lunedì 23 ottobre 2017

#SGUARDI POIETICI / A proposito di un amore che non ho mica capito (Alessandra Racca)

Chissà se siamo riusciti
a dirci tutto o troppo poco
se il gioco è stato vero o baro
se (almeno) tu hai capito l’inizio e la fine
se hai seguito per filo e puoi mandarmi un segno, un suggerimento su
come si esce da questo mezzo
labirinto dove passeggio mano
senza (la tua) mano, cercando oggi
tracce di ieri, ripetendo
(a chi?) la domanda: Ma scusa,
non eri qui? Non era qui? Eri?

*** Alessandra RACCA, 1979, poetessa, A proposito di un amore che non ho mica capito, blog 'signoradeicalzini', 10 ottobre 2016, qui


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#MOSQUITO / Tutti speciali, e mai come oggi simili (Rutger Bregman)

Negli anni cinquanta del secolo scorso, soltanto il 12 per cento dei giovani adulti si dichiarava d’accordo con l’affermazione “sono una persona molto speciale”. Oggi lo è l’80 per cento, quando in realtà stiamo tutti diventando sempre più simili. Leggiamo tutti gli stessi bestseller, guardiamo gli stessi filmoni e indossiamo le stesse scarpe da basket. Se i nostri nonni ancora seguivano i percorsi imposti da famiglia, chiesa e nazione, noi siamo irreggimentati dai media, dal marketing e da uno stato paternalista. Eppure, pur diventando sempre più simili, ci siamo lasciati alle spalle l’era dei grandi collettivi. La frequentazione della chiesa e dei sindacati è crollata, e il tradizionale spartiacque fra destra e sinistra non ha più un grande significato. A noi interessa soltanto “risolvere i problemi”, come se la politica potesse essere esternalizzata ai consulenti di gestione del personale. 
Certo, c’è qualcuno che tenta di resuscitare la vecchia fede nel progresso. Che c’è di strano allora se l’archetipo culturale della mia generazione è il nerd, i cui gadget e app simboleggiano la speranza nella crescita economica? “Le migliori menti della mia generazione stanno pensando a come far sì che la gente clicchi sulle pubblicità,” s’è lamentato di recente un ex maghetto della matematica su Facebook. 
Intendiamoci: è stato il capitalismo a spalancare i cancelli della Terra dell’abbondanza, ma il capitalismo da solo non può sostenerla. Il progresso è diventato sinonimo di prosperità economica, ma il Duemila ci sfiderà a trovare altri modi per migliorare la qualità della vita. E, visto che i giovani occidentali sono quasi tutti cresciuti in un’era tecnocratica e apolitica, dovremo tornare alla politica se vorremo trovare una nuova utopia. 
Sotto questo aspetto, la nostra insoddisfazione attuale mi rallegra perché l’insoddisfazione è lontana mille miglia dall’indifferenza. La nostalgia dilagante, il desiderio di un passato che non è mai realmente esistito, indicano che abbiamo ancora degli ideali, anche se li abbiamo sepolti vivi.

*** Rutger BREGMAN, 1988, storico olandese, Utopia per realisti. Come costruire davvero il mondo ideale, Feltrinelli, 2017


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domenica 22 ottobre 2017

#FAVOLE & RACCONTI / C'era una volta un folle (M. Ferrario)

C’era una volta un uomo.
Lo dicevano folle.
E lui lasciava dire.

Un giorno, con pochi veri amici, si confidò.
Era accaduto tanti anni prima.
Quando sapeva di non stare bene e aveva deciso di mettere fine al suo disagio.
Per questo si era messo alla ricerca.
Era stata una ricerca lunga e faticosa. Però alla fine ce l'aveva fatta.
E lo aveva trovato.
Ma si era accorto subito di stare più male di prima.
Perché la luce lo infastidiva e a volte lo accecava.
Aveva provato a resistere: aveva tentato di abituare gli occhi.
Ma la sofferenza aumentava.
E così, senza ripensamenti, lo aveva spento.

Da quel momento, confessò, fu sereno.
Viveva una tranquillità mai provata.
E giurò che non lo avrebbe cercato mai più.

Gli amici erano abituati ai suoi discorsi oscuri.
Pazienti e comprensivi, gli chiesero che cosa non avrebbe più cercato.

Lui sorrise.
«Vedete, non capite. Eppure voi ce l'avete».
Gli amici si guardarono l'un l'altro.
«Ce l'abbiamo? Cosa?»
L'uomo lasciò trascorrere qualche secondo, poi aggiunse:
«Ma il lume, no?».

Gli sguardi degli amici erano sempre più straniti
Allora il folle, con un guizzo ironico negli occhi, completò:
«Il lume della ragione, miei cari».

*** Massimo Ferrario, C'era una volta un folle, per Mixtura


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#QUADRI / Jean-Pierre Gibrat, Jack Vettriano

Jean-Pierre GIBRAT
disegnatore francese
(via pinterest)

° ° °

Jack VETTRIANO, 1951
pittore scozzese di origini italiane
(via pinterest)


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#SGUARDI POIETICI / Tu mi sei importante (Gio Evan)

Tu mi sei importante
perché ogni volta
che mi distraggo 
mi dici a che pensi? 
e lì torno nella realtà 
ti sorrido e ti dico
a te pensavo
e subito mi dici
non pensarmi, son qui
vivimi
tu mi sei importante
perché ogni volta
che mi tiro indietro
mi presti le tue gambe
e mi fai fare un passo in avanti
con te accanto 
hai visto? mi dici
hai visto che ce la fai sempre?
tu mi sei importante
perché ogni volta
che non so come sto
mi chiedi come stai?
e mi aiuti ad approfondirmi
non mi dai mai un consiglio tu
i consigli tu
me li fai trovare dentro me
tu mi sei importante
perché mi presti il cuore
ogni volta che il mio
smette di credermi.

