lunedì 26 giugno 2017

#CIT / Partiti e elettori (Corrado Guzzanti)


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#MANIFESTI POLITICI / Mamma e papà salvateci

(via pinterest)

° ° °

(via pinterest)

#SPILLI / Resuscitato un morto (M. Ferrario)

Il centrosinistra perde la roccaforte storica di Genova e la roccaforte simbolica di Sesto San Giovanni. E consegna al centrodestra Alessandria, Asti, Catanzaro, Como, Cosenza, L'Aquila, La Spezia, Lodi, Monza, Oristano, Piacenza, Pistoia, Rieti, Verona. 
Il centrodestra perde, a favore del centrosinistra, Cuneo, Lecce, Padova, Taranto.

Nei comuni con oltre 15mila abitanti il centrodestra passa da 5 a 15 comuni, il centrosinistra da 14 a 4. 

L'affluenza al ballottaggio è stata del 46%: meno 12 punti rispetto al primo turno. Un dato, questo, che, senza drammatizzare, ha del drammatico, per la qualità della democrazia e la legittimazione politica dei suoi atti.

Dal 2014 il Pd di Matteo Renzi ha costantemente e pervicacemente perso: milioni di elettori lo hanno abbandonato.

Negare che anche questa prova, dopo le precedenti, sia stata un tracollo per il Pd parrebbe impossibile. 
Eppure, Renzi ci riesce. 
Scrive a caldo su 'facebook' (qui):
«I risultati delle amministrative 2017 sono a macchia di leopardo. Come accade quasi sempre per le amministrative. Nel numero totale di sindaci vittoriosi siamo avanti noi del PD, ma poteva andare meglio: il risultato complessivo non è granché. Ci fanno male alcune sconfitte, a cominciare da Genova e l'Aquila ma siamo felici delle affermazioni di Sergio a Padova, di Rinaldo a Taranto, di Carlo a Lecce. Ma più in generale da Ermanno a Cernusco sul Naviglio fino a Francesca a Sciacca, da Marco a Mira fino a Tommaso a Molfetta tutta Italia vede risultati belli e sorprendenti di alcuni dei nostri. 
Menzione speciale per Veneto e Puglia, regioni dove andiamo meglio del previsto. 
Peggio del solito Liguria e Emilia Romagna. 
Luci e ombre in tutte le altre zone.
Questi sono i dati veri. 
Ovviamente i commenti per una settimana saranno i soliti, consueti, apocalittici. Qualcuno dirà che ci voleva la coalizione, ignorando che c'era la coalizione sia dove si è vinto, sia dove si è perso. Qualcuno dirà che questo risultato è un campanello d'allarme, non si capisce per cosa e perché visto che in un comune perdi, in quello accanto vinci. Gente che non ha mai preso un voto commenterà con enfasi dimenticando che i candidati contano più del dibattito nazionale nello scegliere un sindaco. »

Mi sembra ormai evidente che, come accade a tutti i malati di Io ipertrofico, i quali non possono ammettere di essere quel che sono pena il crollo tragico della propria autoimmagine, per qualcuno si pone un caso di vista. O di sordità. 
Essere scollati dalla realtà è grave sempre: per sé stessi. Ma se si è figure pubbliche in perenne 'trip' da potere, è drammatico: per gli altri.

Un fatto, comunque, questo voto ha 'scientificamente' dimostrato: chi si è meritato Renzi, ora si merita Berlusconi.
Perché Berlusconi è tornato. Nel senso che siamo riusciti a resuscitare un morto.
E' incredibile. Ma noi italiani siamo capaci di fare anche questo.

*** Massimo Ferrario, Resuscitato un morto, per Mixtura.


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#SGUARDI POIETICI / Senza parlar del come (Akiko Yosano)

Senza parlar del come, 
senza pensare al poi,
senza chiederci fama o nome,
qui, amando l'amore,
tu e io ci guardiamo.

*** Akiko YOSANO, 1878-1942, poetessa giapponese, Senza parlar del come, in ‘malinconia leggera’, 21 novembre 2011, qui
Anche in 'losguardopoIetico', 302, 14 aprile 2014


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#VIGNETTE / Genova (Mauro Biani)

Mauro BIANI
Genova, vittoria del centro-destra, 'il manifesto', 26 giugno 2017

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#MOSQUITO / Inchinarsi al successo (Fëdor Dostoevskij)

