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sabato 23 novembre 2019

#MOSQUITO / Tolleranza e com-passione, unica forza (Concita De Gregorio)

Sono le certezze fragili che ci fanno sentire forti, quando l’unica forza di cui ciascuno dispone è la tolleranza, invece, la curiosità verso l’altro, l’ascolto, la com-passione. Mettere la passione in comune. Sentire insieme. La vita è un attimo. Buttarla via dando le spalle al prossimo è davvero stupido. Non mi viene nessun’altra definizione più consona. Stupido. Di persona non avveduta, che non capisce. Ogni prepotenza, ogni violenza è una forma di debolezza. È quando non riesco a far valere le mie opinioni con la ragione che alzo la voce, le mani. È quando non riesco a discutere che picchio, vieto, obbligo. È sempre una resa, la violenza. Un segno definitivo di pochezza. Non all’altezza di un essere umano. Si torna bestie. Quel che distingue gli uomini dagli animali è la parola, no?

*** Concita DE GREGORIO, 1963, giornalista e scrittrice, In Tempo di guerra, personaggio di Nonno Adelmo, Einaudi, 2019
https://it.wikipedia.org/wiki/Concita_De_Gregorio


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lunedì 18 novembre 2019

#MOSQUITO / La politica della convenienza (Concita De Gregorio)

Sono quasi dieci anni, ormai, che una moltitudine sempre crescente di persone non trova un posto dove mettere le sue speranze, la sua disillusione. Dieci anni in cui è diventato un boato quel mormorio di «io vi maledico, voi che potreste cambiare le cose e non lo fate». Dieci anni in cui la risposta è stata – a tutte le latitudini – la politica della convenienza: cosa conviene a me che governo ora, non a voi che siete governati, al vostro futuro. E intanto, tutti insieme, gli eletti a rappresentare gli inascoltati, nel residuo sempre più esiguo di fiducia, dicevano: bisognerebbe ascoltare. Hanno ascoltato solo il loro interesse.

*** Concita DE GREGORIO, 1963, giornalista, scrittrice, In Tempo di guerra, Einaudi, 2019


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martedì 17 maggio 2016

#MOSQUITO / Dimenticare, ricordare (Concita De Gregorio)

Dimenticare, ricordare. 

Etimo, radice: mente, cuore. Se dimentichi allontani dalla mente. Se ricordi riporti al cuore. (Natalia Revuelta, la donna che ha amato Fidel Castro prima che diventasse Fidel, quando aveva vent’anni, nell’unica intervista mai concessa: “Ho impiegato tutta la vita per trasferirlo dal cuore alla mente”. Un tragitto così breve e così tanto tempo. Poi, dalla mente, si dimentica. Non dal cuore.) 

Esistono anche scordare, rammentare. L’opposto: allontanare dal cuore, riportare alla mente. Indice di frequenza molto basso nell’uso comune. Regionale o letterario. Uno a mille. Vincono, nell’uso della lingua parlata, ri-cor-dare e di-men-ticare. (Recordare, dalla “Messa di requiem” di Mozart, cantava nonna Klara.) 

Sinonimi. Dimenticare, obliare. Oublier. Olvidar. Dal latino oblivium. Ob-liv. Verso l’oscurità. Diventare oscuro. Anche: scolorire. (Oblivion, Astor Piazzolla: musica – tuttavia – inolvidable, indimenticabile.) Dalla luce al buio, ci vuole più coraggio a dimenticare. Entrare in ombra.

*** Concita DE GREGORIO, 1963, giornalista, scrittrice, Mi sa che fuori è primavera, Feltrinelli, 2015


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(compresa la mia recensione al libro Mi sa che fuori è primavera, Feltrinelli, 2015)

lunedì 9 maggio 2016

#LIBRI PIACIUTI / Mi sa che fuori è primavera, di Concita De Gregorio (recensione di M. Ferrario)

Concita De Gregorio, "Mi sa che fuori è primavera"
Feltrinelli, 2015
pagine 122, € 13,00, ebook € 9,99

Senza fiato
E' un oggetto strano, questo ultimo libro di Concita de Gregorio Mi sa che fuori è primavera; ma proprio per questo coinvolge nella lettura come più non potrebbe. 

