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domenica 25 aprile 2021

#MEMO / 25 aprile, il valore della partecipazione (Giacomo Ulivi)

Cari amici,  vi vorrei confessare, innanzi tutto, che tre volte ho strappato e scritto questa lettera. L’avevo iniziata con uno sguardo in giro, con un sincero rimpianto per le rovine che ci circondano, ma, nel passare da questo all’argomento di cui desidero parlarvi, temevo di apparire “falso”, di inzuccherare con un preambolo patetico una pillola propagandistica. E questa parola temo come un’offesa immeritata: non si tratta di propaganda ma di un esame che vorrei fare con voi. 

Invece dobbiamo guardare ed esaminare insieme: che cosa? Noi stessi. Per abituarci a vedere in noi la parte di responsabilità che abbiamo dei nostri mali. Per riconoscere quanto da parte nostra si è fatto, per giungere ove siamo giunti. Non voglio sembrarvi un Savonarola che richiami al flagello. Vorrei che con me conveniste quanto ci sentiamo impreparati, e gravati di recenti errori, e pensassimo al fatto che tutto noi dobbiamo rifare. Tutto dalle case alle ferrovie, dai porti alle centrali elettriche, dall’industria ai campi di grano. 

Ma soprattutto, vedete, dobbiamo rifare noi stessi: è la premessa per tutto il resto. Mi chiederete, perché rifare noi stessi, in che senso? Ecco, per esempio, quanti di noi sperano nella fine di questi casi tremendi, per iniziare una laboriosa e quieta vita, dedicata alla famiglia ed al lavoro? Benissimo: è un sentimento generale, diffuso e soddisfacente. Ma, credo, lavorare non basterà: nel desiderio invincibile di “quiete” anche se laboriosa, è il segno dell’errore. Perché in questo bisogno di quiete è il tentativo di allontanarsi il più possibile da ogni manifestazione politica. E’ il tremendo, il più terribile, credetemi, risultato di un’opera di diseducazione ventennale, di diseducazione o di educazione negativa, che martellando per vent’anni da ogni lato, è riuscita ad inchiodare in molti di noi dei pregiudizi. Fondamentale quello della “sporcizia” della politica che mi sembra sia stato ispirato per due vie. Tutti i giorni ci hanno detto che la politica è lavoro di “specialisti”. 

Duro lavoro, che ha le sue esigenze: e queste esigenze, come ogni giorno si vedeva, erano stranamente consimili a quelle che stanno alla base dell’opera di qualunque ladro e grassatore. Teoria e pratica concorsero a distoglierci e ad allontanarci da ogni attività politica. Comodo eh? Lasciate fare a chi può e deve; voi lavorate e credete, questo dicevano: e quello che facevano lo vediamo ora che nella vita politica – se vita politica vuol dire soprattutto diretta partecipazione ai casi nostri – ci siamo scaraventati dagli eventi. Qui sta la nostra colpa, io credo: come mai, noi italiani, con tanti secoli di esperienza, usciti da un meraviglioso processo di liberazione, in cui non altri che i nostri nonni dettero prova di qualità uniche in Europa, di un attaccamento alla cosa pubblica, il che vuol dire a se stessi, senza esempio forse, abbiamo abdicato, lasciato ogni diritto, di fronte a qualche vacua, rimbombante parola? che cosa abbiamo creduto? Creduto grazie al cielo niente ma in ogni modo ci siamo lasciati strappare di mano tutto, da una minoranza inadeguata, moralmente e intellettualmente […]. 

Oggi bisogna combattere contro l’oppressore. Questo è il primo dovere per noi tutti. Ma è bene prepararsi a risolvere questi problemi in modo duraturo, e che eviti il risorgere di essi e il ripetersi di tutto quanto si è abbattuto su di noi. 

