dio, perdonalo perché non sa quel che dice. Caino apri gli occhi: ci sono critici in ogni dove! La moria di capre che vediamo tutti i giorni non è certo determinata dalla fame dei lupi, ma dai critici e dalla loro necessità di pergamena nuova da imbrattare con le loro astruse teorie. È quella del critico la professione più antica del mondo! Pensa che esistono critici di tutti i tipi e nessuno sopporta l’esistenza degli altri, tanto che non fanno altro che litigare a suon di pamphlet più acidi del latte di Betsy…
- …quando ancora faceva latte, cioè prima che un lupo la dilaniasse mentre tu sonnecchiavi all’ombra di un pino marittimo…
- …se Betsy non si fosse allontanata oltre quel crepaccio contro la quale la mettevo sempre in guardia!
- Betsy era una capra, Abele! Che ne sa Betsy di avvertimenti e crepacci? Dovevi essere tu a starle dietro, così come io sto dietro ai miei campi!
- Eh facile così, i campi mica scappano anche se ti distrai un attimo!
- Abele ti avverto, mi stai facendo proprio uscire dai gangheri. Adesso piglia ‘sta zappa della malora e vai a dissodare quel campo.
- Non ci penso nemmeno lontanamente: sto andando a ripetere sotto il Grande Pioppo.
- A ripetere?
- Sì, Caino, è una pratica piuttosto usuale per coloro che studiano: serve a fissare nella memoria le nozioni che con fatica si sono apprese.
- Solo le ragazzine isteriche ripetono. La gente seria fa i riassunti.
- Mi mancava questa. Chi è? Novalis? Simone de Beauvoir? Feuerbach?
- Smettila di sbattermi in faccia nomi di gente a caso solo per farmi vedere che hai studiato.
- Democrito! Teofilo Folengo! Antoine-Laurent de Lavoisier! Ferdinand de Saussure! Francesco De Sanctis! Carl Friedrich Gauss! Alexandre Dumas! Franz Liszt! Giordano Bruno! Quinto Fabio Massimo detto “il Temporeggiatore”!
- Abele sei fuori corso da tre anni! Dacci un taglio che ti rendi solo ridicolo!
- All’università degli studi di Babele è più che normale andare fuori corso.
- I nostri genitori si stanno dissanguando per pagarti gli studi, lo capisci? Mamma piange ogni sera: si mette accanto alla Imponente Fessura nella grotta, sperando che il sibilare del vento copra i suoi singhiozzi. Papà per sfogarsi va a spaccare legna, frantuma ciocchi grandi quanto il suo torace lanciandoli contro l’Alta Pinnacola urlando il tuo nome. E tu che fai nel frattempo? Studi le pippe mentali di quattro sciroccati che disquisiscono di pitture rupestri sorseggiando Martini Cocktail dal mattino alla sera con i loro occhiali di corno e le giacche con le toppe sui gomiti. 
- La tua è solo patetica invidia classista da sotto-proletario, Caino. Mettiti il cuore in pace: non c’è alcun onore nell’essere povero, così come non c’è alcun merito nell’essere ignorante e io sto cercando di rimediare a entrambi dandomi da fare coi miei studi… e con un mio progettino personale.
- Un tuo cosa?
- Ho comprato la Stalagmite di Kessel.
- “Comprato”? Con che cosa? Non abbiamo altro che tozzi di pane integrale e qualche rudimentale arnese.
- Beh, ci rimanevano anche le galline…
- …hai venduto le galline?
- Tecnicamente le ho barattate. I quotatori dicono che la Stalagmite di Kessel è l’ultimo grido del mercato dell’arte. Tempo sei mesi e avrà decuplicato il suo valore!
- Chi è che ti ha proposto questo “affare”?
- Il mio docente di Storia dell’Arte Contemporanea.
- Perché? Esiste anche una Storia dell’Arte Non Contemporanea?
- No, ma…
- Vabbè, vabbè chi se ne frega. Abele, adesso tu devi fare una cosa per me: prendi la tua Stalattite…
- Stalagmite. È l’opposto.
- Ok, ok, Stalagmite. La prendi, la incarti e la riporti al tuo professore, chiedi scusa, dici che ti sei sbagliato e che rivuoi assolutamente le tue tre galline. Per il disturbo gli lasci anche un paio di uova, toh! Ma devi farlo ora, Abele, perché se tuo padre e tua madre scoprono che hai fatto una roba del genere temo che li vedremo gettarsi mano nella mano dall’Alta Pinnacola prima che il sole sia tramontato.
- Ma sei pazzo?
- Giuro di no.
- E comunque non potrei.
- Ah no? E perché?
- Mentre gli portavo le galline, beh, c’è stato un incidente.
- Abele dimmi che almeno hai quella Stalagmite.
- No, ce l’ha ancora il mio professore.
- Perché non hai quella stramaledetta Stalagmite, Abele?
- Da qui a Babele è lunga, lo sai…
- …
- …la notte prima avevo dormito poco. “Quanta strada vuoi che facciano tre galline?” mi sono detto. Dieci minuti di pisolino e non c’erano più. Ma dieci minuti di meridiana eh! Così mi sveglio, mi guardo intorno e c’erano solo un sacco di piume, qualche zampa e… Caino, che vuoi fare con quella pietra!? Caino?! CAINO!!