La storia, rielaborata nel corso di lunghi colloqui tra la scrittrice e chi si è trovato al centro di quel terribile fatto di cronaca accaduto in Svizzera nel 2011, subendone tutto l'infinito dolore, non è né un freddo resoconto giornalistico (le cose sono ormai note e purtroppo nessuna novità si è aggiunta), né una pura trasfigurazione romanzata della realtà. E' invece, in qualche modo, un mix ben bilanciato di ricostruzione e invenzione, che cerca di restituire al lettore, soprattutto, la psicologia della protagonista, scavata il più possibile attraverso gli occhi, e il cuore, di lei stessa. 
Il risultato, anche grazie alla fattura e allo stile, lascia senza fiato. 

Lei, Irina, italiana di cultura internazionale, avvocato di successo presso una multinazionale, sposata e con due gemelline di sei anni, decide la separazione dal marito, Mathias, svizzero. Tutto sembra svolgersi civilmente fino a quando, qualche giorno prima della presentazione delle pratiche formali per il divorzio, il marito scompare con le figlie. Verrà trovato morto suicida dopo una settimana, al termine di un inspiegabile viaggio dalla Svizzera in Puglia, mentre la moglie riceverà un suo biglietto che annuncia che le figlie «riposano in un luogo tranquillo e non hanno sofferto». 

Concita De Gregorio entra nell'anima di Irina e tenta di riprodurne lo sconvolgimento, riandando ai fatti ma anche stando al presente. Lo fa con una scrittura intensa, colorata, spesso poetica, mai retorica, a tratti inquietante: che sa trattare il dolore con rispetto profondo e senza pietismo, cogliendone gli abissi senza fine; ma che sa trovare anche le parole giuste per far capire che è possibile, anche doveroso, continuare. Mai dimenticando ciò che peraltro non può essere dimenticato, ma senza farsi distruggere dai ricordi. E pure, persino, aprendosi a quelle nuove felicità (l'amore di Irina con Luis), che la vita offre: perché questo non intacca minimamente la densità, inestinguibile, degli affetti perduti.

Oltre allo stile, colpisce il modo in cui il libro viene mano a mano composto: a frammenti. Quasi per meglio replicare, con questa scelta, le spaccature dell'anima della protagonista, che mescola angoscia, sconforto, ostinazione, dolore, ira, protesta e ancora, nonostante tutto, speranza. Così il vissuto di Irina, come lasciato sgorgare in diretta da lei stessa, in una confessione aperta eppure misurata, in cui razionalità ed emozionalità mantengono un equilibrio quasi magico, finisce scandagliato attraverso le sue lettere inviate a parenti, amici, giudici, funzionari di polizia: in un alternarsi anche temporale di ricordi del passato, intimi, antichi e anche dolci, e di riflessioni sul presente, aspre e anche arrabbiate, che non vogliono ammettere la resa e chiedono testardamente alle autorità che conducono le indagini di spiegare l'inspiegabile che è accaduto

Sono pagine dure, che lasciano il segno: per contenuto e forma. E spesso commuovono: tanto più perché si capisce che l'intenzione non è quella di stimolare la lacrima facile. 
Non si può non notare un termine, amaro e dolente, che ricorre più volte, con un'insistenza quasi ossessiva: quello dell''assenza'. La morte delle gemelle è quasi certa, ma c'è quel 'quasi', appunto, prodotto dai corpi mai ritrovati. Parrebbe impossibile farci i conti, se si vuole restare vivi e non soccombere alla disperazione. Eppure, proprio le ultime parole del libro confermano la volontà, già emersa nel racconto, di non rinunciare mai a un varco: «Ora però facciamo due passi, che ne dici? Andiamo a vedere, perché mi sa che fuori è primavera.»