*** Giacomo ULIVI, 19 anni, studente di terzo anno alla Facoltà di Legge all’Università di Parma,  catturato due volte e sempre riuscito a scappare, la terza volta catturato in centro a Modena dai fascisti delle Brigate Nere, tradotto nelle carceri dell’Accademia Militare, torturato e poi fucilato il 10 novembre 1944, sulla Piazza Grande di Modena. Prima parte della sua lettera, scritta tra il secondo e il terzo arresto, da Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana (8 settembre 1943 – 25 aprile 1945), citato da Nadia Urbinati, Il 25 aprile e il valore della partecipazione, 23 aprile 2021, 'MicroMega+', qui

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domenica 26 aprile 2020

#MEMO / Cronaca di ore memorabili, 26 aprile 1945 (Dino Buzzati)

Senza osare ancora crederlo, Milano si è risvegliata ieri mattina all'ultima giornata della sua interminabile attesa. Da alcuni giorni la grande speranza aveva acquistato una verosimiglianza meravigliosa, via via che sulla carta della Germania appesa negli uffici, nei tinelli di mille e mille case, le bandierine fatali si spostavano da una parte e dall'altra, in minacciose protuberanze, serrando sempre più la loro stretta.
Per vie misteriose, voci che dapprima parevano strane o pazzesche si spandevano per la città, accrescendo l'ansia della liberazione.
Sintomi decisivi I molti scioperi in città e provincia dei giorni precedenti, eseguiti con disciplina e svoltisi per lo più senza reazioni o repressioni, già dicevano che molte cose erano cambiate e stavano felicemente sovvertendosi. Migliaia di partigiani - era ormai voce comune - erano concentrati in Milano e si disponevano a far sentire il peso delle loro armi. Il febbrile trambusto dinanzi alle sedi dei comandi tedeschi, tutti quegli autocarri carichi delle più strane cose che si lanciavano verso la periferia, quelle finestre che rimanevano sprangate, quei cavalli di frisia che le sentinelle più non vigilavano, erano altrettanti segni promettenti. Poi dicerie in senso opposto: Mussolini - dicevano - era in città in via Conservatorio, nell'antica sede dell'Opera Balilla e stava organizzando la resistenza a oltranza.
Sì - confermava un altro - anche i tedeschi stanno rinforzando le difese: poco fa avevano cominciato a costruire un nuovo ridottino in cemento armato in via Santa Margherita, presso il famigerato albergo Regina, sede di tante fosche verità e truci leggende. Meno male che un altro aveva poi visto gli stessi muratori abbandonare il lavoro, anzi livellare frettolosamente la buca aperta nel selciato.

Un vento quasi freddo ha svegliato ieri mattina la città. Si era detto la sera prima che all'indomani i tram avrebbero fatto sciopero. Sarebbe stato questo un segno ancor più eloquente della crisi. Per i milanesi le rotaie delle strade deserte hanno sempre avuto un significato decisivo. Voleva dire dunque che gli ottimisti avevano ragione. Ma alle orecchie ancora insonnolite saliva dalla via il caratteristico e stavolta non più amico rotolio di metallo. E le stesse sirene del piccolo allarme scandite con l'usata frequenza sembravano voler dire che niente era cambiato. Cominciava dunque ancora una giornata di guerra uguale a troppe altre, patite in una insofferenza crescente e quasi miseramente sprecate nel conto complessivo della vita?
Ma i volti degli armati fascisti - quanto più rari del solito - apparivano diversi dal solito, come svuotati i loro mitra, pur branditi con accentuata ostentazione con la canna orizzontale per rispondere a qualsiasi sorpresa, anziché forza dicevano smarrimento e incertezza.
E passavano rombando autocarri e autocarri tedeschi, cumuli di casse, di pacchi, di mobili, perfino di materassi con in cima la scorta armata. Sopra la cabina del conducente un soldato dalla faccia impenetrabile brandeggiava lentamente la mitragliatrice a destra e a sinistra, a titolo di avvertimento: ma era già lontano, scomparso in fondo alla via, una triste ombra dispersa. E di chi erano quelle belle automobili zeppe di valige e valigette, dal cui finestrino spuntava il nero becco di un'arma? A quale lungo viaggio si accingevano?

