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domenica 13 dicembre 2020

#CIT / Quando hai bisogno di qualcosa dal tuo partner (Massimo Gramellini)

Quando hai bisogno di qualcosa dal tuo partner, 
dagliela tu. 

*** Massimo GRAMELLINI, 1960, giornalista, scrittore, Natale con i suoi, lasciala andare, ‘Sette’, rubrica ‘7 di cuori’, 11 dicembre 2020, qui 


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mercoledì 18 ottobre 2017

#SENZA_TAGLI / Medaglia d'Argento (Massimo Gramellini)

Interpretando un’opinione largamente diffusa, una giovane lettrice mi ha scritto parole intense sulle ragioni per cui si rifiuta di collocare Asia Argento nel pantheon delle vittime del sistema. Perché avrebbe avuto la possibilità di ribellarsi ai ricatti del maschio di potere e non lo ha fatto. Lei invece sì: alla vigilia della laurea, quando ricevette le avance del professore con cui stava preparando la tesi. Non disse nulla, ma stracciò la tesi e cambiò professore, preferendo diventare dottoressa con qualche mese di ritardo piuttosto che venire meno ai suoi principi. 

La riflessione della lettrice è ineccepibile e il suo comportamento straordinario. Però, ci avete fatto caso? Dal momento in cui è esploso lo scandalo, il produttore bavoso di Hollywood è uscito dal radar del dibattito, quasi si trattasse di un fenomeno naturale e inevitabile: premesso che la pioggia esiste, discutiamo se si debba o meno aprire l’ombrello. Invece il problema rimane la pioggia, cioè il comportamento di un uomo che ha abusato del suo ruolo per esercitare pressioni nei confronti di una donna. È di questo che si dovrebbe discutere. Perché il modo in cui la donna ha reagito alla prevaricazione è affare che riguarda il tribunale della sua coscienza. Mentre l’atteggiamento del prevaricatore riguarda tutti. Il fatto che sia ancora così diffuso non significa che lo si debba dare per scontato. Soltanto il giorno in cui il diritto delle vittime sarà tutelato davvero, potremo arrogarci quello di giudicare le loro strategie di sopravvivenza.

*** Massimo GRAMELLINI, 1960, giornalista e scrittore, Medaglia d'Argento, rubrica 'Il Caffè', 'Corriere della Sera', 17 ottobre 2017, qui


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venerdì 22 settembre 2017

#SENZA_TAGLI / Di Maio, operazione San Gennaro (Massimo Gramellini)

Osservata dalla prospettiva di un grillino laico, l’immagine di Di Maio, candidato premier per mancanza di prove, che bacia la teca con il sangue liquefatto di San Gennaro giustifica una richiesta di asilo politico all’altro mondo, dove nessuno avrà ancora avuto il coraggio di dirlo a Dario Fo.

Osservata invece dalla prospettiva di San Gennaro, la visione di un politico prono davanti alla sua ampolla è il classico déjà-vu: da Gava a de Magistris, passando per Bassolino, tante sono le labbra di masanielli devoti che attraverso di lui hanno cercato di ingraziarsi il cardinalone e il popolino.

Osservata dalla prospettiva di un elettore cinquestelle della prima ora, la mirabile scena è invece l’epilogo di un’illusione durata dieci anni. Dieci anni a sperare nella rivoluzione per ritrovarti alla fine rappresentato da un chierichetto.

Eppure, osservata dalla prospettiva di Di Maio, quel gesto plateale potrebbe anche essere solo un ex voto per grazia ricevuta. Un giovane vecchio, senza studi né esperienze lavorative memorabili, che viene iscritto da un’azienda privata di comunicazione alla corsa per Palazzo Chigi non è un predestinato. È un miracolato. Era giusto che andasse a sdebitarsi con un esperto del ramo.

*** Massimo GRAMELLINI, giornalista e scrittore, Di Maio, operazione San Gennaro,  'Corriere della Sera', 20 settembre 2017, qui


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sabato 25 marzo 2017

#SENZA_TAGLI / Dottor Spezzafemori (Massimo Gramellini)

Norberto Confalonieri era il medico di cui ti fidavi. Il primario davanti al quale ti sentivi in soggezione. Il luminare di ortopedia che vedevi in tv con il foulard al collo come per un party in Costa Azzurra, mentre discettava di operazioni all’anca sfoderando sorrisoni all’intervistatore di camici Luciano Onder. Ora è agli arresti domiciliari. Pare che dietro la sua attività di montatore di protesi a ciclo continuo ci fosse il sostegno affettuoso e non del tutto disinteressato di un paio di multinazionali. Ma a consegnarlo agli annali della malasanità sarà l’intercettazione in cui si vanta «di essermi fatto una vecchia per allenarmi», cioè di avere spezzato apposta il femore a una signora di settantotto anni per sperimentare una tecnica che avrebbe poi utilizzato su un altro paziente nella clinica privata in cui andava ad arrotondare lo stipendio pubblico del Cto di Milano. Per non fare mancare nulla al suo autoritratto esistenziale, il dottor Spezzafemori è anche il presidente della sezione lombarda di Amami, acronimo di «Associazione medici accusati di malpractice ingiustamente». Un profeta, insomma. O un paraculo. Due caratteristiche che in Italia procedono sovente di pari passo.

