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sabato 7 ottobre 2017

#SENZA_TAGLI / Evasione fiscale, scandalo nello scandalo (Sergio Rizzo)

C’è un secondo mistero, dietro al mistero mai svelato della gigantesca evasione fiscale italiana: dove finiscono i soldi. Ma almeno questo arcano è più facile da risolvere. Perché una grossa fetta se ne va all’estero. Con destinazione prevalente nei Paesi dove i forzieri delle banche sono più solidi. Lì si mischiano con altri denari, quelli di provenienza maleodorante. Quanti, nessuno lo sa con certezza. Devono però essere veramente tanti se è vero che in 15 anni, grazie ai tre scudi fiscali dei governi Berlusconi e alla voluntary disclosure («collaborazione volontaria» è la traduzione dell’Agenzia delle entrate) del governo Renzi sono stati regolarizzati, cioè ripuliti, 245 miliardi e mezzo di euro: 141 nella sola Svizzera. A un costo, ecco lo scandalo ancora più grande, assolutamente ridicolo per chi li aveva illecitamente esportati. Il fisco ha incassato 11,7 miliardi: in media il 4,7%, un quinto dell’Irpef applicata ai contribuenti che non arrivano a guadagnare più di 1.153 euro al mese, calcolando naturalmente anche la tredicesima. Si va dal 2,6% del primo scudo al 5,4 del secondo, fino a uno stratosferico 6,5 della voluntary disclosure. Una miseria. Che induce il sostituto procuratore di Pistoia Fabio Di Vizio, fra i massimi esperti di evasione e riciclaggio, a commentare così questo dato contenuto nel suo documento di 50 pagine apparso mercoledì scorso su Repubblica: «Si tratta di un’aliquota ampiamente inferiore a quella sopportata dai contribuenti fedeli per imposte sui redditi Irpef, Irap e Iva negli stessi periodi in cui gli altri hanno inteso evaderle, investendole all’estero con rendimenti sicuramente idonei a far fronte all’esigua imposta richiesta per chiudere la partita con il Fisco». Che bel «marameo!» a quei fessi che ancora si ostinano a pagare le tasse… E qui il rapporto di Di Vizio apre un altro scenario inquietante. L’evasione fiscale è un animale in continuo movimento. Le somme spedite illegalmente all’estero producono a loro volta altra evasione: le imposte non pagate sui rendimenti finanziari. Lo studio dell’Ocse più recente al riguardo consente di stimarne le dimensioni in una misura compresa fra 49 e 99 miliardi di euro. Sommata ai 111,7 miliardi dell’evasione fiscale nazionale si può arrivare così anche a 210 miliardi l’anno. E Di Vizio ammonisce a considerare la stima «prudenziale». Per difetto.

Ma come lo Stato italiano non ha mai fatto una seria lotta all’evasione, così non ha mai contrastato con serietà l’esportazione illecita dei capitali. Dice tutto a proposito di questo inaccettabile lassismo la storia dell’Anagrafe dei rapporti finanziari. Ideata nel 1991 per stringere i bulloni dei controlli, doveva entrare in funzione con un decreto ministeriale da emanare entro 60 giorni. Sfornato invece placidamente dopo dieci anni, non ha avuto alcun seguito. Perciò l’Anagrafe costata 10 milioni, e che pure formalmente sarebbe operativa dal 2009, non è stata mai utilizzata. Con il risultato che non esiste una mappatura dei contribuenti a rischio: intuitivamente, anche i più predisposti a trasferire soldi nei paradisi fiscali.