Ancora sedicenne, li osservavo con cupa meraviglia; già allora mi stupivano la grettezza del loro pensiero, la stupidità delle occupazioni, dei giochi, dei discorsi loro. Non capivano certe cose così indispensabili, non s'interessavano di argomenti così suggestivi e impressionanti che per forza presi a considerarli inferiori a me. Non era la vanità offesa che mi ci spingeva, e, per amor di Dio, non venitemi avanti con le obiezioni convenzionali, rancide fino alla nausea, che io non facevo che sognare, mentre essi già allora capivano la vita reale. Nulla essi capivano, nessuna vita reale, e vi giuro che questo, appunto, era ciò che più m'indignava in loro. Al contrario, la realtà più evidente, più abbagliante la percepivano in modo fantasticamente sciocco e già allora si abituavano ad inchinarsi nient'altro che al successo. Di tutto ciò che era giusto, ma umiliato e oppresso, ridevano crudelmente e vergognosamente. La posizione la consideravano ingegno; a sedici anni discorrevano già di comodi posticini. Naturalmente, in questo molto derivava dalla stupidità, dal cattivo esempio che aveva sempre circondato la loro infanzia e adolescenza. Erano depravati fino alla mostruosità. S'intende che anche qui c'era soprattutto esteriorità, soprattutto cinismo ostentato, s'intende che la giovinezza e una certa freschezza trasparivano anche in loro perfino attraverso la depravazione; ma in loro non era attraente nemmeno la freschezza e si manifestava come una specie di bricconeria. Io li odiavo tremendamente, sebbene fossi magari peggio di loro. Essi mi ripagavano della stessa moneta, e non nascondevano la propria ripugnanza per me. Ma io non desideravo più il loro affetto; al contrario, avevo sempre sete della loro umiliazione. 

*** Fëdor DOSTOEVSKIJ, 1821-1881, scrittore russo, A proposito della neve bagnata, in Memorie dal sottosuolo, 1864, Bur, 2012


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domenica 25 giugno 2017

#PIN / Guarigione, un senso (MasFerrario)

twitter, 24 gennaio 2013

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#SPOT / Evoluzione? (Jean Jullien)

Jean JULLIEN, 1983
artista grafico francese residente a Londra

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#CIT / Fallimenti (Sergio Bambarén)


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#SGUARDI POIETICI / Di cosa si tratta (Franco Marcoaldi)

Si tratta di tornare da luoghi
dove mai siamo arrivati. Di pensare 
pensieri così a lungo sopiti 
da essersi ormai inabissati. 
Si tratta di cogliere con grata 
sorpresa minuscoli fiori di campo, 
di estrarre essenze infinite 
da specie ordinarie lasciate 
stupidamente a languire davanti
alla porta. Di cominciare a vivere,
ecco di cosa si tratta. 

*** Franco MARCOALDI, 1955, giornalista, scrittore e poeta, Di cosa si tratta, da Franco Marcoaldi, Il tempo ormai breve, Einaudi, 2008.
Anche in 'losguardopoIetico', 278, 15 marzo 2014


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#LINK / Ius Soli, italiani senza cittadinanza (Angela Gennaro)

Quelle di Fioralba, Xavier, Cristian, Emmanuel, Sonny, Christabel, Camila, Sandro, Monia, Charlotte sono storie di cittadinanza mancata. A volte, infine, conquistata. Ma la cui assenza ogni volta ha cambiato il corso delle loro vite. 
“Quando lavoravo in negozio le signore italiane mi parlavano lentamente e puntualmente si stupivano di quanto parlassi bene italiano”, racconta Christabel, accento romano di Roma, sorriso contagioso e genitori della Sierra Leone. “Da quanto tempo sei in Italia, mi sono sempre sentita chiedere. Sono nata a Roma, rispondo. Sì, ma da quanto? Da tutta la vita, signora”.  (...)

*** Angela GENNARO, giornalista, Ius Soli, le ambizioni dimezzate degli italiani senza cittadinanza: “Ammessa a università prestigiose a Londra, ho dovuto rinunciare”, 'ilfattoquotidiano.it', 24 giugno 2017

LINK articolo integrale (+ VIDEO) qui

#MOSQUITO / Barbari (Altiero Spinelli)

... l'opinione, del tutto ingiustificata, che le forme di civiltà barbarica siano connesse con uno stadio di conoscenze tecniche molto basse, e che siano perciò oggi impossibili. In realtà sono solo connesse con atteggiamenti spirituali molto elementari, e possono star benissimo assieme agli aeroplani e alla radio.

*** Altiero SPINELLI, 1907-1986, politico e scrittore, fondatore dell'Unione Europea, Gli stati uniti d'Europa e le varie tendenze politiche: 1, 1944, anche in 'http://dizionari.corriere.it/dizionario-citazioni', qui
Il saggio Gli Stati Uniti d’Europa e le sue tendenze politiche, insieme a quello intitolato Politica marxista e politica federalista, fu pubblicato in Altiero Spinelli e Ernesto Rossi, Problemi della federazione europea, pubblicato e curato da Eugenio Colorni nel 1944 (con ulteriori edizioni). I medesimi saggi sono stati poi riprodotti in A. Spinelli, Il progetto europeo, Bologna, 1985. (qui)


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sabato 24 giugno 2017

#MOSQUITO / Profili, non più persone (Stefano Rodotà)