*** Massimo GRAMELLINI, giornalista e scrittore, Il dottor spezzafemori, rubrica 'il caffè', 'Corriere della Sera', 24 marzo 2017, qui


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venerdì 11 novembre 2016

#SENZA_TAGLI / Hillary, donna di picche (Massimo Gramellini)

Chiunque pensi che sarà il femminile a salvare il mondo si augura che la sconfitta di Hillary spinga finalmente le donne a fare politica comportandosi da femmine e non più da donne travestite da uomini. Non è facile, lo sappiamo. Si chiami Merkel o Lagarde, ma anche Boschi o Raggi, per arrivare al potere una donna deve aderire a un modello maschile che la ingabbia. Deve apparire secchiona, quindi antipatica. Rassicurante e controllata, quindi prevedibile. Nel caso della Clinton, il quadro clinico era aggravato dalla sua appartenenza a una dinastia che l’americano bianco impoverito ha identificato, giustamente, con il frigido Establishment. 

Ma mentre Trump sventolava il suo machismo da operetta come una bandiera, Hillary è sembrata vergognarsi del suo essere femmina. Optando per una sfida «uomo contro uomo», ha rivaleggiato in aggressività senza però poterlo fare in cialtronaggine, l’unico settore in cui noi maschi siamo obiettivamente più dotati. Quando si tratta di promettere a vanvera e di liquidare problemi complessi con risposte superficiali, noi riusciamo ad abbindolare tutti, comprese le donne, alle quali l’innato pragmatismo impedisce di spiccare il volo verso l’iperuranio dei fanfaroni, ma non di subirne il fascino. Per infrangere il «soffitto di cristallo» della politica, le signore farebbero bene a estrarre da se stesse l’unica risorsa che le renderebbe davvero invincibili presso l’elettorato di entrambi i sessi: un approccio accogliente. Meno donne di picche e più di cuori. 

*** Massimo GRAMELLINI, giornalista e scrittore, Donna di picche, 'La Stampa', 10 novembre 2016, qui


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giovedì 10 novembre 2016

#SENZA_TAGLI / Minzione di gruppo (Massimo Gramellini)

Con decorrenza da lunedì 14 novembre, nello stabilimento di Bari della Oerlikon Graziano «le pause fisiologiche individuali dei lavoratori addetti direttamente o indirettamente alla produzione diventano collettive». I dipendenti hanno ancora una settimana per concedere libero sfogo alle loro vesciche, poi anche l’antico vezzo di andare in bagno quando ti scappa verrà archiviato alla voce «diritti requisiti». La nuova frontiera della civiltà del lavoro è la pisciata di branco. Efficiente, economica, solidale.  

Persistono alcuni dubbi sulla sua applicazione pratica. I momenti di ricreazione giornaliera previsti dalla circolare sono due, di nove minuti ciascuno. Le «pause fisiologiche collettive» andranno dunque inserite in quelle strisce. Il problema è il numero di lavoratori coinvolti nella gigantesca attività di minzione: quattrocentoventi. Non sappiamo di quanti bagni e orinatoi sia dotato lo stabilimento, ma si profila il rischio di code da autogrill nei giorni dell’esodo ferragostano, oltremodo sgradevoli per gli ultracinquantenni che Fiorello chiama «Amici della prostata». I quali, allo squillo della campanella, sempre che riescano ad arrivarci indenni, dovranno scattare come centometristi verso la meta per bruciare la nutrita concorrenza. Un problema facilmente risolvibile nel breve periodo, licenziandoli, e nel medio sostituendoli con dei robot progettati per farsela addosso senza smettere di lavorare.  

*** Massimo GRAMELLINI, giornalista e scrittore, Minzione di gruppo, 'La Stampa', 8 novembre 2016, qui


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sabato 16 luglio 2016

#SENZA_TAGLI / Caro musulmano (Massimo Gramellini)

Caro musulmano non integralista che vivi in Occidente, esci fuori. Lo so che esisti, ti ho conosciuto. In privato mi hai confidato tante volte il tuo sgomento per l’eresia wahabita che ha deformato il Corano, trasformando il suicidio in un atto eroico, e la tua rabbia verso la corte saudita che si atteggia a nostra alleata e invece finanzia quell’eresia dai tempi di Bin Laden. Il piano degli aspiranti califfi è piuttosto chiaro: utilizzano ragazzotti viziati come gli stragisti del Bataclan e relitti umani come il camionista che ha seminato la morte sulla promenade di Nizza per alimentare la paura e l’odio verso l’Islam, così da portare i razzisti al potere in Occidente e creare le condizioni per innescare una guerra di civiltà. È la trama dei fanatici di ogni epoca, la conosciamo bene. Negli Anni Settanta del secolo scorso il terrorismo di sinistra insanguinò le nostre strade con altri metodi (bersagli simbolici e non indiscriminati) ma identici obiettivi: scatenare la rivoluzione. Fallì quando l’operaio comunista che credeva suo alleato gli fece il vuoto intorno. E l’operaio gli si rivoltò contro perché aveva qualcosa da perdere: una casa, uno stipendio, un pallido benessere. Nessuno, credimi, fa la rivoluzione se ha qualcosa da perdere. Il simbolo di quel cambio di stagione fu il sindacalista Guido Rossa, che pagò con la vita la rottura dell’omertà in fabbrica.  

