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domenica 18 dicembre 2016

#SENZA_TAGLI / Usa, il professore pericoloso (Tullio De Mauro)

Tpusa: bisognerà abituarsi a questa sigla? È un acronimo per Turning point for Usa. L’organizzazione, fondata nel 2012 da Charlie Kirk, un giovane leader poco più che ventenne, si definisce non profit, ma accetta donazioni, spesso cospicue. La svolta invocata dal nome è far emergere i giovani studenti conservatori, collegarli, educarli, sensibilizzarli ai valori del conservatorismo, organizzarli per promuovere questi valori nei campus. Qui, come hanno spiegato in questi anni i tweet nei siti Tpusa, questi giovani sono stati costretti al silenzio. È tempo che si ribellino e proclamino il loro pensiero: “Socialism sucks”, “Big government sucks”, il socialismo e il governo centrale fanno schifo, suckava molto Obama con la sua riforma sanitaria e Tpusa ha appoggiato Trump.

Ora una svolta nella svolta. Tpusa ha pubblicato una lista dei professori dangerous, una professor watchlist, con nomi, indirizzi e fotografie di docenti ritenuti pericolosi. Per ora sono circa duecento. L’invito agli tpusiani è individuarne e catalogarne altri. Qualche dangerous si lamenta e si dichiara ingiustamente accusato. Solo qualcuno per ora si ribella e si sdegna, come George Yancy, professore di filosofia alla Emory university (New York Times, 30 novembre). Dice Yancy: come nero ho conosciuto le forme impalpabili e anche palpabili di discriminazione. Ora è discriminato il mio modo di insegnare filosofia, facendo riflettere su discriminazioni e diseguaglianze.

*** Tullio DE MAURO, 1932, linguista, Il professore pericoloso, 'internazionale.it'. 16 dicembre 2016, qui


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sabato 19 novembre 2016

#SENZA_TAGLI / Usa, Clinton oltre 1 milione di voti rispetto a Trump (Francesco Erspamer)

Non mi pare che i giornali vi aggiornino; ormai hanno perso interesse. Ma il divario fra i voti ricevuti da Hillary Clinton e quelli ricevuti da Donald Trump è aumentato: è più di un milione e precisamente 61.917.919 (il 47.9%) contro 60.913.096 (47.1%). 
Quando nel 2000 Bush vinse contro Gore ricevette solo 500mila voti in meno. 

Tutto legale: però mi pare evidente che la destra repubblicana sta perfezionando l'arte di vincere contro il volere della maggioranza. 

Ai media non importa, basta che il vincitore lo si sappia la sera delle elezioni; come accadrà in Italia se il 4 dicembre non riuscissimo ad affossare Renzi sotto una valanga di no. E deve essere una valanga: un successo di misura non basterà perché i voti che arrivano dall'estero si possono manipolare.

*** Francesco ERSPAMER, docente di studi italiani e romanzi ad Harvard, saggista'facebook', 17 novembre 2016, qui
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Vedi anche Agenzia Ansa, 16 novembre 2016, qui


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mercoledì 9 novembre 2016

#VIDEO / Usa 2016, Le 4 sconfitte dei democratici (Federico Rampini)

Usa 2016, Vince Donald Trump
Federico Rampini
Le 4 sconfitte dei democratici. Un moto popolare per Trump
repTV, 9 novembre 2016
video 2min01

Federico Rampini: "Bisogna ricordare che in questo momento si sta consumando una vittoria dei repubblicani che è una quadruplice sconfitta per i democratici: perdono la Casa Bianca, non riconquistano il Senato, non riconquistano la Camera e questo significa che Trump eleggerà il giudice della corte suprema. Una destra trionfante"'.

lunedì 19 settembre 2016

#SENZA_TAGLI / Usa, Trump-Clinton, un voto comunque contro (Federico Rampini)

Riprendo dal sito Politico.com un'analisi dei più recenti sondaggi Usa da cui emerge che: il 43% dei repubblicani oggi pensa che Donald Trump non fosse il miglior candidato da selezionare per il loro partito; e il 41% dei democratici pensa la stessa cosa di Hillary. 
Inoltre, ecco il dato più allarmante: più di un terzo dei sostenitori della Clinton dichiarano che la voteranno per impedire che vinca Trump; e il 44% dei sostenitori di Trump dichiara che lo voterà pur di non (ri)vedere Hillary alla Casa Bianca. 
Non si ricorda un solo precedente nella storia degli Stati Uniti di un'elezione così pesantemente segnata dal "negativo". E' ovvio che la più antica liberal-democrazia del mondo non gode di buona salute, quando si appresta a eleggere il proprio presidente turandosi il naso e in odio alla parte avversa.

