sabato 31 ottobre 2015

#LIBRI PIACIUTI / Gli ipocriti, di Eleonora Mazzoni (recensione di M. Ferrario)

Eleonora MAZZONI, Gli ipocriti, Chiarelettere, 2015
pagine 249, € 16,89, ebook 9,99

Decisamente un 'bel' libro: che sa prenderti e accompagnarti con piglio vigoroso per oltre duecento pagine senza mai una caduta di tono, alternando momenti di dolcezza toccante a stati intensi, anche di alta drammaticità. 

Merito della trama, pur semplice e 'banale' nel suo riprodurre, specie nel mondo di oggi, una frequente quotidianità, anche nei suoi tratti più grigi o cupi, spesso riprovevoli; ma soprattutto merito della scrittura e dell'indagine psicologica sui personaggi e sull'ambiente in cui la vicenda si sviluppa.

Cattura infatti in modo particolare la capacità empatica dell'autrice, che sa regolare il linguaggio a seconda delle voci narranti: Manu, la ragazzina adolescente, o Amedeo, il padre; e, nel finale, la madre Sara, una figura laterale, solo accennata, che entra in scena con due pagine di una lettera che scuote per ciò che dice e per come lo dice. 
Inoltre, e non è secondario, non lascia indifferente lo stile del linguaggio, costruito sui personaggi. Elaborato, colto, sostanzialmente sofisticato, quello di Amedeo, quando si racconta in prima persona e, prima autoindulgente (è la fase in cui 'se la racconta') e poi impietosamente autocritico, riflette sulla sua vita disordinata, moralmente disonesta, fondamentalmente (come da titolo del romanzo) 'ipocrita'. 
Travolgente e prepotente, invece, il raccontarsi di Manu: che si esprime in modo ora spezzato e nervoso, ora introspettivo e ansimante, ma mai convenzionale, sempre irruento, vitale, incisivo, reso colorito da quello slang giovanile che trasmette un senso di insopprimibile spontaneità e di efficace (soltanto apparente) sciatteria.

Per lo spazio assegnatole, Manu è la protagonista della vicenda. 
La sua turbolenza adolescenziale non è particolarmente originale: è accaduta, accade e accadrà a chiunque passi per quell'età. Ma il groviglio specifico delle sue contraddizioni, con le emozioni esasperate e il vissuto disorientato che chiederebbe di 'vivere' ma non sa come riuscirci, e, soprattutto, la tensione verso un assoluto che sia genuino e non sporcato dalla falsità e dalla incoerenza degli adulti, sono resi con un'efficacia straordinaria. E anche la descrizione dei rapporti con le coetanee, e del primo incontro di sesso, contribuiscono a schizzare un quadro quanto mai vivido e conturbante.

Sullo sfondo, ma centrale, il 'Movimento': una organizzazione cattolica, mai nominata ma ben riconoscibile nella realtà storica italiana, che fa da stampella psicologica anche a Manu, come ai tanti che, pur in buona fede, chiedono appartenenza e rassicurazione ai collettivi non solo (o forse neppure) per convinzione ideologica, ma soprattutto per non pensare e non decidere, facendosi coccolare dai gruppi e seguendone pedissequamente le istruzioni. 
L'autrice vi dedica pennellate più che convincenti, come è di chi potrebbe parlare per esperienza diretta, tratteggiando anche figure minori (l'amica Paola, don Ettore) in modo indelebile. 
Nel confronto con questi personaggi, la sorella Valeria e l'amica Linda, che conducono una vita libera e 'scomposta' (forse libera appunto perché 'scomposta') assurgono a modelli positivi: magari eccessivi, potenzialmente pericolosi quando non 'contenuti', tuttavia senz'altro (almeno) non 'ipocriti'.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

«
«Ma c’è Qualcosa di più grande da cui il mio essere ultimamente dipende. Ieri in bagno mentre mi asciugavo i capelli ho preso la scossa e in un attimo mi sono passati davanti migliaia di frammenti, fotogrammi, persone. C’eravate soprattutto voi, voi siete mio padre e mia madre, siete i miei amici, la mia compagnia. La mia vita. Il resto è veloce illusione o sterco. Grazie» e si mette a piangere. 
Dio che scartavetramento di maroni. Sono del movimento, ok, ma Michela proprio non la sopporto. Quando scoppia a piangere, cioè sempre, mi si induriscono tutti i muscoli del corpo. Di lei non tollero né le lacrime perché sono fintissime, né il suono della voce perché è falso. (Eleonora Mazzoni, Gli ipocritiChiarelettere, 2015)

Lui non è mica un uomo unico. No. Sono due gemelli. Quello buono si schiera «per la tutela della famiglia, del matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso, dell’essere umano dal suo inizio alla sua fine». Però poi c’è l’altro gemello, quello cattivo, che non ama la mamma ed è adulterino, bigamo, trigamo e compagnia bella. 
Che vomito. Se ne dovrebbe stare zitto a capo chino per il resto dei suoi giorni e pregare. Pregare Dio di perdonarlo per non avere combinato un cazzo nella vita, se non pregare Dio di perdonarlo. E invece parla a random: Cristo di qua, Cristo di là. Mi sfavano i suoi discorsi. A me quella parola, che continuamente nel movimento andiamo ripetendo, e che non è una parola tra le tante, è la parola per eccellenza, centro e fulcro di tutte le altre, ecco, sì, quella parola lì, Cristo, quando la pronuncia mio padre, non riesco ad abbinarla a un significato preciso. Invece detta da Paola è una pietra. E se è facile abbandonare un’idea, ad abbandonare Paola come si fa? È questa pietra che mi ancora e mi fa restare.
Perché io Paola la amo. Io a Paola le credo. Lei è il mio dio. Io la sua sacerdotessa. (Eleonora Mazzoni, Gli ipocritiChiarelettere, 2015)

«Valeria? Ti disturbo?» «Se ti sbrighi, no.»
«Boh. Magari ti faccio uno squillo dopo su Skype.» 
«Sputa il rospo. Se mi chiami a Londra deve essere bello grosso. Lo sai che paghi tu, vero?» 
Pausa. 
«Secondo te quei due sono mai stati felici?» le chiedo. 
«Chi?» 
«Il babbo e la mamma.» 
«No.» 
«No?» 
«Nel lager nessuno è felice. Se sei felice non stai nel lager, è chiaro.» «La mia domanda è un’altra: secondo te com’è stato il matrimonio di mamma e babbo?» 
«Secondo me è stato un errore delizioso che hanno commesso insieme.» 
«Cioè?» 
«Niente, è una battuta di Lubitsch, sai quel regista adorato dal babbo?» 
Ci penso un attimo prima di riprendere: «Insomma. Il babbo e la mamma secondo te sono stati felici sì o no?».
«Mi ricordo che da piccola li sentivo discutere. Sottovoce, in cucina. E quando uscivano facevano finta di niente. Ma io li sentivo lo stesso. Poi di colpo hanno smesso ed è stato peggio.» 
«Perché non si sono separati?» chiedo io. 
«Ti pare che nel lager ti puoi separare?» 
Pausa. 
«Magari finora sono rimasti insieme per noi.» 
«Vorrai dire per loro, Manu. Ci vuole coraggio a iniziare una nuova vita, cosa credi?» 
«Il Boss diceva che il matrimonio è il gesto sacramentale più valorizzatore dell’umano.» 
«E secondo te nel mondo c’è qualcuno che crede in questa boiata?» 
«Magari è una frase poco chiara ma non è una boiata. Cioè. Non mi pare.» 
«Ma sì, invece. Il Boss si chiedeva anche: “Il matrimonio senza Dio, che razza di matrimonio è?”. Io a lui avrei chiesto: “Quando il matrimonio in Dio va a pezzi, che razza di Dio è?”. Dai, sono griglie. Per dare ordine a quello che invece non lo può avere, un ordine.» Pausa. «Lo conosci il suono di un acino d’uva passa?» 
«No, Valeria. Mi manca.» 
«Prova a sfregarne uno tra le dita vicino all’orecchio.» 
Mia sorella è pazza. Cotta e ripassata nella follia più assoluta. Dal matrimonio all’acino d’uva, è la strada sicura per finire in manicomio. 
«Non devi pensare a nulla, capisci? Via tutto il resto, ci sei solo tu, i tuoi polpastrelli e l’acino.» 
Dai, Valeria è proprio strana. Troppo. L’acino d’uva, ma si può?! È forse questo che succede uscendo dal movimento? Disgregazione del cervello, personalità frullata, sentimenti sbriciolati. 
«È che ci vuole pratica, esercizio e allenamento per essere felici» continua mia sorella. «Chissà. Se avessero ascoltato il suono dell’acino d’uva anche il babbo e la mamma sarebbero stati più contenti.»
Chissà. (Eleonora Mazzoni, Gli ipocritiChiarelettere, 2015)
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#VIDEO #HUMOR / La paura della morte (Cattleya-Repubblica)

NON C'E' PROBLEMA - LA PAURA DELLA MORTE
Cattleya-Repubblica
Web Series Repubblica, 25 ottobre 2015
video, 6min10

Morte:  Cessazione definitiva dei processi vitali di un organismo. Dal punto di vista psicologico la morte non è interessante come evento fisico finale, ma come anticipazione.
Ma non mi dire…
… Anche perché altrimenti il terapeuta non avrebbe di che vivere.
(dalla presentazione)

#HUMOR / Basterebbe un calcio

(dal web)

Basterebbe un calcio... (mf)

#PIN / Formazione e ignoranza (MasFerrario)


#FAVOLE & RACCONTI / Il bicchiere e lo stress (M. Ferrario)

Anche questa volta Sommo Professore era riuscito a strappare l'incontro con Grande Vecchio grazie all'intercessione di Piccolo Uomo.