Ma già viviamo l’eclisse dell’autonomia della persona nel tempo del capitalismo «automatico». Grazie a un’ininterrotta raccolta di informazioni sulle persone, la costruzione dell’identità è sempre più affidata ad algoritmi, sottratta alla decisione e alla consapevolezza individuale. Possiamo dire che stiamo passando da Cartesio a Google. Non si può parlare dell’identità con le parole «io sono quello che io dico di essere», bensì sottolineando che «tu sei quel che Google dice che tu sei». Partendo da questa constatazione, la persona viene conosciuta e classificata, la sua identità è affidata ad algoritmi e tecniche probabilistiche, si instaura una sorta di determinismo statistico per quanto riguarda le sue future decisioni, sì che la persona, declinata al futuro, rischia d’essere costruita e valutata per sue possibili propensioni e non per le sue azioni. Così, la separazione tra identità e intenzionalità, oltre a una «cattura» dell’identità da parte di altri, conferma una tendenza verso un progressivo allontanarsi dall’identità come frutto dell’autonomia della persona. Diventiamo sempre più «profili», merce pregiata per un mercato avido di informazioni, e sempre meno persone. Si appanna, fino a scomparire, la forza dell’umano nella costruzione del sé, ed è faticosa la ricerca di vie per reinventare l’identità nel tempo della tecnoscienza. 

*** Stefano RODOTA', L'uso umano degli esseri umani, 'MicroMega', 8, 2015


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#VIGNETTE / Rodotà se n'è andato (Vauro)

VAURO
'Il Fatto Quotidiano', 24 giugno 2017

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#CIT / Amo, la parola più pericolosa (Tiziano Sclavi)


Questa battuta è attribuita all'attore e comico americano Groucho Marx, e gioca sul fatto che in italiano la parola "amo" può assumere due significati diversi; ma è evidentemente una falsa attribuzione, visto che in inglese la frase perderebbe il suo significato umoristico ("amo", inteso come uncino per pescare, in inglese si dice "hook"; "amo" voce del verbo amare, "I love). 

In realtà si tratta di una battuta di Groucho, il personaggio di Dylan Dog creato da Tiziano Sclavi. 
La battuta originale, tratta dall'albo n. 91 del 1994 intitolato Metamorfosi, è la seguente: 
"Sai qual è la parola più pericolosa per il pesce e per l'uomo? Amo". 

Questo non è l'unico caso in cui il personaggio di fantasia Groucho viene confuso con il comico Groucho Marx, e non si pensi che nell'equivoco caschino solo ingenui ragazzini frequentatori di facebook! Questa stessa battuta, tanto per fare un esempio, si trova citata, attribuita al comico americano, anche in un libro "serio" intitolato Come parla un terapeuta. La ristrutturazione strategica, pubblicato nel 2014 da Bernardo Paoli per l'editore Franco Angeli. Ennesima dimostrazione di come il "virus" delle citazioni errate presenti su internet si stia diffondendo anche nei libri, i cui autori copiano con leggerezza le citazioni che preferiscono senza verificarne le fonti - o magari senza fare prima una visitina su Aforismario...
(da aforismario.net, qui)

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#SGUARDI POIETICI / Istruzioni per l'uso della gioia (Franco Arminio)

La gioia non è un risultato,
un fatto, una cosa, un luogo.
La gioia crea spazio, scioglie
fa il vuoto.
Per conservare la gioia non serve
un barattolo, ma un patto,
devi decidere che la gioia
è la strada della tua vita.
Dunque non cercare la gioia
successiva, sappi che te ne basta una,
una qualsiasi. Ecco, tienila, considera
che è la tua casa.
Il dolore arriverà, ma intanto sappi
che la gioia scioglie nodi
e questo non potrà farlo
L’uragano del dolore, il dolore
ti schiaccia, ti zavorra,
ti fa un mendicante di pesi,
mentre la gioia conosce solo l’alfabeto
della leggerezza.
Non pensarla la gioia, sentila,
è una fioritura nella carne,
è il maggio delle ossa,
l’aprile degli occhi.

*** Franco ARMINIO, 1960, poeta, scrittore, paesologo,  Istruzioni per l'uso della gioia, 'facebook', 17 giugno 2017, qui


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#RACCONTId'AUTORE / La principessa più forte del mondo (Marina Valcarenghi)

C’era una volta una giovane principessa che non era solo molto bella, ma anche molto forte. Riusciva a salire in groppa a un cavallo in corsa. Nei duelli con la lancia e con la spada nessuno riusciva a disarmarla. Nelle battaglie era sempre in prima fila e se aveva paura non si sa, ma certamente non si vedeva. Si arrampicava sugli alberi ma proprio fino in cima dove non arrivava nessuno e a braccio di ferro nemmeno i pugili riuscivano a resisterle.