*** Federico RAMPINI, giornalista e saggista, L'America voterà "contro" i due candidati più odiati, blog 'Estremo Occidente', 'repubblica.it', 18 settembre 2016, qui


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mercoledì 8 giugno 2016

#MOSQUITO / Usa, 1 elettore su 3 preferisce la dittatura alla democrazia (Jonathan Freedland)

Nel 2011 il World Values Survey, un progetto di ricerca che analizza i valori delle persone su scala mondiale, ha rilevato un dato significativo. Il 34% degli statunitensi era favorevole a "un leader forte che non debba preoccuparsi del congresso o delle elezioni". Tra gli intervistati che avevano al massimo un diploma di scuola superiore la percentuale saliva al 42%. Vale la pena di ripetere questo dato per metabolizzarlo: 1 elettore statunitense su 3 preferisce la dittatura alla democrazia. Questi americani non ripudiano semplicemente questo o quel governo, rifiutano l'idea stessa di democrazia.

Le cifre confermano una tendenza già evidenziata in alcuni recenti studi accademici. Negli Stati Uniti una parte dell'opinione pubblica è su posizioni contrarie alla democrazia liberale. Di solito si tratta di un sentimento latente. Comprensibilmente, gli elettori sono riluttanti ad ammettere di sostenere simili posizioni. Quando vengono intervistati, intuitivamente sanno che confessare le proprie inclinazioni autoritarie è sbagliato. Il politologo Stanley Feldman ha trovato un escamotage per superare questa reticenza. Feldman pone agli intervistati quattro domande che non riguardano la politica, almeno apparentemente, ma l'educazione dei figli. Cosa è più importante per un bambino, l'indipendenza o il rispetto per gli anziani? L'ubbidienza o l'autonomia? Essere premurosi o beneducati? La curiosità o le buone maniere? Dalle risposte a queste quattro domande si capisce come gli intervistati valutano il conformismo e l'ordine rispetto ad altri valori.
Lo studio ha concluso che il 44% degli statunitensi bianchi è su posizioni "autoritarie", e il 19% addirittura su posizioni "molto autoritarie". Il fenomeno non è nuovo ed emerge dai sondaggi fin dagli anni novanta, quando Feldman cominciò a sottoporre il suo questionario al campione. In gran parte, spiegano gli esperti, i sentimenti "autoritari" restano latenti e si "attivano" solo quando gli elettori sono sotto stress, in particolare quando l'ordine o la gerarchia sociale in cui credono sono minacciati dal cambiamento. Questo cambiamento può presentarsi sotto forma di una maggiore diversità etnica oppure attraverso il matrimonio tra persone dello stesso sesso o la stagnazione dei salari: in pratica qualsiasi cosa metta in discussione lo status quo che in passato assi¬curava a questa parte dell'elettorato un posto ben definito nella società. Inoltre, i ricercatori hanno scoperto che quando a questa minaccia si aggiunge la percezione di un rischio esterno o fisico - come la minaccia terroristica del gruppo Stato islamico - ad attivarsi non sono solo i sentimenti delle persone con tendenze autoritarie; anche chi normalmente darebbe risposte più progressiste alle quattro domande sull'educazione dei figli, tende ad avvicinarsi, per paura, a posizioni autoritarie. 

