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sabato 20 maggio 2017

#MOSQUITO / Regola, l'altra faccia della convivenza (Gherardo Colombo)

La regola è l’altra faccia della convivenza, sono due lati della stessa medaglia. Lo si può verificare empiricamente: non possiamo incontrarci se non applichiamo regole comuni sulla misurazione del tempo; non possiamo comunicare se non applichiamo regole condivise di linguaggio; spesso, se non sempre, i contatti tra le persone hanno regole specifiche (per fare qualche esempio, stare a tavola, assistere a una conferenza, frequentare la scuola sono tutte attività che hanno le proprie regole). Allo stesso modo si può constatare che qualsiasi tipo di associazione, comunità o consorteria – un ordine religioso, una bocciofila, un cineclub, la mafia... – si basa su regole.

*** Gherardo COLOMBO, 1946, ex magistrato, Sulle regole, Feltrinelli, 2010


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lunedì 6 marzo 2017

#QUARTAdiCOPERTINA / "La tua giustizia non è la mia", di Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo

Gherardo COLOMBO e Piercamillo DAVIGO
La tua giustizia non è la mia
Longanesi, 2017
pagine 112, € 12,90, ebook 8,99


Testo di presentazione dell'Editore - Citazioni scelte da Mixtura

Un confronto serrato, una conversazione aperta e sincera, non priva di accenti polemici, sui temi più scottanti della giustizia in Italia. Grazie alla loro lunga esperienza nelle aule dei tribunali, Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo, due tra i più noti magistrati del pool di Mani Pulite, forniscono in queste pagine non soltanto una diagnosi scrupolosa dei tanti mali che affliggono la giustizia del nostro paese, ma avanzano suggerimenti e proposte di riforma, senza nascondere conflittualità e divergenze d’opinione, talvolta radicali.

Lontani da ogni astrattismo, calati nella realtà della vita quotidiana, i loro interrogativi ci aiutano a capire perché le questioni più delicate e controverse che investono il mondo del diritto – le stesse che hanno ispirato pensatori come Aristotele e Kant, Sant’Agostino e Foucault – ci riguardano così da vicino. È la giustizia, infatti, che traccia i confini della nostra libertà. È la giustizia che indica il grado di civiltà di uno Stato e la cultura diffusa che permea le sue istituzioni. Ma quand’è che una legge può dirsi davvero «giusta»? Basta minacciare una pena per dissuadere il ladro o il truffatore dal commettere un reato? Il carcere è l’unica soluzione? È dunque più efficace educare o punire? Quanto è diffusa la corruzione in Italia, e come mai, nonostante la stagione di Mani Pulite e le tante inchieste che hanno svelato l’intreccio perverso tra politica e affari, non accenna a diminuire? La macchina burocratica e amministrativa è essa stessa un ostacolo alla giustizia?

A queste, e a tante altre domande, Colombo e Davigo danno risposte sorprendenti, dimostrando che la giustizia è un concetto non solo problematico ma anche in continua evoluzione.


«
Piercamillo DAVIGO:
«... io sono originario di Candia Lomellina, un piccolo comune della provincia di Pavia, ai confini con il Piemonte, con Casale Monferrato, dove ho fatto le scuole elementari. Ebbene, a Candia Lomellina, non a Corleone, io ho ricevuto un’educazione culturale di tipo mafioso dalla quale ho impiegato anni a liberarmi. Quando il maestro usciva dalla classe, lasciava il capoclasse con l’incarico di segnare alla lavagna i buoni e i cattivi. Costui tirava una riga, i buoni da una parte, i cattivi dall’altra. Il punto è che segnava i buoni sulla base di criteri tipicamente clientelari: chi gli dava il cioccolato, chi gli permetteva di giocare con il proprio pallone e così via... I cattivi non li segnava mai. Se qualcuno esagerava nel far baccano, dopo averlo vanamente richiamato più volte, cominciava a scrivere le prime lettere del cognome nella colonna dei cattivi e, immancabilmente, dai banchi, partiva il grido «spia!» Riflettiamoci un po’. Quando si è spia? Si è spia rispetto al nemico invasore. Si è spia rispetto al tiranno, non rispetto alla legittima autorità del proprio paese. Nessuno di noi aveva mai dubitato che il maestro fosse la legittima autorità, né che il capoclasse, ancorché fetente, fosse investito di un’autorità altrettanto legittima, per delega del maestro. Ma allora, in quel contesto, il grido «spia» diventava apologia dell’omertà, che è uno dei pilastri fondanti della cultura mafiosa. Quando sono in giro con la mia macchina e incontro veicoli che, provenendo dalla direzione opposta, mi lampeggiano per segnalarmi che più avanti c’è una pattuglia della polizia o dei carabinieri, penso che i conducenti di quei veicoli abbiano avuto un capoclasse come il mio.  (Gherardo COLOMBO e Piercamillo DAVIGO, "La tua giustizia non è la mia", Longanesi, 2017)»