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

«
Mi sono sentita tanto in colpa di essere di nuovo felice, nonna. Era come se tutti mi dicessero: come puoi dimenticare, come puoi lasciarti indietro quello che ti è successo, come puoi partire per una vacanza, bere un bicchiere di vino, amare un uomo, farti amare nel piacere, dormire dopo. Come puoi essere ancora viva, insomma, e aver voglia di stare ancora nel mondo. Hai dimenticato le bambine? Vergognati. È come se mi dicessero che sono morta anche io, ed è uno scandalo che mi ribelli. 
Ma io sono viva nonna, il dolore da solo non uccide e io sono viva. Dunque devo vivere, perché finché ci sono ci sarà il ricordo di chi non è più con noi. Vivo, il ricordo: vive loro nei pensieri. Dimenticare, nonna. Tu che hai camminato per un secolo lo sai che niente si dimentica ma tutto, a momenti, si deve poter prendere e mettere in un posto. Tenerlo in mano e metterlo in tasca, spostarlo sul comodino come fosse un fiore in un vaso, uscire, poi rientrare e ritrovarlo lì. Come potremmo vivere senza placare la memoria, che non vuol dire arrendersi, o dimenticare, ma lasciare che il caldo si raffreddi, che il bagnato si asciughi, che ogni cosa si trasformi e nasca un inizio da ogni fine. Che la fame si sazi per tornare a essere fame. Che il desiderio si estingua per rinascere. Che il sonno dia pace alla stanchezza per avere sonno di nuovo. Ogni minuto della vita gira attorno a qualcosa che non c’è più perché qualcos’altro possa accadere. Guarda. I bambini smettono di piangere l’assenza della mamma, all’asilo, e le corrono incontro ridendo quando torna. L’hanno dimenticata, in quelle ore? Ti amputano una gamba dopo un incidente, come è successo a papà, e con la protesi riprendi a camminare e persino a guidare la moto. Hai dimenticato la tua gamba oppure è proprio perché la ricordi – e insieme ne sopporti l’assenza – che puoi ancora muoverti nel mondo? C’è bisogno di essere felici, nonna, per tenere testa a questo dolore inconcepibile. C’è bisogno di paura per avere coraggio. È l’assenza la vera misura della presenza. Il calibro del suo valore e del suo potere. (Concita De Gregorio, "Mi sa che fuori è primavera", Feltrinelli, 2015)

Dovresti portare il lutto in eterno, dicono senza dire: che vergogna dimenticare le proprie figlie. Ma tu inclini la testa e sorridi con i denti piccoli: non sanno di cosa parlano, dici. Dimenticare è impossibile, ma vivere si deve perché la natura ha deciso così: il dolore da solo non uccide. L’assenza di un amore si ripara con altro amore. (Concita De Gregorio, "Mi sa che fuori è primavera", Feltrinelli, 2015)

Sono una madre, lo sarò sempre. Senza figli ma madre. Non servono figli per essere madri. (Concita De Gregorio, "Mi sa che fuori è primavera", Feltrinelli, 2015)
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giovedì 3 marzo 2016

#SENZA_TAGLI / Diritti, dell'amore e dei bambini (Concita De Gregorio)

Dipende. Vorrei vivere in un mondo dove fosse ancora possibile rispondere così a chi ti chiede - continuamente qualcuno ti chiede - cosa pensi della medicina naturale della riforma del Senato dell'accesso ai tracciati telefonici di un morto, delle donne che portano in grembo un bambino che sarà poi figlio di altri. Dipende, vorrei poter rispondere e invece non si può perché non c'è tempo, non c'è voglia di capire e di ascoltare, di distinguere: puoi solo votare adesso, mettere un mi piace, un pollice verso, scrivere un wow - oppure tacere. Finché un Salvini non dice "disgustoso egoismo" del fatto che Nichi Vendola e il suo compagno Ed Testa hanno avuto un figlio.