I suoi genitori le volevano molto bene ma non erano gran che contenti. Spesso borbottavano:
«Figlia cara, uomo dovevi nascere tu! Chi vorrà prenderti in moglie? Tu fai paura, non tenerezza e i giovanotti hanno paura di lasciarci la pelle in un matrimonio con te!»
«Se hanno paura che se ne stiano a casa dalla loro mammina» rispondeva spavalda la principessa Flavia scuotendo l’onda di capelli scuri che le scendeva sulla fronte. «Come posso sposare un uomo che ha paura di me? Io sposerò solo chi riuscirà a farmi scendere dal mio cavallo e non me ne importa niente che sia un principe o un contadino, un guerriero o un poeta.»

Le sue amiche si sposavano e lei rimaneva sola. Ogni tanto si presentava al castello un cavaliere e sfidava la principessa Flavia e ogni volta ognuno di loro veniva regolarmente disarcionato in un batter d’occhio.
«Flavia» le dicevano le sue amiche, «perché non fai finta, soltanto finta di essere un po’ più debole? Che cosa te ne importa, dopo tutto?»
E la principessa rispondeva: «Mi vergognerei per me e anche per la persona che dovrei imbrogliare.»
«Rimarrai sola» le dicevano le sue amiche, «e la solitudine non è bella.»
«La solitudine... la solitudine...» mormorava la principessa e si perdeva nei suoi pensieri.

Intanto Flavia continuava a vivere per conto suo, a galoppare selvaggiamente sul suo cavallo, a correre a perdifiato per i prati, a nuotare nei torrenti, a tirare l’arco e a starsene ore e ore sotto un albero con lo sguardo perso.

Un giorno si presentò alla corte di Flavia un cavaliere: «Sono il principe di Agadir» dichiarò. «Voglio sfidare e vincere la principessa Flavia per farla mia sposa.»
Anche questa volta furono fatti i preparativi sulla piazza del paese e una gran folla corse quel giorno a vedere la sfida. I due guerrieri, il principe e la principessa, erano uguali, imprigionati nelle loro armature che li coprivano dalla testa ai piedi.
E uguali erano i loro cavalli bianchi.

Al segnale dei trombettieri partirono l’uno contro l’altra. Si sentì un gran rumore di lance e di spade, una fitta polvere si sollevò intorno ai combattenti in un silenzio pieno di attesa. Era una mischia furibonda: i due cavalli nitrivano impazziti, ma alla fine uno dei due cavalieri volò per aria e ricadde a terra come un sacco. Chi era? Il re e la regina, tutta la gente tenevano il fiato sospeso: questa volta era stata una vera battaglia, non come nel passato, quando i cavalieri sfidanti cadevano giù al primo colpo come pere cotte.
Il cavaliere vincente si avvicinò al palco del re, si inchinò leggermente, si tolse l’elmo e il cimiero e una cascata di capelli neri cadde sulla corazza. Ancora una volta Flavia aveva vinto.

Dopo il principe di Agadir fu il turno di un giornalista romano, di un capitano bretone e di un chitarrista cileno. Tutti, armati fino ai denti, finirono a mangiare la polvere abbracciati ai loro cavalli. Ormai a sposare Flavia nessuno ci pensava più. E lei ci pensava meno degli altri, oltre a tutto gli anni erano passati.

Un giorno si presentò a corte un cavaliere: era bello, grande e bruno e il suo cavallo era nero. Non disse chi era né da dove veniva. Il suo viso era pallido e il suo sorriso gentile. Chiese di sfidare la principessa a duello. Anche per lui vennero fatti i preparativi: la piazza era piena di folla e di bandiere, c’era la musica e si vendevano i gelati. Nessuno voleva perdersi lo spettacolo dell’ultimo cavaliere che rotolava per terra come un pupazzo.

I trombettieri suonarono la prima volta e apparvero sulla spianata i due cavalieri. Si sentì un coro di oh oh! di meraviglia. L’uomo era sul suo cavallo nero senza alcuna armatura. Indossava una tunica bianca con un sole e una luna ricamati all’altezza del cuore; nelle mani non stringeva nessuna arma, ma un ramo di fiori di lillà.
«Àrmati cavaliere o ti farà a pezzi!» si sentì gridare dalla folla. «Prendi la spada non fare il matto!». «Attento a te, quella donna è un drago!»

Flavia stava muta al suo posto con la visiera calata. E il cavaliere stava serio sul suo cavallo in attesa. I trombettieri finalmente diedero il via e i cavalli partirono al galoppo. Quando furono uno accanto all’altro, la principessa alzò la spada per tirare un fendente, e allora il cavaliere alzò la mano senza toccarla fissando con un sorriso la fessura dell’elmo che nascondeva gli occhi di Flavia. La spada le cadde di mano e il cavaliere circondò il collo della principessa con il ramo di lillà.

Allora Flavia scese da cavallo, si liberò del cimiero, dell’elmo, della corazza, dei gambali e rimase con il suo solito vestito bianco.
Anche il cavaliere allora scese da cavallo; i due si presero per mano e si diressero verso il palco dove il re e la regina li aspettavano a bocca aperta.

«Ecco» disse Flavia: «l’uomo che non ha paura di me e non ha bisogno di farmi paura; io non so chi sia; ma lui sarà il mio sposo.»

