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martedì 8 febbraio 2022

#RACCONTId'AUTORE / Di chi è il pallone (Matteo Bussola)

Avrò avuto tre anni. Quattro, forse.

Era domenica ed eravamo in collina in una di quelle tipiche gite primaverili anni Settanta. Magari quelle uscite si fanno anche oggi, non so. Ma ai tempi i genitori erano tutti un po' più fricchettoni, il plaid a quadri era sempre in macchina che non si sa mai, e durante i festivi ci si ritrovava spesso in aperta campagna a mangiare uova sode e panini coi sottaceti. O ad abbrustolire qualche salsiccia sulle pietre.
In quelle domeniche assolate e tenui i grandi stavano stravaccati nell'erba a fare discorsi per noi incomprensibili, bevendo birra in lattina o vino rosso imbottigliato in casa e fumando troppe sigarette. Noi bambini giocavamo liberi, di una libertà che oggi sembra strana e diversa, a pensarci. Si correva scalzi nei prati, ci si arrampicava sui mucchi di sassi e sugli alberi. Si cadeva e ci si rialzava, senza troppi piagnistei, le ginocchia sbucciate erano di repertorio. E poi, immancabile, il pallone. Il Supertele di plasticona, rigorosamente rosso, che quando lo calciavi un po' forte prendeva delle traiettorie che manco Platini.

Io ero un bambino solitario e testardo – un po' come adesso – e stavo attraversando la tipica fase di appropriazione indebita del mondo e delle cose. Tutto ciò che toccavo era *mio* – che poi, a pensarci bene, forse è proprio questo il bello di essere bambini.
"È mio! È mio!" gridavo a ogni piè sospinto. E mio padre, anarco-comunista della prima ora, che di nome si chiamava come il Che e al figlio aveva dato il secondo nome di Fidel (ebbene sì), si vergognava come un ladro ad avere un bimbo che contraddiceva tutti i dettami della libera convivenza socialista.
"È mio!" gridavo fiero e inascoltato agli alberi, ai sassi, al cielo, alle biglie colorate, ai giocattoli di mia sorella. E il babbo che mi strappava tutto dalle mani disgustato, mentre cercava di addestrarmi alla bellezza della solidarietà cooperativa: "Non è tuo, Matteo, è NOSTRO!" mi ripeteva sempre, fino alla nausea.

Fatto sta che, per quanto introverso e solitario e irascibile, alla fine compresi il concetto pure io. E all'improvviso mi si schiuse davanti agli occhi un mondo nuovo, in cui niente più era mio, ma tutto era Nostro.
Fu con quest'idea in testa e convinto di essere nel giusto che manco Mosé con le tavole in mano, che avvicinai il bambino col cappellino che stava giocando col pallone giallo. E quando il pallone rotolò verso di me lo presi in mano felice ancor di più, visto che era stato lui a venire da me. Era evidentemente un segno del destino. 
Allora era vero, quel pallone era Nostro.
"Dammelo, è MIO!" urlò il bambino sull'orlo delle lacrime e strappandomelo dalle mani con forza. E io, di rimando ma sereno e imperturbabile come un monaco zen: "No. È NOSTRO!". E il bambino sconvolto e stavolta in lacrime sul serio: "NO!! E' MIO!!" E io invece, riprendendogli il pallone di nuovo: "MA no!! È NOSTRO!!"
E insomma sul più bello si avvicina un adulto, enorme e un po' incazzoso. Il padre del bambino. Si riprende il pallone dalle mie mani con fare un po' brusco lanciando a mio padre uno sguardo sottotitolato "insegna a tuo figlio a stare al mondo, barbùn". Il me stesso bambino rincorre l'uomo enorme al grido di "È Nostro! È nostro!" quando all'improvviso sento una mano afferrarmi da dietro. La mano di mio padre. Che un po' per educazione, e un po' per aver buttato un occhio all'enormità dei muscoli dell'altro babbo, mi guarda con due occhi che non dimenticherò mai e mi fa:
"No no, Matteo, il pallone è SUO."

Da allora, il mondo non fu più lo stesso. 
Giurai che avrei passato il resto della mia vita a difendere i deboli dalle ingiustizie e dai soprusi e iniziai ad allenarmi in segreto nella mia caverna sotterranea. Poi qualcosa dev'essere andato storto. Anche perché il ragno radioattivo che mi ha morso non mi ha trasmesso alcun potere se non le ragnatele in bagno.
Ma ancora oggi, quando vedo un tipo grosso tipo quello che stamattina al supermercato mi ha fregato l’ultimo cartone di Ichnusa in offerta, vengo colto dall’irrefrenabile desiderio di inseguirlo fin nel parcheggio e urlargli selvaggiamente: 
"Ridammi il pallone, bastardo!"