Gherardo COLOMBO:
«Sarò anche ingenuo, ma io sono convinto che l’unico modo per giustificare la democrazia sia la considerazione dell’essere umano. Altrimenti, è necessario che obbedisca. Ma il fatto che obbedisca non lo rende libero. Anzi, più lo educhi a obbedire più non sarà in grado di discernere, perché abituato a dipendere dal discernimento altrui. Potremmo continuare questo confronto leggendo il capitolo del Grande Inquisitore dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij, perché lì c’è già scritto tutto. Questa idea della libertà come qualcosa di terribile. Ed effettivamente, qualche volta, lo è. Ma com’è più comodo rispondere agli ordini, ci fa capire il brano del romanzo, perché così facendo non sei mai davvero responsabile. Io credo invece che l’educazione debba andare verso la responsabilizzazione delle persone, che è esattamente il contrario dell’obbedienza. Perché i VoPos, come venivano chiamati i membri della Volkspolizei, sparavano alla gente che fuggiva a ovest? Perché erano costretti a obbedire. Sono stati condannati, ma tra loro ci sarà stato pure qualcuno che non voleva farlo. E che, tuttavia, l’ha fatto. Per obbedienza. Penso anche a La banalità del male di Hannah Arendt. Se proviamo a guardare, per quel che si può, l’intimità di Eichmann, io sono certo che sia morto convintissimo di essere stato un bravissimo gestore del sistema ferroviario del Terzo Reich, e che quello che ha fatto è stato giusto. Perché la mentalità era quella. La scuola, certo, insegna anche la frode, l’ipocrisia, ma succede perché è organizzata e gestita in quel modo. Ed è gestita e organizzata in quel modo proprio perché non ha come fine l’educazione alla libertà (essere capaci di scegliere autonomamente). Gli insegnanti sono responsabili del fatto che i loro alunni copino, quanto lo sono i ragazzi stessi, forse anche di più, perché sanno benissimo che cosa accade e non fanno nulla per impedirlo. Anche sul tema della competizione, che tu hai richiamato a proposito del sistema scolastico americano, ho posizioni differenti. Io sono dell’avviso che sia dannosa per lo sviluppo della collettività. Perché porta all’esclusione o alla mortificazione di chi non emerge. E, quel che è peggio, consente che la collettività continui a costruirsi e organizzarsi piramidalmente, attraverso una serie di strati gerarchici che non risponderanno più magari ai criteri del sesso o dell’etnia, ma che sono ugualmente funzionali a mettere le persone in una scala: chi vale di più e chi vale di meno. La scuola insegna fin da subito a collocar i in uno di questi schemi, per esempio dividendo i bagni degli studenti, maschi e femmine, da quello degli insegnanti. Perché si fa questa distinzione? Perché i ragazzi non sono degni di andare nei bagni dei professori, sono dei selvaggi. Questo il messaggio che, magari inconsapevolmente, si fa passare. E se dai loro un’indicazione di questo tipo, cosa vuoi che facciano? Si comportano da selvaggi. (Gherardo COLOMBO e Piercamillo DAVIGO, "La tua giustizia non è la mia", Longanesi, 2017)
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sabato 12 novembre 2016

#RITAGLI / Costituzione, obbedienza, disobbedienza (Gherardo Colombo)

[D: Cosa non la convince del referendum?]
Non si possono chiamare i cittadini a rispondere solo con un 'sì' o con un 'no' quando devono valutare argomenti così differenti: la composizione del senato, l'abolizione delle province e del Cnel, le regole per l'elezione del presidente della repubblica. Sono materie diverse. Sarebbe stato necessario formulare un quesito per ognuna di queste proposte.

[Il problema maggiore che riscontra?]
L'erosione delle autonomie regionali, peraltro solo delle regioni a statuto ordinario. Semmai, sarebbe giusto abolire quelle a statuto speciale. Mi chiedo, poi, come riusciranno i nuovi senatori a fare contemporaneamente i senatori e i sindaci.

[C'è qualcosa che apprezza?]
L'abolizione del Cnel e delle province.

[Che cos'è la costituzione per lei?]
È la legge fondamentale, che coincide al novantanove per cento con l'idea di giustizia.

[Non rischia di sacralizzare la costituzione identificandola con la giustizia?]
Intendo la mia idea di giustizia. Ma credo di no: la costituzione garantisce a ciascuno la libertà di esprimere la propria diversità, cioè di essere cattolico, protestante, ebreo, socialdemocratico, conservatore, estremista o moderato. Allo stesso tempo, però, impedisce che queste diversità diventino causa di discriminazione, stabilendo che tutti siano eguali di fronte alla legge e abbiano pari opportunità.

