lunedì 6 marzo 2017

#QUARTAdiCOPERTINA / "La tua giustizia non è la mia", di Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo

Gherardo COLOMBO e Piercamillo DAVIGO
La tua giustizia non è la mia
Longanesi, 2017
pagine 112, € 12,90, ebook 8,99


Testo di presentazione dell'Editore - Citazioni scelte da Mixtura

Un confronto serrato, una conversazione aperta e sincera, non priva di accenti polemici, sui temi più scottanti della giustizia in Italia. Grazie alla loro lunga esperienza nelle aule dei tribunali, Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo, due tra i più noti magistrati del pool di Mani Pulite, forniscono in queste pagine non soltanto una diagnosi scrupolosa dei tanti mali che affliggono la giustizia del nostro paese, ma avanzano suggerimenti e proposte di riforma, senza nascondere conflittualità e divergenze d’opinione, talvolta radicali.

Lontani da ogni astrattismo, calati nella realtà della vita quotidiana, i loro interrogativi ci aiutano a capire perché le questioni più delicate e controverse che investono il mondo del diritto – le stesse che hanno ispirato pensatori come Aristotele e Kant, Sant’Agostino e Foucault – ci riguardano così da vicino. È la giustizia, infatti, che traccia i confini della nostra libertà. È la giustizia che indica il grado di civiltà di uno Stato e la cultura diffusa che permea le sue istituzioni. Ma quand’è che una legge può dirsi davvero «giusta»? Basta minacciare una pena per dissuadere il ladro o il truffatore dal commettere un reato? Il carcere è l’unica soluzione? È dunque più efficace educare o punire? Quanto è diffusa la corruzione in Italia, e come mai, nonostante la stagione di Mani Pulite e le tante inchieste che hanno svelato l’intreccio perverso tra politica e affari, non accenna a diminuire? La macchina burocratica e amministrativa è essa stessa un ostacolo alla giustizia?

A queste, e a tante altre domande, Colombo e Davigo danno risposte sorprendenti, dimostrando che la giustizia è un concetto non solo problematico ma anche in continua evoluzione.


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Piercamillo DAVIGO:
«... io sono originario di Candia Lomellina, un piccolo comune della provincia di Pavia, ai confini con il Piemonte, con Casale Monferrato, dove ho fatto le scuole elementari. Ebbene, a Candia Lomellina, non a Corleone, io ho ricevuto un’educazione culturale di tipo mafioso dalla quale ho impiegato anni a liberarmi. Quando il maestro usciva dalla classe, lasciava il capoclasse con l’incarico di segnare alla lavagna i buoni e i cattivi. Costui tirava una riga, i buoni da una parte, i cattivi dall’altra. Il punto è che segnava i buoni sulla base di criteri tipicamente clientelari: chi gli dava il cioccolato, chi gli permetteva di giocare con il proprio pallone e così via... I cattivi non li segnava mai. Se qualcuno esagerava nel far baccano, dopo averlo vanamente richiamato più volte, cominciava a scrivere le prime lettere del cognome nella colonna dei cattivi e, immancabilmente, dai banchi, partiva il grido «spia!» Riflettiamoci un po’. Quando si è spia? Si è spia rispetto al nemico invasore. Si è spia rispetto al tiranno, non rispetto alla legittima autorità del proprio paese. Nessuno di noi aveva mai dubitato che il maestro fosse la legittima autorità, né che il capoclasse, ancorché fetente, fosse investito di un’autorità altrettanto legittima, per delega del maestro. Ma allora, in quel contesto, il grido «spia» diventava apologia dell’omertà, che è uno dei pilastri fondanti della cultura mafiosa. Quando sono in giro con la mia macchina e incontro veicoli che, provenendo dalla direzione opposta, mi lampeggiano per segnalarmi che più avanti c’è una pattuglia della polizia o dei carabinieri, penso che i conducenti di quei veicoli abbiano avuto un capoclasse come il mio.  (Gherardo COLOMBO e Piercamillo DAVIGO, "La tua giustizia non è la mia", Longanesi, 2017)»

Gherardo COLOMBO:
«Sarò anche ingenuo, ma io sono convinto che l’unico modo per giustificare la democrazia sia la considerazione dell’essere umano. Altrimenti, è necessario che obbedisca. Ma il fatto che obbedisca non lo rende libero. Anzi, più lo educhi a obbedire più non sarà in grado di discernere, perché abituato a dipendere dal discernimento altrui. Potremmo continuare questo confronto leggendo il capitolo del Grande Inquisitore dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij, perché lì c’è già scritto tutto. Questa idea della libertà come qualcosa di terribile. Ed effettivamente, qualche volta, lo è. Ma com’è più comodo rispondere agli ordini, ci fa capire il brano del romanzo, perché così facendo non sei mai davvero responsabile. Io credo invece che l’educazione debba andare verso la responsabilizzazione delle persone, che è esattamente il contrario dell’obbedienza. Perché i VoPos, come venivano chiamati i membri della Volkspolizei, sparavano alla gente che fuggiva a ovest? Perché erano costretti a obbedire. Sono stati condannati, ma tra loro ci sarà stato pure qualcuno che non voleva farlo. E che, tuttavia, l’ha fatto. Per obbedienza. Penso anche a La banalità del male di Hannah Arendt. Se proviamo a guardare, per quel che si può, l’intimità di Eichmann, io sono certo che sia morto convintissimo di essere stato un bravissimo gestore del sistema ferroviario del Terzo Reich, e che quello che ha fatto è stato giusto. Perché la mentalità era quella. La scuola, certo, insegna anche la frode, l’ipocrisia, ma succede perché è organizzata e gestita in quel modo. Ed è gestita e organizzata in quel modo proprio perché non ha come fine l’educazione alla libertà (essere capaci di scegliere autonomamente). Gli insegnanti sono responsabili del fatto che i loro alunni copino, quanto lo sono i ragazzi stessi, forse anche di più, perché sanno benissimo che cosa accade e non fanno nulla per impedirlo. Anche sul tema della competizione, che tu hai richiamato a proposito del sistema scolastico americano, ho posizioni differenti. Io sono dell’avviso che sia dannosa per lo sviluppo della collettività. Perché porta all’esclusione o alla mortificazione di chi non emerge. E, quel che è peggio, consente che la collettività continui a costruirsi e organizzarsi piramidalmente, attraverso una serie di strati gerarchici che non risponderanno più magari ai criteri del sesso o dell’etnia, ma che sono ugualmente funzionali a mettere le persone in una scala: chi vale di più e chi vale di meno. La scuola insegna fin da subito a collocar i in uno di questi schemi, per esempio dividendo i bagni degli studenti, maschi e femmine, da quello degli insegnanti. Perché si fa questa distinzione? Perché i ragazzi non sono degni di andare nei bagni dei professori, sono dei selvaggi. Questo il messaggio che, magari inconsapevolmente, si fa passare. E se dai loro un’indicazione di questo tipo, cosa vuoi che facciano? Si comportano da selvaggi. (Gherardo COLOMBO e Piercamillo DAVIGO, "La tua giustizia non è la mia", Longanesi, 2017)
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