Per non parlare delle verifiche alle frontiere. Nel 2016 ne sono state eseguite 11.126, ben 5 mila più del 2010, con la scoperta di 4.804 violazioni, in aumento di circa 1.500 rispetto a sei anni prima. I sequestri però sono andati appena oltre i 5 milioni di euro, contro i 91 del 2010. E colpisce, sottolinea Di Vizio, non solo l’immensa sproporzione fra questi e i capitali scudati, ma anche l’esiguità, in rapporto alle somme condonate, delle dichiarazioni valutarie relative ai soldi legalmente usciti dall’Italia: 3,6 miliardi nel 2015. Meno del 6% di quanto regolarizzato con la voluntary disclosure. Ancor più misero al cospetto della massa sottratta al fisco, è il bilancio dei controlli sui passaggi interni di carta moneta. Basti dire che le indagini antiriciclaggio hanno portato alla luce 120 violazioni nel 2012, 60 nel 2013, 44 nel 2014. 

Doveroso a questo punto tirare in ballo le responsabilità della politica. Nessun altro Paese ha consentito ai contribuenti infedeli di sanare in un modo così sfacciato situazioni tanto scandalose, regalando anche l’immunità sostanziale per reati spaventosi come il riciclaggio del denaro sporco, considerando che la segretezza assoluta concessa per i capitali scudati non consente di escludere la presenza, fra questi, dei profitti criminali. E un regalo così generoso non ha contribuito a far cessare il vizietto. Anzi.

Sazio dei 79 miliardi emersi con i primi due scudi fiscali 2001-2003 l’ex superministro dell’Economia Giulio Tremonti mostrò i denti agli spalloni annunciando l’intenzione di mettere le telecamere alla frontiera con la Svizzera. Mai viste. Al loro posto, passati sei anni, uno scudo ter. E di miliardi ne saltarono fuori altri 104. Il ministro si mostrò orgoglioso: «È una colossale manovra di potenziamento della nostra economia». Che però non lasciò traccia. Altri sei anni, ed ecco la voluntary disclosure. Una specie di scudo quater, con la particolarità che non si doveva dichiarare la provenienza dei soldi se intascati prima del 2010: una graziosa e impenetrabile foglia di fico. E ancora 62 miliardi, dei quali quasi 42 dalla Svizzera e per metà riferibili alla Lombardia. 

Con la crisi o senza il fiume d’oro da quella Regione alla sponda elvetica resta in piena. I dati ci dicono pure che il 98,9% delle pratiche, ovvero 128.253, riguarda persone fisiche. Tutti pensionati lombardi, risparmiatori involontari di soldi accumulati all’estero dopo anni di duro lavoro, e ovviamente prima del 2010, secondo il profilo che sembra tracciare il gettito di questa ennesima sanatoria? Siamo d’accordo con Di Vizio: non è credibile. È una favoletta buona solo per un «fisco rigoroso per chi esiste e del tutto evanescente per gli invisibili, che restano nascosti dietro impossidenze apparenti ed emergono solo con le sembianze altrui». Quelle dei prestanome.

*** Sergio RIZZO, giornalista e saggista, 'facebook', 6 ottobre 2017, qui (con il titolo Come ti smacchio l'evasore, la Repubblica', 6 ottobre 2017)


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mercoledì 27 settembre 2017

#SENZA_TAGLI / Università, concorsi truccati e mediocrazia (Sergio Rizzo)

A non voler imparare le lezioni sono proprio coloro che dovrebbero darne: i professori. Suggerisce questo la storia che arriva da Firenze, dove un ricercatore ha denunciato di essere stato persuaso a non partecipare a una prova per l’idoneità a professore il cui vincitore, ovviamente meno bravo, era stato già designato. Dai concorsi truccati al nepotismo dilagante, la corporazione dei baroni ha dovuto fare i conti con scandali tali da mettere non di rado in discussione la credibilità delle stesse istituzioni universitarie. Ma la reazione non è stata ovunque all’altezza della gravità della situazione. A ogni misura per fare piazza pulita di certe pratiche indecenti, c’è anzi chi ha risposto con meccanismi per aggirarla affinché tutto restasse come prima.