*** Matteo BUSSOLA, scrittore, facebook, 1 febbraio 2022


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giovedì 3 febbraio 2022

#RACCONTId'AUTORE / Sondaggio telefonico (Matteo Bussola)

 Sono in cucina a farmi un caffè e un toast, suona il telefono, il numero è sconosciuto.
- Pronto?
- Pronto, buongiorno, avrebbe pochi minuti per rispondere a un sondaggio?
- Pochi minuti quanti?
- Diciamo due o tre?
- Ok, vada.
- Grazie. La avviso che la telefonata sarà interamente registrata in modo da garantire la 
- Sì sì, lo so, vada.
- Ah, ok. Allora, dunque, lei viaggia in treno?
- Be', sì. Diciamo che mi capita di prendere qualche treno ogni tanto.
- Quanti treni prende in un mese?
- Guardi, di preciso non saprei.
- Più di uno, più di dieci, nessuno?
- Dunque, mi faccia pensare. Direi...una settantina?
- Una sett?
- 'Ttantina.
- E' una battuta?
- No, perché?
- Cioè, lei prende SETTANTA treni in un mese?
- Sì, più o meno. Ma è una stima eh. A luglio saranno stati un centinaio.
- Scusi, lei lavora sui treni?
- In che senso?
- E' tipo un macchinista, o un controllore, o che ne so?
- No no, ci viaggio e basta.
- Allora è un pendolare? C'è una tratta che predilige?
- No.
- No?
- No. Faccio tratte sempre diverse. Tipo settimana scorsa ho fatto l'Adriatica e sono andato a Bari, stasera prenderò un regionale per Brescia, l'altro ieri ne ho preso uno per Arezzo. A proposito, è molto bella Arezzo, sa?
- Immagino. Quindi lei è un libero professionista?
- Sì, penso si possa dire così.
- Posso chiederle che lavoro fa?
- Sa che è una bella domanda? Direi che...racconto storie, credo.
- Mi scusi?
- Racconto storie. Certe volte coi disegni, certe volte con le parole. Qualche volta anche al telefono.
- Come al telefono?
- Be', un po' come adesso, no? Questa non è forse una storia?
- Non saprei. Lo è?
- Ma certo. Vuole sapere come comincia?
- Non ne sono sicura.
- Allora, c'era un tizio che era in cucina a farsi un caffè e un toast, dopo una nottata passata con una bambina di tre anni distesa sullo sterno che gli ha tossito in faccia i-nin-ter-rot-ta-men-te per otto ore di fila. Quando la bambina è rotolata addosso alla mamma, dopo aver fatto uscire le due figlie maggiori per prendere il pulmino per la scuola, il tizio si è detto: Aaah, adesso mi preparo un bel caffè e un toast e mi metto qui sul divano per qualche minuto a guardare la puntata di "Ciao sono Hiro" quella su "l'insalàda di fruto di passsione e calamaaali cludi", e sul più bello che il caffè sta salendo nella moka e Hiro ha cominciato ad affettare i calamaaali, ecco che il telefono squilla. Il numero è sconosciuto, ma il tizio risponde lo stesso. E' una signorina che gli chiede se ha due minuti per rispondere a un sondaggio, facciamo tre, e lui dice di sì anche se sa già in partenza che saranno almeno dieci e gli toccherà bere il caffè freddo e mangiare il toast bruciato.
- Lei è molto buffo, sa?
- Dice?
- Sì, soprattutto quando dice: calamaaali. Lì fa proprio ridere. Me lo dice ancora?
- Calamaaali!
- Ahahaha.
- Lei ha una bellissima risata, sa?
- Grazie.
- Non sto facendo il lumacone per cercare di irretirla, eh? Non fraintenda.
- No no, ma non si preoccupi. E poi, per telefono come farebbe a irretirmi?
- Non mi sottovaluti, volendo ho una tecnica infallibile.
- E quale sarebbe?
- Calamaaali!
- Ahahaha.
- Uh, madonna!
- Che succede?
- Niente, mi si è appena bruciato il toast.
- Ah, mi dispiace. Allora vuol dire che siamo arrivati alla fine della sua storia.
- Mannò, non può essere così banale, facciamo un finale a sorpresa, dai. 
- Tipo?
- Tipo che le faccio il vento al telefono, mi viene benissimo.
- Guardi, non so se.
- WHOOOSSSShhhhSSShhhhh!
- Cioè, ma fa impressione!
- Vero? E' la mia specialità. 
- E la storia finisce così?
- No no, finisce con lei che riappende all'improvviso, però ridendo.
- All'improvviso, e perché mai?
- Perché si ricorda d'un tratto che la telefonata è registrata.
- Oddio!
- Calamaaali!
- Ahahaha.
Riappende.
Sorseggio il caffè freddo sul divano e addento il mio toast bruciato.
Hiro ha cominciato a spiegare il tonno impanato con pistaccchio e purè di avocaaado.