Lui e i suoi trenta allievi, top manager delle maggiori imprese del paese, erano rimasti particolarmente colpiti, l'anno precedente, dalla lezione che Grande Vecchio aveva dato loro sul tema del 'tempo': erano bastati un vaso e delle pietre (*), e così, con la semplicità che spesso è il massimo della saggezza se non degrada in semplicismo, avevano colto il messaggio profondo.

Stavolta volevano interrogare Grande Vecchio sulla questione dello ‘stress’.

Era un argomento di moda: e come sempre, quando i temi diventano moda, pullulano corsi e si improvvisano esperti, che magari hanno letto soltanto qualche libro, per giunta spesso senza averlo neppure capito molto. 

Era proprio questo che Sommo Professore voleva evitare.
E perciò aveva proposto ai suoi allievi di tornare sulla Montagna Più Alta, dove d'estate si ritirava Grande Vecchio insieme con il suo giovane compagno, Piccolo Uomo: era un legame dolce e indissolubile, come quello tra un nonno e un nipotino, di cui ormai tutti giù in città erano al corrente. E tutti sapevano che se si voleva distogliere Grande Vecchio dalle sue meditazioni tra i monti e i boschi, per qualche scambio di pensieri con estranei, bisognava chiedere aiuto a Piccolo Uomo.

Da Grande Vecchio, Sommo Professore e i suoi allievi si aspettavano parole sincere e illuminanti: era già accaduto, erano certi che sarebbe accaduto di nuovo. 
I manager avevano accettato con entusiasmo anche la camminata impegnativa che li avrebbe occupati nel fine settimana: in fondo, anch’essa poteva costituire un modo per combattere lo stress accumulato durante i mesi di lavoro. Ricordavano il viottolo che si inerpicava: ci volevano fiato e gambe prima di arrivare alla radura in cui si apriva la grotta di Grande Vecchio. Avrebbero dovuto allenarsi. E così fecero.

Grande Vecchio li attendeva sullo spiazzo, davanti alla grotta. In piedi, col volto aperto, lieto e beneaugurante.
La giornata era splendida: un sole caldo ma carezzevole, qualche batuffolo candido in cielo, un’aria leggera e frizzante. 
Piccolo Uomo aveva predisposto tutto quello che serviva per rifocillare gli ospiti, disponendo sui tavolacci davanti alla grotta ogni bendidio che i contadini della valle erano soliti portare periodicamente come omaggio a Grande Vecchio: forme intere di formaggi stagionati, abbondanti otri di vino rubizzo, grandi quantità di pane fatto in casa e di affettati casalinghi.

Grande Vecchio e Sommo Professore, prima si inchinarono reciprocamente in segno di benvenuto, poi si abbracciarono: con calore, ma con rispetto, quasi toccandosi appena.
«Credo siate stanchi per la salita», disse Grande Vecchio. 
«So cosa vi ha portati sin qui: la convinzione che io sia saggio e possa illuminarvi sulle cose che vi stanno a cuore. Naturalmente non saprei illuminare neppure la grotta, di notte, se non avessi una candela…».

Tutti gli allievi non nascosero un sorriso. Mentre Sommo Professore stava per ribattere e ribadire che la saggezza di Grande Vecchio era fuori discussione e il loro sentimento di deferenza per la sua autorevolezza era sincero. 
Ma Grande Vecchio, con la mano, prevenne ogni obiezione.
«Bando ai complimenti, Sommo Professore… Peraltro riconosco che, se avete deciso di ‘perseverare’, non essendovi bastato l’incontro passato, è responsabilità vostra». Poi aggiunse, sempre scherzando: «Siete manager, mi pare: e quindi dovreste sapere quello che fate...». 

Sommo Professore si voltò a guardare i suoi allievi e non poté trattenere un sorriso.
Grande Vecchio proseguì. 
«Comunque, dopo la lunga camminata, riposo e pranzo sono il giusto premio. Del resto, come diceva un tale un po’ più meritatamente famoso di me, ‘prima di tutto vivere e poi filosofare’…».
Piccolo Uomo confermò a suo modo: «Sì, e anche questo è un modo per non stressarsi…».

Ci fu una grande risata. Fu augurato buon appetito.
E già tutti si erano avventati sul pane, il formaggio e gli affettati. Si versarono le caraffe di vino e ognuno brindò con il vicino facendo tintinnare i boccali.

Grande Vecchio accarezzò la testa di Piccolo Uomo, con sguardo benevolente e ammirato: «Be’, a questo punto, il tema è trattato: mi hai rubato tutto quello che avrei potuto dire al riguardo…». 
Guardò, con occhi furbi e sfavillanti, la comitiva degli allievi, intenta a bere e mangiare con gusto. «Quando vi siete ben rifocillati, mi sa che potete pure ripartire…».

Sommo Professore ammise che la battuta di Piccolo Uomo era simpatica e anche azzeccata. Lui, però, aggiunse tra il serio e il faceto, si aspettava qualcosa di più.
Grande Vecchio annuì: ci avrebbe provato. Ma non si trattenne: «Eppure, Sommo Professore, i bambini, anche con le loro battute scherzose, dicono cose che noi, con le nostre affermazioni serie, troppo spesso seriose, non cogliamo. Le abbiamo dimenticate. E’ questo il problema di noi adulti. Dimentichiamo. Anche quando non abbiamo l’Alzheimer, abbiamo perso la memoria. Quella memoria di quando, da piccoli, vedevamo le cose così, semplicemente. Com’erano. E come sono. Senza 'farci sopra tante parole'.».

Il gruppo ascoltò: si era fatto silenzioso e attento. 
Grande Vecchio se ne rese conto e si scusò: 
«Vedete dove sta la saggezza che mi viene attribuita…? Ho fatto della inutile filosofia mentre eravate giustamente intenti a gustarvi il cibo e a far girare i boccali  di vino… Con i miei soliti pensieri ho interrotto il clima di sano e piacevole rilassamento che si era creato… Basta, mi impegno a non parlare più almeno fino al termine del pranzo…».

Il coro di protesta rese inutile l'intervento di Sommo Professore, già pronto a reagire contro la promessa di Grande Vecchio di tacere sino alla fine del pasto.
Intervenne Piccolo Uomo: «Non te la cavi così, Grande Vecchio. Sto imparando dalla vita che ognuno ha una parte da giocare: un po’ è quella che ognuno si dà, ma molto è quella che gli danno gli altri. Mi sa che il tuo ruolo, almeno oggi e qui con loro, sia quello di non stare zitto…».

Non c’era intenzione di chiamare l’applauso, ma l’applauso arrivò. 
E Grande Vecchio non lasciò perdere l’occasione per ribadire ciò che diceva un minuto prima: «Vedete, io la facevo lunga, Piccolo Uomo la fa breve. Dice cose che meriterebbero anche una discussione, vedendone tutto il chiaroscuro implicato, ma che hanno un indubitabile fondamento. E dunque, almeno per oggi, d’accordo, ha vinto lui: ritiro l’impegno di star zitto». 

