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giovedì 20 febbraio 2020

#MOSQUITO / Una storiella ebraica (Marco Aime)

Moni Ovadia racconta una storiella tipica dell’umorismo ebraico: un anziano ebreo di New York siede in metropolitana, quando a un tratto nota un uomo alto, dalla pelle nera, in piedi, che legge la Torah con grande attenzione. Dietro gli occhialini tondi, lo sguardo concentrato nella lettura, l’uomo muove il capo avanti e indietro nella tipica maniera degli ebrei. L’anziano è stupito e dopo un po’ non riesce piú a resistere alla curiosità, si alza, avvicina l’uomo e gli chiede: «Mi scusi, se non la importuno troppo, posso farle una domanda?» L’altro abbassa il libro, si sfila gli occhiali e risponde: «Certamente, dica pure», e l’anziano: «Ma a lei, non bastava essere nero?».

Con amara ironia, questo witz sottolinea come i due gruppi che piú hanno subito la violenza del razzismo sono stati gli ebrei e i neri, ai quali vanno aggiunti i sempre dimenticati rom.

*** Marco AIME, 1956, antropologo, saggista, docente presso l'università di Genova, Classificare, separare, escludere. Razzismi e identità, Einaudi, 2020


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venerdì 14 febbraio 2020

#MOSQUITO / Rottura dell'unità del genere umano e teoria della razza (Marco Aime)

Nella Bibbia c’era un’unità del genere umano: essendo l’uomo, nella sua accezione piú ampia, creato a immagine di Dio, non c’erano differenze tra gli abitanti del pianeta. Le teorie della razza, però, nascono da una triade: pensare, classificare, gerarchizzare gli esseri umani. Pertanto, sottraggono l’uomo al suo statuto biblico di imago Dei e mettono in discussione l’idea che gli esseri umani appartengano allo stesso gruppo. Cosí, a partire dalla fine del Settecento, la ricerca della distinzione tra le “razze umane” diventerà l’argomento primario contro l’unità della nostra specie. Si tratta soprattutto di una ricerca ossessiva di confini per determinare dove finiscono gli uni e dove iniziano gli altri. O meglio dove finiamo “Noi” e dove iniziano gli “Altri”. (...) 

Nel Medioevo prevalse per lungo tempo il mito classico dei tre continenti, Europa, Asia e Africa. Non sempre gli autori medievali riconducevano gli esseri umani a tipi coincidenti con questi territori; è però significativa la rappresentazione dell’epoca dei tre re Magi, tramandataci fino a oggi. Melchiorre è un re tipicamente bianco e non a caso porta l’oro, il dono piú prezioso; Gaspare, rappresentato con un turbante, è un asiatico e porta incenso, dono di valore, ma inferiore all’oro; infine Baldassarre, il cui volto nero tradisce le origini africane, porta la mirra, dono amaro, che simboleggia la durezza della vita. Quei tre personaggi rappresentano la visione dell’epoca e mettono in evidenza una gerarchia fondata sull’etnocentrismo.

*** Marco AIME, 1956, antropologo, saggista, docente presso l'università di Genova, Classificare, separare, escludere. Razzismi e identità, Einaudi, 2020


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mercoledì 9 settembre 2015

#MOSQUITO / Italiani, dimenticare il passato (Marco Aime)

(...) dimenticare significa perdere traccia del proprio passato, non portarne nessun segno addosso, non udire più le voci di chi ci ha preceduto. Non sopportare le rughe della storia. Dimenticare significa perdere la nostra storia e la storia di tutti quelli come noi. Guardarsi in uno specchio e non vedere nulla dietro la nostra immagine se non un cupo e profondo nero, che assorbe ogni altra cosa, che non sia quella del momento, del presente. Siamo diventati così? Piatti? Senza profondità, sottili lamine di luce su uno specchio. Il nostro è un paese che dimentica troppo in fretta, che rimuove la memoria e che non ha mai saputo fare i conti con il proprio passato: non li ha fatti con il colonialismo, ne con il fascismo o il terrorismo. Da noi il passato in realtà non passa mai veramente, perché è sempre ben nascosto, celato nei meandri del presente. Non abbiamo neppure fatto i conti con l'emigrazione. La nostra emigrazione: dimenticata, relegata in pochi e scarni capitoli dei libri di storia o in qualche museo. Affidata a qualche film dal gusto amaro, ma mai fatta veramente nostra, mai interiorizzata. Siamo sempre pronti a celebrare gli eroi delle guerre, morti per la patria, e mai chi da questa stessa patria è stato costretto a partire. Essere costretti a emigrare è forse peggio del perdere una guerra. È una sconfitta senza onore a cui non-segue una ricostruzione e per di più è una sconfitta dove il nemico siamo noi stessi. Il fallimento di chi governa, pagato da chi è governato, a cui neppure va l'ipocrita gloria di un monumento. Eppure lo sapevamo anche noi l'odore delle stive, l'amaro del partire. Così canta Gianmaria Testa in Ritals (°), soprannome spregiativo che i francesi davano agli immigrati italiani, perché non riuscivano a pronunciare correttamente la r francese.
Lo sapevamo, sì, ma lo abbiamo dimenticato o, peggio, facciamo finta di non ricordarcelo. Si sente dire "rimandiamoli indietro!", "affondiamo i barconi!", "ma come può una madre affrontare un viaggio così con dei bambini!". Incapaci di capire la profondità delle tragedie che si sono lasciati alle spalle. Rimosso ogni ricordo, ci diventa persino difficile capire il dramma di chi prova a raggiungere le nostre coste, risalendo quel mare contromano che noi, invece, con poche centinaia di euro e un visto regolare, possiamo attraversare a nostro piacimento. "Quando la memoria va a raccogliere rami secchi, ritorna con il fascio di legna che preferisce" recita un proverbio africano. La nostra, di memoria, ha portato a casa i rami degli "italiani brava gente", ma ha lasciato a terra quelli di chi cercava un posto al sole in Libia o in Etiopia, magari bombardando con i gas i villaggi di gente inerme. La nostra memoria ha dimenticato l'infamia delle leggi razziali, ha scordato di raccogliere i rami lasciati da chi, un tempo come oggi, è partito da un paese che non gli da da mangiare. I dati Istat del 2013 ci dicono che sono più gli italiani andati all'estero, degli stranieri arrivati in Italia. Oggi si è fatta ancora più corta, quella memoria. Facciamo presto a dimenticare chi muore per una guerra spesso scatenata da noi; o a causa di fame e miseria spesso dovute allo sfruttamento del nord del mondo sul sud; o per colpa di pazzi fondamentalisti che odiano l'Occidente, quell'Occidente non più capace di accogliere umanamente neppure chi fugge dai suoi stessi nemici. Non dimenticare... per non cadere in quella che papa Francesco ha chiamato "globalizzazione dell'indifferenza". L'indifferenza è scegliere di non scegliere, abdicare al proprio pensiero, ridursi a un corpo vuoto di mente e di anima. Non esistere, non vivere, non essere umani.

*** Marco AIME, 1956, antropologo e scrittore, Noi, gli indifferenti con la memoria corta, 'Il Fatto Quotidiano', 22 maggio 2015

LINK articolo integrale qui

In Mixtura, video di Gianmaria Testa, Ritals, qui