*** Matteo BUSSOLA, 1971, fumettista, scrittore e conduttore radiofonico, ‘facebook’, 26 gennaio 2022, qui


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giovedì 22 luglio 2021

#SENZA_TAGLI / Ma è servita l'educazione alla diversità? (Matteo Bussola)

Ogni volta che leggo qualche dichiarazione da parte di quelli che infilano la "famiglia naturale" o Dio o la Patria in ogni discorso, solo per giustificare i propri pregiudizi, penso sempre a che bambini devono essere stati. Perché spesso si tratta di miei coetanei, e noi bambini o bambine a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta siamo cresciuti leggendo fumetti o vedendo storie che dovrebbero averci educati alla ricchezza delle diversità.

I primi esempi che mi vengono:
- Peter Parker è stato cresciuto da due vecchi zii (ed è diventato un supereroe, quindi evidentemente non è venuto su tanto male).
- Superman è un alieno adottato da una coppia sterile che ha accolto di nascosto un bambino immigrato irregolare.
- Batman è cresciuto avendo come padre un anziano maggiordomo.
- I Fantastici Quattro sono una famiglia composta da una coppia di fidanzati e due amici che vivono tutti assieme, questi scostumati. 
- In Topolino e in Paperino ci sono solo zii e nipoti, manco la traccia di una mamma e un papà.
- Heidi viene cresciuta dal nonno montanaro.
- Sampei viene cresciuto dal nonno pescatore.
- Conan viene cresciuto dal nonno su un'isola deserta e si innamora di una bambina straniera che parla con i gabbiani.
- Georgie è un'orfana che si innamora dei suoi fratellastri.
- Lady Oscar e La Principessa Zaffiro hanno una doppia identità sessuale.
- Lupo Alberto ha un'eterna storia d'amore con una gallina.
- Il protagonista di Ranma 1/2 è un ragazzo che, quando viene a contatto con l'acqua, si trasforma in una ragazza, mentre il padre si trasforma in un gigantesco panda.
- In Lamù un terrestre ha una storia d'amore con un'aliena.

Potrei proseguire a lungo (...).
Chissà cosa è andato storto.

*** Matteo BUSSOLA, scrittore, facebook, 21 luglio 2021, qui


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lunedì 24 maggio 2021

#SENZA_TAGLI / Perché anche noi genitori abbiamo bisogno di buoni maestri (Matteo Bussola)

Oggi Melania compie otto anni.
Ieri sera, mentre vedevamo insieme un film d'animazione, c'è stato un momento, uno di quegli attimi perfetti ma terribili che i genitori ben conoscono, in cui guardandole il profilo illuminato dalla luce bianca della tivù ho avuto nostalgia di tutto. Di quell'istante, di tutti quelli che sono già stati, di tutti i momenti della sua crescita che non torneranno mai più. 
Allora per scherzare le ho detto: "Melania, ti piacerebbe restare piccola? Vuoi che facciamo che domani, invece di otto anni, ne compi sei?" e lei mi ha fissato e mi ha detto: "No.". Poi ha aggiunto: "Però se vuoi puoi diventare piccolo tu.", e secondo me lei non scherzava mica. 
E allora mi è venuta in mente quella frase che avevo letto una volta da qualche parte, quella che diceva, più o meno - vado a memoria - che il segreto della vita non è trovare qualcuno con cui invecchiare insieme, ma qualcuno con cui restare bambini. E ho pensato che se quel qualcuno è una bambina di otto anni, tanto meglio. Perché anche noi genitori abbiamo bisogno di buoni maestri.

*** Matteo BUSSOLA, scrittore, facebook, 23 maggio 2021, qui


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giovedì 12 novembre 2020

#SENZA_TAGLI / Cucinare non è preparare da mangiare (Matteo Bussola)

Sono giornate molto difficili, per tante ragioni.
Quando le giornate sono molto difficili, mi metto a cucinare.

Quando cucino, mi sembra di avere controllo su tutto il mio piccolo mondo, perché alla fine cucinare non è che una maniera per far perdere alle cose la loro forma originaria, dandogliene una nuova. E quella nuova dipende solo da te e dalla tua immaginazione. A volte, sarebbe bello poter fare lo stesso con le nostre vite. Considerare i rapporti con gli altri solo come combinazioni di sapori, scoprire con sorpresa che il dolce può star bene sul salato anche se non lo avresti detto mai, che il piccante va dosato sennò sovrasta il resto, che le spezie hanno sempre bisogno di prendere calore, che l'amaro, come nella vita, non è un gusto da evitare, di cui aver paura, ma è invece indispensabile perché serve a valorizzare tutti gli altri.

Cucinare insegna soprattutto a capire che devi lavorare con quel che c'è. E che quel che c'è è sempre abbastanza. Se non lo è, spetta a chi cucina farcelo diventare, anche quando ti sembra di non avere quasi niente.