I tram, andavano ancora ma già si capiva che Milano aveva interrotto il lavoro: il fiato sospeso, essa sentiva il destino, accumulata in lunghi mesi una carica immensa, mettersi in moto alla fine e incalzare con ritmo sempre più precipitoso. L'organizzazione della riscossa, maturata nell'ombra, rivelava all'improvviso le sue innumerevoli ramificazioni e la solidità della sua estesissima rete. Le parole d'ordine passate segretamente di bocca in bocca, di comitato in comitato, di azienda in azienda, trovavano immediata esecuzione.
Il movimento è cominciato a mezzogiorno. Le maggiori industrie sono in sciopero. Dovunque sono presenti i partigiani che spesso prendono la parola, festeggiatissimi, annunciando alle maestranze che l'ora della liberazione è venuta e incitandole a insorgere. Manifestazioni di solidarietà patriottica riuniscono così gli operati della Caproni, della Magnaghi, dell'Allocchio-Bacchini, dell'Isotta-Fraschini, della Galileo, della Salmoiraghi, della Salva e di moltissime altre fabbriche. Anche donne «fuori legge» partecipano a queste adunate, con l'intrepidezza dimostrata del resto altre volte, in giornate e in occasioni ben più rischiose. Tra esse è la madre di due partigiani caduti che parecchi giorni fa, quando le maglie della vigilanza fascista non si erano per nulla allentate non aveva esitato ad accompagnare un gruppo di partigiani in vari stabilimenti all'ora della mensa, e a rivolgere ai lavoratori parole animatrici.

I Partiti sulla breccia 
Questi scioperi, queste manifestazioni, non sono un segreto. I tedeschi lo sanno ma, impotenti di fronte a così vasta insurrezione, si trovano paralizzati; anche i fascisti lo sanno e vorrebbero intervenire. Ma come? Non è più un patriota isolato o un esiguo gruppo di generosi. Oggi è l'intero popolo che si risveglia. Echeggia qualche sparo, ma la compattezza delle maestranze ben presto scoraggia i «tutori dell'ordine» costringendoli alla ritirata. Alla Compagnia Generale d'Elettricità, dove un discorso del socialista Repossi, ex-deputato, suscita l'entusiasmo delle maestranze, perfino un dirigente tedesco dell'azienda - il cui padre fu ucciso per antinazismo a Berlino - si sente preso dal prorompere del comune sentimento e in atto di civile solidarietà è tra i primi ad affrontare e ad imporsi ai militi della «Resega» che tentavano un intervento.
Entrano, intanto, non più clandestinamente, in azione i partiti del Comitato di liberazione. In via Podgora, mentre ancora tedeschi e fascisti girano per la città comincia a funzionare la sede del partito socialista.
Anche i comunisti, i democristiani, i liberali, gli uomini del partito d'azione con le loro varie forze sono presenti in tutti i principali stabilimenti della periferia; i fiduciari delle diverse organizzazioni politiche inviano le masse lavoratrici a riprendere, ormai a viso aperto, la lotta liberatrice. Purtroppo ancora una volta benché non attaccati i fascisti non esitano a versare nuovo sangue innocente. In uno stabilimento un ufficiale di una banda di Mussolini fatta irruzione con un drappello armato là dove erano riuniti gli operai, fredda con una scarica di mitra un giovane e un altro che, rimasto ferito, gli si rivolge aprendo le braccia in un atto fiero, abbatte con una seconda raffica. Diversi operai sono rimasti pure feriti alla Miani-Silvestri, nel corso di un vero e proprio assedio intrapreso da una brigata nera: e sangue è pure corso alla Pirelli in via Fabio Filzi, in uno scontro tra operai e camicie nere accorse con pezzi d'artiglieria.