*** Marina VALCARENGHI, 1960, psicoanalista di matrice junghiana, saggista e scrittrice, Il buio è un cavaliere, Tranchida, Milano, 1999


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#MOSQUITO / Partire, l'importante (Luigi Malerba)

Caro lettore, alla fine della mia Odissea, dopo aver ucciso tutti i Proci, Ulisse lascia Penelope e parte di nuovo. Perché lo fa? Perché Ulisse non è un personaggio ma è una mania. Una mania che costringe l’uomo a partire. Sempre. Una mania che alcuni ce l’hanno, altri no. Se anche tu ce l’hai, sappi che nel porto c’è una nave che ti aspetta. Non preoccuparti per la valigia. Non chiedere il prezzo del biglietto. Non chiedere la destinazione. L’importante è partire. 

*** Luigi MALERBA, 1927-2008, scrittore e sceneggiatore, Itaca per sempre, 1997, Mondadori, 2016


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venerdì 23 giugno 2017

#CIT / Libertà di pensare (Alain De Botton)


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#IN_LETTURA / Mauro Cano, Deborah DeWit, Sally Storch

Mauro CANO, 1978
artista argentino
(via pinterest)

° ° °

Deborah DEWIT, 1956
artista statunitense
(via pinterest)

° ° °

Sally STORCH
artista statunitense
(via pinterest)

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#SPOT / Burocrazia (Franco Matticchio)


Franco MATTICCHIO, 1957
illustratore e pittore

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#SGUARDI POIETICI / Quando ammetterai (Stefano Bianchi)

Il gioco più bello non ti serve più
se non hai con chi giocarlo.

Le ore più serene, serene non son più
se non hai con chi passarle.

La cena più buona non ti sazia
se non hai a chi offrirne.

Le parole più belle sono sorde
se una volta una non le dici a chi può ascoltarle.

Il vestito più elegante non ti abbellisce affatto
se nessuno te l’ha detto.

I soldi e la casa muoiono con te
se non hai a chi lasciarli.

Il viaggio più bello ti annoia
senza chi guardi fuori il finestrino
le montagne che scappano lontano. 

Aver ragione è stupido
se non hai chi ti dà torto.

Quel che sei non è 
se non riflette gli occhi di chi guarda. 

Quando lo ammetterai… 

Sta’ allegro amico 
è solo la vita che ricomincia
i tuoi sogni che iniziano ad avverarsi. 

*** Stefano BIANCHI, 1972, poeta, Quando ammetterai, da E’ proprio in domeniche come questa, Fara edizioni, 2006, citato in ‘farapoesia’, qui
Anche in 'losguardopoietico', 7, 23 dicembre 2012


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#BREVITER / Onestà e competenza (mf)

MasFerrario, 'facebook', 22 giugno 2017, qui

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#SENZA_TAGLI / Lashkar-gah, Afghanistan, non esiste (Cecilia Strada)

Oggi in Afghanistan c'è stato un altro bagno di sangue. Apro la posta: è Roberto, dall'ospedale di Emergency a Lashkar-gah.

"Chissà se qualcuno dalle nostre parti saprebbe localizzare in una mappa la cittadina di Lashkar-gah? No, non credo onestamente.
Eppure Lashkar-gah esiste, ed è pure una città importante qua. Ha circa 250mila abitanti ed è il capoluogo della regione. Come Bologna o Firenze. Solo che non è Firenze e neanche Kabul. Nessuno la conosce. E se nessuno la conosce nessuno ne parla. E se nessuno ne parla, per la nostra gente non esiste.
Invece oggi qua, nella città fantasma, a mezzogiorno è esplosa un'autobomba alla Kabul bank, a 150 metri dal nostro ospedale.
Prima si è sentito lo spostamento d'aria, poi un sacco di polvere, poi sono cominciati a piovere detriti, pure il parafango di una macchina nel nostro giardino. È saltata qualche finestra, un pezzo di controsoffitto del corridoio delle corsie è venuto giù.
Poi, i soliti minuti interminabili di silenzio, il nostro, e di spari serrati, fuori dal cancello.
Poi il fiume di gente. Prima uno alla volta, poi un'onda di sangue e ossa.
Una settantina ne sono arrivati. Una quindicina ne sono morti, molti prima dell'arrivo in ospedale.
Stiamo finendo adesso di sistemare le cose, qualcuno attende ancora la sala operatoria, i chirurghi, gli anestesisti e gli infermieri sono dentro da stamattina.
Fuori dal cancello è pieno di gente che piange, li si sente da dentro il pronto soccorso.
Ma è successo a Lashkar-gah, come succede da 15 anni di continuo.
E Lashkar-gah non esiste".

La guerra è. Buon lavoro, ragazzi.