Una volta un amico cuoco mi disse che devi sempre cucinare pensando a qualcuno: alla tua donna, al tuo uomo, ai tuoi amici, ai tuoi figli o alle tue figlie. Se non lo fai, stai solo preparando da mangiare.

Io ho smesso di preparare da mangiare molti anni fa.

*** Matteo BUSSOLA, facebook, 11 novembre 2020, qui


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giovedì 27 agosto 2020

#RACCONTId'AUTORE / La stella e il rastrello (Matteo Bussola)

Una volta a una ragazza, molti anni fa, regalai una stella.
Avevo scoperto che era possibile contattare un'associazione che, dietro compenso, ti consentiva di dare a una dei milioni di stelle catalogate il nome di una persona amata. In pratica, quella stella non si sarebbe più chiamata - che ne so - AZ324Y, ma si sarebbe da lì in avanti chiamata: Teresa. Come prova del regalo mi spedirono il certificato di autenticità della famigerata Unione Astronomica Internazionale (che non esiste: scoprii parecchio tempo dopo che si trattava di una truffa) e la mappa stellare del quadrante della Galassia in cui c'era la mia stella. Cioè: la sua.
La ragazza in questione si commosse e mi disse che mai nessuno le aveva fatto un regalo più bello. Mi lasciò dopo circa tre mesi, malissimo.

Una volta a una ragazza, in anni più recenti, regalai un rastrello per l'erba del giardino.
La ragazza in questione non si commosse e, a dirla tutta, mi guardò pure come se fossi un po' pirla. Ma stiamo insieme da quindici anni, abbiamo tre figlie e tre cani, e quel rastrello lo usa ancora oggi.

Morale: a volte i desideri migliori non si avverano guardando il cielo, ma riuscendo a vedere chi ti sta accanto.
E pure essere un po' pirla aiuta.
Buone notti di stelle a tutte, a tutti.

*** Matteo BUSSOLA, scrittore, facebook, 11 agosto 2020, qui

Illustrazione di Pascal Campion

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venerdì 14 agosto 2020

#RACCONTId'AUTORE / Papà, cosa fai per cena? (Matteo Bussola)

- Papà, cosa fai per cena?
- Non lo so ancora, adesso vedo.
- Dai, cosa ci prepari?
- Ma insomma, ma vi rendete conto che le sole domande che mi fate di continuo sono: "Papà, mi accompagni a casa di?", oppure: "Papà, cosa fai per cena?". Ogni tanto cambiate un po', per piacere! Chiedetemi qualcos'altro, sono un essere umano anch'io.
- Papà.
- Mh?
- Come nascono i bambini?
- Eh?!
- Ci spieghi bene bene come nascono i bambini? Quella cosa là del pisello che deve andare dentro la pisella? Melania vorrebbe saperlo da te.
- Per cena vi faccio le cotolette con l'insalata?

*** Matteo BUSSOLA, scrittore, 12 agosto 2020, qui


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martedì 31 dicembre 2019

#SENZA_TAGLI / La differenza tra speranza e fiducia (Matteo Bussola)

I miei cani aspettano il panettiere anche nei giorni di festa.
Loro non lo sanno mica che è Santo Stefano, ieri Natale, fra sei giorni domenica, non capiscono che il panettiere oggi non passerà a depositare il sacchetto del pane nella piccola cassetta metallica fuori dal cancello. Non lancerà loro il bocconcino che li rende felici ogni volta, la ragione più importante di tutte le loro giornate. Lo attendono lo stesso fuori al freddo, gli occhi rivolti all'inizio della salita, ricolmi di aspettative, fermi come sentinelle. A dire il vero, non sono nemmeno sicuro che non lo sappiano del tutto, è che forse ci sperano e basta, anche di fronte all’evidenza. 
Il fatto è che se piegare la speranza è difficile, quello che da piegare è quasi impossibile è: la fiducia. E’ la fiducia che ha a che fare col prendersi il freddo, naso in su, fregandosene delle apparenze o delle circostanze avverse. Ciò che in definitiva significa: prendersi un rischio. Li guardo dalla finestra e mi fanno un misto di rabbia e rimpianto. Rabbia perché non riesco a spiegar loro che il panettiere oggi non passerà. Rimpianto perché, a guardarli, mi viene da pensare che in fondo io non sono e non sono mai stato molto diverso. 
Ho passato lunghi anni al cancello, in attesa di non ho mai saputo bene cosa, mi sono preso paccate di freddo. Poi un giorno il panettiere è arrivato proprio quando meno me lo aspettavo, ma per fortuna avevo gli occhi aperti e stavo guardando nella direzione giusta. Capita a un sacco di persone, tutti i giorni, perché alla fine non sappiamo mai quando una promessa potrebbe essere mantenuta, o una sorpresa manifestarsi, o la vita portarci ciò di cui non sapevamo nemmeno di avere bisogno, finché non arriva a dirci: sono qui. Infatti, penso ora, io non potrei mica giurarci che il panettiere oggi non passerà. E' un lunedì, l'Esselunga è aperto, ci sono anche persone che lavorano, in fondo chi può dirlo veramente? 
Forse hanno ragione loro, ci sono cose che si meritano il fatto di prenderci tutto il freddo che siamo in grado di sopportare. Forse quando la vita passa l’unica cosa che conta è farsi trovare pronti, anche fuori al freddo, il giorno dopo Natale, mentre tutti quelli che non ci credono se ne stanno alla finestra al caldo delle proprie certezze. A guardarci con un misto di rabbia e rimpianto, nel preciso momento in cui ci prendiamo i rischi che abbiamo scelto per noi.

