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lunedì 4 luglio 2016

#LINK / Brexit, rimorso britannico (Gwynne Dyer)

Tutto il mondo della politica britannica è sotto shock, ora che si è materializzata la necessità di negoziare l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Nel caso di Boris Johnson, un affascinante opportunista che ha guidato la campagna per la Brexit nella speranza di prendere il posto di David Cameron come primo ministro, la prospettiva di dover guidare questi negoziati è stata così spaventosa da costringerlo alla paralisi.

Questo ha dato a Michael Gove, l’altro leader della campagna per la Brexit, una scusa per pugnalare Johnson alla schiena, diventando il principale candidato, tra quelli del fronte del leave (lasciare), per la guida del Partito conservatore, come è puntualmente accaduto giovedì mattina. Gove ci crede davvero, ma non ha il carisma di Johnson ed è quindi probabile che il prossimo primo ministro conservatore sarà Theresa May, che era a favore della permanenza nell’Unione europea. (...)

*** Gwynne DYER, giornalista canadese, Il rimorso degli elettori dopo la Brexit, 'internazionale.it', 2 luglio 2016

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giovedì 30 giugno 2016

#LINK / 5S, lontano da Farage (Pierfranco Pellizzetti)

(...) Per compiere definitivamente la loro legittimazione i 5S non possono che assumere con chiarezza la posizione eurodemocrat; liberandosi dagli inciampi creati dalla demagogia di Beppe Grillo e dal destrismo della Casaleggio Spa, che hanno portato all’abbraccio (mortale) con faccia di pongo Farage.

Operazione certo non facile, come traspare dell’imbarazzo di Alessandro Di Battista quando reclama lo spirito di Ventotene ma non osa prendere le distanze da chi tuttora viene considerato il gestore del bacino elettorale con cui si è eletti. Anche se dovrebbe far riflettere al riguardo il successo alle amministrative ottenuto senza la presenza ingombrante del fondatore; ormai calato sempre più nella parte del “vecchio zio scapestrato”, di cui i nipoti si affannano a contenere le mattane.

*** Pierfranco PELLIZZETTI, saggista, Brexit, 5S state lontano da Farge, 'ilfattoquotidiano.it', 29 giugno 2016

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In Mixtura 1 altro contributo di Pierfranco Pellizzetti qui

#VIDEO / Brexit, conseguenze, procedure, incognite (Claudio Martinelli)


Claudio MARTINELLI
docente di diritto pubblico comparato Università Bicocca
Cosa accadrà dopo Brexit? Conseguenza, procedure, incognite
Università Bicocca, 28 giugno 2016
video 3min26

Il Leave vince il referendum sulla Brexit, quali saranno i tempi tecnici per l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione europea? Ci saranno delle conseguenze per il Regno Unito? 
Ne parla Claudio Martinelli, docente di Diritto Pubblico comparato dell'Università di Milano-Bicocca.
(dalla presentazione)

mercoledì 29 giugno 2016

#LINK / Brexit, la democrazia della menzogna (Stefano Feltri)

La democrazia non può fondarsi sulle bugie, soprattutto quando prova a essere diretta e non rappresentativa. Il voto in Gran Bretagna sta dimostrando quanto è pericoloso chiedere il parere degli elettori su questioni complesse come il rapporto tra Stati e Unione europea senza dare loro gli elementi per formarsi un’opinione completa e indipendente.

Il fronte del “leave” ha vinto: la Gran Bretagna uscirà dall’Ue. Ma ha vinto con le menzogne e ora si scontra con l’inevitabile contraccolpo. (...)

*** Stefano FELTRI, giornalista e saggista, Brexit, Boris Johnson e la democrazia della menzogna, 'ilfattoquotidiano.it', 27 giugno 2016

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martedì 28 giugno 2016

#LINK / Brexit, populisti o democratici a chi? (Luisella Costamagna)

Comunque la si pensi, la Brexit un merito lo ha di sicuro: imporci un cambio di prospettiva, farci vedere le cose da un altro, spiazzante punto di vista. (...)