*** Gio EVAN (Giovanni Giancaspro), 1988, scrittore e poeta, umorista, performer, cantautore, artista di strada, Tu mi sie importante, 'facebook, 10 ottobre 2017, qui

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#MOSQUITO / Lentezza, contemplazione (Pietro Ingrao)

Ho smesso di considerare la lentezza sempre in maniera negativa e ho cominciato a riflettere su come essa possa iscriversi in una visione più complessa e più sfumata dell’esperienza umana. Lentezza intesa come gironzolare, sostare, procedere esitando, considerati non più come disvalori, come segni di fannullaggine, come perdite di tempo – espressioni che oggi invece usiamo tanto spesso. Lentezza che diventa sempre più occasione di scoprire diverse forme di temporalità, conoscenze che altrimenti, nell’agitazione, non possono essere visibili. La lentezza che insomma si riempie: non più ritardo, ma possibilità di sviluppare esperienze che altrimenti andrebbero perdute. Dunque vagare, esitare, muoversi lentamente, non come fatto negativo, ma come sperimentazione di spazi ricchi di vita, quasi un accostarsi più aperto alle cose, un indugio che schiude sentieri, vie, luoghi altrimenti inaccessibili. 
Non più soltanto, allora, la classica rivendicazione operaia del tempo libero, ma la nuova rivendicazione di momenti che possano contenere una modulazione più ricca dell’esperire. Quasi che i campi della vita potessero essere conosciuti, direi assaporati, solo attraverso scansioni più lente e forse proprio per questo più ricche. Ecco perché ho parlato con insistenza di elogio della lentezza. Ho cercato di riflettere su una diversa nozione dell’utilità del tempo e delle sue cadenze. (...)

Sento che quando affrontiamo l’esperienza della contemplazione, che pure sembra tanto assurda, tanto pacata, tanto silenziosa, mandiamo a schiantare con forza tanti modi di essere della società in cui viviamo. Introduciamo differenze e rotture, mettiamo in luce nuove scale di valori. 
Ho vissuto per affermare il peso, la presenza, il diritto del lavoro, il valore che si esprime nel fare, contro la mortificazione operata dal dominio capitalistico. In questo tempo ultimo della mia vita, però, sono portato a una visione più problematica. Oltre a ragionare su chi fa, sa fare e si esprime nel fare, tendo a ragionare anche su altre forme di soggettività, su altri modi di essere – sui deboli e sugli incapaci, per esempio – chiedendomi se non si debba dilatare più imperiosamente questa scala di valori. Se non si debba, per lo meno, incominciare a sviluppare un discorso che non riguardi soltanto la riscossa dei proletari – e sapete quanto questa mi abbia coinvolto – ma anche, più ampiamente, i valori dei deboli, degli incompiuti, addirittura, degli incapaci. 
Mi domando se davvero si debba restare legati a una visione svalutativa, o se essi non dicano invece qualcosa a cui tutti noi, anche noi comunisti, dovremmo schiuderci. Siamo troppo onnilavoristi, troppo presi dalla qualità e dal tempo del lavoro e dell’atto lavorativo, immersi in questa nostra società così difficile, trascinata alla corsa.

*** Pietro INGRAO, 1915-2015, politico e militante comunista, intellettuale, poeta,politico, poeta, Il valore della contemplazione, Castelvecchi, 2017


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#MUSICHE & TESTI / It's a Man's Man's Man's World (James Brown)


James BROWN, 1933-2006
cantante statunitense
https://it.wikipedia.org/wiki/James_Brown
It's a Man's Man's Man's World
di James Brown e Betty Jean Newsome
https://it.wikipedia.org/wiki/It%27s_a_Man%27s_Man%27s_Man%27s_World
video 3min36


This is a man's world
This is a man's world
But it wouldn't be nothing
Nothing without a woman or a girl, ooh

You see, man made the car
To take us over the road and
Man made the train
To carry the heavy load
Man made electric light
To take us out of the dark
Man made the boat for the water
Like, like Noah made the ark

This is a man's, a man's world, ooh
But it would mean nothing
Nothing without, without a woman or a girl
Without a woman or a girl

Man thinks about the little bitty baby girls
And the baby boys see
Man makes them happy
'Cos man made them toys
And after man make everything, everything he can
You know that man makes money
To buy from other man

This is a man's, a man's world ooh
But it wouldn't be nothing, not one little thing no
Without a woman or a girl
Without a woman or a girl

Man needs a woman
He's got to have a woman
Man, he needs a woman
He's got to have a woman

Man makes everything he can
But you see a woman makes a better man
A woman makes a better man

This is a man's, a man's world ooh
But it would mean nothing
Not one little thing no
Without a woman or a girl, no
Without a woman or a girl, no
It would mean nothing



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Traduzione
Questo è un mondo che appartiene all'uomo
Questo è un mondo che appartiene all'uomo
Ma non varrebbe niente,
Niente, senza una donna o una ragazza

Vedi, l'uomo ha creato le automobili
Per portarci in giro sulle strade
L'uomo ha creato il treno
Per trasportare i carichi pesanti
L'uomo ha creato la luce elettrica
Per portarci fuori dal buio
L'uomo ha creato la nave per farci andare sull'acqua
L'uomo ha creato il proiettile per la guerra
Così come Noè ha creato l'arca.

Questo è un mondo che appartiene all'uomo,
che appartiene all'uomo
Ma non varrebbe niente
Niente, senza una donna o una ragazza
Senza una donna o una ragazza.