E allora cosa pensate dell'opinione di Salvini, su quale spalto sedete, in quale tifoseria vi iscrivete. Avanti, votate. No, non voto, vorrei poter dire. E poi non essere obbligata a tacere, il silenzio unico riparo superstite dal circo osceno delle opinioni sempre nette, sempre urlate, sempre senza dubbio e quasi sempre ignoranti delle ragioni ultime delle cose - ma domandare e ascoltare, piuttosto. Perché dipende. La complessità e la delicatezza delle scelte che riguardano la vita merita ascolto, prima di tutto, e uno sforzo grande di comprensione. Ciascuno di noi si è trovato almeno una volta a dover decidere se mettere al mondo o no un figlio, se mettere fine o no alla vita di un malato terminale, se rivelare o no un segreto, un tradimento, una passione. Ciascuno fa i conti con la legge certo, ma prima e soprattutto con la sua coscienza. Allora vorrei - lo vorrei per me, poi per gli altri - che ci fosse la capacità di provare a capire, conoscere, mettersi nei panni. Il giudizio, se proprio è necessario, dopo. Che poi non sempre è necessario. Il tribunale permanente delle coscienze altrui potrebbe ogni tanto anche prendersi un turno di riposo e considerare magari, nel silenzio del foro interiore, la propria.

"Ognuno dal proprio cuor l'altro misura", ha detto Nichi Vendola di fronte al rigurgito del web. Ha ragione. Vi piace? Mettete un like. Se proprio è indispensabile dare un'opinione prima di esaminare i fatti dirò che sono sempre felice della felicità altrui. Per una ragione egoista e non altruista, aggiungo: perché mi rallegra, mi contagia. Sono dunque davvero e semplicemente felice di sapere che due persone che si amano abbiano il figlio che desideravano. Sono contenta di sapere che sia nato Tobia, e che la sua famiglia viva ore di meraviglia.

I fatti poi, finalmente: l'ex governatore della Puglia ha avuto un figlio in California da una donna che lo ha generato nel rispetto della legge. Il padre biologico del bambino è il suo compagno, Ed Testa. "La donna che lo ha portato in grembo e la sua famiglia sono parte della nostra vita", ha detto Vendola. In America, Paese che continuamente e a buon diritto portiamo ad esempio di libertà e democrazia, esistono delle regole in base alle quali una coppia dello stesso sesso può non solo sposarsi ma avere un figlio. Se sono due uomini, naturalmente da una donna. La quale deve avere alcune caratteristiche che riassumo brutalmente, me ne scuso, così: deve essere benestante e volontaria. Non in condizioni di necessità, non costretta. Una libera scelta. Lo schiavismo, la tratta delle donne, la sopraffazione, lo sfruttamento non hanno casa in questa storia. Siete dunque favorevoli o contrari all'utero in affitto, come lo abbiamo chiamato con orrenda formula? Dipende. Se la donna è prigioniera, indigente, schiava, costretta dalle condizioni di vita o dal sopruso di altri a vendere il tempo della sua gravidanza e poi suo figlio: sicuramente contrari. Se è una sua libera scelta, regolata dalla legge del Paese in cui vive, seguita e controllata da cento e cento occhi che vigilano su di lei sulla sua decisione chi sono io, chi siamo noi per giudicare?