*** Federico ASBORNO, scrittore, facebook, 6 febbraio 2019, qui


In Mixtura i contributi di Federico Asaborno qui
In mixtura ark #Raccontid'Autore qui

venerdì 10 luglio 2020

#RACCONTId'AUTORE / Lo scambio (Kahlil Gibran)

Una volta un poeta povero e uno stupido ricco s’incontrarono a un crocevia e cominciarono a conversare. E tutto quanto si dicevano rivelava la loro scontentezza. 
Passò allora l’Angelo della Strada e posò la mano sulla spalla dei due. Ed, ecco, miracolo: ognuno dei due scambiò con l’altro ciò che possedeva. Poi si separarono. 
E, strano a dirsi, il poeta si guardò la mano e non vi scorse altro che un pugno di arida, mobile sabbia; e lo stupido chiuse gli occhi e non avvertì altro che una fuggevole nuvola dentro il suo cuore.

*** Kahlil GIBRAN, 1883-1931, poeta, filosofo, pittore libanese, Lo scambio, in Tutte le poesie e i racconti, Newton-Comtpon, 1993-2012


In Mixtura i contributi di Kahlil Gibran qui
In Mixtura ark #Raccontid'Autore qui

sabato 18 aprile 2020

#RACCONTId'AUTORE / Favoletta morale (Daniele Luttazzi)

C’era una volta una donna incantevole, dalla prosodia regionalmente indecifrabile, che un giorno morì. 
Uno scienziato che aveva appena scoperto il modo per riportare in vita i defunti (cocktail di ormoni, fulmine) lo testò su di lei. 
Quando la donna riprese conoscenza, i giornalisti le chiesero subito notizie sull’aldilà. “C’è il paradiso? C’è l’inferno? Com’è Dio? Com’è il diavolo?”. 
La donna chiese di essere lasciata in pace. 
Il giorno dopo, i vertici dei servizi segreti la sottoposero a un interrogatorio serrato: volevano quelle informazioni, che dovevano restare top secret. 
La donna disse: “Domandatemi tutto, ma non questo”. Ci riprovarono i capi di tutte le religioni del mondo. “Com’è Dio?”. La donna rispose: “Sentite, se ve lo dicessi, per voi sarebbe uno choc. Lasciatemi perdere”. Ma quelli insistevano. 
E così la donna disse: “E va bene, ma poi non dite che non vi avevo avvertito. Allora: innanzitutto, Dio è una transessuale di colore…”.

*** Daniele LUTTAZZI, Favoletta morale, da 'Non c'è di che', 'il Fatto Quotidiano', 16 aprile 2020, qui


In Mixtura i contributi di Daniele Luttazzi qui
In Mixtura ark #Raccontid'Autore qui

sabato 11 aprile 2020

#RACCONTId'AUTORE / L'ombra e le impronte (Chiang-Tzu)

C’era un uomo che aveva paura della propria ombra e orrore delle proprie impronte. Cosí le sfuggiva correndo. Ma quante piú volte alzava il piede, tanto piú numerose erano le impronte che lasciava; e piú in fretta scappava, meno l’ombra l’abbandonava. Credendo di andare troppo piano, corse piú svelto senza mai riposare, finché, all’estremo delle forze, non morí. Egli non capiva che per far scomparire l’ombra bisogna rimanere nell’oscurità, che per far cessare le impronte bisogna rimanere nella quiete».

*** CHUANG-TZU, 369?-283? a.C., maestro taoista, IV secolo a.C., La calma, Oscar Mondadori, 2007, riportato in Chandra Livia Candiani, Il silenzio è cosa viva: L'arte della meditazione, Einaudi, 2018. 