*** Jonathan FREEDLAND, giornalista britannico, Nell'era di Trump, da 'The Guardian', 'Internazionale',  1156, 2 giugno 2016, traduzione di Fabrizio Saulini

sabato 30 gennaio 2016

#RITAGLI / Usa, mancano i farmaci salvavita (corriere.it)

La medicina negli Stati Uniti vive uno stato di «tragica normalità»: negli ospedali vengono ormai regolarmente razionati i farmaci, specie quelli salvavita; si riducono i trattamenti; si risparmia sulle medicazioni. E tutto questo all’insaputa dei pazienti. Le conseguenze - scrive Sheri Fink sul Nyt - sono drammatiche: si pensi soltanto che la carenza di un farmaco (vecchio di decenni) per prevenire le emorragie in pazienti sottoposti a interventi a cuore aperto sta cambiando la chirurgia: «Ormai interveniamo per lo più con triage di tipo militare», spiega il dottor Brian Fitzsimons, anestesista presso la Cleveland Clinic. E il farmaco razionato viene usato solo per operare i pazienti ad alto rischio di complicanze emorragiche. Negli ultimi anni, la carenza di tutti i tipi di farmaci - anestetici, antidolorifici, antibiotici, antitumorali - è divenuta normale. Le forniture sono ormai insufficienti - sottolinea la Società americana di Salute e farmacia - per oltre 150 diverse terapie. I motivi? Dai tagli alla produzione (magari quella meno redditizia per le case farmaceutiche) ai controlli federali insufficienti. Così l’etica del giuramento di Ippocrate soccombe a «pratiche mediche discutibili». In alcuni ospedali e cliniche esistono comitati (con la partecipazione delle associazioni di consumatori) che decidono chi abbia diritto ad ottenere un determinato farmaco e chi no. E talvolta a chi riceve un placebo invece della medicina giusta, non viene detta la verità.«È doloroso - dice dottor Yoram Unguru, oncologo presso il Sinai Children’s Hospital di Baltimora -, talvolta abbiamo due ragazzini malati davanti e medicine sufficienti solo per uno: come si fa a scegliere?».

*** Corriere.it, Nascosta ai pazienti la cronica carenza di farmaci salvavita. E gli oncologi confessano: «Costretti a scelte dolorose», da 'New York Times', 'Rassegna Stampa' (a cura di Angelini, Casati, Mercuri, Zanini), 30 gennaio 2016, qui

lunedì 9 novembre 2015

#SENZA_TAGLI / Usa, genitori in tilt (Paolo Mastrolilli)

Stanche, stressate, e preoccupate di non fare niente bene. Così appaiono le famiglie americane, nel nuovo studio appena pubblicato dal Pew Research Center. 
Il problema principale è questo: il 46% dei figli cresce in famiglie dove tanto il padre, quanto la madre, lavorano a tempo pieno, e il 60% dove lavorano almeno part time. Nel 1970 erano solo il 31%. Questo significa che i genitori non hanno più tempo per fare tutto, e bene. Non stanno abbastanza con i figli, e quando lo fanno sono sempre stressati dal pensiero delle cose che restano da fare sul lavoro, o in casa. Quando lavorano, poi, non hanno la concentrazione necessaria a svolgere i loro compiti come vorrebbero. Guadagnano di più che in passato, grazie alla somma dei due redditi, ma questo è necessario per arrivare alla fine del mese, e non significa un tenore di vita migliore rispetto a quello delle generazioni precedenti, quando ogni mese arrivava in casa un solo stipendio. 

Il 39% delle madri e il 50% dei padri si lamenta di non passare abbastanza tempo con i figli, e il problema è più grave per i genitori laureati, che nel 65% dei casi dicono di trovare difficile l’equilibrio tra le loro professioni e le famiglie. 
La conclusione del Pew Center è chiara. Il mutamento avvenuto non è passeggero o superficiale, ma permanente. Il modo in cui funzionano le famiglie è cambiato, e quindi deve cambiare la società, offrendo i servizi indispensabili per andare avanti. Cose tipo il doposcuola o i permessi pagati devono diventare la norma, e sono solo l’inizio di una riforma radicale della società che rimetta in condizione le famiglie di sopravvivere. 

*** Paolo MASTROLILLI, giornalista, Ricchi di soldi, poveri di tempo: i genitori americani vanno in tilt, 'lastampa.it', 6 novembre 2015, qui


venerdì 30 ottobre 2015

#SENZA_TAGLI / USA, rendere intelligenti i test (Barack Obama)

Eccovi una domanda molto semplice: se i vostri ragazzi potessero godere di più tempo libero a scuola, che cosa vorreste che facessero?

Se siete come la maggior parte degli altri genitori, ecco come immagino che non vorreste che lo trascorressero, quel tempo in più in classe: mettendoli a fare gli ennesimi test standardizzati. Io di certo per le mie ragazze non lo vorrei.

