Visualizzazione post con etichetta _Cavalli Giulio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta _Cavalli Giulio. Mostra tutti i post

giovedì 29 ottobre 2020

#MOSQUITO / La chiameremo 'disperanza' (Giulio Cavalli)

La chiameremo disperanza. Non è una disperazione. Disperazione è una manifestazione incontrollata di tristezza e di rabbia, un crollo verticale che presume una soluzione implosiva o esplosiva, un sentimento insostenibile sul lungo periodo che porta alla rinascita o alla frantumazione. La disperanza invece, che anticamente della disperazione era un sinonimo, ha un significato più tenue ma cronico, qualcosa che insopportabilmente diventa sopportabile per lunghi periodi, uno status che può rimanere appiccicato anche per vite intere. Là dove la disperazione sgorga in strepiti e lacrime, la disperanza rimane sottesa, a mezz’aria, fissata in una bocca socchiusa; là dove la disperazione mostra drammatiche risoluzioni, la disperanza ha già deciso di restare in quella sensazione diffusa che fa più male, flebilmente ma più a lungo, di qualsiasi gesto estremo.

*** Giulio CAVALLI, 1977, attore, drammaturgo, scrittore, regista teatrale e politico, Disperanza, Fandango, 2020


In Mixtura i contributi di Giulio Cavalli qui
In Mixtura ark #Mosquito qui

Sempre in Mixtura, in tema di 'disperanza' segnalo anche M. Ferrario, Prigionieri di una 'disperata disperanza', #SguardiPoietici, 28 novembre 2017, qui

mercoledì 26 ottobre 2016

#SENZA_TAGLI / Referendum costituzionale, ma la credibilità è un fatto (Giulio Cavalli)

Ci vuole un gran fegato nel proporre una riforma costituzionale: significa essere convinti di avere lo spessore politico e morale di impugnare la penna in un testo che è costato sangue e richiede la convinzione di essere legittimati a un’operazione che avrebbe il dovere di unire un Paese che è sempre più diviso, crepato finanche nelle istituzioni e rabbioso. Questo non significa che la Costituzione sia sacra, no: la Carta Costituzionale è la legge madre delle leggi dello Stato e in quanto tale può essere migliorata. Di più: deve essere migliorata poiché il compito della politica, quella vera, è di alimentare e sintetizzare un continuo dibattito che tenda al meglio, alla limatura continua al passo dei tempi e delle esigenze.

La contrapposizione tra riformisti e conservatori nel prossimo referendum sulla riforma costituzionale Renzi-Boschi è un falso: qui c’è uno schieramento innamorato del feticcio del cambiamento per il cambiamento da una parte e chi invece crede che sia meglio il niente (ora, così) piuttosto che un “peggio di niente”. Poi di contorno ci sono di resto coloro che cavalcano il referendum per zuffe di partito o per spodestare il governo di turno ma questi ora non ci interessano.

Però nel minestrone del populismo e della strumentalizzazione la credibilità non c’entra. La credibilità di chi propone questa riforma è un fatto politico. La compagine di chi ha tessuto le trame di questa proposta di riforma (oltre che il modo) è un elemento caratterizzante e indicativo: in una democrazia parlamentare così tanto interferita dall’Europa finanziaria, un governo non è legittimato semplicemente dai banchi che si trova ad occupare. Troppo facile, no. Se una maggioranza si propone come elemento riformatore (se non addirittura stravolgente) in tema di Costituzione ha il dovere di farsi giudicare nella sua composizione.

Renzi e Verdini (ma anche Alfano ministro dell’Interno e la Pinotti ministra della guerra e la Lorenzin ministra alla riproduzione) sono connotazioni importanti: è la differenza tra chi vota no alla riforma “come” e questi che scrivono la riforma “con”. Per questo non dobbiamo avere remore nel giudicare la credibilità di questa strampalata ciurma: la credibilità è un fatto. Di merito. E va discussa dappertutto: nei banchetti, negli incontri, casa per casa.

*** Giulio CAVALLI, scrittore, giornalista, Ma la credibilità è un fatto, 'possibile', 24 ottobre 2016, qui


In Mixtura altri 2 contributi di Giulio Cavalli qui

martedì 2 agosto 2016

#SENZA_TAGLI / Islamofobi, perché non mafiofobi o corruttofobi? (Giulio Cavalli)

Pensa se si trovasse la molla, il dado e la chiave giusta per indirizzare gli istinti più bassi; se si riuscisse a sollevare con le mani le paure più ancestrali e mirarle come se fossero una fionda. Pensa se i soffiatori di paure scegliessero una settimana di servizio civile abbandonando la turpe propaganda per sconvolgere l’agenda delle fobie. Come se da stamattina in Italia fossimo tutti mafiofobi, una cosa così.