*** Cecilia STRADA, presidente di Emergency, 'facebook', 22 giugno 2017, qui


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#MOSQUITO / Sulla bellezza (Bruno Munari)

Se volete poi sapere qualcosa di più sulla bellezza, che cos'è esattamente, consultate una storia dell'arte e vedrete che ogni epoca ha le sue veneri e che queste veneri (o apolli) messi assieme e confrontati, fuori dalle loro epoche, sono una famiglia di mostri. Non è bello quello che è bello, disse il rospo alla rospa, ma è bello quello che piace.

*** Bruno MUNARI, 1907-1998, artista, designer, saggista, da Arte come mestiere, Laterza, 1966


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giovedì 22 giugno 2017

#PIN / Amore, solitudine (MasFerrario)


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#VIGNETTE / Don Milani e la politica (Mauro Biani)

Mauro BIANI
Don Milani e la politica, 'il manifesto', 21 giugno 2017

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#SPOT / Relax da libro (Eva Vázquez)

Eva Vázquez
disegnatrice spagnola

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#SCRITTE / Trasgressione

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#SGUARDI POIETICI / La ballata delle madri (Pier Paolo Pasolini)

Mi domando che madri avete avuto.
Se ora vi vedessero al lavoro
in un mondo a loro sconosciuto,
presi in un giro mai compiuto
d'esperienze così diverse dalle loro,
che sguardo avrebbero negli occhi?
Se fossero lì, mentre voi scrivete
il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
o lo passate, a redattori rotti
a ogni compromesso, capirebbero chi siete?

Madri vili, con nel viso il timore
antico, quello che come un male
deforma i lineamenti in un biancore
che li annebbia, li allontana dal cuore,
li chiude nel vecchio rifiuto morale.
Madri vili, poverine, preoccupate
che i figli conoscano la viltà
per chiedere un posto, per essere pratici,
per non offendere anime privilegiate,
per difendersi da ogni pietà.

Madri mediocri, che hanno imparato
con umiltà di bambine, di noi,
un unico, nudo significato,
con anime in cui il mondo è dannato
a non dare né dolore né gioia.
Madri mediocri, che non hanno avuto
per voi mai una parola d'amore,
se non d'un amore sordidamente muto
di bestia, e in esso v'hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.

Madri servili, abituate da secoli
a chinare senza amore la testa,
a trasmettere al loro feto
l'antico, vergognoso segreto
d'accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo può essere felice
odiando chi è, come lui, legato,
come può essere, tradendo, beato,
e sicuro, facendo ciò che non dice.

Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi!

Ecco, vili, mediocri, servi,
feroci, le vostre povere madri!
Che non hanno vergogna a sapervi
- nel vostro odio - addirittura superbi,
se non è questa che una valle di lacrime.
E' così che vi appartiene questo mondo:
fatti fratelli nelle opposte passioni,
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a essere diversi: a rispondere
del selvaggio dolore di esser uomini.

*** Pier paolo PASOLINI, 1922-1975, poeta, scrittore, regista, sceneggiatore, drammaturgo, giornalista, scrittore, regista, La ballata delle madri, da Poesia in forma di rosa, 1961-1964, Garzanti, 1964, anche in 'pierpaolopasolini.it', qui
https://it.wikipedia.org/wiki/Pier_Paolo_Pasolini


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#SENZA_TAGLI / Ricerca della felicità, e 'carpe diem' (Stefano Greco)

Nell'espressione "ricerca della felicità", la parola più importante è ricerca e non felicità. Il termine ricerca indica il bisogno di concedersi tutto il tempo necessario per la riflessione, l'approfondimento e l'introspezione. Nella nostra società della fretta, degli automatismi, delle accelerazioni costanti e della tecnosimbiosi, il tempo è consumato ottenendo l'esatto opposto della felicità. 
Qualificare l'attimo come fuggente è l'indicatore di questa deriva sociale del "tutto subito" e del "tutto è possibile". 
Tradurre il "Carpe Diem" di Orazio con "Cogli l'attimo" è un doppio grande errore. 
Il primo è un errore "tecnico". Carpe Diem è una "callida iunctura", tipica della tecnica poetica di Orazio, e va lasciata così senza neanche tradurla. 
Il secondo, più psicologico, riguarda il fatto che Orazio ci invita a "Entrare nel giorno (inteso come metafora di ogni tempo della vita, non le 24 ore della giornata) e a rimanerci, senza pensare al domani (futuro remoto), senza fretta e ad essere totalmente lì dove si è in quel luogo e in quel momento". 
Questo è un insegnamento fondamentale per noi che viviamo un'epoca di grandi dispersioni, di dissociazioni mentali e digitali e di scollegamento con la realtà della vita e con la natura.

*** Stefano GRECO, consulente, formatore, saggista, 'facebook', 21 giugno 2017, qui


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#MOSQUITO / Burocrazia, snellimento (Ennio Flaiano)

Gli presentano il progetto per lo snellimento della burocrazia. Ringrazia vivamente. Deplora l'assenza del modulo H. Conclude che passerà il progetto, per un sollecito esame, all'ufficio competente, che sta creando.