Oggi Guido Rossa sei tu. Ti auguro lunga vita, ma è da te che ci aspettiamo il gesto che può cambiare la trama di questa storia. I farabutti che sgozzano in nome dell’Islam non vengono dal deserto: sono cresciuti in Occidente e quasi sempre ci sono anche nati. Frequentano i tuoi negozi e le tue moschee, parlano la tua lingua, credono (a modo loro) nella tua religione. Hanno figli che vanno a scuola con i tuoi, mogli che chiacchierano con la tua. Per troppo tempo li hai guardati come dei fratelli che sbagliavano, ma che non andavano traditi. Non condividevi i loro comportamenti, ma non te la sentivi di denunciarli: in qualche caso per paura, ma più spesso per una forma perversa di solidarietà religiosa e razziale. 

Adesso però il gioco si è fatto troppo duro e non puoi più restare sull’uscio a osservarlo. Adesso anche tu, come l’operaio comunista di quarant’anni fa, hai qualcosa da perdere. Bene o male l’Occidente ti ha accolto, offrendoti la possibilità di una vita più dignitosa di quella che ti era consentita nella terra da cui sei scappato. Ora sei uno di noi. Tuo fratello non è più il camionista di Nizza, ma il bambino che le sue ruote hanno stritolato sul selciato. Non puoi continuare a negare l’evidenza o a girarti dall’altra parte. Hai oltrepassato quel confine sottile che separa il menefreghismo dalla complicità.  

Facciamo un patto. Noi cercheremo di tenere i nostri razzisti lontani dal governo e di migliorare il livello della sicurezza, anche se è impossibile proteggere ermeticamente ogni assembramento umano. Tu però devi passare all’azione. Devi prendere le distanze dagli invasati che si sentono invasori e dagli imam che li fomentano. Denunciarli, sbugiardarli, controbattere punto su punto le loro idee distorte. Pretendendo, tanto per cominciare, che nella tua moschea si parli la lingua che a scuola parlano i tuoi figli: francese in Francia, italiano in Italia. Senza di te perderemmo la partita. Ma vorrei ti fosse chiaro che fra gli sconfitti ci saresti anche tu.  

*** Massimo GRAMELLINI, giornalista e scrittore, Caro musulmano, i tuoi fratelli adesso siamo noi, 'La Stampa', 16 luglio 2016, qui


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venerdì 17 giugno 2016

#SENZA_TAGLI / Politicamente corretto, a Londra (Massimo Gramellini)

Il nuovo sindaco di Londra ha vietato i cartelloni pubblicitari che portano la bellezza a spasso sugli autobus o la ostentano sui muri della metropolitana. Al cospetto del poster di una modella, le sue figlie adolescenti si sentono inadeguate e lui intende proteggerle da ogni discriminazione basata sull’aspetto fisico. Chiederò al sindaco di mandare al rogo le pubblicità dei maschi forniti di criniera leonina: mi sento discriminato nella mia calvizie. E quelle che reclamizzano oggetti di lusso, perché anche la visione di una fuoriserie fa sentire inadeguato chi non è in condizioni di permettersela. 

Il politicamente corretto pensa di proteggere le persone più deboli edulcorando la realtà, anziché rendendole più forti. Nessuno sottovaluta gli effetti nefasti che le modelle anoressiche producono sugli adolescenti. Ma in genere la bellezza fa parte della vita e non può essere oggetto di censura. Altrimenti si innesca un processo al cui culmine c’è la decisione di mettere il velo alle statue. Il problema non sono i cartelloni. È la mancanza di autostima di chi, guardandoli, li paragona a sé stesso e ne soffre. 

Ma non è vietando la pubblicità di un’icona ritoccata che si insegna a una ragazzina ad accettare la propria affascinante e irripetibile normalità. Si fa prima e meglio ad ascoltare le sue paranoie fino a dissiparle. La censura dei cartelloni è tanto più ridicola se pensata a tutela di una generazione che vive con lo smartphone a tracolla. La misura del sindaco finisce così per proteggere da paragoni avvilenti soprattutto gli adulti, che però la questione del loro posto nel mondo dovrebbero averla già risolta, si spera. 