Sull'adozione del figlio dell'altro ho letto e ascoltato parole sensatissime, competenti, chiare. Dal magistrato Melita Cavallo, per esempio, una vita spesa al servizio delle adozioni e dei bambini. Da Stefano Rodotà, giurista e uomo integro. Ma il bene del bambino?, sento però chiedere. È giusto che un bambino nato dal ventre di una donna debba essere separato dalla madre, non allattato da lei, portato a vivere in un altro Paese per assecondare il desiderio di una coppia che vuole un figlio? Istintivamente no, viene da dire. È qualcosa che ci mette a disagio, che crea malessere. Però dipende. Da un'infinità di variabili: chi sono quelle persone, che relazione avranno tra loro, se manterranno o meno il legame con le origini. Di che natura sarà quel legame. Dipende da quanto amore ci sarà, in definitiva. Viviamo in un Paese dove i tribunali dei minori tolgono i figli alle madri per darli in affido in numero triplo rispetto ad altri Paesi europei. Un racket dell'affido, hanno mostrato alcune inchieste. Conviene toglierli, qualcuno si arricchisce. È dunque sempre il bene del bambino, quello che orienta le decisioni? È sempre vero che per un bambino stare con sua madre è meglio che stare con una coppia di genitori che lo accoglie e lo ama diversamente da come il suo destino avrebbe deciso? Dipende. Caso per caso, bisogna andare a vedere. Avere testa e cuore. Tobia Antonio è un bambino strappato a sua madre? Tecnicamente, giuridicamente no. È un bambino nato in un cerchio di amore di cui la madre farà parte? Una vita ricca e complessa e difficile come quella di tutti, la sua vita? È possibile. Probabilmente sì.

In altre circostanze - moltissime altre - questo su Tobia non sarebbe un dibattito pubblico. Le coppie eterosessuali vanno a fare l'eterologa all'estero, le donne sole li concepiscono dove possono. Decine di bambini nascono così ogni mese da quelli che hanno soldi per farlo, questa sì è la vera discriminazione. Solo chi ha denaro può farlo, in Italia. In altri Paesi le donne e gli uomini soli - star, attrici, cantanti celebri - adottano e concepiscono in un batter di ciglia, poi occupano le copertine dei rotocalchi. Altri mentono: è il figlio naturale di mio marito, la madre lo ha abbandonato. Ci sono casi celebri, tutto lo sanno ma nessuno lo dice.

La nascita del figlio di Nichi Vendola è un fatto pubblico perché lui è un uomo pubblico. Il suo gesto e quello di Ed, all'indomani dell'approvazione della legge sulle unioni civili orfana dell'adozione del figlio dell'altro (stepchild adoption, lo abbiamo detto in inglese) è un gesto anche politico. È un modo per incarnare una battaglia. Per dire: eccomi, io sono qui. Quello che penso sia giusto è questo, faccio della mia vita un manifesto. È perciò legittimo il dibattito. Certo per chi lo patisce faticoso, ma legittimo. Se e quando l'Italia arriverà a scrivere una legge che prende atto della realtà è qualcosa che non sappiamo. Difficile, in questo clima, adesso. Ciascuno continuerà a fare come crede, e come può.

Secondo coscienza. E se sia giusto o sbagliato non possiamo davvero dirlo al posto di altri, è già molto difficile decidere per sé. Certo non possiamo farlo al posto di Tobia, che è senz'altro benvenuto al mondo. Potremmo chiederglielo quando sarà grande, se avremo la pazienza di aspettare. Pensa che sorpresa se fra vent'anni, con un sorriso, rispondesse: mah, dipende.

*** Concita DE GREGORIO, giornalista, scrittrice, Diritti dell'amore e dei bambini, 'la Repubblica', 1 marzo 2016, qui


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domenica 29 novembre 2015

#MOSQUITO / Felicità, passa anche attraverso l'infelicità (Concita De Gregorio)