Il governo approva una norma che vieta ai parenti l’assunzione di incarichi di docenza nelle stesse facoltà dove insegnano i loro congiunti? Niente paura, si inventa il metodo dello scambio di parentele: tu assumi il figlio mio e io assumo il figlio tuo. Non più tardi di un anno fa Raffaele Cantone ha raccontato che in una università meridionale «è stata istituita una cattedra di Storia greca in una facoltà giuridica e una cattedra di Istituzioni di diritto pubblico in una facoltà letteraria». Affidate rispettivamente, sarà un caso, ai figli dei docenti dell’altra facoltà. E fosse un caso isolato. Di denunce simili all’Autorità anticorruzione ne arrivano a bizzeffe. Tanto da far dire al suo presidente: «Esiste un collegamento enorme fra la corruzione e la fuga dei cervelli».

Ancora. Si stabilisce finalmente il criterio dei concorsi unici nazionali per le abilitazioni, nel tentativo di arginare le raccomandazioni? Niente paura, il sistema continua a funzionare esattamente allo stesso modo. Con la differenza, in più, di regalarci figuracce planetarie. Ne sanno qualcosa l’ex premier Matteo Renzi e l’ex ministra dell’Istruzione Stefania Giannini. Tre anni e mezzo fa ricevettero una lettera ustionante nella quale 12 luminari internazionali, fra cui il premio Nobel per l’economia Douglass North, si lamentavano che al concorso per l’abilitazione di storia economica erano stati esclusi inspiegabilmente tre nostri brillanti studiosi “ben noti fuori dall’Italia” per far posto ad altrettanti mediocri. Il sito lavoce.info si prese la briga di mettere in fila i titoli e le pubblicazioni di Mark Dincecco, Giovanni Vecchi e Alessandro Nuvolari, scoprendo che il loro numero era inarrivabile non soltanto per chi era stato proclamato idoneo al posto loro, ma anche per gli stessi commissari che li avevano valutati insufficienti. Un ricorso al Tar avrebbe riconosciuto dopo ben due anni le loro evidenti ragioni. Ma nonostante gli ex esclusi siano potenzialmente ingaggiabili dallo scorso 10 gennaio, nessuno li ha ancora chiamati, quei rompiscatole. Perché tali devono essere considerati in un mondo con regole proprie che si sovrappongono alle leggi, dove il merito e le capacità passano in secondo piano rispetto allo spessore delle relazioni, alla capacità di negoziare favori, agli interessi personali.

Tutto questo è molto triste, soprattutto pensando che le università sono l’incubatore del progresso sociale in tutti i Paesi avanzati. Dove forse non mancano le baronie, ma nessuna commissione d’esame si sognerebbe mai di dare la patente di professore ordinario a Tizio o Caio indipendentemente dalle sue qualità e soltanto perché amico, sodale o parente. Troppo importante è l’università, ovunque, per essere ridotta alla stregua di un mercato che funziona sullo scambio di favori a seconda delle rispettive convenienze perché da lì scaturiscono incarichi, denaro, potere. Perdendo di vista la missione e il ruolo dell’insegnamento accademico in una società che voglia definirsi sviluppata.
Ed è sconcertante l’indifferenza per le conseguenze che hanno certi comportamenti da parte di chi ha l’incarico di formare la futura classe dirigente. A cominciare dal danno alla reputazione dell’università italiana che si ripercuote sull’immagine del Paese. Per continuare con l’emigrazione dei più bravi, costretti da questo sistema a lasciare il posto ai brocchi. I quali a loro volta non potranno che crearne degli altri. E altri ancora, a maggior gloria della mediocrazia.

