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mercoledì 25 gennaio 2017

#LINK / Grillo e Trump, ai 5Sstelle piace il bullismo? (Pierfranco Pellizzetti)

Esattamente cinquant’anni fa, quando ancora non faceva “il sociologo dei Baci Perugina”, Francesco Alberoni scrisse pagine profetiche sui movimenti collettivi; la cui lettura servirebbe moltissimo a tanti nostri visitatori pentastellati. Se non altro, per uscire dallo stato di infantilizzazione da innamoramento che li rende impermeabili all’evidenza e – così – incominciare a mettere in discussione la piega che ha preso il soggetto che molti attendevano come forza di liberazione dalla malapolitica. Quel M5S che ancora mantiene una presa salda sul bacino dell’indignazione, dilapidandone le potenzialità costituenti nelle reiterate mattane con retrogusto furbesco dei boss e nell’attappetamento dei colonnelli signorsì.

Altrimenti non si capirebbe la supina condiscendenza all’ultimo (in ordine di tempo) casquet grillesco, all’insegna de “il mondo ha bisogno di uomini forti” (frase smentita dallo stesso Grillo). E questi eroi sarebbero Donald Trump e Vladimir Putin, odierni promotori del bullismo come paradigma politico (...)

*** Pierfranco PELLIZZETTI, saggista, Beppe Grillo e Donald Trump, ma ai Cinque Stelle piace il bullismo?, 'ilfattoquotidiano.it', 24 gennaio 2017


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lunedì 12 dicembre 2016

#LINK / Scopa, e senso dello Stato (Pierfranco Pellizzetti)

Con il 4 dicembre un’epoca è giunta a compimento, ma non si intravede nulla proiettato verso il dopo. Anzi, ci si para innanzi una lunga e forse interminabile traversata del deserto. Con buona pace tanto dei devoti dell’happy end “a prescindere”, come a smentita dei pifferai magici della soluzione a schiocco delle dita.

Quanto è stato spazzato via dal voto referendario è probabilmente la stagione dell’arroganza e di quello che abbiamo definito “l’imbroglionismo” (l’idea che il corpo elettorale sia composto da beoti da sfottere; ovvero da “bambini di dodici anni e per di più scemi che si bevono tutto”. Idea propagandata per un decennio da Silvio Berlusconi e recepita entusiasticamente dall’emulo Matteo Renzi). Insomma, questa volta la gag del ponte sullo stretto di Messina non ha funzionato.


Invece continua ad aggirarsi sulle nostre teste la “presunzione comunicativa”, per cui la politica si riduce a trovata linguistica; con il corollario che il contorsionismo verbale può rivestire di nobili panni qualsivoglia mossa opportunistica, anche la più scoperta e vergognosa. Sono stato accusato da commentatori di questo blog di preconcetta malevolenza nei confronti del furbetto Giuliano Pisapia e del suo endorsement a favore del Sì, dal chiaro sapore di investimento carrieristico a futura memoria.  (...)

*** Pierfranco PELLIZZETTIDopo la scopa del 4 dicembre ci vorrebbe senso dello Stato, 'ilfattoquotidiano.it', 11 dicembre 2016

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giovedì 30 giugno 2016

#LINK / 5S, lontano da Farage (Pierfranco Pellizzetti)

(...) Per compiere definitivamente la loro legittimazione i 5S non possono che assumere con chiarezza la posizione eurodemocrat; liberandosi dagli inciampi creati dalla demagogia di Beppe Grillo e dal destrismo della Casaleggio Spa, che hanno portato all’abbraccio (mortale) con faccia di pongo Farage.

Operazione certo non facile, come traspare dell’imbarazzo di Alessandro Di Battista quando reclama lo spirito di Ventotene ma non osa prendere le distanze da chi tuttora viene considerato il gestore del bacino elettorale con cui si è eletti. Anche se dovrebbe far riflettere al riguardo il successo alle amministrative ottenuto senza la presenza ingombrante del fondatore; ormai calato sempre più nella parte del “vecchio zio scapestrato”, di cui i nipoti si affannano a contenere le mattane.