In Mixtura ark #Raccontid'Autore qui

lunedì 6 aprile 2020

#RACCONTId'AUTORE / I tre porcellini (Stefano Benni)

C’era un lupo di nome Ezechiele che era sempre in caccia di tre porcellini. Mi raccomando, disse il più saggio dei tre, di nome Gimmi, costruitevi delle casette solide, così il lupo non potrà entrare. Il primo porcellino, Timmi, era un gran sfaticato e si fece una capannuccia di paglia. Quando il lupo arrivò, soffiò a pieni polmoni sulla capanna, la paglia volò in aria e il porcellino dovette scappare a nascondersi nel bosco.
Il secondo,di nome Tommi, si fece una capanna con le assicelle delle cassette per la frutta, mise davanti all’ingresso un cartello con scritto “sede Inps” per spaventare il lupo e si chiuse dentro. Il lupo soffiò, diede una spallata e tutto crollò. E Tommi terrorizzato dovette nascondersi nelle acque gelide dello stagno.
Il terzo porcellino,che si chiamava Gimmi detto Trumpo, lavorò per un mese, spese tutti i suoi soldi e costruì un muro alto dieci metri che circondava un fossato d’acqua con coccodrilli e dentro un bunker antiatomico di acciaio con davanti un lanciamissili e due cannoni.
- Ti ho fregato, lupo maledetto - disse
Il lupo gli rise in faccia.
- Tanto sono vegano. Cretino.

*** Stefano BENNI, 1947, giornalista, scrittore, I tre porcellini, facebook, 4 aprile 3030, qui


In Mixtura i contributi di Stefano Benni qui
In Mixtura ark #Raccontid'Autore qui

mercoledì 1 aprile 2020

#RACCONTId'AUTORE / L'orco (Stefano Benni)

C’era una volta un orco molto temuto da tutti i bambini. Spesso di notte piombava nei villaggi, ne rapiva uno e quelli tornavano con gli occhi sbarrati e le mani tremanti.
Allora fu ingaggiato Brandilupo, il più grande cacciatore di orchi della zona, col compito di difendere il paese dal mostro.
Una notte si udirono dei passi pesanti e si vide l’ombra dell’orco avvicinarsi.
- Vieni avanti brutto mostro - disse Brandilupo -io sono un grande cacciatore di orchi e non ho paura. Smetti di rapire i bambini e terrorizzarli. Magari ne vuoi anche mangiare qualcuno-
- Ma io non ho rapito nessuno. Sono loro che vengono.
- Adesso basta bugie! Guai a te se lo fai ancora o ti uccido.
- Va bene. Prometto che non lo faccio più.
- Così va bene - disse Brandilupo.
- E adesso in casa da solo con chi gioco alla playstation - disse l’orco, e si allontanò piangendo.

*** Stefano BENNI, 1947, giornalista, scrittore, L'orco, favola breve, facebook, 1 aprile 2020, qui
https://it.wikipedia.org/wiki/Stefano_Benni

In Mixtura i contributi di Stefano Benni qui
In Mixtura ark #Raccontid'Autore qui

lunedì 20 gennaio 2020

#RACCONTId'AUTORE / Mago Matù (Maria Varano)

Mago Matù da tempo era rinchiuso in una bottiglia, dalla quale poteva solo osservare il suo ristretto angolo di mondo senza poter fare esperienze ed invidiando coloro che potevano muoversi liberamente. Ormai la sua vita era diventata inutile e priva di significato. Era stato il Grande Spirito ad imprigionarlo per punirlo dell’uso indiscriminato che aveva fatto dei poteri magici.
Turbato dalla sua sofferenza, il Grande Spirito volle offrirgli una possibilità: il sole aveva compiuto il suo sesto giro intorno al mondo quando davanti agli occhi del mago apparve un cavallo alato. Era un animale maestoso ed elegante, con una criniera fiammeggiante, si librava nell’aria con un lieve moto delle ali.

«Il Grande Spirito a te mi ha inviato, 
per mari e monti ho viaggiato; 
la libertà riconquisterai, 
ma i poteri per ora non riavrai. 
Quattro prove dovrai affrontare, 
le tue potenzialità dovrai maturare: 
altri giorni servono per evitare altri guai. 
Se tutte le prove supererai, 
tosto i tuoi poteri riacquisterai».

Matù fissò incredulo il messaggero alato, felice per l’opportunità che gli veniva offerta, ma anche preoccupato per ciò che l’attendeva. Sarebbe stato in grado di superare tutte le prove? Ancora stordito, il mago vide ad un tratto dissolversi la figura del cavallo alato per materializzarsi subito dopo in altri quattro bianchi cavalli, rivolti scalpitando verso quattro direzioni diverse. Le loro voci risuonarono in coro:

«Esperienze nuove tu vivrai 
se sulla nostra groppa salirai, 
ma attento a ben valutare 
perché in pericolo ti potrai trovare. 
Questa sola possibilità tu avrai: 
ciò che desideri raggiungerai 
o per sempre lo perderai». 