L'uomo pensa ai bambini e alle bambine
e i bambini vedono
l'uomo che li rende felici
perché l'uomo gli ha costruito i giocattoli
E poi l'uomo gli costruisce ogni cosa, ogni cosa che può
e tu sai che l'uomo fa i soldi per comprare da un altro uomo

Questo è un mondo che appartiene all'uomo, all'uomo
Ma non varrebbe niente,
non varrebbe neppure una piccola cosa
senza una donna a o una ragazza
senza una donna o una ragazza

L'uomo ha bisogno di una donna
Deve avere una donna
L'uomo ha bisogno di una donna
L'uomo fa tutto quello che può
Ma tu vedi che una donna rende un uomo migliore
Una donna rende un uomo migliore.

sabato 21 ottobre 2017

#FOTO / Un'ape a Prato

foto di Giovanna Bianchini, Prato
(via pinterest)
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#QUADRI / Boccale di birra (José Carlos Chica)

José Carlos Chica
artista spagnolo
(via pinterest)
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#HUMOR / Differenza domande mamma-papà

(via pinterest)

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#IN_LETTURA / Jakob Herdling, Luise Max-Ehrler)

Jakob Herdling, 1849-1881
artista austriaco
(via pinterest)

° ° °

Luise Max-Ehrler, 1850-1920
artista tedesca
(via pinterest)

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#RACCONTId'AUTORE / Il dono delle fate (Gotthold Ephraim Lessing)

Alla culla di un principino, che in seguito divenne uno dei più grandi reggitori del suo paese, vennero due fate benefiche.

«Io dono a questo mio prediletto», disse la prima, «l’acuto sguardo dell’aquila, alla quale non sfugge il più piccolo moscerino per quanto è vasto il suo regno».

«II dono è bello», l’interruppe la seconda fata. «Il principe diverrà un monarca avveduto. Ma l’aquila non possiede soltanto l’acutezza di sguardo per accorgersi dei più piccoli moscerini, possiede anche la nobile noncuranza di non dar loro la caccia. E questa abbia in dono da me il principe! ».

«Ti sono grata, sorella, per questa saggia limitazione», replicò la prima fata. «È vero, molti sarebbero stati sovrani tanto più grandi se si fossero meno abbassati fino agli affari più insignificanti con la loro penetrante intelligenza».

*** Gotthold Ephraim LESSING, 1729-1781, scrittore, drammaturgo, filosofo tedesco, Favole in tre libri, 1759, Sellerio, Palermo, 1990.

Disegno di Luca Tarlazza

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#SGUARDI POIETICI / Rima del dannato intruso (Bruno Tognolini)

Si forma come un verme nel formaggio 
Che in pancia della mamma mangia e dorme 
Poi viene fuori e diventa scarafaggio 
Con un brutto colore e strane forme 
Poi si trasforma in una rana scivolosa 
Con grande bocca che sbava su ogni cosa 
Poi cresce ancora e diventa un maialetto 
Che mangia e rutta e fa pipì e cacca nel letto 
E insomma passano giorni e settimane 
E cresce, ma sempre bestia un po’ rimane 
Finché un bel giorno, chissà perché, mi vede 
Mi acchiappa un dito con la sua manina 
E come un sole che sorge mi sorride 
E in quel momento diventa sorellina

*** Bruno TOGNOLINI, 1951, scrittore, poeta e autore teatrale, Rima del dannato intruso, da Rime di rabbia, Salani, 2010.
https://it.wikipedia.org/wiki/Bruno_Tognolini


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#SENZA_TAGLI / Per chi (Bruno Mastroianni)

Giorno. Treno alta velocità. Da qualche parte in Italia. Un signore distinto, seduto qualche sedile più avanti a me, sull’altro lato del corridoio, tira fuori il suo tablet. In base alla giacca elegante, i capelli argentei, la postura seria, dentro di me deduco: il classico professionista che approfitta del viaggio per lavorare. Mentre sono preso da questi pensieri compiaciuti sull’efficientismo professionale, lui accende il tablet. Sullo sfondo dello schermata home si intravede una foto di una donna; l’immagine non è un granché, la donna sembra non giovanissima ed è a letto, rintanata sotto le coperte, come se stesse poco bene. Però ha un sorriso luminoso. Il distinto manager avvicina l’iPad alla bocca e bacia la foto della donna, con precisione, sul volto. Poi si mette a lavorare intensamente.
Rimango per un attimo imbambolato come incapace di coniugare la precedente scena, professionalmente affilata, con il gesto successivo, teneramente innamorato. Lo confesso: il primo pensiero è stato di nobile sdegno: “quanto dovremmo saperci fermare in questa vita in cui andiamo sempre di corsa”, ho pensato... poi però, osservando il tizio lavorare con inusitata concentrazione, ho iniziato a realizzare. Non ero affatto di fronte a un afflato elevato, non era un trasporto sentimentale, una parentesi debole nella solidità dell’homo faber; era invece un un gesto di concreta e solidissima efficienza. Quel tipo con il suo bacio al touch screen illuminato stava ricordando a se stesso (e a noi distratti viaggiatori abitudinari) che la domanda che elimina davvero le dispersioni di tempo non è “come, cosa o quanto fare” ma “per chi?”. 

*** Bruno MASTROIANNI, esperto di comunicazione, saggista, facebook, #diariopendolare, 13 ottobre 2017, qui


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#MOSQUITO / Inconscio, fare attenzione (Carl Gustav Jung)

Cara N.,
Ho la sensazione che tu ti spinga davvero troppo lontano. Davanti al distruttivo bisognerebbe fermarsi. Tu sai, infatti, qual è la mia opinione riguardo all'inconscio.
Non ha proprio alcuno scopo abbandonarsi ad esso sino alle estreme conseguenze. Se questo fosse il solo comportamento giusto infatti, la natura non avrebbe mai inventato la coscienza, e inoltre gli animali sarebbero l'incarnazione ideale dell'inconscio.
Perciò a mio parere è anche assolutamente necessario che stiamo sempre abbastanza lontani dall'inconscio da percepire sufficientemente la nostra realtà, cioè quel che esiste qui ed ora. Altrimenti corriamo il rischio di venire travolti da un inconscio che non conosce questo nostro mondo umano.
L'inconscio si può realizzare solo tramite l'aiuto dello coscienza e sotto il continuo controllo di questa. Inoltre, la coscienza deve essere rivolta con un occhio all'inconscio, ma d'altro canto deve mantenere altrettanto chiaramente nel proprio campo visivo le possibilità dell'esistenza umana e dei rapporti umani.
Non voglio con ciò intromettermi in alcun modo, ma desidero pregarti di riflettere su questo mio avvertimento.
Con i migliori saluti...