*** Matteo BUSSOLA, 1971, scrittore, fumettista, conduttore radiofonico, facebook, 26 dicembre 2019, qui


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mercoledì 25 dicembre 2019

#SENZA_TAGLI / Caro Babbo Natale (Matteo Bussola)

Caro Babbo Natale,
le mie figlie ormai sanno che non esisti, perciò ti scrivo io.
Capiamoci: anch'io so che non esisti, però questa non mi pare una buona ragione per non scriverti. Perché le lettere, in fondo, più che per ricevere una risposta, si scrivono perché si ha qualcosa da dire a qualcuno. O non si spiegherebbero i milioni di missive mai spedite che giacciono nei cassetti di tutto il mondo.
Comunque, ecco, ti volevo scrivere solo per farti sapere un'idea che mi frulla da un po'.

In pratica, ho l'impressione che la tua (non) esistenza, da quando eri San Nicola prima a Santa Claus poi a quando sei diventato un santino sponsorizzato dalla cocacola - da lì vengono il rosso e il bianco del tuo vestito, anche se magari non tutti lo sanno - serva nella sostanza a due sole cose. E che quelle due cose siano però fondamentali e siano, in fondo, la ragione vera del tuo successo planetario.
No, non c'entrano niente con l'essere più buoni per statuto. No, non hanno a che fare con l'albero e i parenti e il cenone e tutto il repertorio. E non c'entra niente nemmeno quella camionetta del Big Jim che tu sai.
Facciamo che te le dico subito, dai, che anche se non esisti so che in questi giorni, e oggi in particolare, non hai molto tempo da perdere.
Te la spiego così, te la dico da genitore.
Tu sei quello che ufficialmente porta i regali ai più piccoli, ma in realtà i regali li facciamo noi.
Tu sei quello che, con i nostri bambini, si prende il merito di fatiche solo nostre.
Mi sono chiesto spesso perché lo permettiamo.
E credo sia perché questa piccola "ingiustizia" consente a ogni madre, a ogni padre, di ricordarsi che essere genitori significa, a volte, farsi da parte. Rendersi invisibili. Lasciare spazio. Perché la felicità vera ha bisogno di aria.
E questa è la prima cosa.

La seconda cosa, invece, che poi è forse quella più importante, è quella di ricordarci che dietro alle magie ci sono sempre le persone, anche quando magari crediamo di no. Ci sono i nostri occhi, le nostre mani, il nostro tempo, il nostro impegno. Che quella magia possiamo decidere di metterla a disposizione degli altri, che sia sotto un albero, in un pacchettino colorato, dentro un abbraccio, in un piatto di minestra o in un gesto gentile.
Ecco, secondo me è per quello che tu non esisti.
Perché, se esistessi, sarebbe indubbiamente tutto più facile.
Invece, così, dipenderà solo da noi.

Con stima,

*** Matteo BUSSOLA, 1971, scrittore, fumettista, conduttore radiofonico, facebook, 24 dicembre 2019, qui


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venerdì 22 novembre 2019

#SENZA_TAGLI / Siamo al mondo per fare la cosa nostra (Matteo Bussola)

Ultimamente mi accorgo che il fatto che ci siano persone a cui non piacciono le mie cose (i miei libri, gli scritti che metto qui, i miei racconti o i miei sguardi sul mondo) mi fa molto bene.

Sul serio, un tempo ci restavo magari male, soprattutto quando mi capitava di scoprire critiche al mio lavoro nascoste in post sibillini, su bacheche altrui, anche di colleghi o presunti tali, in cui non venivo nominato esplicitamente, oppure solo con le iniziali, in modo che si capisse che si parlava di me ma che, se fossi andato a fare "gné gné" col ditino alzato, il proprietario della bacheca avrebbe potuto dirmi: "Eh ma che coda di paglia, mica intendevo te con quelle iniziali, io parlavo dello scrittore Massimo Brancoluccijones!". (Ecco, per esempio, la codardia è una cosa che mi ha sempre dato più fastidio di una critica, anche dura, però scritta o detta a viso aperto).
Comunque, dicevo, il fatto che ci siano persone a cui non piacciono le mie cose, o che addirittura le detestano, va benissimo, davvero.