*** Luisella COSTAMAGNA, giornalista, Brexit, populisti o democratici a chi?, 'ilfattoquotidiano.it', 27 giugno 2016

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#LINK / Brexit, in 10 punti (Carmela Adinolfi)

(...) La Brexit – va detto – non arriverà in tempi rapidi. A Bruxelles serviranno almeno due anni per terminare tutte le procedure. Almeno altri otto - se non dieci - affinché Londra possa rinegoziare con ogni singolo paese tutti gli accordi commerciali finora stretti nel consesso europeo. Ecco le in 10 tappe le procedure che potrebbero portare all'uscita di Londra dall'Unione Europea. (...)

*** Carmela ADINOLFI, giornalista, La Brexit in 10 punti, 'L'Espresso', 24 giugno 2016

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lunedì 27 giugno 2016

#SPILLI / Brexit, giovani e vecchi (M. Ferrario)

Si è detto e commentato, anche con editoriali di direttori e opinionisti che vanno per la maggiore: i giovani hanno votato 'contro' la Brexit, mentre gli anziani hanno votato 'per' la Brexit.
Dunque, secondo il 'mood' che prevale (c'è qualcuno che addirittura penserebbe di proibire in futuro il voto ai vecchi): giovani bravi e intelligenti e vecchi cattivi e ignoranti.

Però.

Vero che i giovani 18-24 che hanno votato per il 'remain' sono stati il 75%. (fonte YouGov).


Ma altrettanto vero che i giovani 18-24 che sono andati al voto sono stati solo il 36% contro l'81% dei vecchi over 55 (fonte SkyData)
Forse la retorica dei giovani così interessati a restare in EU va rivista.

*** Massimo Ferrario, Brexit, giovani e vecchi, per Mixtura (anche in facebook, 27 giugno 2016), qui


#SENZA_TAGLI / Brexit, per un'Europa libera e unita (Roberto Saviano)

Brexit: ha vinto il Popolo.

Me lo ricordo il Popolo, nel 1938, acclamare Hitler e Mussolini a Roma affacciati insieme al balcone di Piazza Venezia. Me lo ricordo il Popolo inebriato, esaltato, per la dichiarazione di guerra. Me lo ricordo il Popolo asservito, quasi isterico, al cospetto di ogni malfattore che abbia condotto l'Europa sull'orlo baratro.

Me lo ricordo poi il Popolo che plaudiva quando al confino nel 1941 veniva mandato Altiero Spinelli, perché antifascista. A Ventotene, Spinelli, detenuto insieme a Ernesto Rossi e a Eugenio Colorni scrisse "Per un'Europa libera e unita. Progetto d'un manifesto". Quindi, a ben vedere, siamo sicuri che oggi il Popolo abbia vinto davvero? 

Io sono europeista, genuinamente europeista.
L'Unione europea è prima di tutto un progetto politico, nato per scongiurare conflitti, poi culturale. Poi ancora è un progetto necessario perché vengano create leggi condivise su materie sensibili, quali la criminalità organizzata, l'immigrazione, la sicurezza. L'unione economica viene per ultima.

Gli euroscettici accusano l'Europa di vivere unicamente come unione economica nella protezione dei privilegi di classi agiate e dei paesi più ricchi. Questa è in parte una semplificazione, ma evidentemente le istituzioni europee poco hanno fatto perché l'euroscetticismo perdesse le sue argomentazioni più forti e più populiste.

All'esito del voto sulla Brexit ha contribuito in maniera drammatica la gestione europea fallimentare dei flussi migratori. Fallimentare non perché le frontiere fossero "un colabrodo" e non perché gli immigrati fossero "liberi di scegliere dove vivere", ma fallimentare perché ha tradito il principio cardine su cui si basa l'idea stessa di Europa, ovvero integrazione culturale e accoglienza.

L'Europa ha fallito e il Regno Unito ha assecondato la pancia e un cuore avvelenato, più che interesse reale. Mi augurerei un moto di orgoglio da parte delle istituzioni europee, ma sono fatte di uomini, di uomini con i loro miseri e privatissimi interessi. Quindi nessun orgoglio per risollevare l'Europa, ovvero l'unica garanzia di pace che abbiamo, ma solo il timore che, sull'esempio del Regno Unito, altri paesi possano scegliere di abbandonare la nave. Una nave imperfetta, ma che pure ci ha protetti. Una nave che deve essere migliorata, ma che innegabilmente ci ha reso cittadini più consapevoli.