Poi buttò uno sguardo su tutti, facendo l'occhiolino a Sommo Professore, e scherzò: «Almeno, se parlo troppo, anche aiutato dal vino, sapete con chi prendervela.».
Lasciò passare qualche secondo, per dosare l'effetto. Poi aggiunse, muovendo gli occhi verso i tavoli in modo furbetto: «Sembra che i capri espiatori siano sempre più utili nella vita. E mi pare che anche nel business non debba mai mancarne qualcuno pronto a prendersi la responsabilità delle nostre colpe. O non è così...?!».
Il gruppo reagì come il bambino colto in flagrante quando non può più nascondere la marachella. Sommo Professore subito rinforzò: «Eh sì, Grande Vecchio, accade accade...».
Comparve qualche sorriso un po' forzato, ma tutti si scambiarono occhiate complici: forse Grande Vecchio, se anche abitava quassù, tra le nuvole, sulla Montagna Più Alta, non era poi così fuori dal mondo.

Le ore trascorrevano liete e riposanti.
A metà pomeriggio non ci fu bisogno del richiamo di Sommo Professore: tutti avevano fatto a gara per aiutare a sparecchiare i tavoli ed erano seduti attenti, in attesa dell’intervento di Grande Vecchio.

Lui, in piedi di fronte a tutti, iniziò passandosi, con la calma studiata di chi sa di essere al centro dell'attenzione, una mano sulla pancia, facendo capire di essersi ben goduto il cibo e il vino.
E subito punzecchiò: «Allora, mi pare che il tema che quest’anno vi stressa sia lo stress. O sbaglio?». 
Sommo Professore annuì, serio e pensoso, assecondando il brusio ironico di consenso dei suoi allievi. Aveva pensato di introdurre la riunione con qualche sua parola, ma prese atto con piacere che il clima era perfetto: non c’era bisogno di lui.

Grande Vecchio chiese a Piccolo Uomo che gli portasse per favore un bicchiere d’acqua.
«Andrebbe bene anche il vino», commentò con malizia. «Ma dopo quanto ne ho bevuto, l’acqua è meglio».

Piaceva, l’ironia di Grande Vecchio, a tutti quelli che lo incontravano. 
Ed era la ragione per cui Piccolo Uomo lo aveva eletto a nonno preferito. Agli amici, giù in città, o ai genitori, che gli chiedevano il perché di tanto affetto, ripeteva: «Ti fa pensare. Dice cose profonde in modo semplice. Anche scherzoso. E poi, soprattutto, dice quelle cose scontate che abbiamo dimenticato appunto perché le consideriamo scontate. Lui, alle cose scontate, sa togliere la esse. Facendole contare ancora. Con una qualità rarissima, oggi, e che noi ragazzi apprezziamo particolarmente quando diciamo, in gergo, che quello è uno che ‘non se la tira’. Ecco, sta molto qui la sua vera autorevolezza. Lui ha sapere, ma ‘non se la tira’. Perché sa che non si finisce mai di sapere».

Arrivò il bicchiere pieno d’acqua.
Grande Vecchio lo prese in mano. 
Domandò al gruppo: «Secondo voi, quanto pesa questo bicchiere d’acqua?»
I top manager non osavano rispondere. Erano un po’ sorpresi. Che domanda… 
Poi qualcuno azzardò: «Forse 200 o 300 grammi?» 
Grande Vecchio approvò. «Sì, non abbiamo qui una bilancia, ma si può ipotizzare un peso simile. Però non è importante. O, almeno, ai fini del nostro discorso, il peso assoluto non conta.»

Ci fu silenzio. Il bicchiere d’acqua, il suo peso assoluto. Cosa c’entrava tutto questo con l’argomento per cui erano arrivati sin lì? Dove sarebbe andato a parare Grande Vecchio? Si ricordava che avrebbe dovuto parlare di stress?

Grande Vecchio guardò attentamente in faccia Sommo Professore. Anche lui rimase zitto.
«Vi dirò io cosa conta davvero. Anzi ve la direte voi stessi. Ma per proporvi la soluzione ho bisogno di altri tre bicchieri. Sempre pieni d’acqua. E ringrazio per questo Piccolo Uomo che ci sta facendo da cameriere.»

Piccolo Uomo corse nella grotta, dove c’era la damigiana che teneva in fresco l’acqua, e tornò subito portando tre bicchieri pieni su un vassoio.
Grande Vecchio chiese se si offrivano tre volontari. 
Come sempre in questi casi, ci fu un po’ di resistenza. 
Grande Vecchio tentò di superarla, con i suoi modi scherzosi: «Se qualcuno pensa che dopo sarà costretto da me a bere l’acqua, lo prevengo: la trasformerò in vino. E vi prego di credere che non sto bestemmiando. Vedrete, è facile: basta buttare l’acqua e al suo posto versare il vino. Mi pare che il vino sia piaciuto a tutti e non ho visto astemi…».

Tre manager si fecero avanti. Fu consegnato ad ognuno un bicchiere.
Grande Vecchio diede le istruzioni. A tutti disse di tenere il bicchiere in alto, con il braccio steso, più in alto che potessero. 
Poi chiese al gruppo di guardare l’orologio: lui non lo possedeva, si regolava col sole, ma era sicuro che, tra loro manager, cronografi precisi al millesimo di secondo non mancassero di certo. 
«Qualcuno segni il tempo. E ci dica quando è trascorso un minuto», disse.

Il silenzio assoluto diceva l’attenzione e la curiosità. 
Quando un allievo segnalò il minuto trascorso, Grande Vecchio chiese ai tre che avevano il bicchiere alzato di continuare a tenerlo alzato, ma che focalizzassero l’attenzione su quel che provavano in quel preciso momento. 
Poi, si rivolse ancora al gruppo: «Adesso, lasciate passare altri tre minuti  e al loro scadere segnalatemelo».
Grande Vecchio ripeté l’istruzione data prima ai tre volontari: continuassero a tenere alzato, più in alto che potevano e con il braccio sempre teso, il bicchiere, ma si ricordassero di come si sentivano.
Quindi si rivolse sempre al gruppo: «Altri cinque minuti». 
Poi rassicurò tutti, per non tenerli troppo in sospeso, che allo scadere dei cinque minuti la prova sarebbe terminata.

Così avvenne. Grande Vecchio diede lo stop. 
I tre volontari, dopo nove minuti consecutivi con il braccio sempre alzato, ricevettero l’autorizzazione a posare i loro bicchieri: all’unisono, come se si fossero accordati, cominciarono a massaggiarsi il braccio.
«Allora», chiese Grande Vecchio, un po’ sornione.  «Che mi dite a proposito del peso di quel bicchiere che tenevate in mano?».
«Che aumentava ad ogni minuto», rispose di getto il manager che non smetteva di strofinarsi il braccio. Gli altri due, naturalmente, confermarono. 
E Grande Vecchio commentò: «Ed erano solo nove minuti. Immaginate qualche ora. O addirittura una giornata. Il peso diventa impossibile. Costringersi a farlo, o costringere qualcuno a farlo, è una vera e propria tortura. Invece, la soluzione è semplice, no?».

Più di uno non riuscì a trattenersi dall’esprimere a voce alta la soluzione: ovvia, naturalmente. «Posare il bicchiere».
Grande Vecchio rinforzò: «Già, posare il bicchiere». 
Lasciò trascorrere una trentina di secondi. 
Poi, aggiunse: «Eppure…»

Il gruppo non sentì l’aggiunta di Grande Vecchio. 
Rimuginava. 
L’esperimento, tutti riflettevano, diceva il vero: da questo punto di vista era inoppugnabile. All’inizio la fatica nel tenere il bicchiere alzato non si sente: anzi, come ammise uno dei tre manager volontari, era quasi gradevole. Serviva ad alimentare la tensione, l’impegno a proseguire. Ma poi, la fatica cominciava a sentirsi. Fino a diventare pesante e a indolenzire il braccio. Certo, superato un certo limite, magari di ore, diventava impossibile tenere il bicchiere in alto.

Sommo Professore ruppe il rimescolio interiore dei pensieri del gruppo. 
Si rivolse ai suoi allievi, guardandoli in viso: «Ricordate? La distinzione tra ‘stress buono’ e ‘stress cattivo’…».

Un manager intervenne deciso: «Già, facile dire che c’è una soglia: sul piano concettuale tutti capiscono che il cosiddetto eustress può diventare distress. Ma in pratica? Quando accade? Qual è la misura oltre cui c’è distress?».
Grande Vecchio decise di potersi permettere una battuta: il clima informale e di buona relazione tra lui e tutti i presenti gli consentiva un azzardo. 
Chiese a chi aveva appena parlato di ‘misura’. «Scusate, signore, vi posso porre una domanda personale?»
Naturalmente fu subito autorizzato: «Certo, Grande Vecchio, chiedetemi ciò che volete».
«Voi siete ingegnere, per caso?». 
L’interessato non si offese, anzi fece un sorriso largo e condiscendente: «Sono abituato a questi sfottò: sì sono ingegnere. Come molti in questo gruppo, peraltro…». 