Magicamente la bottiglia in cui era prigioniero si dissolse e il Mago montò in groppa al primo cavallo che, sfrecciando, si diresse verso sud.
In un battibaleno il Mago si ritrovò nella fossa del fuoco: fiamme altissime sembravano divorare il mondo intero. Istintivamente Matù indietreggiò pensando di fuggire, ma non c’era via di scampo se non attraverso le fiamme. Ricordò le parole del cavallo alato, si fece forza e si lanciò verso le fiamme che lo avvolsero procurandogli sofferenze atroci.
Nonostante tutto, prevalse la fierezza per essere riuscito a dominare se stesso. Ancora più felice fu quando vide, al di là delle fiamme, un secondo cavallo alato che lo attendeva per condurlo verso nord.

Dopo un viaggio altrettanto breve, si fermò dinanzi alla torre di un antico castello apparentemente disabitato. Dall’alto della torre una voce possente e nello stesso tempo rassicurante, lo invitava a salire. Per quanto Matù cercasse, non riusciva a intravedere le scale, né alcun modo per poter salire. La voce lo incitava continuamente. A quel punto, guardando meglio verso l’alto, Matù riuscì a scorgere una figura indistinta affacciata alla finestra più alta della torre. Questa figura lo chiamava con ampi gesti; vedendo la sua perplessità, gli tese una corda, alla quale il mago si aggrappò iniziando la faticosa arrampicata. Ripetutamente la corda si spezzò, facendo ripiombare a terra il povero mago, il quale era sempre più deciso a raggiungere la meta. Riannodò la corda più volte, ritentò la scalata, ma invano, finché la figura lo raggiunse calandosi lungo la corda.
Solo allora, il Mago si accorse che aveva di fronte l’Imperatore in persona che, avvolgendolo calorosamente in un abbraccio, lo accompagnò fin sulla torre. Matù si scopri piccolo piccolo di fronte alla maestà dell’Imperatore e del mondo che lo circondava: vedeva tutto con occhi nuovi, alla luce del sentimento che aveva avvertito nei suoi confronti. 

«Ti aspettavo da tempo», disse l’Imperatore, «speravo che saresti arrivato. Hai scelto la strada giusta; prosegui senza indugio e ti assicuro che le tue fatiche non saranno vane.
Troverai altri aiuti sulla tua strada, ma ricorda che sarà sempre indispensabile il tuo contributo». 
Matù non ebbe il tempo di replicare: stava di nuovo volando in groppa ad un altro cavallo che si arrestò impotente davanti all’ingresso di un labirinto. Il Mago entrò e fu colto da un senso di smarrimento; un inestricabile groviglio di corridoi, stanze e scale gli incuteva terrore e gli ricordava un senso di soffocamento che lui ben conosceva. Vagò per ore senza meta da un luogo all’altro, finché avverti una presenza misteriosa: si voltò e vide una figura raggomitolata su se stessa. Si avvicinò e riconobbe in quel corpo provato da un’incredibile sofferenza, un vecchio eremita che implorava aiuto. 

«Vieni con me, ti porterò fuori di qui con il mio cavallo alato» disse Matù senza esitare. 
Ad un suo richiamo, comparve prontamente il cavallo che con rammarico spiegò di poter fare un unico viaggio con un solo carico. Bisognava scegliere. Matù, combattuto da sentimenti contrastanti, infine si arrese: l’eremita aveva più bisogno di lui. Ma appena il cavallo si librò in volo, il labirinto scomparve. Al suo posto stava un agile destriero privo di ali. Matù si accorse che ogni traccia di magia era scomparsa e l’ultima direzione portava verso la realtà di tutti i giorni. Questo non gli dispiaceva affatto: in vita sua non era mai stato più felice. Che bisogno aveva di poteri magici? Aveva scoperto di possedere molto di più: saggezza, coraggio, disponibilità, generosità.

Il cavallo lo guidò sulle rive di uno stagno, dove si specchiò: l’immagine che vide riflessa era sorprendentemente quella di un bambino.

*** Maria VARANO, psicologa, psicoterapeuta, arteterapeuta e formatrice, Mago Matù, da Guarire con le fiabe, Meltemi, 1998. Fiaba inventata da un gruppo di maestre di un circolo didattico del vercellese, durante un corso di aggiornamento tenuto da Maria Varano.


In Mixtura ark #Raccontid'autore qui