*** Sergio RIZZO, giornalista e saggista, 'facebook', 26 settembre 2017, qui


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lunedì 7 novembre 2016

#LIBRI PREZIOSI / "La repubblica dei brocchi", di Sergio Rizzo (recensione di M. Ferrario)

Sergio RIZZO, "La repubblica dei brocchi
Il declino della classe dirigente italiana"
Feltrinelli, 2016
pagine 268, € 17,00, ebook € 9,99

Forse brocchi, certo bravissimi. In furbizia
Un fuoco d'artificio, quest'ultimo libro di Sergio Rizzo. 
Ma solo per i grappoli incessanti di casi, minuziosamente registrati e documentati, che sembrano frastornare e non finire mai. Per il resto, l'effetto di gioioso divertimento è del tutto assente: alle girandole di luci seguite con gli occhi in alto a guardare il cielo festoso e scoppiettante, fa infatti qui da contraltare, ad ogni pagina girata, un sentimento sempre più cupo e arrabbiato, che si traduce in una faccia via via sempre più 'ingrugnata', ben lontana da quella, ammirata, che assiste ai botti.

Sergio Rizzo, con la sua esperienza collaudata di indagatore puntuale e feroce delle malefatte della società italiana (spesso in accoppiata con il collega Gian Antonio Stella, col quale 'inventò', nel 2007, il termine 'casta', per definire un fenomeno finora mai scalfito) ha raccolto una quantità incredibile di cartucce da sparare e qui, solo contro tutto, ha l'imbarazzo della mira. La mappa, fitta e spesso intrecciata, di nomi e cognomi, è lì davanti ed è a 360 gradi: c'è solo da renderla viva, illustrandola nella sua naturale 'mostruosità'. E colpire. L'autore sa fare con stile, anche leggero e ironico, e con assoluta precisione ambedue le cose.

I nomi presi a segno sono quelli che compongono, come dice il titolo del libro, la nostra 'repubblica dei brocchi'. E ce n'è per tutti: politici, burocrati, manager, sindacalisti, magistrati, avvocati, giornalisti. 
Si può discutere sull'appropriatezza del termine 'brocchi': il sostantivo evoca infatti un'incapacità, addirittura quasi una menomazione congenita, che in realtà parrebbe mal conciliarsi con il grande successo, di soldi potere status, raggiunto da una popolazione tanto ampia, che tuttora continua a causare un impatto così devastante sui valori e i comportamenti di una intera società. Forse una eccezionale furbizia, unita a una intelligenza, anche sociale, scaltramente piegata agli interessi egoistici personali, è la qualità diffusa che meglio restituisce la ragione di un simile pervertimento generale. 
Tuttavia, al di là delle definizioni, è indubbio che anche chi ancora non ha staccato la spina, disgustato per ciò che vede, e caparbiamente cerca di seguire con regolarità le vicende di malapolitica e malcostume del nostro Paese non può restare impassibile di fronte all'affresco prodotto da questo saggio: un conto, infatti, è leggere giorno per giorno, in modo necessariamente frammentato e disconnesso, la cronaca, nera e progressiva, di questo degrado, e un conto è trovarsi squadernato davanti, in tutta la sua drammatica evidenza, impossibile da ignorare, lo scenario generale, articolato e complesso, in cui siamo precipitati tutti.

Certo, le ultime pagine, forse anche un po' ritualmente, fanno intravvedere qualche lumicino di speranza, se solo mettessimo in campo alcuni meccanismi minimi di salvataggio, che qualcuno peraltro ha tentato di individuare. 
Ma l'analisi delle prime 250 pagine, impietosa quanto tristemente realistica, ci fa arrivare alla fine quasi del tutto 'sfiniti' e ci dice anche che la soglia per quel colpo di reni che ogni tanto vagheggiamo, capace di riportarci in posizione finalmente eretta, se non l'abbiamo già superata, è pericolosamente prossima. Oltre quel limite, nessun colpo di reni ci può rimettere in piedi e il rischio, se mai, quand'anche finalmente decidessino di provarci, è di restare 'incriccati', con la schiena irrimediabilmente bloccata. 
Dunque urge un'azione. Se la consapevolezza quasi mai risolve, ma sempre aiuta, perché può fungere da stimolo a intervenire, anche una ricognizione tanto meticolosa e allarmante, tra l'altro non unica nel panorama dei saggi di denuncia e quindi in felice sinergia con altre analoghe inchieste, è benvenuta.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura 

