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mercoledì 30 agosto 2017

#SENZA_TAGLI / Ordine, la mania aiuta a combattere lo stress (Oliver Burkeman)

Ultimamente, grazie a diversi studi, il vecchio detto “una scrivania ordinata riflette una mente ordinata” è stato sostituito dal suo opposto. Oggi il caos è segno di creatività. Francamente, essendo un maniaco della precisione, lo considero offensivo, anche se confesso che c’è un solido argomento a favore di questa teoria, proposto nel modo più convincente da Tim Harford nel suo libro del 2016 Messy.

Accettare il disordine, sostiene, ci aiuta a rinunciare alla tendenza a seguire sempre gli stessi percorsi mentali, e lascia spazio a nuove associazioni che consentono la formazione di nuove idee. D’accordo. Ma non aspettatevi che smetta di allineare perfettamente i miei blocnotes e le mie penne sulla scrivania. E non venite a dirmi che la mia è la manifestazione esteriore di un disperato bisogno di mantenere l’illusione del controllo in un mondo privo di qualsiasi significato. Sono semplicemente ordinato, ok?

Negli ultimi anni, però, mi sono reso conto che questa dicotomia tra ordine e disordine – motivo di innumerevoli liti tra coniugi – è una semplificazione eccessiva. È vero, sono una persona ordinata, ma in quanto a pulizia sono decisamente nella media, mentre la mia compagna attribuisce un’enorme importanza alla pulizia pur essendo un po’ disordinata. Io trovo sconcertante che le sembri normale lasciare i libri sparsi sul tavolo, quando potrebbero essere perfettamente impilati. E lei trova sconcertante che io ci tenga tanto a mettere il tappeto perfettamente perpendicolare alle assi del pavimento, ma non mi accorga delle briciole e dei pezzetti di pasta che si sono accumulati sui bordi.

Non è tanto che muoio dalla voglia di vivere in un ambiente ordinato, quanto che mi piace mettere in ordine
La cosa che mi fa più rabbia dell’essere dalla parte dell’ordine in questo dibattito è che i maniaci della pulizia hanno un argomento forte a loro favore: se la nostra casa diventa troppo sporca, possiamo veramente prenderci qualche brutta malattia, mentre la stessa cosa non si può dire di una libreria non organizzata in ordine alfabetico. È vero che l’ordine fa risparmiare tempo – se sappiamo dove sono le cose, le troviamo più facilmente – ma mentirei se dicessi che questa è la mia motivazione, e sono sicuro che a mettere in ordine spreco più tempo di quello che risparmio. No, noi maniaci della precisione dovremmo essere onesti. Abbiamo un profondo bisogno, presumibilmente perché siamo ansiosi, di imporre un ordine all’ambiente che ci circonda, e forse dovremmo fare qualcosa per superarlo.

Oppure no? In realtà mi sono reso conto che, stranamente, la dicotomia tra pulizia e ordine non provoca quasi nessuna tensione in famiglia. In parte perché si tratta di due aspetti della personalità complementari tra loro: uno dei due si occupa soprattutto di mettere in ordine, e l’altro soprattutto di pulire. Ma anche a causa di un’altra cosa che ho imparato di me stesso: non è tanto che muoio dalla voglia di vivere in un ambiente ordinato, quanto che – e credetemi, è imbarazzante ammetterlo – mi piace mettere in ordine.

Se vivessi con una persona che ha la mia stessa mania, non avrei nulla da fare. O, peggio ancora, cercherebbe di impormi una logica organizzativa diversa. Il mio mettere in ordine è un patetico modo per tranquillizzarmi? Forse sì, ma di certo è più sano che scolarmi una bottiglia di vino ogni sera. E nonostante tutte le ricerche sul disordine e la creatività, è proprio in quei momenti che mi vengono le idee migliori: mentre riordino il soggiorno, riordino anche i miei pensieri. Secondo me, la creatività si può anche imbrigliare.

*** Oliver BURKEMAN, giornalista e saggista britannico, La mania dell’ordine aiuta a combattere lo stress, traduzione di Bruna Tortorella, 'internazionale.it', 29 agosto 2017, qui


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giovedì 3 dicembre 2015

#RITAGLI / Insegnanti, patologie psichiatriche sopra la media (Salvo Intravaia)

(...) in Germania si scopre che gli 800mila docenti in servizio negli anni 2011/2013 conducono uno stile di vita più sano della popolazione generale e, contrariamente agli stereotipi sulla categoria, fanno meno assenze per malattia dal lavoro rispetto ai lavoratori iscritti allo stesso sistema mutualistico sanitario. Ma si ammalano di patologia psichiatrica molto di più di tutti gli altri lavoratori. (...)

