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giovedì 7 settembre 2017
venerdì 17 giugno 2016
#SENZA_TAGLI / Politicamente corretto, a Londra (Massimo Gramellini)
Il nuovo sindaco di Londra ha vietato i cartelloni pubblicitari che portano la bellezza a spasso sugli autobus o la ostentano sui muri della metropolitana. Al cospetto del poster di una modella, le sue figlie adolescenti si sentono inadeguate e lui intende proteggerle da ogni discriminazione basata sull’aspetto fisico. Chiederò al sindaco di mandare al rogo le pubblicità dei maschi forniti di criniera leonina: mi sento discriminato nella mia calvizie. E quelle che reclamizzano oggetti di lusso, perché anche la visione di una fuoriserie fa sentire inadeguato chi non è in condizioni di permettersela.
Il politicamente corretto pensa di proteggere le persone più deboli edulcorando la realtà, anziché rendendole più forti. Nessuno sottovaluta gli effetti nefasti che le modelle anoressiche producono sugli adolescenti. Ma in genere la bellezza fa parte della vita e non può essere oggetto di censura. Altrimenti si innesca un processo al cui culmine c’è la decisione di mettere il velo alle statue. Il problema non sono i cartelloni. È la mancanza di autostima di chi, guardandoli, li paragona a sé stesso e ne soffre.
Ma non è vietando la pubblicità di un’icona ritoccata che si insegna a una ragazzina ad accettare la propria affascinante e irripetibile normalità. Si fa prima e meglio ad ascoltare le sue paranoie fino a dissiparle. La censura dei cartelloni è tanto più ridicola se pensata a tutela di una generazione che vive con lo smartphone a tracolla. La misura del sindaco finisce così per proteggere da paragoni avvilenti soprattutto gli adulti, che però la questione del loro posto nel mondo dovrebbero averla già risolta, si spera.
*** Massimo GRAMELLINI, giornalista e scrittore, E' la vita, bellezza, 'La Stampa', 16 giugno 2016, qui
In Mixtura altri 18 contributi di Massimo Gramellini qui
lunedì 4 maggio 2015
#SPILLI / Pubblicità e dintorni: due apprendimenti (M. Ferrario)
Ho la conferma che, se dici la tua, qualcosa ottieni sempre.
Io ad esempio, avendo gentilmente chiesto se i colleghi di un network professionale trovassero giusto e utile che ormai la bacheca fosse invasa da uno spamming sfacciato e a go-go go, ho acquisito due apprendimenti.
(a) - Il primo è che non frega nulla a nessuno. Diciamo che non è una sorpresa, ma avere la conferma di una convinzione che ormai ti sei fatto su come gira il mondo fa sempre piacere.
(b) - Il secondo è che ora la pubblicità non si chiama più pubblicità, ma «condividere opportunità sottoponendo idee, temi formativi e metodologie didattiche attive». Naturalmente me l'ha spiegato la società di consulenza che aveva inserito, in bacheca e non in uno spazio pubblicitario appositamente predisposto (e in quel caso, ovviamente, a pagamento), una scheda che decantava esplicitamente i prodotti e i servizi offerti, con tanto di logo e indirizzo email per i contatti. Ma, hanno precisato, non è pubblicità. E' un'opportunità. Verrebbe da commentare che se è un'opportunità, lo è certo per loro: perché non hanno sborsato un euro, occupando uno spazio previsto per pensieri, opinioni, scambi. Ma sarei venale. E il problema va oltre.
Perché torna in ballo il vecchio e tanto vituperato (da quasi tutti) politicamente corretto. Con una differenza. Se si dice non vedente al posto di cieco, si viene presi in giro e tacciati di inutile buonismo. Se invece si usa 'opportunità' al posto di 'pubblicità' (in passato l'espressione di Maurizio Costanzo era 'consigli per gli acquisti'), tutti tacciono e magari ti dicono pure che sei creativo.
Nulla di nuovo. E' il business, e vince su tutto. Anche sulle persone.
E poi facciamoci un sorriso: la pubblicità fa parte della vita. Non saremo mica retrogradi. Vorremo mica fermare il progresso.
No, vorrei solo non essere invaso da queste 'opportunità'. E decidere io se lo sono o no. Senza dovermele obbligatoriamente sorbire.
Vorrei solo essere sicuro che se sono in uno spazio in cui è previsto che non ci sia pubblicità, non c'è pubblicità. Neppure mascherata. Perché le regole sono lì anche per indurre attese conseguenti. E io mi attendo (ancora, nonostante tutto, in questo mondo e soprattutto in questa Italia) di non essere preso in giro. Magari pure da colleghi che appartengono al mio ambiente professionale e con cui non vorrei essere confuso.
O comunque, se accade, protesto. E anche se agli altri non gliene frega nulla, io non smetto di credere che non sia vero che è la pubblicità, (che) bellezza.
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