*** Carl Gustav JUNG,  Lettera ad una destinataria anonima, 2 dicembre 1937, in Lettere, vol. 1, segnalato da Leonardo Seidita, Monito alle malìe dell'anima, 'Jungitalia-facebook', 24 settembre 2017, qui


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venerdì 20 ottobre 2017

#PIN / Attenzione ai leader (MasFerrario)


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#HUMOR / Ma per quelli che non ci arrivano

(via pinterest)

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#SORRISI_CONTAGIOSI / Bhutan, Haiti, Cina

Bhutan
(via pinterest)

° ° °

Haiti
(via pinterest)

° ° °

Cina
(via pinterest)

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#SCRITTE / Meglio un passato di verdure

(via pinterest)

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#SPILLI / Renzi-Bankitalia, scaricabarile inverecondo (M. Ferrario)

«Se immagina che scarichi la responsabilità sugli altri, come faceva la politica in passato, ha sbagliato persona. Banca d’Italia e tutte le altre istituzioni godono del rispetto del governo italiano: la questione non è giocare allo scaricabarile».  
Parole di chi? 
Ma di Matteo Renzi, presidente del Consiglio, intervistato da Massimo Giletti, programma tv 'L'Arena', dicembre 2015.

«La valutazione non spetta al presidente del Consiglio. Il presidente del Consiglio lavora molto bene con Consob e Banca d’Italia».
Parole di chi? 
Ma di Matteo Renzi, intervistato da Bruno Vespa, programma tv 'Porta a Porta', 12 maggio 2016, in risposta alla domanda se Palazzo Koch e la commissione di vigilanza sui mercati guidata da Giuseppe Vegas avessero “sempre fatto fino in fondo il loro dovere”. 
[ Tra parentesi: nella stessa puntata del programma, sempre Matteo Renzi, una volta di più, giura (e spergiura) che in caso di sconfitta al referendum sarebbe tornato a fare il libero cittadino, abbandonando la politica: impegno ribadito più volte nel corso dell'anno e peraltro già assunto in forma solenne, e con smaccata retorica, in Senato, il 20 gennaio 2016 (vedi video qui) ]

Inutile spendere troppe parole sull'inverecondo scaricabarile di oggi: la mozione del Pd contro Bankitalia e Visco.
Renzi si conferma per quello che è: un politicante inaffidabile e avventurista che ha come unico obiettivo quello di difendere e inseguire il proprio potere e l'interesse personale. 
Ha a cuore la 'politica' e ignora cosa sia la 'Politica'.
Ora sono in vista le elezioni e urge il capro espiatorio: tentare di sfuggire all'attacco del M5S, che da sempre critica sia il governatore di Bankitalia per l'insufficiente vigilanza esercitata sul sistema bancario, che il modo con cui la politica, e Renzi in primis, non ha gestito la questione-banche, e lanciare l'ennesima 'distrazione di massa', inseguendo populisticamente gli umori della 'gente'. 

Renzi spara su Visco e le banche (naturalmente con l'ipocrisia di nascondersi dietro il diritto di libertà di espressione e di critica, dichiarando di non voler imporre nulla all'attuale presidente del Consiglio e al presidente della Repubblica, i soli titolati a decidere sulla rinomina eventuale del governatore di Bankitalia): immagina così di far dimenticare il ruolo e le responsabilità sue, ieri di presidente del Consiglio e oggi di segretario del partito di maggioranza che appoggia (dovrebbe appoggiare) l'attuale premier Gentiloni. 
Se ci riuscirà, lo vedremo: dipenderà anche da quanto gli italiani si berranno pure quest'ultimo brano dell'abituale 'storytelling'. Quello che però già oggi vediamo è il prodotto inquietante, sul piano politico-istituzionale, dell'ennesima bizza di uno spaccone spacciato per statista.

Il fattaccio di questi giorni, che ha diviso persino il Pd, fino a ieri quasi tutto ricompattato, dopo la scissione, dietro il segretario, e ha creato sorpresa, irritazione e dissenso anche in ruoli di alto livello istituzionale (Mattarella, Gentiloni, Napolitano), oltre che in persone in posizione finora di sostanziale vicinanza/supporto alle scelte di chi continua a comportarsi come 'l'uomo solo al comando' (Padoan, Calenda, Zanda, Veltroni...) mi conferma una convinzione: prima capiremo che Renzi va abbandonato a se stesso, aiutandolo (o 'costringendolo') a fare quello che lui stesso aveva promesso di fare se avesse perso il referendum del 4 dicembre 2016, e prima risolveremo un problema. 
Sottolineo: 'un' problema, non 'il' problema. Ma è 'un' problema che ogni giorno che passa diventa 'il' problema.  

Chi ha occhi per vedere poteva vedere da tempo. Segnali c'erano fin dall'inizio di questa triste storia. Ma oggi, se uno non vede i fatti (grandi, ripetuti, evidenti), o è cieco, o continua a coprirsi volutamente gli occhi. 
Rendendosi corresponsabile del progressivo, crescente decadimento (istituzionale, democratico, politico, sociale) verso cui stiamo precipitando.

Quanto sopra, naturalmente, non può, né deve, a mio avviso, far dimenticare la sostanza della questione-banche nel recente passato, con le responsabilità, evidenti e gravi, per risparmiatori e cittadini, di tutte le parti in gioco. E, ripeto, ‘tutte’: politica, banche, istituti di vigilanza e controllo.