[Nella costituzione italiana non c'è un riferimento al diritto di ricercare liberamente la felicità, presente invece nella dichiarazione d'indipendenza degli Stati Uniti d'America: la invidia?]
Non la invidio perché la nostra costituzione esprime lo stesso concetto con parole diverse, enunciando all'articolo 3 che è compito della repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono la realizzazione delle persone.

[Ma realizzazione e felicità sono due cose diverse.]
Provi a immaginare una legge che imponga per diritto la felicità: sarebbe un controsenso.

[La dichiarazione d'indipendenza statunitense però riconosce un diritto, non impone di essere felici.]
Nel tempo in cui la costituzione è stata scritta, era difficile enunciare il diritto alla felicità in un paese cattolico come era il nostro. Oggi forse lo si potrebbe fare. Tuttavia, una legge si può mettere al servizio della felicità di tutti solo garantendo la libertà di chiunque. E questo la costituzione italiana lo fa.

[Lei non crede nell'obbedienza. Crede, invece, nella disobbedienza?]
Credo che la disobbedienza alla legge, in certi casi, sia assolutamente necessaria. Gli italiani avrebbero dovuto trasgredire le leggi razziali, per esempio. E, in generale, tutte le volte in cui una legge viola i diritti fondamentali di una persona – e non è possibile modificarla attraverso le vie ordinarie – disobbedire è legittimo.

[Senza limiti?]
Il limite è che non si usi la violenza e che ci si assuma le responsabilità che dalla disobbedienza derivano. Per dire: gli obiettori di coscienza andavano in galera per rimanere fedeli alla propria convinzione. La disobbedienza, spesso, ha avuto una funzione progressiva. Pensi a Rosa Parks, che disobbedendo a una legge che discriminava i neri d'America ha iniziato il percorso di liberazione dalla segregazione razziale.

[A cosa dovrebbe disobbedire oggi un cittadino italiano?]
A quelle disposizioni che discriminano gli esseri umani che chiedono accoglienza in Italia e all'estero. 
(...)

*** Gherardo COLOMBO, 1946, ex magistrato, saggista, autore con Piercamillo Davigo del recente La tua giustizia non è le mia, Longanesi, 2016, intervistato da Nicola Mirenzi, Gherardo Colombo all'HuffPost: "La riforma è un pasticcio e riduce lo spazio della democrazia", 'L'Huffington Post', 6 novembre 2016

LINK intervista integrale qui


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mercoledì 1 giugno 2016

#SENZA_TAGLI / Dostoevskij, le domande essenziali (Gherardo Colombo)

Più che essere un libro, per me la lettura impossibile da dimenticare è un capitolo di un’opera di Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov. Il capitolo si intitola Il grande inquisitore.

Perché è un libro, meglio un capitolo, che non posso dimenticare? Perché tratta, con una intelligenza, una profondità, un acume e un’arte a mio parere difficilmente superabili il tema del rapporto tra la persona e la scelta, vale a dire tra la persona e la capacità di essere libera. Che, a mio parere, è il tema dell’essere umano, intorno al quale si sono affannate menti raffinate, da Erodoto a Nietzsche (per citarne solo due), senza mai arrivare, a mio parere, alla profondità dello scrittore russo. Egli pone una domanda essenziale attraverso il racconto immaginario del confronto tra Cristo, ritornato sulla terra a seguito delle invocazioni del popolo, e, appunto, il Grande inquisitore, colui che apparentemente lo rappresentava sulla terra ma che ne tradiva l’idea. È l’essere umano così meschino da rappresentare per lui la scelta tra il bene e il male il più grande dei tormenti, per liberarlo dal quale è necessario che lo si governi come se fosse un bambino, e cioè che lo si liberi dalla sua libertà? Oppure è degno, capace di esercitare il libero arbitrio? Dalla risposta a questa domanda, che Dostoevskij pone guardando all’intimo dell’uomo, alle sue caratteristiche profonde, dipende il sistema organizzativo della società, lo spazio riconoscibile ai singoli entro il quale effettuare le proprie scelte. Cioè la libertà di ciascuno, anche la nostra, la mia.