Nel nostro Paese, il primo lavoro sul tema è stato condotto nel 2004 dal medico Vittorio Lodolo D'Oria, che all'epoca faceva parte della commissione medica che rilasciava i certificati di idoneità al lavoro in provincia di Milano. D'Oria si accorse che l'incidenza della patologia psichiatrica tra i docenti era superiore a quella di qualsiasi altra categoria. Oggi, gli unici studi italiani condotti in Lombardia e in Piemonte parlano di un 80% di cause psichiatriche per i docenti che vengono dichiarati non più idonei a stare dietro la cattedra. (...)

*** Salvo INTRAVAIA, giornalista, Stress da cattedra, allarme in tutta Europa. Ma l'Italia fa finta che non esista, 'la Repubblica', 28 novembre 2015

LINK, articolo integrale qui

mercoledì 2 dicembre 2015

#SENZA_TAGLI / Stress, ti toglie 33 anni di vita (Ilaria Betti)

Un ambiente di lavoro ostile e stressante può ridurre (di molto) la nostra aspettativa di vita. 
A dirlo è un gruppo di ricercatori della Harvard University e della Stanford University, che hanno quantificato gli anni che ci verrebbero portati via. Sarebbero 33: un arco di tempo molto vasto che si riduce per determinate categorie sociali, meno a rischio di altre.

Mappando l'aspettativa di vita negli Stati Uniti, gli studiosi si sono resi conto che, in alcune zone, questa era più alta di almeno 33 anni rispetto ad altre. Per qualche motivo? Dal momento che i livelli di stress variano da persona a persona, i ricercatori hanno diviso un gruppo di volontari in 18 parti, secondo l'etnia, il sesso e il grado di educazione. Poi hanno preso in considerazione 10 fattori legati al posto di lavoro (inclusi gli orari, i turni, lo squilibrio famiglia-lavoro, l'assenza di un'assicurazione, gli ipotetici licenziamenti) e li hanno messi in relazione ai dati sulla mortalità annuale e sull'aspettativa di vita.

Analizzando i risultati, gli studiosi si sono resi conto che a subire lo stress maggiore e a finire in posti di lavoro poco raccomandabili sarebbe soprattutto chi ha ricevuto un basso livello di educazione. Secondo uno studio precedente, infatti, gli uomini e le donne con meno di 12 anni di studi alle spalle avrebbero la stessa aspettativa di vita di un adulto vissuto negli anni '50 o '60.

Ma anche altre componenti giocherebbero un ruolo fondamentale: la precarietà, i frequenti licenziamenti o i periodi di stallo alla ricerca di un nuovo lavoro avrebbero, più di tutti, l'effetto di "accorciare" la vita. Sia per gli uomini sia per le donne proprio il non avere un controllo sulla propria vita professionale rappresenterebbe il maggiore ostacolo. Ad "uccidere" il sesso femminile sarebbero soprattutto i turni stancanti, mentre il sesso maschile sarebbe molto più spaventato dal clima di insicurezza generale.

"Abbiamo bisogno di creare ambienti di lavoro più salutari soprattutto per i lavoratori con uno scarso livello di educazione - si legge in un articolo del Washington Post, "Your job is literally killing you", dedicato alla ricerca -. Per fortuna molti di questi problemi, inclusi i turni e le lunghe ore in ufficio, il lavoro non retribuito, possono essere risolti semplicemente modificando le policy negli uffici".

*** Ilaria BETTI, giornalista, "Lo stress al lavoro ti toglie 33 anni di vita". Una ricerca rivela che un ambiente ostile può accorciare l'aspettativa di vita, 'l'Huffington Post', 2 novembre 20015, qui


In Mixtura 1 altro contributo di Ilaria Betti qui

giovedì 15 ottobre 2015

#SENZA_TAGLI / Stress da superlavoro, ma chi ce lo fa fare? (Alessandro Limatola)

Capita spesso che in ufficio ci si dia da fare più del dovuto. E capita ancor più spesso che, in ragione di un indebito super-lavoro prestato, ci si stressi fino al punto da rimanerci – se non “secchi” – particolarmente segnati, contraendo un infarto, oppure stati ansiogeni che compromettono anche le relazioni familiari e sociali, o più in generale condizioni menomanti lo stato psico-fisico.

Ma in questo caso il datore di lavoro è responsabile? A questo interrogativo risponde la Corte di Cassazione con sentenza n. 17438 del 2 settembre 2015 che, in controtendenza con un orientamento precedentemente espresso, ha stabilito che il dipendente non ha diritto ad alcun ristoro del danno da superlavoro qualora, autonomamente e senza che il datore di lavoro glielo avesse richiesto, abbia assunto su di sé compiti e responsabilità proprie di altri colleghi d’ufficio. In particolare, secondo i giudici di legittimità, deve escludersi che sul datore di lavoro sia configurabile un obbligo assoluto di rispettare ogni cautela possibile e innominata, diretta ad evitare qualsiasi danno in capo al lavoratore.