*** Ennio FLAIANO, 1910-1972, sceneggiatore, scrittore, giornalista, umorista, critico cinematografico e drammaturgo, Taccuino 1951, in Diario notturno, 1956, Adelphi


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mercoledì 21 giugno 2017

#COSE_PASSATE / Fiat 110, Fiat Topolino. Fiat Giardinetta

Fiat 1100
(via pinterest)

° ° °

Fiat Topolino
(via pinterest)

° ° °

Fiat 500 giardinetta in legno
(via pinterest)

#SCRITTE / Invito

(via pinterest)

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#IN_LETTURA / Monica Luniak, Marcel Quesnel

Monica LUNIAK
artista polacca
(via pinterest)

° ° °

Marcel QUESNEL 
artista canadese
(via pinterest)

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#SGUARDI POIETICI / Siedono insieme sulla veranda (Berry Wendell)

Siedono insieme sulla veranda, il buio
quasi sceso, la casa dietro di loro, buia.
La cena finita, hanno lavato e asciugato
i piatti – solo due adesso e due bicchieri,
due coltelli, due forchette, due cucchiai – poco
da fare per due.
Lei siede con le mani ripiegate sul grembo,
si riposa. Lui fuma la pipa. Non parlano,
e quando alla fine parlano è per dire
ciò che l'uno sa che sa anche l'altra. Ora hanno
una mente in due che infine,
per quante ne sappia, non saprà esattamente
chi prenderà per primo la porta buia, dando
la buonanotte e chi rimarrà a seder da solo
ancora un po'.

*** Wendell BERRY, 1934, scrittore, poeta, ambientalista statunitense, Siedono insieme sulla veranda (They sit together on the Porch), da A timbered choir, 1998, traduzione di Paolo Severini, 'il canto delle sirene', 20 giugno 2017, qui


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#BREVITER / Duri-e-puri, molli-e-sporchi (mf)

MasFerrario, 'facebook, 20 giugno 2017, qui

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#MOSQUITO / Natura, quando viene 'disanimata' (Carl Gustav Jung)

Purtroppo, in questo mondo non esiste alcun bene che non debba essere pagato con un male perlomeno ugualmente grande. Si continua a ignorare che un rilevante progresso viene controbilanciato da un regresso altrettanto consistente. Non si ha ancora idea di che cosa significhi vivere in una natura disanimata. Invece si ritiene un enorme progresso, che non potrà rivelarsi che vantaggioso, il fatto che l’uomo abbia assoggettato la natura e abbia per così dire afferrato il timone per guidare la nave a suo piacimento. Tutti gli dèi e i demoni, la cui non-esistenza fisica passa facilmente come prova che essi erano l’“oppio dei popoli”, ritornano al loro luogo di origine, all’uomo, e divengono una droga rispetto alla quale tutto l’“oppio” precedente non è che un gioco da bambini. Che cos’è il nazionalsocialismo se non un’immane droga che ha fatto precipitare l’Europa in un’indescrivibile catastrofe? (...)

Quando il cristianesimo scacciò gli antichi dèi, li sostituì con un unico Dio. Ma allorquando la scienza pose fine all’animismo non dotò la natura di nessun’altra anima, limitandosi a preporle la ratio umana. Perfino sotto il predominio del cristianesimo gli antichi dèi vennero temuti ancora per parecchio tempo, perlomeno in quanto demoni; ma la scienza non degnò neppure di uno sguardo l’anima della natura. Se essa fosse stata consapevole della novità sconvolgente del suo procedere, allora avrebbe dovuto arrestarsi per un momento e domandarsi se, per una simile operazione che poneva termine alla condizione originaria dell’umanità, non fosse indicato fare uso della massima cautela. In caso di risposta affermativa, si sarebbe richiesto un rite de sortie, un annuncio solenne rivolto alle potenze che si trattava di detronizzare, e una riconciliazione con loro. In tal modo si sarebbe perlomeno dimostrato il necessario rispetto nei confronti della loro esistenza. Ma la scienza, e quindi il cosiddetto uomo civilizzato, non hanno mai pensato che il progresso della conoscenza scientifica avrebbe significato un peril of the soul, da prevenirsi con qualche potente rito. Questa idea era senz’altro assurda, dato che un simile rite de sortie non sarebbe stato altro che un gentile inchino dinanzi ai demoni, mentre il trionfo dell’illuminismo si basava proprio sul fatto che gli spiriti della natura non esistessero per nulla. Invece non esisteva semplicemente quello che ci si rappresentava in simili spiriti. La cosa tuttavia esiste, nella psiche umana, e non si preoccupa di ciò che ne pensano gli sciocchi e le persone istruite. Esiste a tal punto che, sotto i nostri occhi, il “popolo più industrioso, efficiente e intelligente” d’Europa cade in uno stato mentale delirante e colloca, letteralmente, sull’altare della totalità, altrimenti riservato alla teocrazia, e ve lo mantiene, un mediocre pittore che non si era mai contraddistinto per particolare intelligenza, ma soltanto per l’impiego dei metodi di intossicazione più efficaci. Evidentemente, per dirigere uno Stato non occorrono né particolare cultura né preparazione di sorta, e anche senza alcun addestramento militare si può essere un grande Feldmaresciallo. Perfino l’intelligenza impallidisce a tale vista, e non può fare a meno di ammirare l’incredibile “genio”. In effetti, fu un evento decisamente fuori dell’ordinario che una persona si presentasse ad affermare a sangue freddo che si assumeva lui ogni responsabilità. Fu un avvenimento talmente stupefacente che nessuno pensò di domandarsi chi fosse costui che si assumeva la responsabilità, oppure di prendere le necessarie misure per evitare ogni pubblica molestia.