I segni del disfacimento delle forze tedesche e fasciste si moltiplicano. Autocarri germanici lanciati ormai in evidente fuga si fermano nelle vie per raccogliere all'ultimo momento soldati sparsi i quali se ne vanno così senza neppure lo zaino e gli effetti personali. Nembi di acre fumo si sprigionano dalle sedi più tristemente famose. I tedeschi dell'albergo Regina si affannano a incenerire carte troppo compromettenti; e il loro esempio è seguito dai comandi di porta Magenta e dagli uffici di Foro Buonaparte, all'ultimo atto della finale liquidazione. Pure i fascisti si preoccupano di non lasciare dietro di se prove eccessivamente eloquenti delle loro prodezze. Archivi vengono incendiati in Prefettura e in numerose sedi di gruppi rionali e di bande armate.

Attacco ai capisaldi 
I tram ora sono fermi. Le vie si fanno a poco a poco sempre più deserte e cresce il silenzio delle grandi aspettazioni. Dinanzi alle saracinesche semiabbassate, ai portoni mezzo chiusi, si formano gruppetti di persone dall'aria un po' stranita che si guardano intorno. Una fucilata suona secca e solitaria nel pomeriggio già estivo. Poi una lunga scarica di mitra. Comincia la battaglia? Si apre l'ultimo sanguinoso atto del dramma? Ma il silenzio ritorna. Con un crescente sollievo la città vede passare le ore senza che si scateni la lotta. La partita non si deciderà dunque a Milano? No, la partita è già stata decisa; e non solo sui fiammeggianti campi di battaglia tra i biondi guerrieri della Russia e su quello italiano: ma anche qui in Milano nell'eterno anno e mezzo di attesa la sorte è stata decisa per opera del popolo stesso, unanime nel desiderio e nell'ansia, attraverso l'ancora oscuro travaglio e sacrificio di molte migliaia di cittadini che a rischio di carcere, di deportazione, di supplizi e di morte non si sono stancati di spandere la semente.

Scese le ombre della sera, le sparatorie si sono riaccese. Armati fascisti sparsi qua e là, prima di riguadagnare i rispettivi rifugi, vanno sprecando le munizioni in inconsulte raffiche, lo smarrimento e i timori facendo loro apparire immagini minacciose ciò che in genere non erano altro che pacifici cittadini attardatisi fuori di casa. Parecchie decine di persone, colpite all'improvviso e senza motivo da questi spari, hanno dovuto essere così trasportate ai vari ospedali cittadini.
Ma intanto le forze dell'Armata della liberazione passavano decisamente all'azione attaccando, prima che sorgesse l'alba, i capisaldi fascisti che nei vari quartieri dimostravano velleità di resistenza. Mentre andiamo in macchina i combattimenti continuano.
Nelle primissime ore di stamane i reparti partigiani hanno già occupato la Prefettura, la sede dell'Eiar, l'ufficio della Questura centrale e i Commissariati di polizia.

*** Dino BUZZATI, 1906-1972, giornalista, scrittore, pittore, drammaturgo, librettista, poeta, Cronaca di ore memorabili, 'Il Nuovo Corriere', giovedì 26 aprile 1945, qui
https://it.wikipedia.org/wiki/Dino_Buzzati


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sabato 25 aprile 2020

#MEMO / 25 aprile, Comunicato CLNAI 1945

Il CLNAI dichiara che la fucilazione di Mussolini e complici, da esso ordinata, è la conclusione necessaria di una fase storica che lascia il nostro Paese ancora coperto di macerie materiali e morali, è la conclusione di una lotta insurrezionale che segna per la Patria la premessa della rinascita e della ricostruzione. Il popolo italiano non potrebbe iniziare una vita libera e normale - che il fascismo per venti anni gli ha negato - se il CLNAI non avesse tempestivamente dimostrato la sua ferrea decisione di saper fare suo un giudizio già pronunciato dalla storia.