Grande Vecchio si affrettò a precisare, sempre sul piano scherzoso: «Non è un reato, naturalmente… Ma non occorre che vi spieghi come mai ho avuto questa intuizione… L’approccio dell’ingegnere al mondo è fondamentale, e guai se mancasse: il mondo sarebbe preda, più di quanto già non sia, di parolai e pressappochisti. Il punto è che non tutto, al mondo, è misurabile. ‘Non tutto ciò che può essere contato conta e non tutto ciò che conta può essere contato’. E’ un frase famosa, attribuita non ad un ingegnere, ma ad un fisico, oltre che filosofo, certo più autorevole di me, e che si intendeva di numeri, e di realtà (fisica, appunto), come e più di un ingegnere: tanto da vincere un premio Nobel. Questo per dire che credo che neppure l’autore della citazione, Albert Einstein, saprebbe fissare la soglia che cerchiamo: quella oltre la quale, per ognuno di noi (e sottolineo: per ognuno di noi), lo stress buono diventa cattivo. Però ciò non significa che quello cattivo non esista: e basta chiedere conferma ai tre nostri amici dell'esperimento con il bicchiere in mano, se non riusciamo a recuperare subito alla mente l’esperienza diretta che senz’altro ognuno di noi ha potuto fare più volte nella vita».
Il gruppo tornò in silenzio. 
Finché Sommo Professore si ricordò dell’aggiunta finale di Grande Vecchio, fino a quel momento ignorata. «Ma voi, Grande Vecchio, prima, avete lasciato in sospeso il vostro pensiero mentre dicevate ‘eppure…’».

Ci fu un mormorio di supporto.
Grande Vecchio riprese: «Sì, dicevo ‘eppure’ perché, quando il bicchiere d’acqua, a un certo punto (non ‘sappiamo’ quando, ma sappiamo perfettamente ‘sentire’ quando questo avviene…), diventa talmente pesante che ci fa male il continuare a reggerlo, posarlo  e non tenerlo più in mano dovrebbe essere la cosa più ovvia. Ed è anche l’unica soluzione. Invece, a guardare ciò che accade spesso, quasi normalmente, il dovrebbe non si trasforma in un è. Diciamo pure che troppo spesso non è. Sicuramente, almeno a me pare, anche se non sono ovviamente un esperto come voi, questo accade in campi che vi sono vicini. E allora si va a caccia di soluzioni finte: magari apparentemente più comode, rassicuranti, ma che appunto in quanto finte non risolvono, ma fanno soltanto credere di risolvere».

Sommo Professore aveva intuito dove Grande Vecchio voleva andare a parare: annuiva visibilmente con il capo, comunicandogli il suo pieno assenso. 
Alla fine non si trattenne: 
«Sono totalmente d’accordo con voi, Grande Vecchio. Volete che concluda io ciò che voi stavate dicendo, facendo esempi tratti proprio dal campo che noi frequentiamo: il management, l’impresa?».

Grande Vecchio lo incitò volentieri a proseguire. 
E Sommo Professore, ringraziandolo, si rivolse direttamente ai suoi allievi. 
«Siamo perfettamente in tema, signori. Ero convinto che Grande Vecchio ci avrebbe dato stimoli importanti. Ma il risultato è andato al di là di quanto mi attendevo. Ne sono felice. Stiamo al tema per cui siamo saliti fin qui: lo stress. Sappiamo tutti quanto oggi sia di moda. Tutti ne parlano, anche con qualche imprecisione di linguaggio. Ormai tutto è diventato stress, e come sempre, quando questo accade, si perde il significato vero, e utile, dei concetti. Ma tralasciamo, ora, questo punto. Al di là di tanto stress presunto, che forse non è utile inquadrare come stress, quale risposta si dà (noi diamo, voi date) alla quantità di stress genuino, e non certo buono, che ci invade giornalmente? Perché è indubbio che la pressione che riceviamo, o cui voi sottoponete i vostri collaboratori, si chiami come vogliamo questa pressione, è crescente. Al punto che spesso è insopportabile. Bene, qual è la soluzione che in genere diamo al cattivo stress che ci intacca fisicamente e psicologicamente, talvolta ci stravolge, rendendoci la vita quasi impossibile da vivere? Per colpa o per dolo, troppo spesso è una risposta apparente, di fatto una pericolosa ‘non-risposta’. Non si intende eliminare la causa dello stress, tutt’al più, quando si mostra interessamento al problema (e alla persona interessata), si lavora sugli effetti collaterali. Ma la riduzione dello stress (oggi attorno a questi due termini, riduzione e stress, prosperano i consulenti e i coach più disparati), lasciando intatta la causa dello stress, è una via comoda, quando non manipolativa. Sarebbe come far fare un corso ai tre nostri amici che fossero costretti, non per nove minuti, ma per una giornata intera e anche più, a tenere ininterrottamente in alto i bicchieri e che ovviamente accusassero un dolore insopportabile e non più oltre sostenibile al braccio... fargli fare un corso, dicevo, perché vedano il mondo in rosa e si convincano che in fondo i bicchieri, se pensati leggeri, non pesano. Magari inventandogli pure che il bicchiere non è pieno, ma mezzo pieno e quindi mezzo vuoto, e anzi, a guardarlo bene, è vuoto del tutto e il vetro è tanto leggero che non pesa, non può pesare. Oppure si potrebbe invitarli, sempre mentre sono lì col bicchiere alzato e il braccio dolorante, ad assumere degli antidolorifici. O, meglio ancora, qualche antidepressivo più o meno drogante, che non gli abbatta il morale, li mantenga motivati all'obiettivo (che magari neppure conoscono) e li renda più tonici nelle prestazioni. Tutto questo per non ricorrere all’unica vera soluzione che qualunque bambino suggerirebbe, ai tre del bicchiere alzato, e che taglia il problema alla radice:  e cioè di posare il bicchiere. O, anche, per trasferire l'esempio alla vostra realtà e rifacendoci al grande ruolo di responsabilità e di potere di cui voi godete, nelle imprese e nell’economia del Paese, dire a chi fino a quel momento abbiamo obbligato a tenere alto il bicchiere (e ogni volta sempre più in alto), di finalmente posarlo

Sommo Professore, che si era alzato in piedi per farsi sentire meglio, si era lasciato prendere dalla foga. Ma tutto quello che aveva detto lo voleva dire da tempo.
Si sedette soddisfatto, convinto di aver assolto il suo dovere di consulente: che sa essere critico e non collude, né con la committenza nè con gli allievi.
Ripeteva spesso: «essere pagati non significa essere comprati».
Anche stavolta, ricordando la parcella che gli avrebbero versato per la giornata, aveva cercato di mettere in pratica il suo motto.

Grande Vecchio aveva ascoltato con  attenzione, in disparte, e aveva ammirato l'energia che l'anziano professore aveva messo nelle sue parole: le condivideva in pieno, punteggiatura compresa.

I trenta manager erano rimasti turbati: non si aspettavano questo finale. 

Molti avrebbero voluto ribattere, anche se non avevano parole pronte per farlo.
Certo, per Sommo Professore e Grande Vecchio era anche facile dire ciò che dicevano. Loro non erano implicati. Non avevano le imprese da mandare avanti: i numeri ogni anno superiori da raggiungere, la concorrenza internazionale, i costi mai abbastanza bassi, la qualità da migliorare, il cliente da soddisfare, il personale da gestire.
Grande Vecchio stava qui sulla Montagna Più Alta: a godersi vista, aria, luce, sole, boschi. E a meditare. 
Sommo Professore ormai era anziano: non aveva neppure la responsabilità di dirigere una grande scuola internazionale di business con cui competere nel mondo, era ‘solo’ un docente prestigioso, con una lunga esperienza di consulenza e di formazione alle spalle, competente, senz’altro intelligente e anche prezioso per i suoi consigli. Ma un singolo: un singolo che rispondeva solo a se stesso di se stesso.

Eppure...

° ° °

Il sole prossimo al tramonto richiamava alla strada del ritorno: almeno per raggiungere, ancora con la luce, la pensione a mezza costa in cui avevano deciso di passare la notte per poter poi riprendere l’indomani il cammino verso la città.