Con una certa moderazione, sono convinto che dei test concepiti in maniera intelligente e strategica siano in grado d'aiutarci a misurare i progressi scolastici dei nostri ragazzi. In quanto genitore, ci tengo a sapere come vadano i miei figli, e tengo anche al fatto che lo sappiano i loro insegnanti. In quanto presidente, voglio che noi tutti siamo responsabili dell'assicurarci che ciascun bambino, in ogni luogo, possa apprendere ciò che gli o le serve ad avere successo.

Ma quando mi soffermo a riflettere sui grandi maestri che hanno contribuito a formare la mia vita, ciò che rammento non è il modo in cui mi abbiano preparato ad affrontare un test standardizzato. Ciò che rammento è i modo in cui mi hanno insegnato a credere in me stesso. Ad esser curioso nei confronti del mondo. Ad appropriarmi del mio apprendimento di modo da poter esprimere il mio massimo potenziale. Sono stati l'ispirazione necessaria a spalancare finestre su parti del mondo alle quali non avevo mai neanche pensato.

Questo non è quel genere di cosa che si possa agevolmente misurare riempiendo la casellina giusta. Le lettere e le email che ho ricevuto, così come le conversazioni che ho avuto in giro per il Paese mi hanno portato ad ascoltare genitori preoccupati dal fatto che troppi test stiano impedendo ai propri ragazzi d'apprendere le lezioni più importanti della vita. Ho sentito parlare insegnanti che avvertono su di sé una tale pressione per la preparazione ai test da privare loro della gioia dell'insegnamento, e gli studenti di quella dell'apprendimento. Io intendo risolvere questo problema.

Ho chiesto al Dipartimento dell'Istruzione di collaborare proattivamente con gli stati e i distretti scolastici per accertarsi che tutti i test che adoperiamo nelle nostre classi rispondano a tre princìpi di base.

Innanzitutto i nostri ragazzi dovrebbero fare solo i test di cui valga la pena - test d'alta qualità mirati a migliorare il livello d'istruzione, e ad assicurarsi che tutti siano sulla buona strada.

In secondo luogo i test non dovrebbero occupare troppo tempo, in classe, né andare ad occupare quello che dovrebbe essere dedicato all'insegnamento e all'apprendimento.

Terzo, i test non dovrebbero essere che uno dei mezzi a disposizione per la valutazione. Per avere un punto di vista a tutto tondo sull'andamento dei nostri studenti e delle nostre scuole dovremmo adoperare i compiti in classe, i sondaggi e altri strumenti ancora.

Se volete saperne di più andatevi a leggere del nostro nuovo Testing Action Plan.

Di recente il Council of the Great City Schools - gruppo che raccoglie i più grandi sistemi scolastici pubblici dei centri urbani del Paese - ha pubblicato un nuovo rapporto che è andato ad analizzare i test standardizzati delle nostre scuole, scoprendo come, in alcuni sistemi scolastici, lo studente medio si ritrovi ad affrontare 112 test standardizzati ancor prima del diploma di liceo. Il rapporto ci presenta la possibilità di sfrondare test ridondanti e scoordinati - lasciando più tempo in classe da dedicare all'insegnamento e all'apprendimento. Dategli uno sguardo cliccando qui.

Ci metteremo al lavoro in collaborazione cogli stati, i distretti scolastici, gli insegnanti e i genitori per assicurarci che i princìpi da me delineati trovino eco nelle classi di tutto il Paese -- e insieme contribuiremo a preparare i nostri ragazzi a una vita di successi.

Se avete delle riflessioni su questo argomento, ci terrei ad ascoltarle. Condividetele qui.

*** Barack OBAMA, Lettera aperta ai genitori e agli insegnanti americani: rendiamo più intelligenti i nostri test, traduzione di Stefano Pitrelli, 'HuffingtonPost', 27 ottobre 2015, qui

(dal web)

mercoledì 28 ottobre 2015

#SENZA_TAGLI / Test scolastici, Obama ha capito (Alex Corlazzoli)

“Lavoreremo con le scuole, con gli insegnanti e con i genitori per liberarci dall’ossessione dei test e fare in modo che i nostri ragazzi si divertano a imparare. Per essere certi che vadano incontro a un futuro di successo”. A pronunciare queste parole non è il consueto contestatore dell’Invalsi ma il presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, che in questi giorni ha preannunciato una rivoluzione nel sistema scolastico: ridurre in maniera netta la quantità dei test in classe durante l’anno scolastico.