Se qualcuno ti detesta significa che hai il tuo linguaggio e i tuoi temi, e che c'è chi può ritenere legittimamente il primo non comprensibile o i secondi non interessanti. O viceversa. E vuol dire pure che (per fortuna) siamo tutti diversi.

Entrambe cose molto sane.
Entrambe cose addirittura belle.
Perché l'unica ragione per cui siamo qui, secondo me, nel senso proprio di qui al mondo, è quella di fare la nostra cosa. La massima onestà la dobbiamo solo a questo. Il resto - i giudizi, il gradimento, le vendite - sono cose che vengono dopo e che (anche se non sempre) sono soprattutto la conseguenza di un lavoro ben fatto.

Chi invece mi fa davvero tristezza sono quelli che si permettono di giudicare la tua vita o le tue scelte o i tuoi comportamenti, però sempre tra le righe, con messaggi subliminali nei loro status di Facebook, indirizzati con astuzia a tutti e a nessuno, stando comunque attenti a non sbilanciarsi mai, né troppo né troppo poco, quelli che alludono, suggeriscono, che non hanno il coraggio di un'opinione chiara né si assumono mai la responsabilità di una presa di posizione netta. Oppure quelli che la posizione la prendono ma non criticano il tuo lavoro, preferendo avventurarsi in dietrologie sulle tue vere intenzioni (che naturalmente solo loro conoscono), che ti accusano di essere un furbetto, che sottintendono addirittura che le tue figlie non esistano (!), o che i tuoi racconti familiari siano frutto di completa invenzione o speculazione, senza accorgersi del paradosso che, se così fosse, saresti uno scrittore assai migliore di quello che loro ti rimproverano di (non) essere.
Ecco, quelli mi fanno davvero tanta pena.
E mi ricordano che, se tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare, tra il dire e l'alludere, spesso, c'è solo di mezzo il prudere.

*** Matteo BUSSOLA, 1971, scrittore, fumettista, conduttore tv, facebook, 21 novembre 2019, qui


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sabato 26 ottobre 2019

#SENZA_TAGLI / Le polarità di una famiglia (Matteo Bussola)

Tutte le mattine, dopo che le bambine sono uscite per la scuola, Paola ed io ci gustiamo quel quarto d'ora di silenzio assoluto, prima di scendere in studio a lavorare. La casa sembra più grande, le ore davanti a noi appaiono promettenti, gli spazi improvvisamente ariosi, eccedenti, fuori scala.

Tutti i pomeriggi, quando le bambine rientrano da scuola, la casa torna a essere più piccola. Gli spazi si restringono, le ore collassano, il tempo è di nuovo quel gomitolo dove tutto accade tutto insieme, in cui ti trovi a scrivere un articolo urgente mentre fai una partita a "Uno", o pensi al finale di un capitolo mentre prepari i finocchi gratinati, o ricevi una telefonata mentre stai ripassando le tabelline, e invece di "pronto" ti sbagli e dici a chi sta dall'altro capo del filo: "Otto per sette!" e la cosa buffa è che, presi alla sprovvista, la risposta non la sanno mai.

Le nostre giornate sono spesso così, con lo spazio e il tempo che si espandono e si contraggono, come il battito di un cuore.

Poi ci sono i giorni o le settimane in cui a uno dei due tocca partire, allontanarsi per presentazioni o per lavoro, anche per diversi giorni di fila, e allora sperimentiamo questa alternanza tra dentro e fuori, tra essere qui e altrove, proprio come capita a tutti.
Forse una famiglia, alla fine, non è altro che questo.
Il continuo alternarsi tra stringersi e lasciare spazio, fra vicinanza e distanza, fra il calore dell'esserci e il desiderio/paura di ciò che sarà. Ma sapendo che tutto nasce proprio dall'equilibrio fra queste due polarità.

Entrambe necessarie, non sempre distinguibili con chiarezza, indispensabili come l'aria che entra ed esce dai polmoni, dove non contano dentro o fuori ma solo il respiro che formano insieme, ciò che chiamiamo, semplicemente, vita.