Solo a prezzo di questo taglio netto con un passato di vergogna e di delitti, il popolo italiano poteva avere l'assicurazione che il CLNAI è deciso a proseguire con fermezza il rinnovamento democratico del Paese. Solo a questo prezzo la necessaria epurazione dei residui fascisti può e deve avvenire, con la conclusione della fase insurrezionale, nelle forme della più stretta legalità.

Dell'esplosione di odio popolare che è trascesa in quest'unica occasione a eccessi comprensibili soltanto nel clima voluto e creato da Mussolini, il fascismo stesso è l'unico responsabile.

Il CLNAI, come ha saputo condurre l'insurrezione, mirabile per disciplina democratica, trasfondendo in tutti gli insorti il senso della responsabilità di questa grande ora storica, e come ha saputo fare, senza esitazioni, giustizia dei responsabili della rovina della Patria, intende che nella nuova epoca che si apre al libero popolo italiano, tali eccessi non abbiano più a ripetersi. Nulla potrebbe giustificarli nel nuovo clima di libertà e di stretta legalità democratica, che il CLNAI è deciso a ristabilire, conclusa ormai la lotta insurrezionale.

*** Il Comitato di Liberazione Nazionale dell'Alta Italia, 29 aprile 1945, it.wikisource, qui

Achille Marazza per la Democrazia Cristiana - Augusto De Gasperi per la Democrazia Cristiana - Ferruccio Parri per il Partito d'Azione -  Leo Valiani per il Partito d'Azione -  Luigi Longo per il Partito Comunista Italiano - Emilio Sereni per il Partito Comunista Italiano - Giustino Arpesani per il Partito Liberale Italiano -  Filippo Jacini per il Partito Liberale Italiano - Rodolfo Morandi per il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria -  Sandro Pertini per il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria


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martedì 4 febbraio 2020

#MEMO / Renzi, faccia tosta e spudoratezza (Marco Travaglio)

Renzi contro lo stop alla prescrizione? Noto la sua faccia tosta e la sua spudoratezza. 

Renzi, nel 2014, quando era presidente del Consiglio e la Cassazione dichiarò prescritti gli omicidi colposi dell’Eternit, a Casale Monferrato, annunciò ‘coram populo’ che la prescrizione era inaccettabile. E disse: ‘O la vicenda non è un reato o, se è un reato ma è prescritto, bisogna cambiare le regole del gioco sulla prescrizione’. 

Nel 2015 il Pd, di cui Renzi, già presidente del Consiglio, era segretario, in Commissione Giustizia mise a verbale queste testuali parole: ‘La posizione ufficiale del Pd è che la prescrizione deve cessare dopo il decreto di rinvio a giudizio’. Due parlamentari del Pd, Felice Casson e Giuseppe Cucca, presentarono due emendamenti: il primo diceva che la prescrizione andava bloccata con la sentenza di primo grado e il secondo stabiliva che la prescrizione doveva decorrere non dal momento in cui il reato veniva commesso, ma dal momento in cui quello stesso reato veniva scoperto, cioè molto tempo dopo. E questo rende quasi acqua fresca la riforma Bonafede che si limita a recepire uno dei due emendamenti renziani del Pd del 2015.

Sapete chi è il responsabile Giustizia di Italia Viva oggi? E’ lo stesso senatore Cucca che firmò quei due emendamenti che bloccavano la prescrizione, esattamente come fa la legge Bonafede e in più la facevano decorrere soltanto dal momento in cui il reato veniva scoperto. 

Qual è la lezione di tutto questo? E’ che non ci credono nemmeno loro a quello che dicono, e cioè che questa riforma è una barbarie. Semplicemente sono diventati rappresentanti delle peggiori lobby di questo Paese, che non vogliono che i processi vadano alla fine con la condanna per chi è colpevole e l’assoluzione per chi è innocente. Preferiscono il pareggio, come è sempre capitato fino all’altro ieri.