Io resto fedele alla dichiarazione di Ventotene del 1941, resto fedele a un'idea di Europa che, con la buona volontà, potrebbe ancora compiersi.

*** Roberto SAVIANO, scrittore, Per un'Europa libera e unita, 'robertosaviano.com', 24 giugno 2016, qui


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domenica 26 giugno 2016

#SENZA_TAGLI / Brexit, potrebbe salvare Europa e mondo (Francesco Erspamer)

È possibile che nel breve termine Brexit abbia conseguenze negative. Ma nel lungo termine potrebbe salvare l’Europa e il mondo. Perché il suo messaggio è chiaro: a tirare troppo la corda, si spezza. E non importa che una corda spezzata possa essere peggiore di una corda troppo tesa: il punto è far capire a chi ha il potere che deve moderare la sua arroganza e avidità oppure rischiare la catastrofe, di tutti magari ma anche sua. 
Rottamate la storia e la morale dopo il crollo dell’Unione Sovietica, i liberisti si sono convinti di potersi permettere qualsiasi abuso e idiozia: tanto a rincoglionire la gente e farle chinare la testa ci pensavano i media, la pubblicità, il consumismo. Pensate alla crisi economica del 2008: banche e speculatori non hanno imparato nulla dalla grande paura: salvati dai soldi pubblici, hanno ripreso a fare esattamente quello che facevano prima. Se in Gran Bretagna avessero vinto i “remain” la globalizzazione dell’Europa sarebbe continuata, del tutto indifferente alle sofferenze di una classe media impoverita e privata di speranze per il futuro e sorda ai segnali di una possibile rivolta.
È che a comandarci è la più inetta e ignorante classe dirigente mai esistita: altrimenti altroché se sarebbe stato possibile tenere il Regno Unito nell’Unione; e sarebbe anche stato possibile far sì che tutti gli europei si innamorassero dell’Europa. Invece hanno distrutto un grande ideale per incrementare i profitti delle multinazionali e di faccendieri senza qualità oltre che per incompetenza; né avrebbero mai smesso, privi come sono di scrupoli e di intelligenza. Per fortuna gli inglesi gli hanno fatto capire, e ci hanno fatto capire, che per loro la pacchia può anche finire; che sta per finire.

*** Francesco ERSPAMER, docente di studi italiani e romanzi ad Harvard, saggista, 'facebook', 24 giugno, 2016, qui


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#LINK / Brexit, farà vincere Trump? (Federico Rampini)

Brexit può avere un impatto sull’elezione presidenziale americana? Gli Stati Uniti si considerano l’ombelico del mondo e difficilmente ammetterebbero di seguire tendenze nate altrove, tantomeno in una piccola isola dalla quale proclamarono l’indipendenza 240 anni fa (il 4 luglio 1776). C’è però una cinghia di trasmissione che passa dalla finanza e dall’economia reale. Lo shock di Brexit attraverso questa via può influire. Con quale esito? A caldo, ecco i miei due scenari. Diametralmente opposti. Tirateli pure ai dati: è sempre meglio che fidarsi dei sondaggi. (...)

*** Federico RAMPINI, giornalista e saggista, Brexit farà vincere Trump?, blog 'estremo occidente', 24 giugno 2016

LINK articolo integrale qui


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#SENZA_TAGLI / Brexit, al Regno Unito conveniva restare (Domenico De Masi)

Secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, rielaborati dal Financial Times e dal McKinsey Global Institute, nel quinquennio 1982-1987 la crescita dell’economia mondiale era dovuta per il 29,8% agli Stati Uniti. Tra i primi dieci Paesi che contribuivano alla crescita ve ne erano tre europei: il Regno Unito con il 4.2%; la Germania con il 3.5%; l’Italia con il 2.9%.  Secondo gli stessi dati, nel quinquennio 2012-2017 la crescita sarà dovuta per il 33,6% alla Cina; per il 13,9% agli Stati Uniti. Nessun Paese europeo sarà compreso nei primi dieci. Già oggi, infatti, gli Stati Uniti contribuiscono solo per il 16% al Pil mondiale; i Paesi dell’Eurozona vi contribuiscono per il 12%; la Germania per il 4%; il Regno Unito e la Francia per il 3%; l’Italia per il 2%.