*** Matteo BUSSOLA, 1971, scrittore, fumettista, conduttore radiofonico, facebook, 25 ottobre 2019, qui


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mercoledì 14 agosto 2019

#SENZA TAGLI / Cancro, non ci sono vincenti o perdenti (Matteo Bussola)

Una cosa che mi lascia sempre perplesso, quando si parla di persone malate o morte di cancro, è il linguaggio militaresco che si tende a usare in automatico.
"Era un/una guerriero/a", "ha combattuto come ha potuto", "si è arreso/a alla malattia", "ha perso/vinto la sua battaglia".
Chi ha avuto la propria vita, o quella dei propri cari, toccata anche solo marginalmente dal cancro, sa che non ci sono guerre da vincere. Ci sono solo persone che si ammalano e che fanno di tutto per restare vive - dove "restare vive" non significa solo tornare in salute - con tutte le tremende difficoltà del caso.
Ci sono persone che guariscono, ci sono persone che, purtroppo, non ce la fanno. 
Quelle che guariscono non hanno "vinto", esattamente come quelle che non guariscono non hanno "perso".
Non ci sono combattenti, vincitori o vittime, ma esseri umani che affrontano l'unicità della propria malattia - perché ogni tumore è sempre diverso - cercando comunque di vivere ogni giorno al meglio. Persone che hanno bisogno di vicinanza, di incoraggiamento e amorevolezza, e non di essere compatite o considerate degli eroi.
Magari la cosa più giusta è lasciare che ogni malato scelga di utilizzare la narrazione di sé che preferisce, senza essere costretto a subire quella degli altri, perché solo lui potrà decidere quali immagini saranno più efficaci per la sua cura.
Perciò, anche quando lo facciamo in buonissima fede, cerchiamo di evitare di dire o sottintendere che chi guarisce è un vincente e che chi muore è un perdente, che curarsi sia una guerra e che guarire sia una conquista. Perché chi vive e chi muore ha attraversato la stessa palude, con lo stesso coraggio, le stesse paure, le stesse speranze. Lo stesso obiettivo.
Ma non dovrebbe essere il risultato a dare significato a un percorso, perché la malattia non è una gara e il suo esito non è, purtroppo, matematica. 
La più grande vittoria, come ben sa chi ci sta passando o ci è passato, resta tutta la vita che riesci a metterci in mezzo.

*** Matteo BUSSOLA, 1971, scrittore, fumettista, conduttore radiofonico, facebook, 13 agosto 2019, qui
https://it.wikipedia.org/wiki/Matteo_Bussola

"Personalmente, non mi sentivo come una che combatte il cancro. 
Ero piuttosto un campo di battaglia." 

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lunedì 5 agosto 2019

#SENZA_TAGLI / L'anima gentile (Matteo Bussola)

Melania esprime spesso le emozioni scrivendo.
Sarebbe facile leggere in questo delle affinità con i genitori, ma la verità è che, delle parole, ama soprattutto il poterle usare per ringraziare gli altri, la possibilità di far presente alle persone quanto sia felice che facciano parte della sua vita. 

Scrive bigliettini pieni di cuoricini per i nonni, per la mamma e il papà, per le amichette dell'asilo, li scrive perfino ai camerieri della pizzeria quando andiamo a cena fuori, per ringraziarli per il cibo, l'altro giorno ha realizzato dei segnaposto disegnati coi brillantini per tutti i membri della famiglia.

Certe volte, ma son volte rarissime, quando è proprio arrabbiata con qualcuno - succederà una, forse due volte l'anno - sceglie di esprimere per iscritto anche il proprio risentimento.

Ieri sera ha litigato con Ginevra (anche se sarebbe più corretto dire che Ginevra ha litigato con lei), e questo è il risultato.
Non ce la fa, è più forte di lei, perfino quando vuole offendere si ferma sempre a metà, che l'amore le scappa troppo fuori da tutte le parti.
Quando uno nasce anima gentile, non ci sta niente da fare.
Vi ho già detto che la amo moltissimo?

*** Matteo BUSSOLA, 1971, scrittore, fumettista, conduttore radiofonico, facebook, 27 luglio 2019, qui
https://it.wikipedia.org/wiki/Matteo_Bussola


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venerdì 19 aprile 2019

#SENZA_TAGLI / Razzismo: la signora, i pakistani, il Frecciarossa (Matteo Bussola)

Che cos'è il razzismo?
Il razzismo, per esempio, può essere quando sei su un Frecciarossa, e seduta di fianco a te c'è una garbata signora italiana sui sessanta, vestita di tutto punto e con un'adorabile giacchetta fucsia, gli occhi perennemente affondati nello smartphone e il resto del tempo passato a parlare al telefono, a voce sostenuta, mentre seduti una fila di sedili più in là ci sono tre giovani uomini pakistani, o comunque di etnia indiana, vestiti più casual, che parlano sottovoce, ogni tanto ridono, uno dei tre sonnecchia con la testa appoggiata al finestrino. E a un certo punto la garbata signora si alza, ti dice: "Scusi signore", tu le dici: "Sì?", lei ti dice: "Potrebbe darmi un'occhiata alla borsa e alla valigia, per piacere? Perché dovrei andare alla toilette e vorrei evitare di portarmi tutto", e tu le dici: "Si figuri, non c'è problema", e la garbata signora aggiunge, solo a quel punto: "Sa, è che non mi fido di quelli lì", e indica i tre giovani uomini alzando di poco la punta del mento nella loro direzione, e tu ti accorgi che loro hanno capito, e li vedi che fanno però finta di niente, forse per non scatenare discussioni in cui rischierebbero pure, di questi tempi, di avere la peggio. Il razzismo è nel fatto che la garbata signora abbia pensato in automatico che, mentre era in bagno, i tre giovani uomini avrebbero potuto frugarle nella borsa mentre tu, che la sua borsa l'hai nel sedile di fianco al tuo e ti basterebbe allungare una mano, invece no. Il razzismo è anche nel fatto che tu sei un "signore", e loro invece "quelli lì", solo perché hanno la pelle di una sfumatura diversa e parlano una lingua che non conosci e forse, chissà, pure perché ridono, perché si sa che chi ride nasconde spesso cattive intenzioni.

