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sabato 23 settembre 2017

#SENZA_TAGLI / Plastica, anche nel sale marino (Ilaria Betti)

La plastica è ovunque, anche nel sale marino, quello che utilizziamo spesso in cucina. Dopo la ricerca secondo la quale microplastiche sarebbero rintracciabili nell'acqua potabile in tutto il mondo, il The Guardian ha svelato in anteprima un nuovo, inquietante particolare: la plastica sarebbe stata trovata anche nel sale in diversi luoghi del nostro pianeta, dagli Stati Uniti all'Europa alla Cina.

"La plastica è pervasiva sia nell'ambiente sia nella nostra vita quotidiana", ha spiegato Sherri Mason, professoressa alla State University of New York at Fredonia, che ha condotto lo studio. "Le microplastiche ormai si trovano ovunque: nell'aria, nell'acqua, nel pesce che mangiamo, nella birra che beviamo e nel sale che usiamo", ha aggiunto. Secondo i ricercatori, la maggior parte della contaminazione verrebbe dalle microfibre di plastica contenute negli oggetti monouso, come le bottiglie di plastica, le quali si riversano in grandi quantità negli oceani. Secondo le Nazioni Unite, fino a 12,7 milioni di tonnellate di plastica finiscono negli oceani di tutto il mondo ogni anno.

Mason ha collaborato con gli studiosi della University of Minnesota: la squadra ha esaminato le microplastiche contenute nel sale, nella birra e nell'acqua che beviamo. Sono stati presi in considerazioni 12 tipi diversi di sale (e 10 di sale marino), acquistati nei negozi. La scienziata ha così scoperto che gli americani ingeriscono circa 660 microparticelle di plastica ogni anno, se sono soliti seguire i consigli degli esperti in salute, i quali raccomandano di mangiare circa 2,3 grammi di sale al giorno. Più aumenta il consumo di sale, più si alza il livello di plastica ingerita.

L'impatto della plastica nel corpo umano non è ancora noto: "Non è ancora chiaro l'effetto sulla nostra salute perché non ci sono studi su questo argomento - ha spiegato Juan Conesa, professore che ha condotto lo studio sul sale marino per l'università di Alicante in Spagna -. L'aumento della plastica nell'ambiente sicuramente ci espone in misura maggiore ai rischi". "Tutti siamo esposti, da quando siamo nella pancia fino alla morte", scrivevano già nel 2013 i ricercatori della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health e della Arizona State University. "Tracce di plastica sono state trovate nell'urina del 95% della popolazione americana".

Un altro studio, condotto da università inglesi e della Malesia, era giunto alla stessa conclusione, scoprendo che su 17 marchi di sale marino venduti in 8 paesi differenti, solo uno era privo di plastica. Il resto dei campioni presentava un totale di 72 particelle, di cui 1 su 10 conteneva microplastiche. Particelle di plastica sono state rintracciate nel sale anche in Cina, già nel 2015. "Il sale cinese non è peggiore di quello americano, il problema riguarda tutto il sale marino - ha aggiunto la Mason - perché tutto ha la stessa origine e sta per avere lo stesso tipo di guaio". Il quadro che emerge è dunque poco rassicurante e porta ad un'unica conclusione: quella di cercare di limitare l'uso di questo materiale e di rispettare l'ambiente.

*** Ilaria BETTI, giornalista, "La plastica è ovunque anche nel sale da cucina": il The Guardian diffonde un nuovo allarmante studio, 'huffpost', 20 settembre 2017, qui


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sabato 29 ottobre 2016

#LINK / Sempre in ritardo, perché? (Ilaria Betti)

(...) Un nuovo studio offre una spiegazione scientifica ai nostri dubbi e ci solleva dalle nostre responsabilità: se spesso siamo in ritardo quando siamo diretti al lavoro o verso un luogo familiare è perché la nostra mente sottostima la quantità di tempo che occorre per percorrere tali distanze. I ritardatari, dunque, potranno dire di avere un'ottima scusa: tutta colpa, a detta dei ricercatori, di uno "scherzetto" del nostro cervello. (...)

*** Ilaria BETTI, giornalista, "Se siamo sempre in ritardo è perché la nostra mente ci gioca uno scherzetto": una ricerca "giustifica" i ritardatari, 'huffingtonpost.it', 28 ottobre 2016

LINK articolo integrale qui


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giovedì 21 gennaio 2016

#LINK / Gentilezza, diventa virale (Ilaria Betti)

Quando l'anziana si è presentata alla cassa del supermercato Target di Glendale, in Indiana, munita solo di spiccioli, il cassiere di turno, Ishmael Gilbert, di 19 anni, ha aspettato pazientemente, l'ha aiutata a contarli e l'ha incoraggiata. Il suo gesto di gentilezza è stato raccontato da un'altra cliente, in fila dopo la signora. Dopo aver provato una forte insofferenza per l'inconveniente causato dall'anziana, la donna si è resa conto che quel ragazzo stava dando ai presenti una preziosa lezione di pazienza. E ha raccontato la storia su Facebook: il post, insieme alla foto scattata in quel momento, sono stati condivisi più di 24mila volte. (...)