Dall’altra parte dell’Oceano l’hanno capita. E il primo a dare una mano al movimento anti prove standardizzate è proprio Obama che ha annunciato sui social network questo cambiamento epocale. L’inquilino della Casa Bianca parte da una domanda rivolta ai genitori: “Se i vostri ragazzi avessero più tempo libero a scuola, come vorreste che lo impiegassero?”. A questo interrogativo il presidente propone in perfetto stile quiz, quattro risposte: A) imparando a suonare uno strumento; B) studiando una nuova lingua; C) facendo coding, cioè programmazione informatica; D) facendo più test standardizzati.

La risposta di Obama segna il cambiamento: “Se voi siete come la maggior parte dei prof e dei genitori americani non scegliereste la D . Nemmeno io”. Una posizione netta e chiara: il numero uno degli Usa ha capito che “i ragazzi passano troppo tempo a fare test che non sono necessari e il cui scopo non è sempre chiaro. Ho ascoltato la voce dei genitori sempre più preoccupati da questo e degli insegnanti che si sentono costretti a preparare gli alunni ai test perdendo sempre più la gioia di insegnare”. Parole preziose: in questi anni in Italia la mania dell’Invalsi, accostata al fanatismo per la misurazione di alcune competenze, ha sottratto a chi sta in classe la passione per il mestiere rischiando di trasformare i docenti in impiegati del sistema d’istruzione, deputati a registrare voti e percentuali. Spesso nel nostro Paese si è arrivati a convincere i ragazzi della necessità di studiare per il voto, per ottenere un buon risultato all’Invalsi e non per il gusto di apprendere per la vita. Spesso ai miei ragazzi, che non etichetto con alcun voto, dico che quando saranno grandi e riconosceranno la porta di Babilonia al museo di Berlino, non vi sarà nessuno che da dietro il monumento spunterà con un cartello con scritto “10”.

In America ben presto l’attività dei test non dovrà superare il 2% del tempo dedicato all’insegnamento. Una lezione per l’Italia che continua ad insistere sull’Invalsi, senza accorgersi come ha fatto Obama che i quiz sono solo uno degli strumenti possibili di valutazione. Nel nostro Paese ancora non abbiamo chiaro che cosa vogliamo valutare. Spesso nemmeno gli insegnanti conoscono la vera finalità dell’Invalsi e per mesi preparano i ragazzi a superare una prova limitata a misurare le competenze in italiano e matematica.

*** Alex CORLAZZOLI, maestro, Test Invalsi: ora è Obama a volerli rottamare, blog 'ilfattoquotidiano.it', 27 ottobre 2015, qui



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giovedì 8 ottobre 2015

#SENZA_TAGLI / Usa, si licenzia (Domenico De Masi)

"Deludente su tutta la linea – ha dichiarato Brad McMillan, responsabile degli investimenti presso il Commonwealth Financial Network, apprendendo gli ultimi dati sul mercato del lavoro Usa – Questo non è ciò che i mercati stavano aspettando". Cosa si aspettavano i mercati? Nei primi sette mesi del 2015 sono stati creati in media 212mila nuovi posti di lavoro al mese. Il consensus di Bloomberg si aspettava la creazione di 201mila posti di lavoro per settembre. Invece ad agosto ne sono stati creati solo 136.00 e a settembre 142.000. Era dal 2009 che in America non si verificavano tanti licenziamenti e tante nuove domande di sussidi alla disoccupazione.

Ma su cosa si basavano le ottimistiche previsioni di Bloomberg? Si basavano sulla caparbia, persistente sottovalutazione della potenza labour saving delle tecnologie.

La maggioranza degli economisti continua a illuderci che le nuove tecnologie postindustriali basate sull’informatica, si comportino come le vecchie tecnologie industriali basate sulla meccanica. Allora le automobili determinavano la disoccupazione dei cavalli e dei cocchieri, ma creavano posti di lavoro per operai, progettisti, meccanici, ecc. Oggi i robot, i droni, i bancomat determinano la disoccupazione di milioni di lavoratori nel Primo mondo e creano migliaia di posti di lavoro nel Terzo mondo. Qua e là ci può essere anche nei Paesi avanzati qualche fiammata occupazionale ma, in linea di massima, i posti di lavoro diminuiscono anche nei Paesi dove la produzione aumenta. E’ questa, del resto, la produttività!