Immaginate una rassegna stampa mattutina in cui alla signora della strada si chiede con insistenza se non ha paura per i propri figli e i propri nipoti di una mafia che si infiltra dappertutto, travestita da brava persona, arrivando a danneggiare chiunque senza preavviso e portando violenza come da giuramento in nome di dio o qualche santo (San Michele Arcangelo, ad esempio, nel caso della ‘ndrangheta). Immaginate la signora che risponde ripresa al tg della sera e elenca tutte le proprie insicurezze dicendo che no, che non si può fare i buonisti con questa gente, con Cosa Nostra o ‘ndrangheta o camorra, che se li prendano in casa loro, i buonisti, che siano i buonisti ad ospitare i parenti di Riina, Provenzano, Dell’Utri o Cosentino.

Oppure figuratevi un Paese in cui tutti camminino torvi con il sospetto di avere un corrotto o un corruttore nella stessa carrozza dell’affollatissima metropolitana: gente che tende l’orecchio per carpire dal vicino qualche indicibile accordo che attenti alla sicurezza e all’economia nazionale. Un clima di sospetto per cui viene chiesto a chiunque sia classe dirigente di lavare i piedi ai cittadini sotto un’orda di flash per lanciare un segnale. Immaginate l’Europa che chieda alla Turchia di allestire campi profughi per mafiosi, truffatori e corruttori, con Salvini che prefigura la ruspa sull’archivio di Andreotti, sull’ufficio di Verdini, sulla cella di Riina, per le filiali di Banca Etruria, sugli accordi loschi di Finmeccanica; ruspe sui figli di Bossi, ronde per chiedere i conti di Expo o irruzioni durante riunioni di massoneria.

Immaginate, per un secondo soltanto, se questo diventasse un Paese capace di essere prepotente contro i prepotenti piuttosto che essere forte con i deboli e debole con i forti. Ci sarebbe da ridere, a vederne l’imbarazzo.

*** Giulio CAVALLI, scrittore, giornalista, Islamofobi, perché non mafiofobi o corruttofobi?, 'left.it', 1 agosto 2016, qui


In Mixtura 1 altro contributo di Giulio Cavalli qui

venerdì 5 febbraio 2016

#SENZA_TAGLI / Controcorrente, un gusto da provare (Giulio Cavalli)

Sembra difficile ma è semplice e alla fine quasi curativo: andare controcorrente mica per forza ma per il gusto di credere in qualcosa credendoci davvero. Succede, ad esempio, che su questioni di etica, di lavoro o di politica l’enfasi si accenda contro qualcuno o sull’affiliazione fideistica: o stai con Renzi o sei contro Renzi, o sei con Grillo o sei un anti grillino oppure sei gay o contro i gay. Le vie intermedie spariscono. Puff. E le due correnti opposte segnano il passo decidendo i sentieri da seguire.

Così succede che la politica si trasformi nella mammella stitica di qualche biberon pronto ad ingrassare “l’influencer” di questo o quel partito. Guardate quello che è successo ieri: Luttazzi e Scanzi si sono sfanculati fingendo di parlare di Benigni mentre osteggiavano Grillo. E tutti dietro ad annusare la scia di bava lasciata dalla sfida. Tanti clic. Tanta felicità.

Provate il gusto di andare controcorrente. Ma mica nella corrente contraria che risulta perfetta e alla moda, no: proprio nella corrente contro tutte le correnti. Dentro quel cunicolo scomodo ma altamente soddisfacente che vi porta a elaborare idee personali, senza l’obbligo di congruenza con l’esistente, senza l’ossessione di stare comunque in una corrente di pensiero numerosa.

Martellarsi un pensiero personale, senza l’ansia di avere un #hashtag che possa diventare pop, con la bella dignità della propria storia, liberi dalla conformazione del sentire comune oppure semplicemente per affermare quello che pensate. Insomma: c’è uno spazio in mezzo ai post o agli articoli che vanno per la maggiore, tra quelli più condivisi su Facebook, che è l’ambiente dei pensieri personali ed è un buon esercizio di autonomia.

Ecco, prendiamoci un impegno per il 2016: proviamo ad avere opinioni personali. Dico farsele da noi. E poi, solo poi, confrontarle con gli altri. Elaborare un pensiero, esercitare un giudizio: cose così. Oliare i meccanismi cerebrali per funzionare in costruzione oltre che in ascolto; provare ad avere un’idea senza averla prima letta o ascoltata. Fa male all’inizio. Ma poi è un sollievo.

*** Giulio CAVALLI, scrittore, giornalista, Provate il gusto di andare controcorrente, 'left', 4 febbraio 2016, qui