*** Ilaria BETTI, giornalsita, Ishmael Gilbert, giovane cassiere, aiuta un'anziana a pagare con gli spiccioli. Il suo atto di pazienza e gentilezza diventa virale, 'L'Huffington Post', 19 gennaio 2016

LINK articolo integrale qui


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sabato 2 gennaio 2016

#SENZA_TAGLI / Ansia, può salvarci la vita (Ilaria Betti)

Chi soffre d'ansia può faticare a credere che quel "nemico" possa avere, in qualche modo, un effetto benefico. Eppure, secondo un nuovo studio, l'ansia si comporterebbe come un sesto senso e ci renderebbe più vigili e più capaci di fiutare il pericolo, "salvandoci la vita", in momenti di crisi.

La ricerca, pubblicata sulla rivista "eLife", è stata condotta dal French Institute of Health and Medical Research. 
Monitorando l'attività cerebrale di 24 volontari, ai quali è stato chiesto di guardare dei volti di persone arrabbiate o tranquille, gli studiosi hanno notato che l'area collegata all'azione nel cervello degli ansiosi si attivava molto velocemente, in circa 200 millisecondi. I partecipanti più nervosi sono risultati essere anche i più bravi nel riconoscere i volti "pericolosi" e nel correre, dunque, ai ripari.

"Una reazione così veloce può avere a che fare con l'istinto di sopravvivenza", spiega l'autrice dello studio, Marwa El Zein. Durante l'esperimento, infatti, i volontari più ansiosi hanno avuto la tentazione di scappare di fronte ad un volto che li fissava direttamente negli occhi. 
Secondo la ricercatrice, questo comportamento può essere un lascito della storia della nostra evoluzione come esseri umani: "Abbiamo passato molto tempo accanto a predatori che potevano attaccare, mordere o pungere. La reazione rapida, da parte di chi aveva già provato quella paura, ci ha aiutato, nel corso dell'evoluzione, ad evitare quel pericolo", ha affermato. L'ansia, dunque, non è sempre qualcosa che ci paralizza e che ci impedisce di agire: a volte, può rivelarsi un'ottima bussola che ci impedisce di cadere nelle trappole.

*** Ilaria BETTI, giornalista, "L'ansia è un sesto senso, può salvarti la vita": una ricerca rivela un effetto benefico del sentirci sempre ansiosi, 'L'Huffington Post', 30 dicembre 2015, qui



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lunedì 28 dicembre 2015

#LINK / Coca Cola, gli effetti (Ilaria Betti)

Cosa succede al nostro corpo dopo aver bevuto una lattina di Coca Cola? Un'infografica, riportata da The Renegade Pharmacist, un blog curato dal farmacista britannico Niraj Naik, descrive gli effetti nell'ora successiva all'assunzione. Se di solito dopo averla bevuta ci sentiamo rinfrescati e carichi di energie, ecco come zuccheri e caffeina si muovono invece dentro di noi.
Coca Cola, gli effetti sul corpo dopo averne bevuto una lattina svelati in un'infografica di un farmacista britannico

*** Ilaria BETTI, giornalista, Cosa succede al nostro corpo dopo aver bevuto una lattina di Coca Cola?, 'L'Hiffongton Post', 30 luglio 2015

LINK articolo e infografica qui


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domenica 27 dicembre 2015

#SENZA_TAGLI / Religione, causa conflitti da 2mila anni (Ilaria Betti)

I conflitti religiosi dividono l'umanità da più di 2000 anni. È quanto afferma un nuovo studio antropologico, pubblicato sulla rivista "Current Anthropology", secondo il quale già nel 700 a.C. in Messico piccoli nuclei sono entrati in contrasto proprio per credenze religiose contrastanti. I ricercatori della University of Colorado e della University of Central Florida hanno cercato di risolvere un'annosa questione: la religione conduce alla pace o alla guerra? Le loro analisi li hanno portati a scoprire conflitti molto più antichi di quelli già noti.

Dopo anni di ricerche nella zona di Rio Verde in Messico e nella valle di Oaxaca, il professore Arthur A.Joyce e il suo team hanno scoperto che alcuni rituali religiosi locali avevano lo scopo di creare e rafforzare i legami nella comunità ma che avevano avuto come conseguenza quella di ritardare lo sviluppo delle istituzioni di un ipotetico Stato. A dominare la vita religiosa erano alcune elite che finivano per controllare anche il rapporto tra la comunità e gli dei, entrando di fatto in conflitto con quelli che erano i leader tradizionali di questi piccoli nuclei.

