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lunedì 5 febbraio 2018

#MOSQUITO / Due motti (Confucio)

Il duca Ting (di Lu) domandò se vi fosse un motto con cui rendere prospero il regno.
- Una frase non può sortire tale effetto - rispose Confucio. - Vi è però un detto popolare che suona: «Fare il principe è difficile, fare il ministro non è facile». Se si comprende la difficoltà di fare il principe, non basta questa sola sentenza a dar prosperità al regno?

- Vi è un motto - chiese ancora il duca - per cui il regno andrebbe in rovina? 
- Una frase non potrebbe riuscire a tanto - rispose Confucio. - Vi è però un detto popolare che suona: «Nel fare il principe non ho altra soddisfazione che quella di non essere contraddetto quando parlo». Se dice parole buone e nessuno lo contraddice, non è un bene? Ma se dice parole cattive e nessuno lo contraddice, non basta questa sola sentenza a mandar in rovina il regno?

*** CONFUCIO, 551-479 a.C., filosofo cinese, I dialoghi di Confucio, 317, traduzione dal cinese di Franco Tomassini, Utet editore, edizione digitale, 2015


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domenica 7 gennaio 2018

#RACCONTId'AUTORE / Desideri (Confucio)

Tzu-lu, Tsêng Hsi, Jan Yu e Kung-hsi Hua sedevano attendendo al Maestro. 
Confucio disse: 
— Benché io sia di un giorno più vecchio di voi, non consideratemi tale (e parlate liberamente). Poiché vi lasciano in disparte, voi dite: non mi conoscono. Se qualcuno vi conoscesse, che fareste?

Precipitosamente Tzu-lu rispose:
 — Se a Yu (a me) venisse affidato il governo di un regno da mille carri da guerra, stretto in mezzo a grandi stati, oppresso da eserciti nemici e devastato dalla carestia, in tre mesi potrebbe ridonargli il coraggio e fargli conoscere la diritta via.

Confucio sorrise e disse: 
— E tu, Chiu, che dici? 
— In un territorio di sessanta settanta li di lato, o anche di cinquanta sessanta — rispose Jan Yu — se a Chiu (a me) gliene dessero il governo, prima di tre anni renderebbe il popolo ricco, ma per quel che riguarda i riti e la musica aspetterebbe un saggio. 

— E tu, Ch’ih, che dici? 
— Io non dico d’esserne capace — rispose Kung-hsi Hua — ma vorrei imparare. Nei servizi nel tempio degli antenati, nelle udienze (imperiali) e nelle assemblee, indossando l’abito e il berretto di cerimonia, vorrei essere un piccolo assistente.

— E tu, Tien, che cosa dici? Quello smise di toccare la sua arpa e, mentre le corde ancora risuonavano, la pose da un canto e si alzò. 
— I miei desideri — disse — sono differenti da quelli dei miei condiscepoli. 
— Che male c’è? — osservò Confucio. — Ognuno esprime la sua aspirazione. 
— Alla fine della primavera — disse Tsêng Hsi — quando ci si veste completamente di abiti primaverili, in compagnia di cinque o sei giovani e sei o sette ragazzi, vorrei bagnarmi le mani nel fiume I (per scacciare i cattivi influssi), godere la brezza presso l’altare dei sacrifici per la pioggia e poi far ritorno cantando. 
Confucio sospirò profondamente e disse:
— Sono d’accordo con Tien. 

Quando gli altri si ritirarono, Tsêng Hsi rimase indietro e domandò: 
— Che ne pensi delle parole dei miei tre condiscepoli? 
— Ognuno ha espresso la propria aspirazione — rispose Confucio — ecco tutto. 
— Perché, o Maestro, hai sorriso di Yu? 
— Con i riti si governa un regno. Le sue non erano parole di modestia. Per questo ho sorriso. 
— E Chiu non ha parlato di regno? 
— Si è mai visto un territorio di sessanta settanta li di lato, o anche di cinquanta sessanta, che non sia un regno? 
— E Ch’ih — chiese ancora l’altro — non ha parlato di regno? 
— Il tempio degli antenati, le udienze (imperiali) e le assemblee, a chi competono se non ai principi feudatari? Se Ch’ih si è fatto piccolo, chi si fa grande?