E come si combatte il razzismo?
Si può fare, per esempio, non cedendo alla facile tentazione di dire alla garbata signora: "Guardi, per me può pure tenersela fino all'arrivo", e attendere invece il suo ritorno dalla toilette, poi farla sedere, poi sorriderle, poi alzarsi, poi andare dai tre giovani uomini pakistani e dir loro: "Scusate signori, potreste darmi un'occhiata allo zaino mentre vado in bagno, per piacere?", e di fronte alla loro sorpresa aggiungere, solo a quel punto: "Sapete, è che non mi fido di quella lì", mentre indichi la signora alzando di poco la punta del mento nella sua direzione, e vederli ridere piano, e gustarsi la faccia della signora, e infine andare in bagno a pisciare tranquilli, anche se non ti scappa, perché a volte può bastare una singola goccia a fare la differenza tra sentirci a posto con l'Universo, oppure no.

*** Matteo BUSSOLA, 1971, scrittore, fumettista, conduttore radiofonico, facebook, 14 aprile 2019, qui
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lunedì 19 febbraio 2018

#MOSQUITO / Scuola, figli e madri (Matteo Bussola)

Vado ai colloqui con le insegnanti di Virginia, chiedo chi è l'ultimo e mi siedo nell'unico posto libero, lontano dalla porta e vicino a quella della classe accanto. A breve distanza ci sono due mamme che parlano, quella castana la conosco di vista ma quando l'ho guardata non ha ricambiato il mio saluto. Forse non si ricorda di me, oppure è solo persa nei suoi pensieri. È vestita e truccata benissimo, ha i tacchi alti, sembra che debba partecipare a un gran gala. Lì per lì mi viene da sorridere, non sarebbe la prima volta che vedo un genitore tirarsi a lucido per parlare con le maestre. 
Poi afferrò uno scampolo della sua discussione con un'altra mamma.
- Così gli scrivo una giustificazione. 
- Ogni sera? 
- Ogni sera. E cosa dovrei fare? Io arrivo a casa alle nove, mica vado a ballare, esco per ultima dalle riunioni. Secondo loro dovrei buttarlo giù dal letto per chiedergli di farmi vedere i compiti?
- Ma scusa, e tua mamma cosa dice?
- Lui, mia mamma, la intorta come vuole. Le dice che i compiti lì ha fatti e lei gli crede. Poi il giorno dopo mi torna a casa con una nota.
- E per evitare le note tu gli fai una giustificazione ogni sera?
- Certo! E quelle mi contestano le giustificazioni! Ma io vado dal dirigente e vedi come le metto a posto! 
- Se vai dal dirigente poi ti fanno la guerra. 
- Me la stanno già facendo. 
- Ma tu lo hai spiegato, alle maestre, che tuo marito non c'è e che sei via tutto il giorno? 
- Tanto quelle pensano che sia colpa mia. Dicono che lui non fa i compiti perché VUOLE prendere le note, e le vuole prendere per attirare la mia attenzione. Non lo dicono, ma sottointendono che io sia una cattiva madre.
Si sporge verso l'altra mamma, vedo benissimo che sotto il trucco ha delle occhiaie profonde. Riconosco quel genere di stanchezza senza speranza. 
- Io lavoro. Non faccio altro, lavoro. E visto che sono la responsabile non me li posso prendere i permessi per fargli fare i compiti, non in questo periodo, non è possibile. E loro a dirmi che anche loro lavorano, e che pure il bambino deve lavorare. 
Non glie ne frega niente dei miei problemi. 
La porta si apre, si affaccia una maestra sorridente. Incrocia lo sguardo con la mamma castana, smette di sorridere. La mamma si alza, entra, la porta si chiude.
Solo allora mi accorgo che sulla sedia è rimasto seduto il figlio, sta giocando col cellulare. Ha sentito l'intero discorso della madre. Ha la fronte aggrottata e la bocca tesa.
Forse è solo molto impegno nel gioco.
Forse no.

*** Matteo BUSSOLA, 1971, scrittore, fumettista, conduttore radiofonico, Sono puri i loro sogni, Einaudi, 2017.
Segnalato da Valentina Marroni, facebook, qui


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