Il che è a dire: il datore di lavoro intanto risponde delle lesioni procurate al suo dipendente giacché le stesse conseguano a un evento riferibile a sua colpa; è cioè necessario che sia stata posta in essere una violazione di obblighi di comportamento imposti da norme di fonte legale o suggeriti dalla tecnica, purché concretamente individuati.

In un’azione di responsabilità, pertanto, incombe sul lavoratore che lamenti di avere subìto, a causa dell’attività lavorativa svolta, un danno alla salute, l’onere di dimostrare l’esistenza di tale danno, la nocività dell’ambiente di lavoro ed il nesso causale fra questi due elementi.
Mentre il datore di lavoro è tenuto a dimostrare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno.

Questi principi di diritto, per la Cassazione, sarebbero stati correttamente applicati dalla Corte territoriale alla questione dedotta in giudizio, dal momento che il giudice d’Appello, “dopo avere ben premesso in diritto che ‘il datore di lavoro ha l’obbligo, ex art. 2087 c.c., di tutelare l’integrità psico-fisica del lavoratore, indipendentemente dal consenso di questi all’adozione di misure che potrebbero pregiudicarla’,  tuttavia ha ritenuto ‘in punto di fatto’, concordando con il giudice di prime cure, che non fosse stata provata una responsabilità datoriale per un obbligo imposto al ricorrente di raggiungere ‘risultati produttivi ragionevolmente incompatibili con lo svolgimento di una normale attività lavorativa’, specificando altresì gli elementi della vicenda storica da cui si è tratto il convincimento di una assenza di colpa” del datore di lavoro.

Ma allora quando è configurabile – e risarcibile – il danno da superlavoro? Le lesioni alla integrità psico-fisica del lavoratore restano risarcibili solo quando derivanti da un eccessivo prolungamento della durata della prestazione, per richiesta o col semplice consenso, anche se implicito, del datore di lavoro, che va in ogni caso provato.

Specificatamente, il riconoscimento giurisprudenziale della risarcibilità del danno da superlavoro, dovuto a postumi permanenti, si fonda sulla violazione del limite prefissato dall’art. 41, co. 2, Cost., che prevede specifici restrizioni al diritto di libertà all’iniziativa economica. Tali restrizioni sono correlate all’obbligo di non recare danno alla sicurezza, libertà e dignità umana; con riferimento anche agli artt. 32, primo comma, Cost. e 2087 c.c., le restrizioni e prescrizioni specifiche riguardano l’adozione di tutte le misure necessarie a tutelare la integrità fisico-psichica del lavoratore, ivi inclusa quella di adeguare l’organico aziendale alle esigenze della organizzazione produttiva.

Ne consegue, da un lato, l’assunzione di una portata senz’altro precettiva delle norme costituzionali suddette, dall’altro, l’attribuzione di ampio rilievo all’elemento dell’organizzazione del lavoro nell’ambito del rapporto lavorativo, dall’altro ancora, l’individuazione della regola cautelare, cui rapportare la condotta – commissiva o omissiva – datoriale, nell’adozione di un organico che permetta di evitare un impegno dei lavoratori eccedente la normale tollerabilità.

*** Alessandro LIMATOLA, giuslavorista, Stress da lavoro: ma chi ce lo fa fare?, blog 'ilfattoquotidiano.it', 14 ottobre 2015, qui

lunedì 15 giugno 2015

#MOSQUITO / Stress, quando (Roberto Vaccani)

Chi si allontana dal proprio piacere lavorativo, cioè dalla sua attitudine, barattandolo con più soldi e maggior status, soffre di stress lavorativo.

*** Roberto VACCANI, consulente di organizzazione e formatore,  autore di Stress, mobbing e dintorni, Etas, 2007, dichiarazione a Enzo Riboni, I danni dello stress? 200 miliardi, ‘Corriere della Sera’, 20 maggio 2011.


venerdì 22 maggio 2015

#LINK #VIDEO / Un articolo e un video sullo stress (Oliver Burkeman e Kelly McGonigal)

Stress è una di quelle parole che possono assumere tanti di quei significati da rischiare di non significare più nulla. (...) 
Un concetto così ampio non può che essere ambiguo. Nel suo nuovo libro The upside of stress (Il lato positivo dello stress), la psicologa Kelly McGonigal lo dimostra chiaramente citando uno studio condotto nel 2011 su trentamila statunitensi, secondo il quale lo stress era legato a un aumento del 43% del rischio di morte. Guarda caso, però, questo aumento riguardava solo quelli che pensavano che lo stress fosse dannoso per la salute. (...)

*** Oliver BURKEMAN, giornalista inglese collaboratore del 'Guardian', Lo stress fa davvero male alla salute?, 'internazionale', 21 maggio 2015

LINK articolo integrale qui
LINK al video Come farsi amico lo stress, intervento di Kelly McGonigal, Ted Usa, giugno 2013, 14min29, qui