Ogni parte in causa può e deve essere criticata: e non è certo sacrilegio, in un sistema democratico, muovere appunti, anche duri, purché  fondati e documentati, a chiunque, Bankitalia e suoi uomini compresi. 
Del resto, la procedura stessa attualmente in vigore prevede che il governatore di Bankitalia, non più a vita ma in scadenza dopo sei anni, possa essere o meno rinnovato con il limite di un secondo mandato.
Ciò significa che una valutazione del suo operato è prevista dalle regole.
Ma queste regole, insieme con le prassi di ‘galateo’ coerenti con la crucialità istituzionale della persona/funzione oggetto di valutazione, chiedono, com’è ovvio, anche per le conseguenze sul piano internazionale della scelta, un processo ‘maneggiato’ con delicatezza, affidato a precisi ruoli di ‘garanzia’ e il più possibile ‘fuori-mischia’ (per questo la nomina del Governatore Bankitalia, su proposta del Presidente del Consiglio, spetta al Capo dello Stato): un iter che si sviluppi senza che vengano brandite scimitarre a favore di popolo o, peggio, vengano lanciate azioni strumentali di sapore elettorale e, in questo caso, di lampante scaricabarile. 
Perché Renzi non stava su Marte, ma è stato Capo del Governo per tre anni. 

*** Massimo Ferrario, Renzi-Bankitalia, scaricabarile inverecondo, per Mixtura.
Per le citazioni di Renzi, vedi Marco Pasciuti, Bankitalia, quando Renzi diceva: ‘Rispetto Palazzo Koch, lavoriamo molto bene insieme. Scaricabarile? E’ vecchia politica’, ilfattoquotidiano.it', 19 ottobre 2017, qui

Patrick HARDIN, 1953
cartoonist statunitense


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#SGUARDI POIETICI / Viali d'inverno (Sergio Orlando)

Si muovono nuvole impetuose
sopra il livido paesaggio
di luce fredda.
Il vento schiarisce
e dà trasparenze
ai viali d'inverno.
Forse la neve, a giorni
ricamerà un candore
di bianca nostalgia.



***Sergio ORLANDO, 1939, pittore e poeta, Viali d'inverno, da Sergio Orlando, La natura in versi, Bocca, 2006, citato in  'Sergio-Orlando.blogspot.it', qui


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#MOSQUITO / Normalità, un termine inconsistente (Vittorino Andreoli)

Mi pare davvero incredibile che si continui a parlare di normalità di Tizio o di Caio, come se un individuo fosse un ente astratto, autonomo, indipendente, alla maniera delle idee platoniche dell’Iperuranio. 
Se è già difficile dare un senso all’aggettivo «normale» per gli organi del corpo umano (pure condizionati dall’attività in un dato ambiente), è addirittura impossibile farlo quando ci si riferisce alla dimensione più specifica dell’uomo, quella della mente, che è l’insieme di comprensione, sentimento e comportamento sociale. 

L’inconsistenza del termine «normalità» coniugato al comportamento deriva dalle osservazioni quotidiane, soprattutto nel tempo presente, in cui si frequentano molteplici ambienti molto differenti tra di loro. 
Già a partire dal rapporto interpersonale, si possono osservare modalità di essere contrastanti a seconda di chi abbiamo di fronte. Si notano atteggiamenti di accoglienza o segnali di allontanamento in base alla simpatia o all’antipatia, oppure in funzione di esperienze passate con quella stessa persona, che incidono anche sull’incontro presente. 
La percezione di qualcuno come nemico ci dispone a un incontro totalmente differente dall’attesa di un legame d’amicizia. Un’analoga diversità si evidenzia anche con gli ambienti sociali: il comportamento in famiglia può essere distante da quello che si ha sul lavoro, e non solo per le molteplici funzioni che si attivano, ma proprio per gli atteggiamenti che si assumono. 
Ulteriori metamorfosi possono essere osservate nella frequentazione di un ambiente sportivo oppure religioso, e così via per tutte le possibili combinazioni tra un soggetto e le comunità in cui è inserito.
Quello stesso individuo mostrerà «volti» che possono sembrare così diversi da appartenere a io tra loro sconosciuti. 
Non siamo certo lontani dall’Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello, e di fronte a questa moltiplicazione di identità (per cui si parla anche di «personalità multipla»), il termine «normalità» perde di significato, a meno che non ci si voglia spingere all’assurdo di sostenere, per uno stesso individuo, l’esistenza di «centomila normalità».

*** Vittorino ANDREOLI, 1940, psichiatra e scrittore, I principi della nuova psichiatria, Rizzoli, 2017


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giovedì 19 ottobre 2017

#BREVITER / Berlusconi, voto utile (mf)

MasFerrario, facebook, 19 ottobre 2017

° ° °

MasFerrario, facebook, 19 ottobre 2017

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#VIDEO #CARTONI / Lo stretto indispensabile (Walt Disney)


Lo stretto indispensabile
da Il libro della Giungla, Walt Diseney, 1967
youtube, Walt Disney, 19 ottobre 2013
video 2min07

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#QUADRI / Malcom Drummond, Pauline Roche, Robin Cheers

Malcom Drummond, 1880-1945
pittore britannico
The Stag Tavern, 1929
(via pinterest)

° ° °

Pauline Roche
artista inglese
(via pinterest)

° ° °

Robin Cheers
artista statunitense
(via pinterest)

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#FOTO / Donna Navajo (Edward S. Curtis)

Donna Navajo, 1904
foto di Edward S. Curtis, 1868-1952
fotografo, etnologo, esploratore statunitense
(via pinterest)
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#SGUARDI POIETICI / Quella notte poi (Warsan Shire)

quella notte poi
appoggiai al mio ventre un grande atlante
con le dita corsi attraversando tutto il mondo
e chiesi sottovoce
dove ti fa male?

mi rispose
ovunque
ovunque
ovunque

*** Warsan SHIRE, 1988, scrittrice, poetessa, insegnante somala, Quella notte poi, traduzione di Fernanda Ferraresso, in 'cartesensibili', 12 maggio 2014, qui
https://en.wikipedia.org/wiki/Warsan_Shire


Testo originale (Later that night)
later that night
I held an atlas in my lap
ran my fingers across the whole world
and whispered
where does it hurt?

it answered
everywhere
everywhere
everywhere.