*** Marco TRAVAGLIO, direttore di 'Il Fatto Quotidiano', “Renzi? Nel 2014 disse che era inaccettabile e nel 2015 voleva bloccarla dopo il decreto di rinvio a giudizio”, 'Otto e mezzo- La7', 3 febbraio 2020, con video, 'ilfattoquotidiano.it', qui


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lunedì 27 gennaio 2020

#VIDEO #MEMO / La memoria si esercita, non si commemora


La memoria si esercita, non si commemora
1942, un uomo manda 192 bambini nelle camere a gas
Janusz KORCZAK
facebook, 2019-2020
video, 3min20



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lunedì 2 settembre 2019

#MEMO / 50 milioni di morti (Gad Lerner)

Ottant’anni fa Hitler diede avvio alla più terribile strage di popoli europei con l’invasione della Polonia. 
Morirono 30 milioni di civili e più di 20 milioni di soldati. 
C’è chi inneggia ancora al suo nome e chi disprezza la convivenza, in questi tempi cinici e incarogniti.

*** Gad LERNER, 1954, giornalista, saggista, facebook, 1 settembre 2019, qui


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venerdì 21 giugno 2019

#MEMO / Euro, o di qua o di là (Matteo Salvini)

Ma noi abbiamo iniziato a sostenerlo [il referendum per l’uscita dell’Italia dall’Euro] tre anni fa ed eravamo appunto dei matti. Lo sostengono sei premi Nobel, io vado oltre, non serve un referendum. Il referendum sull’euro sarebbe un massacro e un'agonia per un sistema economico.. o stai dentro o stai fuori. Quello che posso dire è che, se la Lega andrà al Governo, noi usciamo. Ma sono cose che fai in fretta, altrimenti, i Soros della situazione, se fai tre mesi di campagna referendaria sull'euro, ti massacrano…. ci lasciano in mutande, comprano anche gli ultimi pezzi di industrie italiane sane che sono rimaste su questo territorio.… Quindi su questo non ci sono le vie di mezzo, o di qua o di là.

*** Matteo SALVINI, luglio 2016, in occasione del Festival del Lavoro all'Angelicum a Roma, citato in 'non mollare', n. 44, 17 giugno 2019, qui


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venerdì 21 agosto 2015

#MEMO / Persone, non cartellini (Isabella Covili Faggioli)

Era tanto tempo fa.
In bicicletta attraversavo i reparti di produzione e confezionamento. Mi guardavano tutti con curiosità. Forse anche con preoccupazione.

Ero stata assunta da due giorni e me ne andavo in giro con fierezza, come se raccogliere i cartellini marcatempo fosse un'impresa unica ed irripetibile. Avevo la gonna molto corta e le gambe forti e belle.
Sostituivo un ex militare che andava controllando che le persone marcassero in modo corretto la loro scheda

Prendevo la vita di petto ed anche il lavoro, Non ero ancora maggiorenne ma mi sentivo grande e padrona del mondo con quel posto in una grande azienda che per la città era il simbolo del benessere e della sicurezza

Mi avevano offerto di occuparmi dei cartellini orologio, non sapevo neppure cosa fossero, ma avevo accettato con entusiasmo. Ero fiera, orgogliosa, felice e sorridevo alla vita.

Mi piaceva girare nei reparti, mi piaceva guardare la gente lavorare ed associare ad ogni numero di matricola un volto.
Erano 370 persone.
Chi mi aveva preceduto diceva 370 cartellini.
Io dicevo 370 persone.

Quando mi fermavo nei reparti per sistemare i cartellini qualcuno, timidamente, mi veniva vicino per chiedere qualche spiegazione. Era il momento più bello della giornata.

Sono stata assunta di lunedì.
Giovedì, mentre ero in sala confezionamento, una
signora mi fa cenno.

Ho già imparato che loro non si possono muovere dalla catena di montaggio. Le bottiglie passano veloce e se loro si distraggono mettono in difficoltà i colleghi che sono a valle della linea. Ha bisogno.
Freno, lascio il segno della gomma, cioè inchiodo. La guardo e le dico "Buon giorno Olva, mi dica." Lei spalanca gli occhi, apre la bocca e, come se avesse assistito ad un miracolo, mi guarda con aria estasiata e mi dice "ma... lei conosce il mio nome!"