In questa frammentazione dell’economia mondiale, composta dalle economie di 196 Paesi, la decisione inglese di correre da soli è autolesionista. La vittoria del Brexit deriva da un gigantesco “cultural gap” per cui la Gran Bretagna è ormai uno Stato di seconda qualità ma si sente ancora padrona del mondo, in possesso di colonie che vanno dall’India al Canada, dall’Africa all’Australia.

Gli inglesi si sentono mortificati se a Bruxelles si ritrovano alla pari con gli altri europei. Tanto più che si discute in inglese. Questo della lingua è il fattore che più di ogni altro li inganna conferendo loro un super-ego non più giustificato dalla realtà.

E’ già accaduto con Roma nei secoli della sua decadenza, quando tutto il mondo parlava latino e i romani si comportavano ancora come padroni dell’Impero benché ormai non contassero più nulla e le grandi decisioni venissero ormai prese ad Alessandria, a Costanza o a Madrid.

Oggi un cittadino del Regno Unito ha un Pil pro-capite inferiore a quello di un cittadino del Quatar, di Macao, e della Nuova Zelanda. Molte sue ex-colonie hanno un Pil pro-capite superiore a quello degli inglesi. In base all’indice di svilippo umano l’Inghilterra è solo al 14° posto. Per saldo attivo nella bilancia dei pagamenti e per riserve ufficiali l’Inghilterra sta molto peggio dell’Italia.

Il suo debito pubblico è molto maggiore di quello della Polonia, della Slovenia e della Slovacchia. Il suo indice di democrazia è inferiore a quello di 12 Paesi. Nel Parlamento inglese la percentuale di donne parlamentari è inferiore a quella del Ruanda, del Senegal e del Nicaragua. Il Regno Unito è solo all’undicesimo posto nella graduatoria dell’industria manifatturiera (l’Italia è al settimo posto); è al 24° posto tra i produttori di energia; è al 31° posto per speranza di vita; ha il 14,2% di Neet; è al 25° posto per spesa in ricerca e sviluppo (dopo Taiwan, la Slovenia, la Repubblica Ceca e l’Irlanda); è all’11° posto per produzione automobilistica (dopo l’India, il Brasile e il Messico); nella spesa per l’istruzione è superata dal Ghana, dalla Thailandia e dal Costa Rica; nella spesa per la sanità è superata dalla Sierra Leone, dal Ruanda e dalla Serbia; per il numero di cellulari è oltre il trentesimo posto.

Quando ieri abbiamo visto in televisione che le urne elettorali venivano portate di corsa da un seggio all’altro; quando questa notte abbiamo dovuto attendere l’alba per conoscere i risultati elettorali, ci siamo ricordati che in Brasile si vota col sistema elettronico e i risultati si sarebbero saputi dieci minuti dopo la chiusura dei seggi.

A conti fatti, dunque, restare in Europa avrebbe fatto più bene all’Inghilterra che al resto del continente.

*** Domenico DE MASI, sociologo, Al Regno Unito conveniva restare, 'linkedin.com/pulse', 24 giugno 2016, qui


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#LINK / Brexit, serve il coraggio degli europeisti (Emanuele Dolce)