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#SENZA_TAGLI / Alternanza scuola-lavoro, difficile (Domenico De Masi)

“Gli italiani – diceva Longanesi – sposano un’idea e subito la lasciano con la scusa che non ha fatto figli”. Non è questo il caso della legge sull’alternanza scuola-lavoro che, introdotta dalla Moratti nel 2005, ha avuto ben 12 anni per essere messa a punto ma che, in base a una recente inchiesta su 15.000 studenti, fa ancora acqua. La legge prevede che gli allievi delle scuole professionali dedichino 400 ore all’esperienza lavorativa e quelli delle altre scuole 200 ore. Nasce il problema organizzativo nelle aziende che accolgono gli stagisti: cosa far fare agli studenti? La ministra Fedeli afferma che non si tratta di apprendistato ma di esperienza formativa e che gli eventuali costi (viaggi, vitto, ecc.) debbono essere sostenuti dagli istituti scolastici, che, a loro volta, sono privi di fondi causa tagli di 8 miliardi negli ultimi anni.

Difficile capire la differenza tra apprendistato ed esperienza formativa. Comunque l’inchiesta dimostra che, nel 40% dei casi, i diritti assicurati agli stagisti non vengono rispettati dalle aziende e che spesso gli stagisti sono impiegati per sostituire i lavoratori che, risultando superflui, vengono licenziati. D’altra parte, la domanda studentesca di alternanza, che fino allo scorso anno scolastico riguardava 600mila studenti, quest’anno è salita a 1,4 milioni. Più o meno il numero degli studenti che hanno manifestato nelle piazze. E ciò dimostra che non viene rifiutata la legge, ma il modo sbilenco in cui viene applicata. C’è poi l’atteggiamento delle famiglie che accompagnano i figli alle scuole elementari e a volte alle medie. Poi, al liceo e all’università, si disinteressano del loro destino.

La querelle sull’alternanza scuola-lavoro è un’ennesima occasione persa per cementare la solidarietà e arricchire la dialettica tra genitori, figli e insegnanti. Ma quale peso deve avere il lavoro nei programmi scolastici? Un giovane di 16 anni ha davanti a sé 70 anni di vita, 613.000 ore. Che farà delle sue ore di vita? Se lavora 2.000 ore all’anno per 40 anni, fanno 80.000 ore. Ne restano 533.000 per dormire, curare se stesso, la famiglia, gli amici e la comunità. Il lavoro rappresenta appena 1/7 della vita che attende quel giovane. Eppure tutte le agenzie di socializzazione – famiglia, scuola, media – non fanno altro che parlargli di lavoro. Non sarà forse questo il motivo per cui l’economia ricomincia a crescere mentre società e politica continuano a collassare?

*** Domenico DE MASI, sociologo, saggista, docente emerito dell'univeristà La Sapienza di Roma, La difficile alternanza scuola-lavoro, 'linkedin.com/pulse, 18 ottobre 2017, qui


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#MOSQUITO / Culture, assurdo rinunciare a stabilire gerarchie di valori (Federico Rampini)

Non è arrogante né presuntuoso stabilire, per esempio, che il contratto sociale scandinavo è preferibile – perché più equo, solidale, rispettoso – in confronto alle logiche del familismo amorale, del clan, della fedeltà tribale, del patriarcato, della sottomissione al leader, che sono radicate in tante nazioni di religione musulmana. Il discorso politically correct imperante da decenni ci proibisce di usare aggettivi come «superiore» e «inferiore». Ma questo è assurdo, perché rinunciando a stabilire gerarchie di valori precipitiamo noi stessi in un baratro d’insicurezza, smarrimento. Finché la vertigine del caos spinge alcuni di noi nelle braccia dei nuovi autocrati, dell’Uomo forte di turno che si affaccia dal balcone e promette di restaurare l’ordine antico.

*** Federico RAMPINI, 1956, giornalista e saggista, Il tradimento. Globalizzazione e immigrazione, le menzogne delle élite, Mondadori, 2016


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#SENZA_TAGLI / Lavoro, visibilità in pagamento (Fabio Chiusi)

Italia, 2017. Una rivista per cui non ho mai collaborato - di cui ometto il nome per eleganza - mi propone di scrivere un editoriale, ma non specifica il compenso.
Lo chiedo.
Questa è la risposta:
"Per quanto riguarda il trattamento economico, capisco l'esigenza. La sua richiesta è sicuramente giusta e condivisibile. Tuttavia, XXXXX, che ospita prevalentemente esperti di alto profilo o figure istituzionali, generalmente non prevede compenso, essendo già una vetrina di spessore. Quando possibile, però, come nel suo caso, possiamo offrire un gettone di presenza simbolico, pari a 30 euro netti."
Mia replica:
"Grazie delle delucidazioni. Purtroppo apprezzo e capisco il potere delle vetrine, ma con la visibilità non si mangia, e non è moneta - per il mio giudizio - per retribuire il lavoro. Ma non credo faticherà a trovare un sostituto che la pensa altrimenti.
Buon lavoro".
Forse "lavoro", tra virgolette, sarebbe stato più appropriato. 
O lavoro "simbolico".