"Sia nella valle di Oaxaca, sia nella valle di Rio Verde, la religione è stata molto importante per la formazione e per la storia delle prime città e dei primi stati, ma in maniera molto diversa da zona a zona", ha spiegato il professor Joyce. Sempre per motivi religiosi, con ogni probabilità, venne creato uno stato-regione con la città di Monte Alban come capitale. E sempre per motivi religiosi, alcuni grandi templi costruiti nel 100 d.C. risultano completamente abbandonati cento anni dopo. "Il ruolo che la religione ha nella vita sociale e politica oggi - aggiunge lo studioso - non deve sorprenderci molto".

*** Ilaria BETTI, giornalista, "La religione causa conflitti da più di 2000 anni". I risultati di un nuovo studio antropologico sui "danni" causati nella storia, 'l'Huffington Post', 23 dicembre 2015, qui

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mercoledì 2 dicembre 2015

#SENZA_TAGLI / Stress, ti toglie 33 anni di vita (Ilaria Betti)

Un ambiente di lavoro ostile e stressante può ridurre (di molto) la nostra aspettativa di vita. 
A dirlo è un gruppo di ricercatori della Harvard University e della Stanford University, che hanno quantificato gli anni che ci verrebbero portati via. Sarebbero 33: un arco di tempo molto vasto che si riduce per determinate categorie sociali, meno a rischio di altre.

Mappando l'aspettativa di vita negli Stati Uniti, gli studiosi si sono resi conto che, in alcune zone, questa era più alta di almeno 33 anni rispetto ad altre. Per qualche motivo? Dal momento che i livelli di stress variano da persona a persona, i ricercatori hanno diviso un gruppo di volontari in 18 parti, secondo l'etnia, il sesso e il grado di educazione. Poi hanno preso in considerazione 10 fattori legati al posto di lavoro (inclusi gli orari, i turni, lo squilibrio famiglia-lavoro, l'assenza di un'assicurazione, gli ipotetici licenziamenti) e li hanno messi in relazione ai dati sulla mortalità annuale e sull'aspettativa di vita.

Analizzando i risultati, gli studiosi si sono resi conto che a subire lo stress maggiore e a finire in posti di lavoro poco raccomandabili sarebbe soprattutto chi ha ricevuto un basso livello di educazione. Secondo uno studio precedente, infatti, gli uomini e le donne con meno di 12 anni di studi alle spalle avrebbero la stessa aspettativa di vita di un adulto vissuto negli anni '50 o '60.

Ma anche altre componenti giocherebbero un ruolo fondamentale: la precarietà, i frequenti licenziamenti o i periodi di stallo alla ricerca di un nuovo lavoro avrebbero, più di tutti, l'effetto di "accorciare" la vita. Sia per gli uomini sia per le donne proprio il non avere un controllo sulla propria vita professionale rappresenterebbe il maggiore ostacolo. Ad "uccidere" il sesso femminile sarebbero soprattutto i turni stancanti, mentre il sesso maschile sarebbe molto più spaventato dal clima di insicurezza generale.

"Abbiamo bisogno di creare ambienti di lavoro più salutari soprattutto per i lavoratori con uno scarso livello di educazione - si legge in un articolo del Washington Post, "Your job is literally killing you", dedicato alla ricerca -. Per fortuna molti di questi problemi, inclusi i turni e le lunghe ore in ufficio, il lavoro non retribuito, possono essere risolti semplicemente modificando le policy negli uffici".

*** Ilaria BETTI, giornalista, "Lo stress al lavoro ti toglie 33 anni di vita". Una ricerca rivela che un ambiente ostile può accorciare l'aspettativa di vita, 'l'Huffington Post', 2 novembre 20015, qui


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lunedì 21 settembre 2015

#LINK / Svezia, lavorare 6 ore al giorno (Ilaria Betti)

Una piccola casa di riposo sembrerebbe il luogo meno adatto per un esperimento sulla riduzione dell'orario di lavoro. Eppure proprio al centro Svartedalens di Gothenburg, in Svezia, infermieri e personale hanno provato a lavorare solo sei ore al giorno, traendone grandi benefici e migliorando la qualità delle loro prestazioni. Il loro tentativo è stato raccontato anche dal Guardian, al quale un'assistente ha riferito: "Quando lavoravo otto ore al giorno mi sentivo esausta, non vedevo l'ora di tornare a casa e buttarmi sul divano. Ma ora no. Sono molto più sveglia: ho tantissima energia da spendere nel mio lavoro, ma anche per la mia famiglia".

*** Ilaria BETTI, giornalista, "Lavorare sei ore al giorno ci ha reso meno stressati e più efficienti". L'esperimento in una piccola casa di cura svedese , 'L'HuffingtonPost, 18 settembre 2015 

LINKarticolo integrale, qui