Grande Vecchio avvertì anche nella sua anima il travaglio di pensieri e sentimenti che aveva toccato i suoi ospiti. Sapeva che ci voleva ben altro per mandare in crisi un gruppo di top manager, necessariamente vaccinati a tutto lo stress che erano abituati a ricevere e procurare nel ruolo di vertice che svolgevano. Eppure ebbe un moto di empatia.
E il suo augurale ‘buona vita’, che riservava ai suoi interlocutori al momento del commiato, quella volta non fu rituale. Voleva essere particolare: con un’accentuazione davvero ‘sentita’ sia sul sostantivo (vita) che sull’aggettivo (buona).

Tutti ringraziarono, sinceramente. 
E ognuno si inchinò, compunto, passando davanti a Grande Vecchio, mentre riceveva da lui una mano veloce ma calorosa sulla spalla.

Uno dei trenta manager fu colpito da questo augurio e ci rifletté a lungo, non solo sulla strada del ritorno. 
Quella parola, ‘vita’, gli entrò dentro e non gli uscì più. 
E per la prima volta si trovò a pensare che forse c’è chi vive e c’è chi funziona.
Decise che si sarebbe lasciato quel pensiero in testa e in pancia per l’avvenire.
Da conservare, come fosse un seme.
Era sicuro che, almeno a lui, avrebbe prodotto un buon frutto.

*** Massimo Ferrario, Il bicchiere e lo stress, per Mixtura, 20015 - Rielaborazione creativa di un’idea contenuta in un racconto anonimo diffuso anche in internet.
(*) M. Ferrario, Il tempo e le pietre del vaso, 'Mixtura', 21 marzo 2015, qui 


In Mixtura ark #Favole&Raconti di Massimo Ferrario qui

#SGUARDI POIETICI / Piuttosto che star soli (Ana Elena Pena)

Piuttosto che star soli
andiamo con pazzi, con idioti ed ubriachi,
con donne vuote o di dubbia morale.
Mentiamo ai genitori,
giuriamo invano,
rischiamo la pelle e ci giochiamo i nostri sogni.
Attraversiamo la strada a occhi chiusi
con il primo che ci dà la mano.

Piuttosto che star soli
montiamo una grande farsa che chiamiamo AMORE
(così, in maiuscolo)
Tirando fuori conigli morti da un cappello a cilindro, mischiando le nostre carte con l’inganno e facendo trucchi scarsi davanti allo specchio
per non sbattere il grugno contro la realtà
e allontanare la paura
di rimanere soli.

Perché, per non esserlo, o per non sembrare che lo siamo
facciamo la fame, sperperiamo denaro,
sentiamo senza ascoltare,
abbracciamo senza accogliere
e ci trasformiamo in automi disperati
dimenticando quanto è bello sedersi ad aspettare che le cose, semplicemente, succedano.
L’odore di gelsomino delle notti d’estate e la scoperta inattesa di qualcosa di 
autentico, che ci sorprenda alla sprovvista, privi di artifici, disadorni, 
disarmati e tranquilli. Liberati di tutto ciò che pesa e schiavi dell’evanescente, 
dell’etereo…

Lasciarsi andare…

Però piuttosto che star soli
anche solo per un momento
continuiamo a cercare e continuiamo a fingere.
Trucchiamo quel che si vede e quello che anche no,
per il timore che scoprano i nostri difetti
e la fragilità che si nasconde dietro di essi.
C’incalzano l’abbandono, l’angoscia e la fretta…
di modo che ci divora la notte e ci sorprende il giorno
quasi sempre nel luogo sbagliato,
dove un silenzio scomodo
(e un dolore nel petto)
ci rimprovera una volta e un’altra ancora
tutte queste stronzate che facciamo,
le une e gli altri,
adesso e sempre,
piuttosto che star soli.

*** Ana Elena PENA, disegnatrice e poetessa spagnola, Piuttosto che star soli, traduzione di Slavina, da Sangre en las rodillas (Sangue sulle ginocchia), 2014, blog‘malapecoara’, 27 febbraio 2014, http://bit.ly/1stk08H 

#SENZA_TAGLI / Gli incompetenti, in Europa (Tullio De Mauro)

L’Ocse ha messo in rete un rapporto di Pauline Musset sulle competenze degli adulti finlandesi. Dal 2013 il Piaac dell’Ocse (Programme for the international assessment of adult competencies) dà una discreta idea delle capacità di comprensione di testi scritti (literacy) e di ragionamento scientifico-matematico (numeracy) delle popolazioni di ventitré paesi. Con il suo 40% di adulti succubi di maghi e guaritori, e una scuola media superiore gravemente deficitaria, non sorprende che l’Italia abbia il 70% di incompetenti e con la Spagna occupi l’ultimo posto nella graduatoria internazionale.

Stupisce invece che anche nei quattro paesi con le migliori competenze diffuse (Giappone, Finlandia, Paesi Bassi, Slovacchia) gli adulti con competenze insufficienti superino il 10%. Per competenze la Finlandia è al secondo posto nel mondo. Merito di una scuola altamente inclusiva ed efficiente, che porta tutti gli alunni al diploma superiore con i migliori risultati nelle capacità di lettura e ragionamento scientifico. Ma merito anche di stili di vita che sollecitano negli adulti bisogno e capacità di partecipare, tenersi informati, leggere.

Tuttavia gli adulti tra 16 e 65 anni con competenze insufficienti sono seicentomila, il 16%. Secondo Musset le ragioni sono due: in passato alcuni oggi anziani sfuggirono alla “severa rete” di insegnamento individualizzato; ed è relativamente scarso l’impegno per l’istruzione permanente degli adulti.

*** Tullio DE MAURO, linguista, Dove sono gli incompetenti in Europa, 'Internazionale', 23 ottobre 2015, ora in 'internazionale.it', 29 ottobre 2015, qui

In Mixtura altri 4 contributi di Tullio De Mauro qui

#LINK / Omeopatia, sponsorizzata dal Governo (Chiara Lalli)

Alla fine della scorsa estate il presidente di Omeoimprese, Giovanni Gorga, annunciava l’imminente pubblicazione del suo libro sull’omeopatia: “Elogio dell’omeopatia Giovanni Gorga Cairo Editore in libreria dal 3 settembre. Prefazione ministro della salute”.

Nei giorni successivi avrebbe aggiunto: “Libro per tutti!” e “Non una guida ai medicinali omeopatici, un saggio che svela molte verità…”.

Nelle settimane seguenti c’è stato qualche malumore proprio per la partecipazione di Beatrice Lorenzin. 
Ognuno pubblica quello che vuole, ovviamente, ma è opportuno che un ministro della salute scriva una prefazione a un libro che elogia l’omeopatia?

Prima ancora di leggere quello che ha scritto Lorenzin, potrebbe esserci un problema di opportunità politica e istituzionale. L’opportunità cioè per un ministro della salute di scrivere una prefazione a un libro che elogia una pratica dubbia, che non può essere definita “cura” perché non esiste alcuna evidenza che curi, cioè che non ci troviamo di fronte a una mera correlazione di eventi. Il pensiero alla base di questa credenza è il seguente: “Ho il raffreddore e ingollo il noto rimedio omeopatico, il raffreddore mi passa, il rimedio omeopatico mi ha fatto passare il raffreddore”. (...)

*** Chiara LALLI, bioeticista, Perché il ministero della salute non può sostenere l’omeopatia, ìinternazionale.it', 29 ottobre 2015

LINK, articolo integrale qui

Tim Bradley-Getty Images, 'internazionale.it', 29 ottobre 2015

In Mixtura altri 4 contributi di Chiara Lalli qui

#VIDEO / Metropolitana, Innamorarsi (Ben Bernard)

97%, un cortometraggio di Ben Brand 
Innamorarsi in metropolitana
(video, 8min08)


Il corto 97% del regista Ben Brand racconta una storia semplice.
Un ragazzo vede sull’app di incontri sul telefono che una ragazza con cui ha molto in comune è vicinissima. Inizia una corsa contro il tempo in metropolitana per riuscire a capire chi sia, e dove si trovi.
(dalla presentazione, 'intenrazionale.it', 28 ottobre 2015)

venerdì 30 ottobre 2015

#PIN / Un barbone (MasFerrario)


#TAVOLE / Carte di credito/debito e lavoro irregolare

da 'Il Fatto Quotidiano', 29 ottobre 2015

Dove c'è più contante si riscontra più evasione fiscale: la variabile considerata è il tasso di lavoro irregolare, riassunta nei punti che si riferiscono a 99 osservazioni sulle 20 regioni italiane negli anni 1996, 1999, 2001, 2003, 2005

Vedi articolo di Stefano Feltri, Contanti: Padoan smentito da un documento del Tesoro, 'Il Fatto Quotidiano', 29 ottobre 2015 
LINK per un estratto qui

#SENZA_TAGLI / USA, rendere intelligenti i test (Barack Obama)

Eccovi una domanda molto semplice: se i vostri ragazzi potessero godere di più tempo libero a scuola, che cosa vorreste che facessero?