*** Fabio CHIUSI, giornalista e saggista, facebook, 18 ottobre 2017, qui



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mercoledì 18 ottobre 2017

#PIN / Prevenire (MasFerrario)

twitter, 13 gennaio 2013

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#SCRITTE / Warning

(via pinterest)

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#SPOT / Donna

Donna Gottschalk
attivista femminista, lesbica, fotografa statunitense
Christopher Street Gay Liberation Day parade, 1970
(dal web, qui)

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#FOTO / Riparazione linea telefonica, 1929

(dalla rete, qui)

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#LIBRI PREZIOSI / "La disputa felice", di Bruno Mastroianni (recensione di M. Ferrario)

Bruno MASTROIANNI, "La disputa felice
Dissentire senza litigare sui social network, sui media e in pubblico"
Franco Cesati Editore, 2017
pagine 122, € 12,00

Libro 'piccolo', intelligente, piacevole, utile
Lo sappiamo: è falso che piccolo sia sempre bello. Però, qualche volta, piccoli libri e piccoli editori producono perle. 
Come questo 'volumetto' (diminutivo e vezzeggiativo insieme) dal titolo La disputa felice, di Bruno Mastroianni, filosofo 'felicemente' prestato alla comunicazione, il quale da anni studia e opera per cercare di rendere più efficaci i processi di scambio, specie in un mondo sempre più digitalizzato. 
Un titolo che di primo acchito potrebbe apparire un ossimoro, ma solo perché, per sbadataggine o ignoranza, leggiamo 'disputa' intendendo 'litigio' e allora, ci domandiamo, come si fa a coniugare lite con felicità, se non si tende, almeno un po', al sadomasochismo?

E invece è un binomio quanto mai centrato e stuzzicante, che non solo, come titolo, mantiene ciò che promette, dimostrando che i due termini possono essere perfettamente congruenti, ma va oltre l'attesa: perché il centinaio di pagine offerte al lettore, tutte scorrevoli e per nulla astratte, sono una miniera di riflessioni intelligenti e di suggerimenti preziosi. Naturalmente il destinatario ideale è chi, nonostante una certa crescente tossicità dell'aria che respiriamo (e che spesso contribuiamo a diffondere, in rete come nella vita di tutti i giorni, con il nostro dialogare respingente, quando non valutativo e insultante), ancora non abbia perso la voglia di confrontarsi con chi la pensa diversamente, gustandosi lo scambio di idee e argomentazioni, anche duro sui temi oggetto di discussione, ma mai 'cattivo' con l'interlocutore, testando il proprio punto di vista e magari cambiandolo, oppure scoprendo il valore di posizioni impensate o all'inizio rifiutate.

La teoria cui Bruno Mastroianni fa riferimento è semplice e concreta: poggia su ricerche e studi ormai consolidati e univoci e viene esposta senza accademismo, in modo piano e chiaro, supportata da esempi facili e immediati. Le 'armi' per 'combattere' con intelligenza i contenuti oggetto delle nostre possibili dispute quotidiane, senza squalificare o offendere le persone che ancora, per fortuna, hanno pensieri diversi dai nostri, ci vengono tutte squadernate davanti. 
La garanzia di un buon uso, ovviamente, non ce la dà nessuno, e una precondizione indispensabile perché le dispute producano valore per le parti in gioco, facendo progredire le discussioni ed evitando il troppo frequente avvitamento personalistico, è che le 'armi' che il libro ci segnala diventino al più presto 'cultura' corrente: quanto maggiore è il numero di chi ne farà uso, infatti, tanto più i nostri rapporti saranno finalmente 'disarmati'. Perché si tratta di strumenti che non servono a 'vincere sulle persone', ma a favorire un confronto serio e preciso sui contenuti, mettendo in discussione le posizioni altrui o sostenendo meglio le nostre, in uno spirito di possibile sana condivisione o di altrettanto sana divergenza: un po' di decentramento, quando non di sgonfiamento, dei nostri Io ingombranti, insieme con la consapevolezza che anche il dissenso, se ragionato e 'verificato', può unire chi dissente, sono fattori che aiutano a costruire dialoghi veri, abbandonando quelli, abbondantemente prevalenti, che sono di fatto monologhi travestiti.

Si invoca spesso l'empatia come carburante di rapporti più umani: sarebbe già molto realizzare una maggiore 'vicinanza' con chi dice o scrive cose diverse dalle nostre. Non c'entra il 'buonismo', basterebbe semplicemente un po' di 'egoismo intelligente': servirebbe a capire di più l'altro e magari anche a capire che stiamo sbagliando, acquisendo elementi per correggere il tiro. Oppure servirebbe per trovare nuove ragioni per avere ragione. E in ogni caso ci guadagneremmo una maggiore efficacia nel riuscire a trasmettere all'interlocutore il nostro pensiero, minimizzando i travisamenti e valorizzandone i punti forti.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

Citazioni da: Bruno Mastroianni, La disputa felice, Franco Cesati Editore, 2017:
«
È il definitivo tramonto della mediazione a priori: non c'è più un'au­torità, un sostituto, una guida supplente, che possa intervenire prima e al nostro posto. Il mare di informazioni è ormai il nostro ambiente vitale abituale. Non abbiamo alcuna possibilità di esserne preservati, abbiamo invece bisogno di strumenti culturali adeguati per imparare a viverci in modo proficuo.
Cosa ci spaventa? Il ritorno in primo piano della intenzionalità e della scelta. Due cose che non competono a nessun mediatore né auto­rità, che non possono essere imposte né controllate: spettano solo alla libera iniziativa di ciascuno. Le fake news, l'odio in rete e l'apparente caos creato dal sovraccarico informativo sono sintomi, non di una ma­lattia ma di una realtà: dobbiamo trovare strade per vivere all'altezza della grande libertà che ci siamo procurati. È un'ottima notizia.