Negli Stati Uniti la disoccupazione “sembra” bassa (5,1%) anche perché è bassissimo il tasso di partecipazione, ormai pari a quel 62,4% che rappresentò il minimo toccato nel 1977. Ma, come si è visto, l’andamento dell’occupazione è ballerino e imprevedibile ovunque, così come è ballerina e imprevedibile la cosiddetta “crescita”. Nel mondo pre-globale, se cresceva l’America, dunque cresceva anche l’Europa. Nel mondo globale, se cresce l’America, proprio per questo qualche Paese d’Europa finisce per decrescere. Ed è molto probabile che si tratti dell’Italia. 

*** Domenico DE MASI, sociologo, Gli Stati Uniti licenziano, 'linkedin.com/pulse', 5 ottobre 2015, qui


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sabato 12 settembre 2015

#SPILLI / Usa, mamme e figli (M. Ferrario)

(dal web, via twitter)

Le mamme domandano e i figli rispondono.
Dicendo cazzate.
Accade negli Usa.
Ma potrebbe accadere anche da noi.
La voglia non manca. 
E i cretini abbondano. (mf)

martedì 11 agosto 2015

#VIDEO / Usa, Donald Trump Show (internazionale.it)

La stampa e gli analisti statunitensi non hanno dubbi: quello andato in onda su Fox News dalle 21 di ieri (le 3 del mattino in Italia) è stato il “Donald Trump show”. 
Anche senza convincere sui contenuti politici, grazie alla capacità di presentarsi come l’uomo nuovo di questa tornata elettorale, l’imprenditore miliardario ha dominato il confronto televisivo tra dieci (dei diciassette) candidati alla nomination repubblicana per la Casa Bianca, in vista delle elezioni del novembre 2016.

Trump si è confermato il candidato più sincero, in grado di rompere gli schemi, anche sfidando i fischi e i boati della platea dell’arena di Cleveland come quando, unico tra i contendenti, si è rifiutato di prendere l’impegno a non candidarsi come indipendente se non sarà lui il leader scelto dal partito conservatore. (...)

*** Lo show di Donald Trump e altre cose successe nel dibattito tra i repubblicani, 'internazionale.it', 7 agosto 2015,

LINK, articolo integrale e 3 video  qui

martedì 21 luglio 2015

#RITAGLI / Usa, a 76 anni si continua a lavorare (Julio Gonzalez)

(...) Mary Anne ha oggi 76 anni. 
Negli ultimi vent’anni ha continuato a fare lavori assolutamente scollegati dalla sua “prima carriera”. Privilegiando l’impiego nei servizi, ha lavorato come commessa in diverse catene di distribuzione e in centri d’informazione nelle stazioni centrali dei trasporti pubblici. 
Il suo ultimo lavoro è di usciere presso un grande stadio dove si tengono partite di baseball e concerti. Il suo contratto prevede che copra 40 eventi durante l’anno. Mary Anne ama la musica e riesce a gestire i suoi orari in modo da poter vedere gli artisti che più le piacciono. Del suo lavoro attuale ama soprattutto il contatto con la gente giovane, all’aperto e in situazioni divertenti. Le piacciono un po’ meno i momenti violenti (che non mancano) e il clima, che nel Midwest americano può essere spesso inclemente. 
Parte fondamentale del suo desiderio di continuare come usciere è anche il rapporto con i suoi colleghi: persone over 65 che come lei hanno vissuto altre carriere professionali come contabili, avvocati, manager o brokers. Mary Anne non vuole smettere ancora di lavorare: nella prossima stagione arriverà un nuovo concerto di una famosissima Rock Band, che non può assolutamente perdersi!