Può anche darsi che coloro che si applicano alla centratura del sé, che ascoltano il canto delle balene, si curano con i fiori di bach, praticano ceramica raku e meditano ore ad occhi chiusi cercando di ‘sentire’ la propria sorgente di energia raggiungano a vari livelli di sforzo e di costo dei brevi momenti di anestesia locale del dolore. Ciò non toglie che il dolore sia la condizione primitiva. Il motore immobile di ogni cosa. L’infelicità, come ciascuno sa, è la condizione naturale dell’uomo dotato di senno. I nove decimi dei capolavori mondiali letterali, artistici, musicali di tutti i tempi sono il prodotto di temperamenti depressi o iracondi, inclini al suicidio o all’omicidio, gente tristissima, storpia, orfana, disamata, incarcerata, re-uce da esperienze di vita terrificanti o incapace di uscire dalla propria stanza. Pensate che tragedia per l’umanità se Caravaggio, Pavese, Anna Achmatova, Carlos Gardel, Frida Khalo, Leopardi, Dylan Thomas, Bob Dylan, Che Guevara, Artemisia Gentileschi, Saffo o Primo Levi avessero imparato a ‘concentrarsi solo sulle ragioni della propria felicità’, come vorrebbe Anthony De Mello, centomila copie vendute. Se Kavafis avesse ‘depurato la propria mente dalla malinconia’ (Stephen Braun, 300 mila copie negli Usa) e avesse smesso di considerare Itaca un approdo dello spirito - la tensione del viaggio l’illusione della meta - per andarci a passare il mese di luglio in vacanza. Cosi i sommi, ma poi ciascuno ha avuto la prova in qualche momento della vita che il proprio privato talento si nutre di infelicità. O almeno di inquietudine, di disagio. Inoltre: nessun uomo di media intelligenza - uno che veda e senta attorno a sé, dentro di sé - può ragionevolmente essere felice. Felice di cosa? Attimi sì, certo. Lampi, se si è fortunati. Ma per godere del sole bisogna aver patito il freddo, aver imparato a coprirsi e a resistere, a sopravvivere. Un manuale della quotidiana sofferenza, ecco cosa avrebbe senso: che insegni a riconoscere la felicità quando - inaspettata - arriva. Le regole del benessere promettono, in definitiva, una vita tiepida come un pediluvio. Poi - che si sappia - non mantengono nemmeno la promessa. Così si può comprare un altro libro e incrementare giulivi questa bella fetta di mercato. 

*** Concita DE GREGORIO, giornalista e scrittrice, Se basta una regoletta per cambiare davvero la vita, ‘la Repubblica’, 10 maggio 2004.

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martedì 10 febbraio 2015

#VIDEO #SOCIETA' / Tullio De Mauro, le parole per dirlo


Tulio DE MAURO, 1932
linguista, professore emerito alla Sapienza di Roma
ex ministro della Pubblica Istruzione (2000-2001)
Le parole per dirlo 
Colloquio con Concita De Gregorio, 'Pane quotidiano', RaiTre, 8 gennaio 2015
video, 25min07

Una nazione contadina segnata da bassa scolarità, analfabetismo, predominio dei dialetti: questa era l'Italia del primo dopoguerra.
Riparte da qui il viaggio del linguista Tullio De Mauro attraverso gli usi linguistici del nostro paese. Mettendo in relazione le parole di tutti i giorni con le istituzioni politiche, sociali ed economiche dell'Italia repubblicana, De Mauro ci offre un'idea del linguaggio viva e in continuo mutamento. (dalla presentazione RaiTv)

Tullio De Mauro è uno dei più competenti e noti linguisti italiani. 
Ha appena pubblicato Storia linguistica dell'Italia repubblicana: dal 1946 ai nostri giorni, Laterza, 2014. 
E il volume è l'occasione per parlare di idiomi (lingue e 'dialetti'), in generale, e nel nostro Paese. (mf)

martedì 3 febbraio 2015

#VIDEO #POLITICA / Sinistra, progressista o conservatrice?