*** Massimo GRAMELLINI, giornalista e scrittore, E' la vita, bellezza, 'La Stampa', 16 giugno 2016, qui


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lunedì 30 maggio 2016

#SENZA_TAGLI / Montatura d'arte (Massimo Gramellini)

A molti sarà capitato di perdersi nella contemplazione di un capolavoro contemporaneo senza riuscire a comprenderlo appieno. Le targhette posizionate accanto all’opera forniscono spiegazioni che aiutano poco, perché scritte in una lingua da riforme costituzionali: immaginifica e oscura. Solo pochi eletti hanno la lucidità di evadere da questo stato di prostrazione con uno scatto di sana follia. È il caso dell’adolescente californiano TJ Khayatan, che al museo d’arte moderna di San Francisco stava rischiando di andare in trance da appisolamento (inteso sia come siesta, sia come isolamento per guardare le app del telefonino) quando ha avuto l’illuminazione. Si è tolto gli occhiali e li ha appoggiati per terra. Poi, benché privo di lenti, è stato a vedere.  

Mai attesa fu più breve: nugoli di visitatori si sono precipitati a fotografare l’installazione, degna erede della Buzzicona, la moglie monumentale di Alberto Sordi che si addormentava su una seggiola della Biennale e veniva scambiata per opera d’avanguardia. L’occhialuto TJ avrà pensato che nulla come l’esposizione di certa arte moderna racconta il conformismo degli esseri umani. Quel loro fingere di avere capito tutto anche quando non hanno capito niente. Nemmeno che non c’è niente da capire. 

*** Massimo GRAMELLINI, giornalista, scrittore, Montatura d'arte, 'La Stampa', 27 maggio 2016, qui


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mercoledì 6 aprile 2016

#SENZA_TAGLI / Insulto, generico (Massimo Gramellini)

Siete di quelli che ancora pensano che dare a qualcuno dell’uomo, o della donna, di m. sia infamia meritevole di querela? Retrogradi. Roberto Pelucchi, giornalista sportivo afflitto da evidente permalosità, si è permesso di denunciare dei galantuomini che sul sito «atalantini.com» lo avevano definito «infame», «bastardo» e «uomo di m.». Ma il giudice di Bergamo, perché c’è un giudice a Bergamo, ha rigettato la richiesta con poche ma definitive parole. «In ambito sportivo un insulto generico ci può anche stare». Un insulto specifico no, nemmeno lì. Ma un insulto generico, nel ruttodromo del calcio, fa quasi simpatia. Specie se lanciato da ultrà che si nascondono dietro nomi di facciata. Un accorgimento - scrive il giudice - che «toglie carica all’insulto rispetto alle offese fatte con nome e cognome». Se dunque vi assale la voglia di mandare genericamente a stendere qualcuno, non frenate l’istinto. Riempitelo pure di m., purché a volto coperto e senza declinare le vostre generalità. 

Va inoltre considerato che il Pelucchi era intervenuto su quel sito per difendere un suo articolo. Decisione che il giudice considera quantomeno imprudente. «Chi si mette a correre per strada durante la festa di Pamplona non può lamentarsi più di tanto se qualche toro finisce per incornarlo». Che sarebbe un consiglio saggio, se provenisse dal gargarozzo di una vecchia zia. Mentre chi parla è uno che in teoria dovrebbe fare rispettare le leggi. Invece sta dicendo che quando vieni rapinato in un vicolo buio a mezzanotte, non solo il reato non esiste, ma se lo denunci sei pure un po’ coglione (insulto generico).  

*** Massimo GRAMELLINI, giornalista e scrittore, L'insulto generico, 'La Stampa', 5 aprile 2016, qui

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venerdì 5 febbraio 2016

#SENZA_TAGLI / Gasparri, lo specchio Ikea e tante scuse (Mimmo Lombezzi, Massimo Gramellini)

Mimmo LOMBEZZI, giornalista, vignettista
'ilfattoquotidiano.it', 4 febbraio 2016

L’esimio vicepresidente del Senato della Repubblica Italiana, insomma Gasparri, insulta in televisione i portatori di handicap e davanti alle prevedibili reazioni gasparrofobiche di una parte ostinatamente sensibile della popolazione reagisce piccato: «Ho chiesto scusa su Twitter, che vadano in Rete!». Secondo la versione un tantino forzata di Gasparri, non soltanto il mondo deve sostenere il peso delle sue incursioni quotidiane nei territori del cattivo gusto, ma anche correre immediatamente su Internet per cercarvi e apprezzare le sue scuse, che ormai partono in automatico come il dito medio degli allenatori al primo buu della curva. Perché Gasparri è Gasparri, ma non è il solo. Anzi, se oggi esiste un’immagine che riflette l’anima profondamente cattolica del nostro Paese è quella di un immenso scusificio, dove si sbaglia e ci si scusa quasi in contemporanea e con assoluta nonchalance, pur di potere tornare a peccare al più presto in santa pace. 