*** Julio GONZALEZ, manager internazionale, Mary Anne dice addio alla sua 'prima carriera'..., 'osservatorio senior', luglio 2015

LINK, articolo integrale qui

Sempre in Mixtura, 1 altro contributo di Julio Gonzalez qui

martedì 14 luglio 2015

#RITAGLI / Europa, unica salvezza il modello Usa (Michael Walzer)

[D: Professor Walzer, in questi giorni concitati ha ancora fiducia nella Ue?]
"Credo che l'Unione sia un progetto ambizioso, che poggia su grandi valori e può vantare quantomeno un successo straordinario: quello di aver trasformato in un'area di pace un continente devastato da secoli di guerre e conflitti fratricidi. Detto ciò, non si può negare che l'Unione Europea sia un regime a dir poco curioso, l'unico che ha centralizzato il potere economico in una struttura oligarchica fatta di banchieri e burocrati, senza centralizzare la politica, che in forma democratica resiste solamente all'interno dei singoli Stati nazionali. In altre parole, il caso Grexit sta facendo emergere una contraddizione immanente al sistema istituzionale europeo, quella tra l'oligarchia sovranazionale dei banchieri e le democrazie nazionali dei popoli. E io non vedo in che modo questa asimmetria possa reggere a lungo. Servirebbe piuttosto uno scatto verso un governo genuinamente politico sia dell'eurozona sia dell'Unione Europea. Eppure, sebbene sia necessario, oggi il passo in avanti sembra piuttosto improbabile, perché nessun Paese europeo sembra pronto a compierlo. La Grecia paga anche l'assenza di un solo governo europeo".

[D: L'altro problema, invece, è la politica economica. Perché l'Europa non ha saputo trovare una ricetta alternativa alle politiche di austerità?]
"È un fatto che non mi so spiegare. L'idea che le misure di austerità siano la risposta giusta alla recessione è una menzogna. Basterebbe leggere Paul Krugman o Joseph Stiglitz. Anche negli Stati Uniti abbiamo vissuto una fase in cui il governo repubblicano ha seguito questa strategia, ma per fortuna il governo Obama ha imboccato una strada diversa. I partiti socialisti europei dovrebbero fare una battaglia comune per cambiare la politica economica imposta dalla Troika in Grecia".

[D: Invece appaiono sempre più schiacciati tra la destra e la sinistra radicale.]
"È così. E il fallimento della socialdemocrazia non inizia oggi e riguarda ormai tutti i paesi occidentali. Negli ultimi anni tutti partiti di centrosinistra, a cominciare dal New Labour blairiano, sono stati subalterni al neoliberismo della destra. In qualche occasione hanno provato a imprimergli un "volto umano", ma il dato di fondo è che non hanno saputo articolare una strategia alternativa. E il risultato è un fallimento catastrofico, che vede scomparire i partiti neokeynesiani e lasciare lo spazio a sinistra a frange populiste come Syriza in Grecia e Podemos in Spagna. Ma il populismo è uno stile politico, di destra o di sinistra, che per definizione è incapace di costruire una società che produca più risorse e le distribuisca in maniera equilibrata. Insomma, mi è molto difficile rimanere ottimista".

[D: Dopo il referendum personaggi di spicco del centrosinistra europeo come Schulz e Gabriel hanno espresso posizioni più oltranziste della Merkel. Invece quale dovrebbe essere la visione istituzionale del fronte progressista?]
"Non saprei fare un elenco delle specifiche riforme da adottare. Sono convinto però che una riforma dell'Unione Europea sia non solo necessaria, ma anche urgente. E penso inoltre che il riordino istituzionale debba andare nella direzione di una vera e propria federazione. Non sono abituato a spacciare gli Stati Uniti come un modello per il resto del mondo, ma in questo caso sì, l'assetto federalistico statunitense potrebbe essere molto utile per ripensare l'Europa. Anche a voi servirebbe un governo federale unico che controlli la moneta e la politica estera, pur concedendo larga autonomia agli Stati membri in materia sanitaria, educativa, sindacale". (...)

*** Michael WALZER, 1935, filosofo e saggista statunitense, professore emerito all'Institute for Advanced Study di Princeton, intervistato da Guido Azzolini, Michael Walzer: "Nell'Europa post-sovrana l'unica salvezza è il modello Usa", 'la Repubblica', 9 luglio 2015

LINK articoo integrale qui

venerdì 3 luglio 2015

#LINK / Usa, niente più risalita della scala sociale (Renata Targetti Lenti)

La diseguaglianza non sempre crea incentivi ed è un riconoscimento del merito. Anzi, spesso è vero il contrario e un’elevata diseguaglianza nella distribuzione dei redditi si traduce in una diseguaglianza di opportunità. Azione perequativa dello Stato, mobilità sociale e ruolo dell’istruzione.

