Un
ragazzo di una ventina d’anni ha un telefono in mano: lo tiene da qualche
minuto, rivolto verso la riva piena di bambini, mentre cammina lentamente avanti
e indietro.
Un
gruppo di bagnanti nota il giovane dalla pelle scura con il cellulare in
azione. Non è abbronzato: è proprio nero.
Scatta
immediato l’allarme. Qualcuno urla: «I bambini!». E con il dito indica il
giovane. «E’ un molestatore. Li sta fotografando!».
Subito
un gruppo di gente in costume da bagno si unisce alla voce di chi per primo ha
gridato e si avvicina minaccioso al giovane. Lo attorniano, lo chiudono. Prima
lo spintonano, poi passano alle maniere forti. Mentre qualcuno chiama le forze
dell’ordine, altri si danno da fare con calci e pugni. Se non è linciaggio,
poco ci manca.
Il
ragazzo si difende: non sta facendo nulla di male, sta semplicemente
telefonando. Il gruppo dei bagnanti non gli crede, non sente ragioni, non
desiste.
Solo
quando arriva una pattuglia di vigili il ragazzo è sottratto alla piccola folla
e condotto via dalla spiaggia.
I
vigili lo accompagnano all’auto di servizio. Gli chiedono i documenti e lo
interrogano.
Si
tratta di un egiziano, incensurato, che vive regolarmente in Italia: dice che
stava facendo una videochiamata su whatsapp. I vigili si fanno consegnare il
telefonino e controllano. Nessuna foto di bambini e la conferma di una
videochiamata interrotta.
Il giovane viene
accompagnato all’ospedale San Camillo in codice giallo: i medici constatano le
lesioni. I vigili avviano l’indagine per capire chi ha dato l’allarme e chi ha
partecipato al pestaggio.
Non
c’è bisogno di molte parole. Un episodio di ‘normale’ razzismo. Basta la pelle
scura e sei subito condannato. A priori. A prescindere. Senza prove.
Viviamo
questi tempi e il clima generale, non solo in Italia, questo è.
Certo,
è un singolo episodio. Che però si somma ad altre migliaia di singoli episodi.
In
un passato lontano, per addolcire un colonialismo di cui siamo stati attivi
protagonisti al pari di quell’Occidente sempre osannato per i suoi ‘alti’ valori
considerati addirittura da esportare per educare gli ‘altri’, per definizione dichiarati
‘incivili’, abbiamo rifiutato di ammettere le nostre colpe e, volendo
distinguerci dai ‘colonialisti cattivi’, ci siamo sempre raccontati la balla
degli ‘italiani brava gente’.
Oggi
continuiamo a considerarci tali e chi dice che forse non siamo tanto ‘bravi’ è
accusato di disfattismo: di non essere un fulgido ‘patriota’ e di non credere
alla sacralità della ‘nazione’.
Uno
specchio, e un conseguente pizzico di vergogna, potrebbero aiutarci.
Cambiare si può. E la vergogna è un carburante potente: se finalmente cominciassimo a provarla.
*** Massimo FERRARIO, Vergogna, 'narratur-OneShot' (pubblicazione via email riservata a un gruppo di amici), #172, 21 agosto 2026
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