Ho detto Handicappato Day, ma mi scuso. Ho detto che coi tovaglioli dell’Ikea mi ci pulirò il sedere e glieli rimanderò indietro (sempre Gasparri), ma mi sono già scusato, mi sto scusando, a breve mi scuserò. Ho dato del finocchio al mio rivale, comunque gli ho chiesto scusa. Ho ammazzato mia moglie, lo so, scusate, ho fatto una cavolata. Ho tirato dell’acido in faccia a una persona però mi dispiace tantissimo, proprio tanto: adesso posso andare? Ho preso sotto un ciclista e non mi sono fermato a soccorrerlo, ma ho una voglia matta di chiedere perdono ai suoi familiari, possibilmente subito, perché stasera avrei una cena e se arrivo in ritardo poi mi toccherà scusarmi. 

*** Massimo GRAMELLINI, giornalista e scrittore, Tante scuse, 'La Stampa', 4 febbraio 2016, qui


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giovedì 21 gennaio 2016

#SENZA_TAGLI / Furto, con strazio (Massimo Gramellini)

Hai settantatré anni e ti senti ancora vitale. Sei stato un camionista e adesso sei un camminatore di montagna, abituato a tenere gli occhi aperti, a diffidare. Quando suonano alla porta, in questo martedì di gennaio, dici a tua moglie: vado io. Dall’altra parte dello spioncino ti sorridono due giovani maschi di carnagione chiara. Indossano tute da tecnici, abbozzano saluti in piemontese. Ma tu non apri la porta. Aspetti che ti mostrino un tesserino e si dichiarino in missione per conto dell’Enel. Allora li lasci entrare. Continuano a sorridere e a parlare. Quanto parlano, pensi. Ti raccontano di un problema elettrico, di cavi che finiscono proprio in casa tua e che bisognerebbe controllare. Trafficano con strumenti strani. Finché uno dei due, il più simpatico, butta lì: «C’è un contatto con qualcosa di metallico: ha una cassaforte in casa?». E tu lo guidi fino all’antro che custodisce le povere ricchezze di una vita: qualche anello, qualche medaglia, le posate della lista di nozze. Un minuto dopo ti riappare davanti con il solito sorriso. «Vado a prendere un attrezzo in macchina e torno». Ma non torna più, e tu corri alla cassaforte, e la trovi vuota, e ti dai del fesso, e la rabbia ti monta dentro assieme all’umiliazione e alla pressione. Ti senti un vecchio da fregare, un vecchio da buttare. Esci per recarti dai carabinieri, arrivi al cancello, poi tutto diventa buio. 

Ti chiamavi Franco Colombo e abitavi in una villetta a due piani di Vigliano Biellese. I ladri che si sono presi gioco dei tuoi capelli bianchi e ti hanno pugnalato a morte con le parole meriterebbero l’aggravante di furto con strazio. 

*** Massimo GRAMELLINI, giornalista e scrittore, Furto con strazio, 'La Stampa', 20 gennaio 2016, qui


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giovedì 14 gennaio 2016

#SENZA_TAGLI / Binario morto (Massimo Gramellini)

Nella civilissima Ferrara un ragazzo nigeriano si butta sotto un treno in corsa e subito sul web cominciano le olimpiadi del disumano: brindisi, evviva, uno di meno. Chi si azzarda a commiserare il suicida viene accusato di ipocrisia: ma come, per una volta che uno di questi mangiatori a sbafo si toglie spontaneamente dai piedi? La medaglia d’oro della desolazione va al tizio che critica quelli che gioiscono, ma solo perché non si rendono conto che la disgrazia ha provocato disagi ai passeggeri.  

Questi commenti anonimi, denunciati dal giornale online «Ferrara Italia», registrano un umore sempre più diffuso. A dettarli sono la paura dell’immigrato non integrabile, la rabbia per i trattamenti di favore di cui godrebbe rispetto ai residenti. Quel rancore del piccolo borghese impoverito verso i miserabili e i poteri forti che storicamente è alle origini di tutti i movimenti razzisti. Il cosiddetto «buonismo» finge di ignorare il problema e finisce per annegarlo in una melassa di buone intenzioni impraticabili. Ma quando la morte di un essere umano non suscita più neanche un sussulto di immedesimazione significa che la guerra di civiltà, agognata dal Califfo e non disdegnata dai lepenisti d’Europa interessati a fare cassa elettorale a qualunque costo, ha piantato il suo seme venefico nei cuori. Resta da capire quale sia la civiltà sotto attacco che certa gente si sente in dovere di difendere: quella che esulta per un giovane depresso gettatosi sotto un treno non sembra, a occhio, troppo superiore alla visione del mondo reclamizzata dai tagliagole dell’Isis. 