Ho deciso in quel momento, credo, che non avrei fatto, com'era nei sogni di bambina, l'avvocato.

Sono passati trcnt'anni e tante esperienze si sono susseguite ma non c'è stato giorni che non abbia ringraziato dentro di me l'Olva.

Uno dei più bei doni che la vita ti può dare e fare qualcosa che ami... ed essere pagato per questo.

Gli studi, la laurea, i corsi, sono stati finalizzati a questo.
Ho selezionato, gestito, formato, licenziato, ma sempre con la consapevolezza che di fronte c'era...Olva.

*** Isabella COVILI FAGGIOLI, già direttore del personale, consulente, presidente Associazione italiana per la Direzione del Personale (Aidp), L'importanza delle persone, da Isabella Covili Faggioli, Microsoluzioni. Piccole storie esemplari di vita d'azienda, Guerini, 2010


sabato 13 giugno 2015

#MEMO / Permesso per leggere l'Unità (Guglielmo Emanuel)

Il 30 luglio 1949 Guglielmo Emanuel, direttore del Corriere della Sera, invia una lettera al cardinale di Milano Ildefonso Schuster in merito alla scomunica, emanata dal Sant'Uffizio il 1° luglio 1949, che colpiva non solo i cattolici iscritti al Pci, ma anche quelli che avessero letto la stampa comunista. 
Il limite metteva in evidente difficoltà i giornalisti credenti che, per lavoro, dovevano sfogliare anche la stampa di opinione diversa dalla loro. 
Per questo Emanuel chiede il permesso di poter far leggere ai suoi redattori i "giornali proibiti". 

*** da Archivio storico 'Corriere della Sera', 'Sette', rubrica 'fondazione Corriere della Sera', 12 giugno 2015

° ° °
Ecco il testo della lettera:

Milano, 30 luglio 1949
A Sua Eminenza Rev.ma il
Cardinale Ildefonso Schuster
Arcivescovo di Milano

Sarò assai grato all'Eminenza Vostra se vorrà benevolmente autorizzare alla lettura dei giornali proibiti dal recente decreto del santo Uffizio, quanti, giornalisti e funzionari del 'Corriere della Sera', per inderogabili ragioni di lavoro, devono prenderne visione e che, per le loro convinzioni religiose, desiderano ottenere il regolare permesso dalla Autorità Ecclesiastica.
Ringraziando, invio l'espressione del mio devoto ossequio
Guglielmo Emanuel


foto della lettera di Guglielmo Emanuel
da 'Sette', 12 giugno 2015

Su Guglielmo Emanuel (1879-1965)
https://it.wikipedia.org/wiki/Guglielmo_Emanuel

giovedì 7 maggio 2015

#MEMO / Saper lasciar andare: due... cento di questi addii (Valerio Bianchi)

Questo è un breve racconto autobiografico di un mio “simultaneo” addio di qualche anno fa. 
E’ una vicenda minuta, per certi versi insignificante oltre che assai comune nella vita di chiunque. Eppure a distanza di tempo ho iniziato a guardare questi fatti sotto una luce positiva che, inizialmente, non avrei mai sospettato di poter loro assegnare. Così ho pensato di condividere la presunta utilità della riflessione.

Quando avevo 15 anni incontrai per caso Dylan Dog, il fumetto della Sergio Bonelli editrice: fu amore a prima vista! 
Ricordo esattamente la data e le circostanze: era l’estate del 1990 ed ero ospite a Norcia da un mio carissimo amico durante le vacanze estive. Lui me ne consigliò la lettura e da quel giorno, per tanti anni, non seppi più fare a meno di lui. Del personaggio cominciai ad amare ogni cosa: il mestiere che faceva (Indagatore dell’incubo), lo stile di vita (quale adolescente non vorrebbe aver avuto tutte le donne amate da Dylan?), gli hobby, il look, il carattere malinconico e introspettivo. Insomma attraverso la sua conoscenza, che approfondivo di mese in mese tramite la lettura, costruii anche un pezzo della mia identità di ragazzo, forse addirittura dei valori che la sorreggevano.