«
Il deperimento delle nostre élite è generale. Niente e nessuno si è salvato dal lento processo di decomposizione. Non la politica. Né le grandi burocrazie pubbliche. Ma neppure magistrati, manager pubblici e privati, professori. Non ha risparmiato il sindacato, la finanza, i professionisti di ogni ordine e grado. Né poteva risparmiare la stampa e l’informazione. 
Comincia quando scuola e università smettono di essere non soltanto il fondamento dello sviluppo sociale, ma anche la base per la formazione delle classi dirigenti. Prosegue con i partiti ridotti spesso a propaggini di comitati d’affari. Con i politici sempre più concentrati sul proprio interesse personale anziché su quello della collettività. Con l’ignoranza che dilaga, perché essere preparati conta meno che essere furbi. Con il trionfo del conflitto d’interessi. Con i privilegi che allagano gli strati sociali più elevati e le corporazioni più potenti, trasformandoci nel paese delle caste. Con la corruzione tollerata come forma endemica di una società febbricitante. Con l’affermazione di una gerontocrazia narcisista e autoreferenziale, per questo incapace di trasmettere il potere se non ai mediocri. Con la mancanza di prospettive per i giovani migliori, che scappano all’estero perché qui fanno carriera solo le schiappe. Con la speculazione edilizia e il disastro dell’ambiente. Con la burocrazia asservita alla politica e al tempo stesso arrogante. Con la morte delle grandi scuole di classe dirigente, dall’Iri alla Banca d’Italia. Con gli imprenditori che fanno strada grazie alle relazioni, anziché alle idee. Con le privatizzazioni sbagliate, che hanno trasferito le rendite di posizione dallo stato ai salotti. 
Ma soprattutto con la fine del sogno. Eravamo un paese che aveva fame di crescere: adesso siamo la Repubblica dei brocchi. (Sergio Rizzo, "La repubblica dei brocchi", Feltrinelli, 2016)

Perché spostare il confine dell’etica alla condanna definitiva di un tribunale elimina in un sol colpo i principi fondanti della morale sanciti dalla Costituzione. Che all’articolo 54 recita: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore”. Ben sapendo, i nostri padri costituenti autori di quella prescrizione fondamentale, che esistono pratiche non penalmente rilevanti ma non per questo meno moralmente disdicevoli, dalle quali chi ha responsabilità politiche, burocratiche o anche imprenditoriali ha l’obbligo di tenersi alla larga. Servano da esempio le regole che vietano a funzionari e responsabili istituzionali di accettare regali di valore introdotte da quasi tutti i governi dei paesi sviluppati. 
Siccome però anche il terzo grado di giudizio dev’essere stato ritenuto un metro troppo restrittivo per qualificare la disciplina e l’onore che sono tenuti a rispettare i titolari di funzioni pubbliche, un bel giorno spunta una legge anticorruzione che vieta l’assunzione di cariche elettive ai destinatari di condanne definitive per una serie di reati, fra i quali quelli contro il patrimonio. Come corruzione, concussione, peculato… Il divieto però non vale proprio per tutti i condannati: ma solo per quelli che si sono beccati una pena superiore a due anni. La disciplina e l’onore? Che sottigliezze, sono cose del passato… Come la vergogna. (Sergio Rizzo, "La repubblica dei brocchi", Feltrinelli, 2016)