*** Massimo GRAMELLINI, giornalista e scrittore, Binario morto, 'La Stampa', 13 gennaio 2016, qui


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sabato 26 dicembre 2015

#MOSQUITO / Storie, ci insegnano (Massimo Gramellini)

Perché ci piacciono tanto le storie? Perché rivelano in controluce il segreto dell’esistenza. All’inizio di una storia il protagonista non sa chi è davvero. Custodisce il suo sogno, ma lo rinnega o addirittura non lo conosce. Tocca al narratore sostituirsi alle leggi dell’universo, o se preferite a Dio, e sottoporre l’eroe a una serie di prove che gli consentiranno di rivelarsi agli altri e a se stesso. Se da quando nasci a quando muori nella tua vita non è cambiato tutto o almeno qualcosa, significa che la vita non ti è servita a niente. 
Da ragazzo mi regalarono una maglietta con una frase scritta sopra, attribuita a un personaggio mitico, Re Artù, e rivolta ai cavalieri della Tavola Rotonda: «Siamo stati costretti ad andare in giro per il mondo in cerca di avventure perché non eravamo più capaci di viverle nei nostri cuori». Fu una folgorazione. Dunque le avventure che il mondo celebrava come eroiche non erano che una versione ridotta dell’avventura vera: quella che ognuno può compiere dentro di sé. 
La nostra società non sa più concepire grandi avventure. Si trascina lungo un presente asfittico e avvelenato dalla paura di perdere quello che ha, compreso quello di cui forse potrebbe fare a meno. Glorifica le emozioni più basse, al punto che una parola meravigliosa come «distacco» ha assunto un significato negativo. E disprezza i sentimenti. 
Le emozioni sono violente e brevi, colpiscono e svaniscono. I sentimenti invece sono lenti e profondi, a volte noiosi. Ma parlano il linguaggio universale del cuore, che non si esprime attraverso le parole e i ragionamenti, ma con i simboli. È il linguaggio della musica, dei miti, delle favole. E comunica col muscolo rattrappito della nostra intuizione che Jung chiamava «la voce degli dei». 
La voce ci sussurra ininterrottamente le cose giuste da fare. Ci dice quando una persona o una scelta sono adatte a noi e quando non lo sono. Ci ricorda che la vita ha un senso, sempre, anche quando quel senso non ci piace.

*** Massimo GRAMELLINI, giornalista e scrittore, Fai bei sogni, Longanesi, 2012


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martedì 22 dicembre 2015

#SENZA_TAGLI / Natale, con i tuoi (Massimo Gramellini)

Non esiste anima pura che non ami il rito del Natale e le sue radiose manifestazioni all’insegna della spontaneità.

La bellezza delle vigilie trascorse in apnea, trascinandosi tra negozi intasati e commessi nervosi, con la lista dei regali ancora da fare a persone di cui non sai quasi nulla, e ci sarà un perché, ma ora non te lo chiedi e ti lasci sedurre dalla sensazione imperdibile di stare buttando dei soldi per un oggetto inutilmente costoso che verrà utilmente riciclato.

Il fascino dei pacchi-regalo che richiedono una coda supplementare a cui ti sottoporresti persino con docilità, se solo non avessi la macchina parcheggiata in terza fila con i lampeggianti, il pargolo urlante nel passeggino e il telefonino ululante nella tasca; sono gli amici d’infanzia che non hanno fatto in tempo a chiamarti durante l’anno e bramano dalla voglia di sentirti proprio adesso; hanno voci calme e sorridenti che ti ricordano come loro hanno già fatto tutti i regali, anche tutti i pacchi, e quindi possono concedersi il lusso di sprofondare sul divano vista Albero del salotto di casa per intrattenerti con argute riflessioni sulla situazione del Pd e quella non meno conflittuale del matrimonio di un ex compagno di scuola.  

La meraviglia della cena della vigilia e del pranzo di Natale, dove puoi esaudire il desiderio a lungo strozzato di rivedere la cugina di tuo marito che ha parlato male di te sulla sua pagina Facebook e mediare le risse tra bambini condannati a passare insieme i prossimi ottanta natali della loro vita, ma soprattutto quelle tra gli adulti; i combattenti si sono allenati per mesi in vista della tenzone natalizia: mesi di incomprensioni e rancori saggiamente coltivati nel silenzio e nel pettegolezzo, in attesa di esplodere durante le ore della convivenza forzata intorno alla tavola imbandita, sotto lo sguardo liquido della nonna che non si accorge di nulla o forse sì e ne prova un sadico piacere. 

La delizia delle discussioni tra il cugino vegano e il cognato cacciatore che descrive con toni estasiati la sua ultima disfida con un fringuello mentre l’altro mastica le sue tagliatelle senza uovo al ragù di seitan e pensa serenamente ma seriamente di ucciderlo e darne i resti in pasto a un vitellino. 

La felicità che ti assale quando ripari in bagno alla ricerca di un momento di quiete, estrai il telefono forse per chiamare aiuto (esisterà un numero verde per le vittime del Natale?) e lo trovi invaso da centinaia di auguri che non si rivolgono direttamente a te, ma all’intero elenco telefonico dell’augurante, il quale è sempre così spiritoso e originale da impreziosire il messaggio con citazioni colte che ti consentono di ripassare tutti gli aforismi di Oscar Wilde, compresi quelli apocrifi. 
Il calore degli abbracci con sconosciuti che millantano il tuo stesso sangue, dei brindisi con gli spumanti regalati per l’occasione che sei costretto a trovare buonissimi, delle tombole fracassone, dei panettoni farciti che digerirai a Pasqua e naturalmente dell’apertura dei regali; il sorriso per nulla forzato con cui ringrazi per l’originalità di quell’accessorio uguale a cento altri che giacciono inanimati nel tuo armadio mentre fai già la lista mentale degli sventurati a cui potrai riciclarlo prima di Capodanno. 