La prima reazione di gran parte dei governi europei alla notizia dell’esito del referendum britannico è stata simile a quella espressa dai mercati finanziari: il panico. Al panico hanno fatto seguito le dichiarazioni d’intenti a cui l’establishment europeo e i partiti tradizionali ci hanno ormai abituato: “no al populismo” e “serve più Europa, ma un’Europa dei popoli”.
In queste due risposte – vaghe e destrutturate – si trova l’essenza del fallimento delle governance continentali e della crisi del progetto comune. I cittadini britannici hanno espresso ciò che manifesterebbero anche gli elettori francesi, olandesi o italiani se ne avessero la facoltà: rabbia e delusione per il tradimento della promessa di un benessere diffuso e crescente. Una promessa sconfessata da una crisi economica con radici molto profonde, alla quale finora né i governi nazionali né l’Europa (in ogni sua rappresentazione simbolica o istituzionale) hanno saputo porre rimedio.
In Inghilterra hanno votato “leave” i ceti sociali che più hanno bisogno dell’Europa solidale, a favore del “remain” i più garantiti da questo sistema.
Gran parte di chi ha votato “leave” non lo ha fatto in preda a pulsioni nazionalistiche ma perché ritiene che l’Europa non gli abbia portato né un lavoro, né un reddito, né un modello efficace d’integrazione sociale – ma ulteriori regole e vincoli di bilancio. In un contesto di sfiducia e disaffezione è poi naturale che fioriscano la propaganda razzista e le demagogie nazionaliste delle destre e di un bel pezzo di sinistra “sovranista” – alla Mélenchon o alla Fassina.
Il referendum britannico è la dimostrazione che non serve a niente rispondere a queste sfide come si è fatto fino ad oggi: chi, come noi, sostiene che l’Europa sia in primo luogo foriera di opportunità porta intero sulle spalle l’onere della prova. Ad oggi non siamo stati in grado di produrla. (...)

*** Emanuele DOLCE, Dopo la Brexit serve il coraggio degli europeisti, 'Possibile', 24 giugno 2016, 

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sabato 25 giugno 2016

#VIGNETTE / Brexit (Altan, Mauro Biani)

ALTAN
Per voi giovani, Brexit, 'la Repubblica', 25 giugno 2016

° ° °

Mauro BIANI
Independence Day, 'il manifesto', 25 giugno 2016

#SPILLI / Brexit, un cazzotto da destra alla Ue (M. Ferrario)

Sono almeno due le ragioni che possono spiegare il dissenso, da parte dei cittadini dei Paesi membri dell'Unione Europea, verso la politica messa in atto dalla burocrazia tecnocratica di Bruxelles: un dissenso che, nel caso del Regno Unito, è arrivato al punto da trasformarsi in una decisione popolare (52%) a favore dell'uscita dalla UE. 

Una ragione, se vogliamo usare le categorie considerate 'vecchie' ma a mio avviso non superate perché ancora utili per capire la realtà e orizzontarsi entro essa, è ascrivibile a una visione di 'destra': una reazione di paura/rifiuto dello straniero, mescolata con il desiderio di riprendersi la sovranità nazionale. 
L'altra è riconducibile, in qualche modo, a un'aspirazione di 'sinistra': il rigetto della politica dell'austerity e la volontà di democratizzare le istituzioni UE.

E' importante la classificazione perché il messaggio lanciato dal Regno Unito può incidere sui comportamenti futuri dell'Unione Europea. Il cazzotto che gli inglesi hanno dato alla UE può produrre reazioni differenti, in tema di correzione di politiche, a seconda della lettura che la UE può darne.

Mi sembra evidente, anche a giudicare dalle reazioni a catena dei movimenti xenofobi europei (Francia, Olanda, Italia...) che la motivazione chiave che ha spinto alla Brexit la Gran Bretagna (meglio: l'Inghilterra, perché Irlanda del Nord e Scozia hanno scelto a maggioranza netta per il remain) è la reazione psicologica al tema della immigrazione. Se si guarda alla diffusione del voto, ha vinto la paura verso lo straniero: anche nelle zone in cui lo straniero è fisicamente meno presente, lo straniero diventa il simbolo/capro espiatorio della sofferenza sociale. Le classi che un tempo avrebbero scelto il Labour, hanno scelto con nettezza il leave, seguendo i messaggi di destra xenofoba di Nigel Farage, il vero vincitore del referendum.

In teoria, in Gran Bretagna come in altri Paesi, sarebbe possibile una protesta di 'sinistra': contro le scelte liberiste di austerity. Ma in pratica, il vento ha soffiato in un'altra direzione: e nessuno, evidentemente, è stato in grado di correggerne la direzione.