... una elevata diseguaglianza nella distribuzione dei redditi si traduce in una diseguaglianza di opportunità e in una significativa difficoltà ad accedere a elevati livelli d’istruzione per una parte consistente della popolazione. È difficile allora che si verifichino effetti positivi dalla diseguaglianza al merito.
In un’economia capitalistica avanzata, i divari nei livelli di istruzione e di competenze professionali tra i diversi gruppi di popolazione non sono solo il risultato dell’operare del libero mercato, ma anche della distribuzione delle capacità individuali, e per questo devono essere accettate. È, tuttavia, molto difficile che individui meritevoli possano raggiungere posizioni, reddituali e non, corrispondenti alle loro effettive capacità, se non viene assicurata loro un’adeguata eguaglianza di opportunità. (...)

Negli Stati Uniti non solo la diseguaglianza nei redditi disponibili è elevata, ma è aumentata in questi ultimi anni. Come ha sottolineato Joseph Stiglitz in numerosi interventi, ben il 93% dei guadagni della ripresa, tra il 2009 e il 2010, è stato percepito dai redditieri che si collocano nell’1% più ricco. Con la crescita dei redditi dei percettori più ricchi, si è ridotta la quota percepita dalla classe “media”.  (...)

Un importante fattore di riduzione delle diseguaglianze è stato ed è ancora l’istruzione. Tuttavia, da sola, può non essere sufficiente. L’accesso ai gradi più elevati dell’istruzione è infatti costoso e le categorie più povere, ma oggi anche gran parte della “classe media”, ne vengono escluse. Per evitare che i gruppi che dispongono dei redditi e della ricchezza più elevati siano i soli ad acquisire posizioni di rilievo nella società, è necessario, dunque, introdurre una pluralità di interventi alternativi ed eterogenei perché eterogenei sono i fattori all’origine della diseguaglianza. (...)

*** Renata TARGETTI LENTI, professore emerito dell’Università di Pavia, dicente di  Sistemi Economici Comparati, saggista, Crescita, la fine del sogno americano di risalire la scala sociale, 'lavoce.info', blog 'Ilfattoquotidiano.it', 1 luglio 2015

LINK, articolo integrale qui

mercoledì 13 maggio 2015

#LINK / Usa, un video su Hillary. Ma che schifezza è? (Annamaria Testa)

È in rete da pochi giorni un video che mostra Hillary Clinton che invecchia. Non dovrebbe essere una notizia: tutti invecchiamo, a prescindere dal fatto che ci candidiamo o meno alla presidenza degli Stati Uniti. (...)

Ma che razza di schifezza è? Sembra che siamo tornati indietro di qualche secolo, fino ai tempi del processo alle streghe di Salem. Gli autori sono anonimi e promettono altri video.
Ma anche tra i sostenitori di Hillary Clinton girano argomentazioni curiose. Per esempio, la psichiatra Julie Holland afferma su Time (non esattamente una testata di pettegolezzi e frivolezze) che Clinton è una candidata ideale perché “gode della maturità emozionale e della libertà garantite dalla postmenopausa”. Notate bene: non perché si è laureata in legge a Yale, o perché è stata la first lady più influente dai tempi di Eleanor Roosevelt. O perché ha tenuto botta ai tempi dell’affare Lewinsky e non dev’essere stato facile, o perché si è occupata della riforma sanitaria, o perché è stata segretaria di stato. O, giusto per esempio, perché ha un programma convincente. O, magari, perché sarebbe la prima donna presidente degli Stati Uniti. (...)

*** Annamaria TESTA, pubblicitaria, Tieni duro vecchia Hillary, 'internazionale.it', 11 maggio 2015

LINK, articolo integrale qui

venerdì 8 maggio 2015

#TAVOLE / Usa, istruzione e carcere


(da 'Internazionale', 8 maggio 2015)


Leggi articolo di 
D. Watkins, Aeon, Regno Unito, Le scuole di Baltimora tolgono la speranza, 'Internazionale', 8 maggio 2015