La nostalgia che ti assale la sera davanti ai resti di quella che nonostante tutto è stata una magnifica festa, quando ti trascini a letto con il mal di testa e prima di addormentarti formuli il proposito ogni anno disatteso che il prossimo Natale lo trascorrerai in Patagonia, ma solo dopo esserti accertato di non avere un parente di quarto grado anche lì.  

*** Massimo GRAMELLINI, giornalista e scrittore, Natale con i tuoi, 'La Stampa', 13 dicembre 2015, qui


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sabato 19 dicembre 2015

#SENZA_TAGLI / Santon Natale (Massimo Gramellini)

Un’amica mi ha raccontato una storia. Può essere cupa o luminosa, dipende dal modo in cui la si guarda. Come tutto nella vita, del resto. È la storia di un bambino messo al mondo da una madre surrogata, assieme al suo gemello, in una notte d’inverno di cinque anni fa. Il bambino si chiamava Anton e aveva delle piaghe sulla pelle. Quella del suo gemello invece scintillava liscia come la buccia di una pesca. I genitori biologici erano miliardari e mandarono un jet privato, con una babysitter sopra, per prendere il gemello liscio. Anton lo lasciarono lì. In un ospedale russo dove nessuno aveva mai sentito parlare della sua malattia. L’epidemiolisi bollosa colpisce cinquanta bimbi su un milione. Un volontario della fondazione che se ne occupa incrociò Anton in una corsia, diagnosticò con uno sguardo il problema e lo fece curare nel posto adatto. 

Non erano cure semplici né indolori. Anton le affrontò con le lacrime agli occhi ma, dicono le infermiere, senza perdere nemmeno per un attimo il suo sorriso. Provava un desiderio superiore persino a quello di guarire: una famiglia, genitori, fratelli. E se non avevano il jet privato, pazienza. Si sarebbe accontentato che gli volessero bene. Partì una petizione che fece il giro del pianeta e alla fine la famiglia giusta arrivò, lo accolse e se ne prese cura. Ancora l’altro ieri Anton era il bambino di cinque anni più felice del mondo. Così felice che ha deciso che per questo giro di giostra potesse bastare così. Se ne è andato in un luogo dove ci piace pensare che la sua pelle scintilli liscia come la buccia di una pesca e l’amore dato e ricevuto sia l’unica cosa che conta. 

*** Massimo GRAMELLINI, giornalista e scrittore, Santon Natale, 'La Stampa', 18 dicembre 2015, qui

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sabato 12 dicembre 2015

#SENZA_TAGLI / Lo sbancato (Massimo Gramellini)

Di fronte ai miasmi della finanza tossica che spingono i risparmiatori più fragili al suicidio, il presidente dell’Abi non può continuare a dire: chi si sente danneggiato vada dai carabinieri. Uno va dai carabinieri per difendersi dai ciarlatani, non dai banchieri, e si spera che le due categorie non siano sinonimi, almeno per il presidente dell’Abi. Nell’immaginario collettivo le banche conservano una dimensione umana che sfugge ai ragionamenti algidi di una classe dirigente sganciata dal mondo reale. Il mondo reale è composto da persone semplici che assomigliano al signor Luigino. Persone che entrano in banca come in ospedale: con la speranza e la necessità di fidarsi. I soldi e la salute sono i loro pensieri fissi e li consegnano a professionisti che ritengono in grado di prendersene cura.  

In un rapporto così sbilanciato il medico dei soldi ha il dovere di mettersi nei panni del paziente e consigliargli una terapia adeguata. Non basta trincerarsi dietro le formulette burocratiche e i contratti scritti in lillipuziano per lavarsene le mani, dal momento che «il cliente sapeva». Certo che il cliente Luigino sapeva di correre dei rischi. Ma poiché non aveva gli strumenti per valutarli e forse neanche per rendersene conto, andava indirizzato diversamente. Invece gli hanno fatto firmare delle carte in cui sgravava la banca da ogni responsabilità. E lui le ha firmate, perché a un certo punto sprofondi dentro un meccanismo infernale da cui non sai come uscire se non immergendoti sempre di più. Eppure il compito di una banca resta difendere i soldi degli altri. Altrimenti non è più una banca, ma una banda. 