Se siete come la maggior parte degli altri genitori, ecco come immagino che non vorreste che lo trascorressero, quel tempo in più in classe: mettendoli a fare gli ennesimi test standardizzati. Io di certo per le mie ragazze non lo vorrei.

Con una certa moderazione, sono convinto che dei test concepiti in maniera intelligente e strategica siano in grado d'aiutarci a misurare i progressi scolastici dei nostri ragazzi. In quanto genitore, ci tengo a sapere come vadano i miei figli, e tengo anche al fatto che lo sappiano i loro insegnanti. In quanto presidente, voglio che noi tutti siamo responsabili dell'assicurarci che ciascun bambino, in ogni luogo, possa apprendere ciò che gli o le serve ad avere successo.

Ma quando mi soffermo a riflettere sui grandi maestri che hanno contribuito a formare la mia vita, ciò che rammento non è il modo in cui mi abbiano preparato ad affrontare un test standardizzato. Ciò che rammento è i modo in cui mi hanno insegnato a credere in me stesso. Ad esser curioso nei confronti del mondo. Ad appropriarmi del mio apprendimento di modo da poter esprimere il mio massimo potenziale. Sono stati l'ispirazione necessaria a spalancare finestre su parti del mondo alle quali non avevo mai neanche pensato.

Questo non è quel genere di cosa che si possa agevolmente misurare riempiendo la casellina giusta. Le lettere e le email che ho ricevuto, così come le conversazioni che ho avuto in giro per il Paese mi hanno portato ad ascoltare genitori preoccupati dal fatto che troppi test stiano impedendo ai propri ragazzi d'apprendere le lezioni più importanti della vita. Ho sentito parlare insegnanti che avvertono su di sé una tale pressione per la preparazione ai test da privare loro della gioia dell'insegnamento, e gli studenti di quella dell'apprendimento. Io intendo risolvere questo problema.

Ho chiesto al Dipartimento dell'Istruzione di collaborare proattivamente con gli stati e i distretti scolastici per accertarsi che tutti i test che adoperiamo nelle nostre classi rispondano a tre princìpi di base.

Innanzitutto i nostri ragazzi dovrebbero fare solo i test di cui valga la pena - test d'alta qualità mirati a migliorare il livello d'istruzione, e ad assicurarsi che tutti siano sulla buona strada.

In secondo luogo i test non dovrebbero occupare troppo tempo, in classe, né andare ad occupare quello che dovrebbe essere dedicato all'insegnamento e all'apprendimento.

Terzo, i test non dovrebbero essere che uno dei mezzi a disposizione per la valutazione. Per avere un punto di vista a tutto tondo sull'andamento dei nostri studenti e delle nostre scuole dovremmo adoperare i compiti in classe, i sondaggi e altri strumenti ancora.

Se volete saperne di più andatevi a leggere del nostro nuovo Testing Action Plan.

Di recente il Council of the Great City Schools - gruppo che raccoglie i più grandi sistemi scolastici pubblici dei centri urbani del Paese - ha pubblicato un nuovo rapporto che è andato ad analizzare i test standardizzati delle nostre scuole, scoprendo come, in alcuni sistemi scolastici, lo studente medio si ritrovi ad affrontare 112 test standardizzati ancor prima del diploma di liceo. Il rapporto ci presenta la possibilità di sfrondare test ridondanti e scoordinati - lasciando più tempo in classe da dedicare all'insegnamento e all'apprendimento. Dategli uno sguardo cliccando qui.

Ci metteremo al lavoro in collaborazione cogli stati, i distretti scolastici, gli insegnanti e i genitori per assicurarci che i princìpi da me delineati trovino eco nelle classi di tutto il Paese -- e insieme contribuiremo a preparare i nostri ragazzi a una vita di successi.

Se avete delle riflessioni su questo argomento, ci terrei ad ascoltarle. Condividetele qui.

*** Barack OBAMA, Lettera aperta ai genitori e agli insegnanti americani: rendiamo più intelligenti i nostri test, traduzione di Stefano Pitrelli, 'HuffingtonPost', 27 ottobre 2015, qui

(dal web)

#IN_LETTURA / Jeff Donovan, Jens Søndergaard, Lindsey Olivares

Jeff Donovan
(gallery80808.blogspot.com, via pinterest)

° ° °

Jens Søndergaard
(lilacsinthedooryard.tumblr.com, via pinterest)

° ° °

Lindsey Olivares
(bibliocolors.blogspot.tw, via pinterest)

#SPILLI / Steve Jobs, e il miglioramento delle persone (M. Ferrario)

(dal web, via linkedin)


Lungi da me mettere in discussione il mostro sacro Steve Jobs.
Però.
Posso dire, senza per questo essere accusato di blasfemia, che la frase sopra citata, pure se letta in forma non letterale e con spirito aperto a comprendere anche il più profondo senso provocatorio, non mi piace
Di più: la sento 'pericolosa'?

Rileggiamola: 
«Il mio compito non è di essere indulgente con le persone. Il mio compito è di renderle migliori».

Attenzione.
Non"Aiutare le persone a diventare migliori".
Ma (direttamente, arrogantemente): "Renderle migliori". 
Cioè: "Compito mio. Lo faccio io".

Torno al tempo in cui Steve Jobs, in quanto capo incontrastato di Apple, manifestava una leadership, appunto, assai poco 'easy': come ormai confermato da un numero crescente di libri e testimoni.

Mi vengono alla bocca tre domande immediate.
* Prima domanda, fondamentale: le persone contrattavano con lui questo compito? 
(E non mi si risponda che le persone, avendo accettato di essere assunte da lui e di lavorare con lui, di conseguenza... Perché la conseguenza non consegue: e se consegue deve essere esplicitata, sia pure all'interno di una relazione che si mantiene ineluttabilmente e potenzialmente 'pericolosa' per l'asimmetria ovvia che la caratterizza, in termini di potere, tutta a favore di un lui che è Lui).
* Seconda domanda, ancora più cruciale: se no, con quale diritto lui pensava/pretendeva di migliorare le persone? 
* Terza domanda: e con quali modi?

Avrò, dentro di me, una componente particolarmente acuta di ipersensibilità al possibile condizionamento dell'altro, ma immediatamente, di fronte a uno che mirasse a 'migliorarmi', reagirei male.
Malissimo, anzi (come infatti è accaduto).
E reagirei malissimo proprio perché, fino ad argomento contrario (che dovrebbe essere assai convincente), ritengo così di reagire più che bene.
Almeno per me stesso.

Porto due motivi, che peraltro a me sembrano ovvi.
* Primo. Penso di dover essere io, e solo io, a decidere se migliorare me stesso. E di dover essere sempre io, solo io, a decidere se, eventualmente, qualcuno (e chi e quando e come) mi può aiutare in questo miglioramento.
* Secondo. Ma, in generale, cosa significa 'meglio'? E, in particolare, chi stabilisce qual è, o quale dovrebbe essere, il 'meglio' per me? Un altro, o forse, naturalmente, io?

Non è arroganza. 
E' difesa, attiva e legittima, di me stesso dall'imposizione altrui.
E' consapevolezza, comprovata dall'esperienza non solo diretta e non solo mia, che spesso l'altro, quando ti vuol fare del bene, ti ha già fatto del male. 
Magari senza volontà di nuocerti.
Anzi, con le migliori intenzioni: lo fa appunto per il tuo bene.
Ma è con le migliori intenzioni 'sull''altro (quando appunto non ci si relaziona 'con' l'altro) che si commettono le cose peggiori.

Insomma: il tuo diritto si ferma al confine con i miei diritti. 
E comunque: questo tuo diritto, per quanto mi riguarda, si esplicita unicamente, se credi di operare 'con' me a fin di bene (e magari successivamente, per questo, potrò pure, doverosamente, ringraziarti), in una (rispettosa) proposta: me la avanzi e io decido se accettare o rifiutare.

Chiunque tu sia. 
Che ti chiami Steve Jobs. O pure Gesù Cristo.

Non è controdipendenza: quella di chi dice sempre no e, prigioniero del proprio narcisismo, non ammette la 'dipendenza funzionale' dall'altro, perché non riconosce, ad esempio, che può avere sempre qualcosa da imparare da lui in quanto non si finisce mai di imparare da chiunque.
Mi sembra soltanto una posizione psicologicamente sana. 
Che vale per me. 
E dovrebbe valere per tutti. 