Franco CASSANO, 1943, docente all'università di Bari, sociologo, saggista
Vuoto d'aria, Colloquio con Concita De Gregorio
'Pane quotidiano', RaiTre, 12 gennaio 2015
video, 22min39


Progressista o conservatrice? 
Le trasformazioni della società hanno colto in contropiede la sinistra, generando una vera e propria crisi d’identità. Ora che il vento della storia non soffia più alle sue spalle, il sociologo Franco Cassano analizza le ragioni di questa crisi, invitando la sinistra a rientrare nella partita del mondo senza complessi o reticenze. (dalla presentazione di RaiTv)

La discussione prende spunto dall'ultimo saggio di Franco CassanoSenza il vento della storia. La sinistra nell'era del cambiamento, Laterza, Roma-Bari, 2014.
Prima però il video fa riferimento alla giornata di Parigi che ha unito l'Europa contro l'attentato a 'Charlie Hebdo' del 7 gennaio 2015.
Dice Franco Cassano: «La paura può produrre non solo smarrimento. Ma può anche generare unità, solidarietà (...) e quindi può trasformarsi nella cosa opposta, la speranza».

Alcuni temi toccati durante la conversazione:
* la satira deve essere irresponsabile? Può essere censurata?
* come tenere insieme competitività e diritti?
* perché la sinistra non riesce ad accettare il cambiamento?
* che fare, visto che la 'protezione' conquistata negli anni passati non copre più tutti?
* come valutare l'apertura di Obama: «Todos somos americanos»?   (mf)

° ° °
«La sinistra deve scendere dalla cattedra e smettere di sentirsi ospite innocente in un mondo cattivo.» (Franco CassanoSenza il vento della storia. La sinistra nell'era del cambiamento, Laterza, Roma-Bari, 2014).

sabato 31 gennaio 2015

#VIDEO #TEOLOGIA / Un teologo scomodo


Giovanni FRANZONI, 1928
già abate dell'Abbazia San Paolo fuori le Mura, Roma
teologo, saggista
Colloquio con Concita De Gregorio, 'Pane quotidiano', RaiTre, 15 gennaio 2015
video, 24min29


Di lui Pier Paolo Pasolini scrisse: «Non c'è sua predica che non arrivi implicitamente ad attaccare il potere». 
Tutta la vita di Giovanni Franzoni, ordinato sacerdote nel 1955 e costretto ad abbandonare il clero nel '76 per aver dichiarato il proprio appoggio al PCI, è una lunga ricerca della verità, al di fuori da ogni gerarchia. Dall'opposizione al concordato alla solidarietà con le lotte operaie, Franzoni testimonia la possibilità di un cristanesimo radicato nella società e sempre dalla parte dei più deboli. (da RaiTv)

L'occasione per questo colloquio è la recente pubblicazione dell'ultimo libro di Giovanni Franzoni: Autobiografia di un cattolico marginale, Rubbettino, 2014, 
Alcuni temi toccati nel video: solidarietà e fratellanza, le religioni e il falso scontro di fedi diverse, il cardinale cattolico Oscar Romero (1914-1980), Paolo VI, il Concilio Vaticano II, papa Francesco.
Di sé Franzoni dice: «Non sono nato marginale, sono nato allineato critico». 
Poi, evidentemente, l'allineamento non è stato considerato sufficiente dalla gerarchia ecclesiastica. 
E, se la sua figura non è diventata marginale (la comunità di base da lui fondata continua ad avere un seguito largo e affezionato di credenti e i suoi scritti, per quanto in passato censurati, continuano a essere punto di riferimento teologico-culturale per tanti cattolici), certo è diventata scomoda.
Non è il primo caso. (mf)

° ° °

Una citazione di Franzoni sul caso di Eluana Englaro:
«Se Eluana non percepisce nulla non si capisce in cosa consista questo suo vivere, se invece dovesse talvolta percepire la propria situazione, si tratterebbe di una orrenda tortura. Nella primitiva storia del cristianesimo il morire era una cosa naturale e un avvicinarsi alla vita eterna. C'è una notevole preoccupazione dei vertici vaticani nei confronti della modernità. La Chiesa ormai, non potendo più contare su una maggioranza reale, punta sulla 'maggioranza morale': cioè pretende di pesare di più in base a una presunta superiorità dei propri principi morali. E questo è antidemocratico.» (da Eluana, Giovanni Franzoni: «Non più vita ma tortura», micromega, 4 febbraio 2009)