*** Massimo GRAMELLINI, giornalista, scrittore, Lo sbancato, 'La Stampa', 11 dicembre 2015, qui

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martedì 1 dicembre 2015

#SENZA_TAGLI / Camuffare il Natale? (Massimo Gramellini)

Ma che senso ha camuffare il Natale da festa dell’inverno? Chi in coscienza si può considerare offeso o emarginato da «Tu scendi dalle stelle»? Perché la visita di un vescovo a una scuola multietnica di Sassari viene bocciata dal consiglio degli insegnanti con la solita, stucchevole e a questo punto irritante storiella del «rispetto di tutte le sensibilità»? Sulla vicenda aleggia un gigantesco equivoco che porta a confondere la religione con l’identità. Ho conosciuto un mangiapreti formidabile che cantava «Tu scendi dalle stelle» nel coro del quartiere e non passava anno senza che sulle sue guance laiche non si parcheggiasse una lacrima: pensava alla nonna che gliel’aveva insegnata da bambino. E ho ascoltato noti smoccolatori discettare con proprietà e passione di dipinti sacri. Il cristianesimo è una parte fondante della nostra storia. Spiritualmente mi sento molto attratto dalle religioni orientali, ma mi darebbe fastidio se la scalinata del Gange si spostasse sul lungotevere davanti a Castel Sant’Angelo (per quanto, come sporcizia, ormai siamo lì). 

Chi approda in Italia per migliorarsi la vita o per istinto di sopravvivenza può confessare la religione che gli garba, perché anche il liberalismo fa parte della nostra identità. Ma deve accettare senza troppi turbamenti il fatto di non essere precipitato sulla Luna, ma arrivato in una terra che ha alle spalle, e sulle spalle, millenni di memoria. Se le nostre usanze lo irritano, si faccia in modo di spiegargliele, trovando i punti di contatto con le sue. Ma se si rinuncia a farlo per compiacerlo, non si diventa più accoglienti. Soltanto più vili. 

*** Massimo GRAMELLINI, giornalista e scrittore, Non possiamo non dirci, 'La Stampa', 1 dicembre 2015, qui


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domenica 25 ottobre 2015

#SENZA_TAGLI / Casta, noi (Massimo Gramellini)

Una rapida scorsa ai profili Facebook dei dipendenti del Comune di Sanremo arrestati per assenteismo reiterato e molesto introduce il lettore in un universo meraviglioso. «Mi vergogno di essere rappresentato da politici corrotti che saccheggiano ogni santo giorno uno dei Paesi più belli del mondo», scrive un saccheggiatore quotidiano delle casse pubbliche di uno dei Paesi più belli del mondo. Sorvolando sulle citazioni di Falcone e Margherita Hack in materia di morale e legalità, dispensate a pioggia da quei pulpiti illuminati, ecco un altro frequentatore seriale di cartellini taroccati che posta la foto di un uomo spiaggiato in un bar all’aperto accanto al cartello «Oggi passo la giornata come un politico, cioè non faccio un czz.». Col senno di poi sembrerebbe un’autodenuncia, ma con quello di prima si rivela soltanto l’ennesima testimonianza di una dissociazione mentale: i politici che rubano incarnano il male assoluto, mentre chi li critica comportandosi in piccolo come loro presidia l’avamposto del bene.  
Perché sta qui l’aspetto peculiare e forse inemendabile dell’illegalità spicciola all’italiana. L’impiegato assenteista che striscia il badge per sé e i suoi cari non si sente un delinquente che imbroglia, ma una vittima che si arrangia. Un meschino tartassato o un talento incompreso, in ogni caso una persona in debito con la vita, che nella piccola truffa allo Stato vede una sorta di parziale e sempre provvisoria compensazione. Disprezza i politici perché in fondo ne invidia il potere. Il potere di rubare molto di più. 

*** Massimo GRAMELLINI, giornalista e scrittore, Senti chi Casta, 'La Stampa', 24 ottobre 2015, qui


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venerdì 2 ottobre 2015

#SENZA_TAGLI / Padri naturali (Massimo Gramellini)

Questa è una storia che farà storia. Sabato scorso, in Ohio, il signor Bachman sta portando all’altare la figlia Brittany. La guarda negli occhi e vi legge una preghiera. Capisce, ma forse ci era già arrivato da solo; punta il banco dei parenti e afferra la mano del secondo marito di sua moglie, signor Cendrosky. Qualcuno teme il peggio, visto che in passato tra i due non era corso buon sangue. Invece. «Hai lavorato duro per tirare su nostra figlia», gli dice. «Perciò adesso tocca anche a te». E lo trascina in lacrime al centro della scena, offrendogli l’altro braccio della sposa.  

All’improvviso il protocollo un po’ scontato di ogni rito nuziale viene investito da una bufera di sentimenti incontrollabili. Amore e gratitudine. C’è una giovane donna che cammina verso il suo matrimonio, stretta con orgoglio tra l’uomo che l’ha messa al mondo e quello che l’ha cresciuta nella prosa della quotidianità. È un corteo da pelle d’oca, che se ne infischia dei ruoli formali e va dritto al succo della vita. In quest’epoca di famiglie liquide non è l’atto della procreazione a fare di un essere umano un genitore, ma la qualità del tempo che dedica a suo figlio. Biologico, adottivo o acquisito, importa poco. Importa che la paternità e la maternità sono diventati valori da condividere. Persino all’altare. 

*** Massimo GRAMELLINI, giornalista e scrittore, Padri naturali, 'La Stampa', 1 ottobre 2015, qui

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