“Piuttosto che niente è meglio piuttosto,” dice un proverbio di saggezza padana. Però non funziona sempre. Siamo proprio sicuri, per esempio, che una legge fatta male sia preferibile a nessuna legge? Prendiamo la cosiddetta “Severino”. Posto che in nessun paese normale sarebbe necessaria una legge dello stato per stabilire l’ovvio, cioè che un corrotto non può presentarsi alle elezioni, per com’è stato scritto, e peggio ancora applicato con i vari decreti, quel provvedimento ha aumentato la confusione, dando la stura a ricorsi al Tar che hanno regolarmente salvato dalla decadenza amministratori locali vittime di condanne non definitive. Il fatto è che se una faccenda delicata quanto il rapporto fra politica e morale finisce in “Gazzetta ufficiale”, si va incontro a tanti rischi. Incluso quello che poi sia un giudice del Tar a stabilire il confine della decenza. Il che, in una società laica e moderna, non dovrebbe mai accadere.
Soprattutto, però, le norme anticorruzione hanno paradossalmente certificato che in certi casi, se c’è di mezzo la politica, la legge non è uguale per tutti. Probabilmente non era loro intenzione, ma l’esito è stato questo. Utilizzarle poi per fissare le regole relative alla revoca dei vitalizi dei condannati ha rafforzato ancora di più la sensazione, niente affatto peregrina, che il Palazzo sia popolato da intoccabili. Senza eccezioni. (Sergio Rizzo, "La repubblica dei brocchi", Feltrinelli, 2016)
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In Mixtura una mia precedente recensione al libro di Sergio Rizzo, "Il facilitatore", Feltrinelli, 2015, qui

lunedì 26 ottobre 2015

#LIBRI PIACIUTI / Il facilitatore, di Sergio Rizzo (recensione di M. Ferrario)

Sergio RIZZO, Il facilitatore,  Feltrinelli, 2015
pagine 221, € 18,00, ebook 9,99

Se stiamo alla forma dichiarata del testo (romanzo), si tratta dell'esordio in qualità di narratore di un saggista bravo e consumato, ben noto per i numerosi libri, scritti anche con il collega Gian Antonio Stella, in tema di 'caste' e dintorni. Ma il racconto, che procede con la voce narrante del protagonista, è più che altro un espediente (riuscito) per mettere in fila, mescolati e nascosti sotto nomi inventati, fatti, e soprattutto fattacci, della nostra solita Italia sfigurata dal malaffare. 

La trama vera e propria, che si rifà all'invenzione fantastica, infatti, è assai esile. 
Lui, Adolfo, il 'facilitatore' (un'espressione sicuramente destinata al successo per il modo dolce e ipocrita, direi 'politicamente corretto', con cui nasconde il mestiere di chi ruba e corrompe) si trova a fare i conti, a circa sessant'anni, con una vita dissipata e disonesta: e sta attendendo in casa, con la borsa pronta per il carcere, i finanzieri che arriveranno a minuti per arrestarlo. 
Nessuna 'suspense', quindi: il finale è scritto all'inizio. In mezzo, la storia, di un corruttore che passa la vita ad arraffare soldi e potere. Ma soprattutto, attraverso il suo racconto, la storia nostra: dell'Italia di ieri e di oggi, che non cambia. E se cambia, cambia in peggio. Vicende e nomi mascherati, ma ben riconoscibili: la fantasia sta tutta nella realtà. 

Ed è così che si procede nella lettura a passo di carica: poche ore di coinvolgimento teso, anche arrabbiato e anche desolante, per ritrovare ciò che ogni giorno leggiamo nei quotidiani. 
Ma chi nelle pagine cercasse alimento per il diffuso qualunquismo moralistico abituato a sparare sulla classe dirigente, comunque intesa, anche per rassicurare se stessi e sentirsi sempre a posto con la camicia bianca pulita, resterebbe deluso. 
Un capitolo toccante è quello finale, in cui il protagonista incontra la madre anziana: lui le confessa chi è diventato e lei, con poche parole sconsolate ma dure, lo richiama agli insegnamenti del padre: quando, ad esempio, andato in pensione, rifiutò un contratto di guardiano ad un cementificio a pochi passi da casa per lasciare posto a un giovane. 
Due posizioni che non possono incontrarsi: chi parla ancora di morale e di vergogna e chi risponde che morale e vergogna sono cose d'altri tempi. 
E poi, una conclusione amara: «Inutile prendersela con i nostri politici. Non sono altro che lo specchio dell’Italia. Il cattivo esempio non viene da loro: viene dalla società stessa. Loro semplicemente si adeguano. E si adeguano bene.»
Vero, c'è reciprocità: loro siamo noi e noi siamo loro. Anche se ruoli e responsabilità non sono eguali. E, come dice ancora la Costituzione, per quanto dimenticata e nonostante gli stravolgimenti in atto, alle cariche pubbliche devono associarsi, come requisiti essenziali per l'adempimento, due qualità sempre più sconosciute: 'disciplina e onore'. Un binomio su cui dovrebbe infrangersi qualunque tentativo di 'facilitazione'. 
E mai condizionale fu più appropriato.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