*** Gherardo COLOMBO, 1946, ex magistrato, Le domande essenziali che pone “Il grande inquisitore” di Dostoevskij, 'illibraio.it', 20 maggio 2016, qui


In Mixtura altri 2 contributi di Gherardo Colombo qui (compresa una mia recensione al libro Lettera a un figlio su Mani Pulite, Garzanti, 2015)

lunedì 11 maggio 2015

#VIDEO #SOCIETA' / Uno stato senza prigioni (Gherardo Colombo)



Gherardo COLOMBO, già magistrato, saggista, presidente di Garzanti Libri
Uno stato senza prigioni, TedxLakeComo, dicembre 2013
video, 17min56

Che cos'è un carcere?
A che cosa serve un carcere?
Il 69% di chi esce da un carcere commette nuovi reati. 
E se anche da noi si applicasse il metodo, noto da almeno 60 anni all'estero, della 'giustizia riparativa' (e reso obbligatorio anche in Europa, ma disatteso in Italia?)
E se smettessimo di pensare che il male vada retribuito con il male?
Ogni tanto ascoltare qualche pensiero 'scomodo' può servire. 
Specie se chi ce lo propone ha un'indubbia competenza sull'argomento e presenta le sue considerazioni in modo semplice, razionale, convincente.

° ° °
Sempre su questo blog, si può leggere una mia recensione sull'ultimo libro di Gherardo Colombo:
#LibriPiaciuti, Gherardo Colombo, Lettera a un figlio su Mani Pulite, Garzanti, 2015 (22 marzo 2015).

domenica 22 marzo 2015

#LIBRI PIACIUTI / Gherardo Colombo, "Lettera a un figlio su Mani Pulite" (recensione di M. Ferrario)

Gherardo COLOMBO, Lettera a un figlio su Mani Pulite, Garzanti, 2015
pagine 94, € 10,00, ebook € 6,99

Poche pagine (meno di un centinaio, poco più di un'ora di lettura) per avere il racconto diretto, da uno dei protagonisti, di come si è sviluppata Mani Pulite negli anni 90: il primo grande tentativo italiano di reprimere la corruzione dilagante di politici e imprenditori.
Una descrizione 'semplice' e puntuale, che riafferma con pacatezza e argomenti chiari ed evidenti la giustezza delle scelte compiute, nel rispetto di leggi e procedure e senza quegli 'sconfinamenti' di cui spesso i magistrati sono stati accusati: per i quali hanno subito ispezioni a non finire, ma dalle quali sono sempre usciti indenni. 

Chi ha vissuto quegli anni può rimettere in fila certi ricordi; chi è giovane ha modo di fissare alcuni fatti storici importanti e capire anche perché Mani Pulite non ha segnato quello spartiacque d'epoca che molti, all'inizio, credevano e speravano potesse essere.

In particolare, mi paiono due gli apprendimenti ricavabili da questa esperienza e ben sottolineati da Gherardo Colombo. 

Il primo ci riguarda tutti: Mani Pulite è finita quando, trascorso il momento di euforia generalizzata per la 'caccia' ai potenti, ha cominciato ad allargarsi alla società civile, mostrando che l'illegalità non tocca solo 'loro', ma anche 'noi'. Allora il plauso è venuto meno e, anzi, si è diffusa la paura di essere coinvolti: il fiume di informazioni che aveva alimentato le indagini per colpire 'in alto' si è inaridito e anche questo è servito alla classe dirigente, soprattutto politica, per mettere il freno alle inchieste attraverso una legislazione, corporativamente difensiva, che le rendesse più complicate o, addirittura, 'sterilizzasse' taluni reati.

La seconda riflessione, invece, è più propriamente dell'ex magistrato, ed è la confessione di un cambio di visione, dopo una vita spesa al servizio della giustizia, sull'utilità della 'pena'. Ovviamente, nessun rifiuto della sanzione: che resta uno strumento necessario per regolare la convivenza umana. Ma la consapevolezza, senz'altro più 'piena' e chiara di quanto non fosse all'inizio della carriera, della insufficienza di questa quando si voglia 'cambiare' davvero la cultura di una società.
Mi pare che il pensiero, più che condivisibile, dell'ex-magistrato (e che ulteriormente conferma le ragioni della scelta, qualche anno fa, di abbandonare la toga) sia ben espresso in queste sue parole: 
«Occorre sradicare l’idea della punizione che domina la nostra cultura, per passare all’idea che per arrivare all’effettivo riconoscimento reciproco è necessario educarci all’essere responsabilmente liberi. Si tratta di un cambiamento epocale, paragonabile a quello che ha portato all’abolizione dei supplizi e, successivamente, della pena di morte, oggi considerati tabù in gran parte del mondo. Del resto, la pena – così come il premio – educa all’obbedienza: se fai quello che ti dico ti premio, se non lo fai ti punisco, indipendentemente dalla correttezza di quel che ti dico. Può funzionare su questo presupposto la democrazia? Ritorniamo all’articolo 1 della Costituzione, secondo il quale l’Italia è una repubblica e una democrazia, e la sovranità appartiene al popolo. Come può il popolo esercitare la democrazia se è abituato a obbedire e quindi non è in grado di scegliere autonomamente e responsabilmente?»

*** Massimo Ferraio, per Mixtura