Particolarmente in un tempo in cui da tempo prevale una dipendenza patologica che si esprime a priori nei confronti di ogni autorità, vera e, più spesso, presunta.
E che va dall'ossequio aprioristico, all'adulazione strisciante, alla disponibilità a tappeto: quando non alla proposta, preventiva, di vendita della propria dignità a chi magari neppure ha fatto richiesta.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

#SGUARDI POIETICI / Un poco lontani dal mondo (Guido Catalano)

Voglio che tu venga qui e ora
senza passare dal Via.
Se finisci in prigione
ti pago la cauzione
corrompo i giudici
anzi
ti organizzo la Grande Evasione.

Ho una piccola casa in Vicolo Corto
- ci coltivo la salvia e il basilico -
ti ci nascondo fino a che
i bastardi non la smettono di cercarti
poi ti faccio documenti falsi
baffi finti
naso da pagliaccio
e si va.

C’è pronta una barca sul fiume
partiremo all’una di notte
quando la luna riposa
quando il buio la fa da padrone
e i pesci radioattivi dormono felici
sul fondo.

Gabberemo gli elicotteri infami
rimanendo in silenzio
remando seduti vicini
nella tenebra amica.

Dove andiamo? mi chiedi.
In un posto segreto.
Se ci pinzano?
Li sganghero. 

Tutto questo folle affastello
solamente per dirti
che c’ho voglia di fare
colazione con te
più e più volte e più volte
un poco lontani dal mondo
se capisci che intendo.

*** Guido CATALANO, 1971, poeta, Un poco lontani dal mondo, ‘Il Fatto Quotidiano’,  24 maggio 2014, http://bit.ly/1nH9H0w

#MOSQUITO / Sinistra, l'Europa in debito (Paolo Flores d'Arcais)

Da un quarto di secolo l’Europa vive in debito di sinistra, proprio nel senso in cui si dice «in debito di ossigeno» per un atleta cui viene meno il respiro. Di fronte alla duplice crisi – economica da finanza tossica perché s-regolata, e di ondata immigratoria – l’Europa è letteralmente venuta meno proprio per aver abrogato la sinistra da alcuni decenni. Sconta anzi il peccato originale di non essere nata sui valori di eguaglianza – benché soft – che erano egemoni all’inizio degli anni Settanta in tutto il continente, attorno all’idea di Stato sociale di diritto, di welfare in espansione come elemento costitutivo e irrinunciabile di una democrazia altrettanto doverosamente in espansione sotto il profilo della partecipazione dei cittadini. Espungendo progressivamente e rapidamente la sinistra dal proprio orizzonte (attraverso la mutazione genetica dei partiti di «sinistra» ancor più che attraverso le vittorie dei partiti di destra, i due fenomeni sono legati esattamente come l’uovo e la gallina), e affidando la propria costruzione alla moneta, cioè al potere finanziario, l’Europa ha rinunciato a nascere, continuando però a illudersi che euro e Bce potessero costituire prodromi di un futuro prossimo Stato federale continentale. 
È perciò del tutto illusorio – sia detto en passant – immaginare che la crisi dell’Europa consista in un deficit di istituzioni rappresentative e si possa curare iniettando poteri effettivi nel suo parlamento. Il deficit è originario, i valori costituzionali vengono prima delle istituzioni e le modellano, anzi modellano e «costringono» nei propri vincoli la stessa sovranità dei cittadini: solo con i valori di sinistra (per quanto soft) di uno Stato sociale di diritto l’Europa poteva costituire un traguardo degno di impegno e passione civile. Se oggi avessimo istituzioni europee elettive con maggiori poteri sarebbe perciò una sciagura, maggioranza e governo sarebbero di efferato liberismo e ancor più efferato sciovinismo antimmigrazione. 

*** Paolo FLORES D'ARCAIS, filosofo, saggista,direttore di 'MicroMega', In debito di sinistra, 'MicroMega', 7, 2015


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#VIDEO #HUMOR / La fobia (Cattleya-Repubblica)

NON C'E' PROBLEMA - LA FOBIA
Cattleya-Repubblica
Web Series Repubblica, 23 ottobre 2015
video, 6min38

Fobia: timore irrazionale e invincibile per oggetti e specifiche situazioni che, secondo il buon senso non dovrebbero provocare timore. Le fobie sono cariche di significati simbolici. La fobia è il prodotto dei meccanismi di difesa dell’IO che, con la rimozione e lo spostamento, trasferisce un complesso interiore che causa conflitti e ansia su un oggetto esterno che il soggetto fobico ritiene sia più facile evitare.
In sintesi:
- Ho la fobia dei piccioni.
- Ma vivi in città… Con gli aperitivi all’aperto come fai?
(dalla presentazione)

giovedì 29 ottobre 2015

#PIN / Propaganda (MasFerrario)


#CIT / Comandare a se stessi (Lucio Anneo Seneca)

Lucio Anneo Seneca, 4 a.C-65
da Lettere a Lucilio,  CXIII,30, anche in 'proverbi latini', qui

#MOSQUITO / Maggioranza, e opposizione (Piero Calamandrei)

Per far funzionare un parlamento, bisogna essere in due, una maggioranza e una opposizione. (...) 
La maggioranza non deve essere un ventricolo pronto a trangugiare l’opposizione, né un pugno per strangolarla, né un piede per schiacciarla come si schiaccia un tafano sotto il tallone. (...)
La maggioranza, affinché il parlamento funzioni a dovere, bisogna che sia una libera intesa di uomini pensanti, tenuti insieme da ragionate convinzioni, non solo tolleranti, ma desiderosi della discussione (...). 
Chi dice che la maggioranza ha sempre ragione, dice una frase di cattivo augurio, che solleva intorno lugubri risonanze; il regime parlamentare, a volerlo definire con una formula, non è quello dove la maggioranza ha sempre ragione, ma quello dove sempre hanno diritto di essere discusse le ragioni della minoranza.

*** Piero CALAMANDREI, 1889-1956, politico, avvocato, accademico, Maggioranza e opposizione, 'Il Ponte', luglio 1948, ora in Mimmo Franzinelli, a cura di, Oltre la guerra fredda. L'Italia del 'Ponte' (1948-1953), Laterza, 2010, citato da Marco Revelli, Dentro e contro. Quandoi l populismo è di governo, Laterza, 2015


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#MOSQUITO / Karma, la sua legge (Dalai Lama)

È solo quando comprendiamo la legge del karma, o causa ed effetto, che siamo ispirati ad affrontare il sentiero che pone fine alla sofferenza. Pensieri e azioni negativi producono risultati e condizioni negativi, così come pensieri e azioni positivi producono risultati e condizioni positivi. Quando avremo sviluppato una profonda convinzione nella legge di causa ed effetto, saremo capaci di percepire le cause e le condizioni delle nostre proprie sofferenze. La nostra felicità o infelicità presente non è nient’altro che il risultato delle nostre azioni precedenti.

*** DALAI LAMA (Tenzin Gyatso), 1935, XIV Dalai Lama, La via della liberazione, 'Il Saggiatore', 2012


SGUARDI POIETICI / Smettiamola di invocare il dio dell'amore (M. Ferrario)

Smettiamola di invocare il dio dell'amore
perché porti amore nel mondo:
ci faccia diventare tutti buoni 
e tutti che sorridiamo e ci vogliamo bene.

Non c'è dio
e non c'è amore:
almeno quello new age stucchevole e sdolcinato
venduto incartato
con i cioccolatini della bontà.

E neppure quello 
- lo dai e lo ricevi, e accade in automatico - 
promesso e garantito
dall'ultimo manuale di autoaiuto
per giunta maltradotto dall'americano.

Non c'è dio
e non c'è amore:
quello che piace ai coach 
che ci fanno l'occhiolino ad ogni strada
e vogliono insegnarci che la felicità 
è tutta in come guardi e come pensi
e ci colpevolizzano
se non riusciamo ad ampliare 
quel po' di positivo 
talvolta nascosto anche nel negativo
fino ad eliminare il negativo
e - oplà - ecco tutto diventato positivo.

Se solo smettessimo di credere
di poterci volere tutti bene
e cominciassimo 
- noi con noi e noi tra di noi - 
a volerci meno male.

Se solo ci dessimo  
- noi con noi e noi tra di noi -
questo piccolo e grandissimo obiettivo.