*** CONFUCIO, 551-479 a.C., filosofo cinese, I dialoghi di Confucio, 278, traduzione dal cinese di Franco Tomassini, Utet editore, edizione digitale, 2015


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mercoledì 5 agosto 2015

#SPILLI / A proposito di mani (M. Ferrario)

(dal web)

Al di là di chi l'abbia detta (ma stavolta forse l'attribuzione è corretta), mi pare una frase condivisibile. 

Ci ricorda che siamo attivi, se vogliamo esserlo. E non passivi: come spesso ci piace pensarci, anche per meglio lamentarci

Ma ci ricorda anche che siamo soli. Sempre. 
Oggi, forse, più che mai.

Anche perché, sembra, abbiamo dimenticato che le mani di cui madre natura ci ha dotati sono due. 
L'altra, per esempio, potremmo usarla, qualche volta, senza cadere nel buonismo stucchevole (troppo) spesso stigmatizzato come il peggiore dei mali o addirittura proporci di diventare tanti 'sanfranceschi' innamorati del prossimo, per aiutare appunto il (dimenticato) prossimo quando questi ne ha bisogno.

Magari anche non direttamente: mettendo mano ad una carità spesso pelosa (benché, più spesso di quanto crediamo, la mano che servirebbe sia una semplice parola). 
Ma indirettamente: attraverso quel valore che dovrebbe tenere insieme una società e ispirare uno Stato. 
E che si chiama, ad esempio, solidarietà
Potremmo riscoprirne il significato cominciando a guardarlo sul dizionario.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

martedì 7 luglio 2015

#SPILLI / Da Confucio a noi (MasFerrario)


(dal web, MasFerrario)

E se invece, come oggi avviene, pensi in termini di giorni, o addirittura di ore e di minuti, perché il problema è 'vincere' adesso, qui-ed-ora, o quanto meno 'sfangartela' al meglio:
* Fregatene di semi e di alberi. 
* Prendi in giro la gente approfittando della sua ignoranza. 
* Fotti per te tutto quel che puoi in fatto di soldi e potere. 

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

lunedì 20 aprile 2015

#EX LIBRIS / Autorità, non è notorietà (Confucio)

Zizhang:
Quando si può dire che un uomo possiede autorità?

Il Maestro:
Che cosa intendi con questo termine?.

Zizhang:
Intendo qualcuno che faccia parlare di sé, sia al servizio di uno stato o di un clan.

Il Maestro:
Tu vuoi dunque parlare della notorietà, non dell’autorità. Essere probo, amare il giusto, sapere esaminare un’intenzione, saper osservare un’espressione, sacrificarsi per gli altri: ecco i mezzi per acquisire autorità, sia in uno stato che in un clan. 
Quanto alla notorietà, basta assumere solo l’apparenza del ren (°), subito smentita dalle azioni, e attenervisi senza dubitare di se stessi un solo istante: ecco il mezzo per acquisirla, sia in uno stato che in un clan.
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(°) - Il termine 'ren' è stato variamente tradotto dagli esperti: può essere inteso come 'benevolenza, senso di umanità reciproca, amore, virtù, maturità, umana benevolenza, umanità'.
Un'analisi dell'ideogramma 'ren' qui sotto riportato è qui

 *** CONFUCIO, 551-479 a.C., filosofo cinese, Dialoghi, Mondadori, Milano, 1989.
Anche in M. Ferrario, a cura di, Management e dintorni: pensieri per pensare, Dia-Logos, Milano, 1999.



L'ideogramma 'ren'