Saper comunicare è una competenza non più solo per mediatori culturali, traduttori e comunicatori, ma per ogni persona. Grazie al web siamo diventati tutti - volenti o nolenti - "vicini": non c'è scritto da nessuna parte che questo ci renda automaticamente dei "buoni vicini", è qualcosa che dobbiamo conquistare giorno per giorno.

È finita anche l'epoca della selezione intelligente degli interlocutori. Per secoli la retorica ha insegnato che vale la pena iniziare un dibattito solo se l'altro è disposto a collaborare. Sarebbe bello poterselo an­cora permettere ma, nel mondo dell'iper-connessione trasversale dei social, nessuno può avere il privilegio di escludere interlocutori: anche un semplice genitore su una chat di WhatsApp della classe si può tra­sformare nel peggior hater di sempre. Rinunciare a dialogare con lui significherà lasciare in balia del suo odio una moltitudine di persone, e ciò avrà ricadute sulla nostra vita e su quella dei nostri figli. Solo nella misura in cui ci sarà qualcuno disposto a disputare anche con chi è ostile, cambieranno veramente le cose.
  
Il termine "disputa" è stato scelto proprio per fugare ogni ambi­guità. Il suo significato è dibattito, discussione vivace su un particolare argomento, ma anche diverbio, alterco, e si può usare anche riferendosi allo svolgimento di una gara, di una competizione sportiva. Tutto in questa parola parla di un confronto che si deve svolgere e deve avere un elemento di competizione, quasi di lotta. L'aggiunta dell'aggettivo felice non ha alcuna accezione buonista o cortese, ma vuole richiamare l'idea di una contesa che da soddisfazione e migliora la vita.
Quando si parla qui di disputa, insomma, si presuppone che la di­vergenza sia affrontata fino in fondo, senza paura e senza finte tattiche di disimpegno. Le altre strategie infatti (quella del politicamente cor­retto e della diplomazia che scende a compromessi) sono spesso forme di difesa o di elusione del contrasto.
Nella prospettiva della disputa le tattiche pacifiche e i litigi si somi­gliano: hanno entrambi il difetto di perdere per strada l'oggetto di di­scussione. Quando si crea uno scontro litigioso si smette di entrare nel merito del tema, così come quando il confronto lo si aggira: il centro della questione viene evitato per non alimentare tensioni. Entrambe le prospettive cadono insomma nell''indifferenza per la differenza che è invece il grande valore che la disputa ricerca.
La disputa felice ha un unico principio guida: mantenere l'attenzio­ne, le energie e la concentrazione sui temi e sugli argomenti in oggetto, senza andare a rompere la relazione tra i due disputanti proprio per farsi nutrire dalla divergenza che ne emerge.
»


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#SGUARDI POIETICI / XXI, Se potessi prender la terra tutta (Fernando Pessoa)

Se potessi prender la terra tutta
e sentirne il sapore, 
e se la terra fosse una cosa da mordere
sarei un momento più felice...
Ma non sempre voglio essere felice.
È utile di tanto in tanto essere infelice
per potere esser naturale...
Non tutto è giorni di sole,
e la pioggia, quando manca molto, si chiede.
Accolgo per questo l'infelicità con felicità
naturalmente, come chi non si stupisce 
che ci siano monti e pianure
e che ci siano rocce e erba...
Quel che conta è essere naturale e calmo
nella felicità o nell'infelicità,
sentire come chi guarda, 
pensare come chi cammina,
e in punto di morte, ricordarsi che il giorno muore,
e che il tramonto è bello e è bella la notte che resta...
È che se così è, è perché è così.

*** Fernando PESSOA (Alberto Caeiro), 1888-1935, poeta e scrittore portoghese, XXI Se potessi prender la terra tutta, da Un'affollata solitudine. Poesie eteronime, Bur, 2012 - Poesia scritta da F. Pessoa con l'eteronimo di Alberto Caeiro, ovvero colui che il poeta avrebbe voluto essere.
https://it.wikipedia.org/wiki/Fernando_Pessoa


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#SENZA_TAGLI / Medaglia d'Argento (Massimo Gramellini)

Interpretando un’opinione largamente diffusa, una giovane lettrice mi ha scritto parole intense sulle ragioni per cui si rifiuta di collocare Asia Argento nel pantheon delle vittime del sistema. Perché avrebbe avuto la possibilità di ribellarsi ai ricatti del maschio di potere e non lo ha fatto. Lei invece sì: alla vigilia della laurea, quando ricevette le avance del professore con cui stava preparando la tesi. Non disse nulla, ma stracciò la tesi e cambiò professore, preferendo diventare dottoressa con qualche mese di ritardo piuttosto che venire meno ai suoi principi. 

La riflessione della lettrice è ineccepibile e il suo comportamento straordinario. Però, ci avete fatto caso? Dal momento in cui è esploso lo scandalo, il produttore bavoso di Hollywood è uscito dal radar del dibattito, quasi si trattasse di un fenomeno naturale e inevitabile: premesso che la pioggia esiste, discutiamo se si debba o meno aprire l’ombrello. Invece il problema rimane la pioggia, cioè il comportamento di un uomo che ha abusato del suo ruolo per esercitare pressioni nei confronti di una donna. È di questo che si dovrebbe discutere. Perché il modo in cui la donna ha reagito alla prevaricazione è affare che riguarda il tribunale della sua coscienza. Mentre l’atteggiamento del prevaricatore riguarda tutti. Il fatto che sia ancora così diffuso non significa che lo si debba dare per scontato. Soltanto il giorno in cui il diritto delle vittime sarà tutelato davvero, potremo arrogarci quello di giudicare le loro strategie di sopravvivenza.

*** Massimo GRAMELLINI, 1960, giornalista e scrittore, Medaglia d'Argento, rubrica 'Il Caffè', 'Corriere della Sera', 17 ottobre 2017, qui


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