Forse riusciremmo
a costruire
un futuro meno cattivo. 

Perfino 
abbastanza buono.

*** Massimo Ferrario, Smettiamola di invocare il dio dell'amore, inedito per Mixtura. Rielaborazione di un testo precedente, intitolato Non chiediamo al mondo, dicembre 2007.

#CIT / Ironia (Romain Gary)

Romain GARY, 1914-1980
scrittore francese di origine ebreo-russa
citato da Lella Costa, in Come un specie di sorriso, Piemme, 2012

#MOSQUITO / Coesione, il suo mito (Luciano Canfora)

Il processo è stato abbastanza lineare:
(1) - si abroga il principio proporzionale e si innesca il maggioritario (più o meno totale) in omaggio alla religione idolatrica del bipolarismo; 
(2) - bipolarismo significa necessariamente penalizzazione delle ali dette pomposamente ‘estreme’ e convergenza al centro dei due «poli»; 
(3) - il perseguimento di tale ‘conquista’ ha come effetto la crescente rassomiglianza tra i due po-li, i quali infatti rinunciano ben presto a chiamarsi destra e sinistra, e adottano una formula (centro-destra versus centro-sinistra) che almeno per il 50% ribadisce la coincidenza, se non identità, dei due cosiddetti «poli»; 
(4) - quando questo processo è finalmente compiuto, si constata che la ‘via d'uscita’ dal grave momento nazionale e mondiale è la «coesione»; 
(5) - a quel punto l'idolatrato bipolarismo non so-lo boccheggia ma viene senz'altro archiviato, e l'operazione appare agevole (o almeno fattibile) perché la marcia dei poli verso il centro ha dato finalmente i suoi frutti, e infatti - come ci viene ripetuto - sulle ‘co-se fondamentali’ si deve andar tutti d'accordo! 
(6) - a questo punto i teorici del ‘superamento’ della distinzione destra/sinistra in quanto concetti obsoleti possono esultare. E difatti esultano. È impressionante che, in Italia, inconsapevoli della gaffe lessicale, alcuni si dispongano addirittura a dar vita ad un 'Partito della Nazione' (il partito fascista si chiamò per l'appunto «nazionale», e «nazionali» erano detti i seguaci di Franco, mentre 'socialista-nazionale' era il partito del 'Führer'; 
(7) - l'effetto della progressiva assimilazione tra i due poli culminata nella «coesione» è il non-voto di coloro che non si riconoscono nel-la melassa. Ma questo non preoccupa l'ormai «coesa» élite, passata giocosamente attraverso la dedizione ad entrambe le ideologie (bipolarismo prima e coesione poi). Anzi, si gioisce ulteriormente perché si può sperare, procedendo per questa strada, di raggiungere i record delle cosiddette ‘grandi democrazie’ dove - come negli USA - vota meno della metà degli aventi diritto. Anzi i più sfacciati dicono che il fenomeno del non-voto è un segno di maturità della democrazia. 

*** Luciano CANFORA, 1942, docente di filologia classica, storico, saggista, «E’ l’Europa che ce lo chiede!». Falso!, Laterza, 2012.


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#VIDEO / Pubblicità, messaggio Barbie (Mattel)

SPOT MATTEL, BARBIE
Bambine, "potete essere ciò che volete"
corriere.tv, 27 ottobre 2015
(video, 1min55)

Docente universitaria, veterinaria, guida in un museo, allenatore di calcio. 
Ogni donna può diventare ciò che vuole. 
Questo è il messaggio lanciato da Mattel con il nuovo spot della Barbie dal titolo "Imagine The Possibilities"
"Cosa accade quando le ragazze sono libere di immaginare che possono essere qualunque cosa?", si legge nel video. 
Il filmato è già stato cliccato milioni di volte. 
C’è chi applaude: Mattel ha finalmente cambiato rotta. Ciò nonostante, altri si chiedono: perché anche da grandi le donne in certe posizioni vengono derise? (dalla presentazione)

mercoledì 28 ottobre 2015

#PIN / L'involucro (MasFerrario)


#SPOT / Attenti a credere

Attenti a credere
(dal web, twitter, instagram, via pinterest)

#MOSQUITO / I ladri (Ennio Flaiano)

Quando i ladri presero la città, il popolo fu contento, fece vacanza e bei fuochi d'artifizio. La cacciata dei briganti autorizzava ogni ottimismo e i ladri, come primo atto del loro governo, riaffermarono il diritto di proprietà. Questo rassicurò i proprietari più autorevoli. Su tutti i muri scrissero: 'Il furto è una proprietà'. Leggi severe contro il furto vennero emanate e applicate. A un tagliaborse fu tagliata la mano destra, a un baro la mano sinistra (che serve per tenere le carte), a un ladro di cappelli, la testa. Poi si sparse la voce che i ladri rubavano. Dapprincipio, questa voce parve una trovata della propaganda avversaria e fu respinta con sdegno. I ladri stessi ne sorridevano e ritennero inutile ogni smentita ufficiale. Tutto parlava in loro favore, erano stimati per gente dabbene, patriottica, ladra, onesta, religiosa. Ora, insinuare che i ladri fossero ladri sembrò assurdo. 
Il tempo trascorse, i furti aumentavano, un anno dopo erano già imponenti, e si vide che non era possibile farli senza l'aiuto di una grossa organizzazione. E si capì che i ladri avevano quest'organizzazione. Una mattina, per esempio, ci si accorgeva che era scomparso un palazzo del centro della città. Nessuno sapeva darne notizia. Poi sparirono piazze, alberi, monumenti, gallerie coi loro quadri e le loro statue, officine coi loro operai, treni coi loro viaggiatori, intere aziende, piccole città. La stampa, dapprima timida, insorse: sparirono allora i giornali coi loro redattori e anche gli strilloni, e quando i ladri ebbero fatto sparire ogni cosa, cominciarono a derubarsi tra di loro e la cosa continuò finché non furono derubati dai loro figli e dai loro nipotini. Ma vissero sempre felici e contenti. 
Nota. I compilatori di un libro di lettura per le scuole elementari mi avevano chiesto una favola arguta per bambini dai sette ai dieci anni. Ho inviato loro questa favola, l'hanno respinta cortesemente, dicendo che 'non era adatta'. Forse non è una favola arguta. O forse non è nemmeno una favola. 

*** Ennio FLAIANO, 1910-1972, sceneggiatore, scrittore, giornalista, umorista, critico cinematografico e drammaturgo, I ladri, 'Il Mondo', 19 gennaio 1960. - Testo ripubblicato in La solitudine del satiro, 1973, Adelphi, 1996


#LINK / Lavoro, 1 genitore su 2 non capisce il lavoro del figlio (Nicola Di Turi)

Corriere Innovazione, 12 ottobre 2015
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Corriere Innovazione, 12 ottobre 2015


Attuario, Data Scientist, Progettista UI. 
Se fosse ancora in vita, Totò ne avrebbe tratto sicuramente una sceneggiatura. Ma il dialogo tra il figlio assunto per un lavoro «digitale» e il genitore ansioso di capire qualcosa, è una realtà con cui fare i conti già oggi. 
Secondo l’ultima ricerca firmata LinkedIn i primi tre lavori di cui i genitori confessano di non comprendere le mansioni, hanno a che fare proprio con l’innovazione e l’economia digitale. Tra le professioni più «comprensibili», invece, spiccano il sociologo, il direttore sportivo e il responsabile di pubbliche relazioni. Come a dire: vecchi lavori, mansioni riconosciute ancora oggi. 
Lo studio condotto dal social network per trovare lavoro, però, ha un risvolto più ampio, e riguarda da vicino le dinamiche genitori-figli in ambito lavorativo.
Uno su due non conosce il lavoro del figlio - Secondo il campione di oltre 15 mila lavoratori e 11 mila genitori intervistati nel mondo, mamma e papà smettono troppo presto di fornire supporto sul lavoro ai figli, che hanno rivelato in migliaia di essersi sentiti poco consigliati dai genitori nell’affrontare scelte di carriera. Un lavoratore italiano su quattro ha confessato esplicitamente che avrebbe gradito ulteriori consigli utili da parte dei genitori. Nella maggior parte dei casi, invece, il genitore si tiene alla larga per non interferire troppo (40%) e per paura che i figli s’infastidiscano (30%). Il risultato? Il 55% dei genitori dichiara di non essere informato sul lavoro che svolge il figlio. (...)

*** Nicola DI TURI, giornalista, Gap digitale, un genitore su due non capisce che lavoro fa il figlio, 'Corriere Innovazione', 12 ottobre 2015

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