***  Carl Gustav JUNG, 1875-1961, medico e psicoanalista svizzero, fondatore della psicologia analitica, Opere, vol 10/2, Commenti sulla storia contemporanea, 1945-1946, in Civiltà in transizione: dopo la catastrofe, Bollati Boringhieri, edizione digitale 2014.


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#VIDEO / Ius soli, lo sai che non sei italiano? (reptv)


Ius soli, lo sai che non sei italiano?
Reptv,  18 giugno 2017
video 3min18

Naturalmente la facile accusa, girata in rete, è di voler giocare sui sentimenti, strumentalizzando i bambini. 
Il video però tocca un fatto non inventato: in base al criterio oggi in vigore, lo ius sanguinis, questi bambini non sono italiani.
Ascoltare quello che dicono può far bene. A testa e pancia.
Se si ha ancora una testa aperta e una pancia che non soffoca il cuore. (mf)

#SENZA_TAGLI / Vaccini, 12 non sono troppi (Roberto Burioni)

L'Airbus A-380 atterra su 22 ruote. Sono poche? Sono troppe? Per saperlo è necessario il parere di un ingegnere aeronautico e non sono documentati casi di passeggeri che chiedano di smontare una ruota al pilota.

Il ponte che consente all'autostrada A1 di superare il fiume Po all'altezza di Piacenza ha 16 campate. Sono troppe? Sono poche? Ci vuole un esperto di ingegneria civile per dirlo, e infatti nessuno degli automobilisti che ci passa soprasi azzarda a obiettare.

In entrambi i casi ci si fida del fatto che gente estremamente qualificata, che conosce bene l'argomento, abbia fatto i calcoli corretti ed abbia deciso il giusto numero di campate o di ruote.

Al contrario, sentite ogni giorno dire che "dodici vaccinazioni sono troppe". Lo dicono in tanti: parlamentari, mamme informate, padri combattenti, giornalisti d'assalto. Tutte persone che sanno di vaccini quanto di ingegneria civile o aeronautica: zero assoluto. Per motivi sconosciuti sulle ruote dell'Airbus e sulle campate del ponte tacciono, sui vaccini parlano. E dicono sciocchezze. Vediamo perché.

Partiamo da un concetto: chi usa il termine "sovraccarico immunologico" è qualcuno che non sa nulla di immunologia. Il sovraccarico immunologico non esiste, e tanto meno potrebbe conseguire alla somministrazione di dodici vaccini. Un bambino esce dall'utero materno (sostanzialmente sterlile) e al momento della nascita viene invaso da moltissimi miliardi di batteri che stimolano il suo sistema immune senza sovraccaricarlo: cosa volete che facciano dodici vaccini in quindici mesi?

Ma vediamo la questione da un altro punto di vista, e spieghiamo cosa è un antigene. Un antigene è una singola sostanza che stimola il sistema immune, come una proteina purificata. Quando il bambino si provoca un graffietto nella cute o viene punto da una zanzara viene a contatto istantaneamente con migliaia e migliaia di antigeni: nei "dodici vaccini", distribuiti in quindici mesi di vita, ce ne sono meno di centosessanta!

Se pensate che una volta si vaccinasse di meno, vi sbagliate. Chi, come me, è nato negli anni 60, è stato vaccinato con un numero minore di vaccini, ma gli antigeni erano più di tremila. Oggi, grazie al miglioramento della tecnologia, i vaccini sono immensamente più sicuri ed efficaci e con meno di 200 antigeni complessivi proteggono contro dodici malattie.

Dodici vaccini, quindi, non sono troppi. Sono un modo per proteggere in tutta sicurezza un bambino - e tutta la società - da malattie pericolosissime che potrebbero avere conseguenze tragiche. Non ascoltate quindi chi vi racconta bugie sul "sovraccarico immunologico": è un cretino tanto quanto colui che vorrebbe togliere un paio di ruote al carrello dell'aereo con il quale state per partire per le vacanze. Non consentitegli di mettere in pericolo voi, gli altri passeggeri e mandatelo al posto che gli appartiene: un bar di periferia a bersi del brandy di pessima qualità.

*** Roberto BURIONI, medico, 'facebook', 20 giugno 2017, qui


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