«
Bisogna agire di persona e conoscere le persone giuste e affidabili. Avendo chiaro un concetto: le persone più affidabili sono necessariamente quelle ricattabili. E sono ricattabili perché coinvolte. Certi banchieri svizzeri o lussemburghesi sono ricattabili perché sanno che stanno riciclando denaro illecito. Non gli importa se sono soldi della mafia o il frutto della corruzione, sanno solo che sono sporchi. Per questo guadagnano moltissimo, ma stanno commettendo reati che prevedono pene pesantissime. Hanno perciò tutto l’interesse a tutelare i segreti. Almeno finché non vengono scoperti: a quel punto comincia tutta un’altra partita. Da tanti anni questo è il mio mondo. Il lavoro nel quale mi sono a lungo specializzato è quello di far sparire il denaro. (Sergio RIZZO, Il facilitatore,  Feltrinelli, 2015)

Era un corrotto sistematico, c’erano tutti gli indizi. Ma un corrotto di profilo piuttosto basso. Si vendeva per cinquemila, diecimila euro al mese e questo dal mio punto di vista rendeva la faccenda assai allarmante. Perché quanto più si scende di livello, tanto più si va incontro al rischio di trovarsi invischiati con personaggi di profilo modesto, dunque poco esperti e per nulla professionali. In quegli ambienti fangosi pascolano criminali comuni, figure ricattabili, confidenti della polizia. La possibilità che le notizie arrivino a orecchie alle quali non devono arrivare sono elevatissime. (Sergio RIZZO, Il facilitatore,  Feltrinelli, 2015)

E tu non ti sei vergognato a prendere quei soldi?” 
“La vergogna?” 
“La vergogna, sì. La vergogna.” 
“Quella passa subito.” 
“Ma almeno sai che cos’è la vergogna? Un giorno a scuola, ero alla seconda avviamento, come si chiamavano le medie al tempo del fascismo, copiai un compito in classe dalla mia compagna di banco. Il professore mi scoprì e mi fece mettere in piedi accanto alla cattedra obbligandomi a confessare a tutta la classe che avevo copiato. Poi me lo fece scrivere duecento volte sulla lavagna. Avrei preferito morire. Quella è la vergogna. Quando preferisci morire.” 
“Non ho mai preferito morire. Non mi sembra saggio.” 
“La vergogna è saggezza. Ti costringe a essere onesto, se la provi. Come quel ministro, tedesco o francese non ricordo, che si è dimesso solo perché hanno scoperto che aveva copiato non so che cosa all’università. Se n’è andato per la vergogna, sono convinta. Non avrebbe potuto più guardare in faccia i suoi colleghi.” 
“Tedesco, era tedesco. Il ministro della Difesa. Qui nessuno si dimette per la vergogna. Non bastano le condanne per mafia, figurarsi aver copiato qualche pagina della tesi di dottorato, come quel ministro tedesco. Noi che le lauree non le abbiamo ce le inventiamo. Siamo italiani, mamma, non tedeschi. Guardiamo in faccia la realtà…” 
“Sono italiana anch’io, ma mi vergogno eccome se faccio qualcosa che non va. Tuo padre pure, si vergognava. L’Italia è piena di gente perbene, che si vergogna.” 
“Può darsi, ma è piena anche di quegli altri. Sarà il denaro facile, non so.” (Sergio RIZZO, Il facilitatore,  Feltrinelli, 2015)
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