*** Pierfranco PELLIZZETTI, saggista, Brexit, 5S state lontano da Farge, 'ilfattoquotidiano.it', 29 giugno 2016

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martedì 19 aprile 2016

#SENZA_TAGLI / Renzi, Hollande, Merkel: leader o bottegai? (Pierfranco Pellizzetti)

C’è un filo colore della pece che attraversa e lega i comportamenti recentissimi dei lorsignori e lorsignore che presidiano, oltre ai nostri destini, anche la dignità del Paese che gli ha affidato il compito di tutelarla: buona ultima la casalinga luterana Angela Merkel, tracotante con gli indifesi e tremebonda con i tracotanti, che abbandona nelle grinfie dell’erede di antichi impalatori ottomani Recep Tasyyip Erdogan il comico tedesco Jan Boehmermann, reo di una irrispettosa quanto innocua giullarata satirica.

Solo l’ultima di una serie di genuflessioni indecenti, iniziata con la farsa infinita del governo italiano che – come un disco rotto – continua a ripetere alle autorità egiziane di volere conoscere la verità sul turpe massacro del ragazzo Giulio Regeni; facendo finta di non vedere le irridenti manovre diversive – rivelatrici non solo di imbarazzo, quanto di palese coinvolgimento – del governo cairota e del suo leader Abd al-Fattah al-Sisi, l’ennesimo rais militare golpista issatosi al potere sul Nilo e determinato a restare in sella grazie alle azioni repressive delle sue squadracce. Ma il nostro premier Matteo Renzi, appena insediato, si premurò di andare ad abbracciare l’amico e alleato al-Sisi, tanto che ora si barcamena nel patetico quanto inutile tentativo di salvare la faccia, appoggiandosi alle cavatine rituali del suo ministro degli Esteri mollaccione (l’ex rutelliano Paolo Gentiloni), tipo gli insignificanti richiami del nostro ambasciatore per fantomatiche consultazioni dimostrative. Quando è chiarissimo che non si intende andare oltre la teatralizzazione dello sdegno. Sdegno che neppure sfiora il signore della goffaggine che siede all’Eliseo – il presunto socialista François Hollande – mentre si appresta a trattare nuove forniture di armi al solito al-Sisti, amico e alleato dei presidenti europei specializzati in selfie e furberie grossolane.

Uno spettacolo indecoroso che si spiega con una costante strategica e giustifica una considerazione d’ordine generale.

La costante: da tempo un Occidente ripiegato su se stesso non conosce altra ricetta per governare le aree calde del mondo che favorire l’ascesa al potere dei gendarmi di un ordine che ritiene (il più delle volte erroneamente) a proprio favore; come le evoluzioni di medio periodo si sono premurate di confermare: nel 1953 un colpo di Stato anglo-americano in Iran abbatté il primo ministro democraticamente eletto Mohammad Mossadeq – reo di voler liberare il suo Paese dalla colonizzazione delle multinazionali petrolifere – e riportò al potere in funzione di guardiano lo Scià Reza Pahlavi; per poi ritrovarsi la rivoluzione anti-occidentale dell’ayatollah Komeini, dei cui effetti devastanti forse solo ora intravvediamo la fine. Del resto era il segretario di Stato Usa Foster Dulles a teorizzare la messa in sella nelle periferie del mondo “di un porco, purché sia il mio porco” (riferimento al sanguinario cacicco di Haiti Papà Doc Duvalier).

La considerazione: in questo ordine mondiale in deliquio, eleggiamo i nostri presunti leader facendo sempre meno riferimento a criteri rigorosi e sempre più a ragioni indotte dalla comunicazione imbonitoria e alle logiche da reality. Il risultato è che questi sottoprodotti della politica spettacolo magari vincono le elezioni ma poi non sanno governare. Difatti, più che leader si rivelano squallidi bottegai; i quali – davanti a fatti che richiederebbero salde spine dorsali – sanno solo piegare la schiena sperando di ricavarne buoni affari con cui gratificare i finanziatori delle loro campagne elettorali. Miserevoli intenti che prefigurano inquietanti abdicazioni. E forse il filo che lega questi cedimenti, più che pece, risulta colore can che scappa.

*** Pierfranco PELLIZZETTI, saggista, Renzi, Hollande, Merkel: leader o bottegai?, 'ilfattoquotidiano.it', 18 aprile 2016, qui