Col passare del tempo i miei gusti si modificarono e si arricchirono anche di altre letture, chiaramente non solo fumettistiche. Ma Dylan Dog era sempre una presenza costante. Ritagliarmi quella mezz’ora una volta al mese per incontrarlo era un momento sacro, che non andava disperso banalmente. C’era infatti l’attimo perfetto per incontrarsi e, anche se non avrei saputo descriverlo agli altri, ero sicuramente in grado di riconoscerlo.

Poi da un certo giorno in poi, dopo oltre 10 anni di assidua e felice frequentazione, alcuni albi cominciarono a sembrarmi un po’ stonati, ripetitivi, e quindi a deludermi. Era una delusione che, come fra tutti gli innamorati, cercai di dissimulare dicendomi che era una crisi transitoria di coppia e che presto sarebbe passata. 
Siccome invece non passò, arrivai anche a scrivere alla redazione di Sergio Bonelli, lamentando il peggioramento qualitativo delle storie. Ne ricevetti una risposta fredda e un po’ sdegnata, ma d’altra parte come si possono spiegare ad altri le ragioni di una propria disillusione amorosa?

Insomma ero in crisi e il nostro rapporto non filava più liscio come un tempo. Ma il colpo di grazia al mio eroe lo portò inaspettatamente una ragazza che conobbi in quegli anni. 
Era l’estate del 2002 e quando la incontrai molte cose passarono in secondo piano, fra cui le incomprensioni tra me e Dylan. C’era talmente tanta inaspettata gioia in quel che vivevo che il resto contava ben poco.

Poi anche fra me e lei sorsero dei dissapori: all’inizio solo episodici e transitori, poi ricorrenti e logoranti. Ma la cosa che mi lasciò di stucco fu la facilità con cui lei decise di disfarsi di tutto questo: era la primavera del 2003 e il ricordo di quei giorni mi procura ancora oggi una fitta dolorosa. Le bastò un incontro e una lettera che mi lasciò nelle mani per dirmi addio, a me che non sapevo come sbarazzarmi di nessuna delle cose che mi circondavano. Mi accorsi che di lei, nonostante i nostri malesseri, non avrei affatto voluto sbarazzarmi così precocemente, ma non ci fu modo di replicare. L’uscio si chiuse in maniera definitiva.
Logorato dalle pene d’amore e dall’ostentata disinvoltura che le indussero, ebbi la mia nèmesi abbandonando contemporaneamente Dylan Dog: era l’aprile del 2003 e l’ultimo albo che comprai fu il n. 200.

Da allora non ci siamo più rivisti, se non un paio di volte in maniera del tutto occasionale, né con lei né con Dylan: in entrambi i casi ho avvertito una forte emozione iniziale alla quale però è seguito ben poco. Dei nostri lontani amori non era rimasto più nulla. Quei brevi incontri mi hanno soltanto ricordato due storie, una vera e l’altra su carta, che avevano emozionato un ragazzo e un adolescente, ma che non parlavano più all’uomo che stavo cercando di diventare. Ostinarsi non sarebbe servito a niente.

Mi piacerebbe raccontare che oggi ho un rapporto sereno ed equilibrato con entrambi, che ci permette di tenerci in contatto senza ferirci, con un sano distacco. Purtroppo in almeno uno dei due casi le cose non stanno ovviamente così…
Tuttavia queste due storie mi hanno lasciato un prezioso insegnamento sul valore positivo delle separazioni e del saper lasciar andare certe cose: talvolta non è poi così male dirsi addio e ritrovarsi soltanto nella trasfigurata dolcezza dei nostri ricordi.

*** Valerio BIANCHI, per Mixtura