Se questa è l'interpretazione sintetica del risultato, c'è poco da sperare che la UE modifichi le sue scelte di fondo sui temi economico-finanziari, avviando una politica meno austera e più flessibile in chiave di sviluppo. Il feedback che le è arrivato in faccia, violento e drammatico, riguarda sostanzialmente la questione dell'immigrazione: e il rischio che ne consegue è che le preoccupazioni xenofobe diffuse tra tutti i paesi europei, anziché essere contrastate, ricevano un ascolto comprensivo e di fatto complice. 
Il risultato, facile e assai probabile, è che la chiusura egoistica e spaventata di Paesi e individui che compongono il contesto europeo, sempre più insofferenti a qualunque principio di solidarismo, e l'innalzamento di muri sempre più corazzati ricevano un ulteriore impulso.
Avremo dunque più muri con filo spinato e sguardo miope rinserrato in casa: il contrario di quanto sarebbe necessario per affrontare i problemi epocali che ci riguardano.

*** Massimo Ferrario, Un cazzotto da destra alla UE, per Mixtura

venerdì 24 giugno 2016

#LINK / Brexit, fallimento di Cameron e populismo in Europa (Andrea Pipino)

(...) A caldo è difficile cercare di prevedere cosa succederà nelle prossime ore, nei giorni a venire e nel medio periodo. Ma alcuni elementi di riflessione sono già presenti. Innanzitutto, la scommessa del primo ministro David Cameron non ha pagato e ora l’ha obbligato ad annunciare le dimissioni. La concessione del referendum doveva servire essenzialmente a ricompattare i conservatori, a neutralizzare la minaccia rappresentata dai populisti dell’Ukip e a garantire al primo ministro altri quattro anni di governo in totale serenità.

È stata invece una mossa del tutto improvvida, presa sull’onda lunga di una vittoria elettorale ampia e forse inattesa. E si è rivelata disastrosa sotto il profilo strategico: una volta fatto uscire dalla lampada, il genietto maligno del nazionalismo inglese non ci è più voluto rientrare. E settimana dopo settimana Cameron stesso ha capito che la situazione gli stava sfuggendo di mano.

L’accordo negoziato a febbraio con l’Unione europea, che sarebbe dovuto entrare in vigore se i britannici avessero votato per il remain, non è bastato ad accontentare il fronte euroscettico. Al contrario, ha alimentato le accuse a Cameron di aver ottenuto solo insignificanti concessioni di facciata, da usare per ingannare i cittadini britannici e convincerli a rimanere in Europa. (...)

*** Andrea PIPINO, giornalista, Il fallimento di David Cameron apre la strada al populismo in Europa, 'internazionale.it', 24 giugno 2016

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Brexit
foto di Matt Dunham, Ap-Ansa, internaz_24giu16

#LINK / Brexit, cosa succede ora (internazionale)

Al referendum del 23 giugno nel Regno Unito ha vinto la Brexit e i cittadini britannici si sono quindi espressi a favore dell’uscita dall’Unione europea.
Ecco quali saranno i prossimi passaggi istituzionali: (...)

*** internazionale.it, Ha vinto la Brexit, cosa può succedere adesso, 'internazionale.it', 24 giugno 2016

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#LINK / Brexit, via Regno Unito (Alessandro Madron)

Il Regno Unito è fuori dall’Unione Europea: nel referendum sulla cosiddetta Brexit i cittadini britannici hanno votato con il 52% per l’uscita dall’Ue. Il leader storico degli euroscettici dell’Ukip, Nigel Farage, canta vittoria: “Questa è l’alba di un Regno Unito indipendente, oggi è il nostro Independence Day, è arrivato il momento di liberarci da Bruxelles”. Alla domanda se Cameron, che ha indetto il referendum nel 2013 e una campagna per rimanere nella Ue, dovrebbe dimettersi Farage ha detto: “Immediatamente“. (...)

*** Alessandro MADRON, giornalista, Brexit, i risultati del referendum: vince il Leave col 52%. Regno Unito fuori da Ue. Farage: “Indipendence Day, via Cameron”, 'ilfattoquotidiano.it', 24 giugno 2016

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martedì 14 giugno 2016

#LINK / Brexit, tutti per la catastrofe (Loretta Napoleoni)

Chi ha paura della Brexit? Viene spontaneo rispondere: gli stessi che hanno paura di Virginia Woolf – la celeberrima rappresentazione teatrale riguardo alla fine del matrimonio di una coppia di mezza età – e cioè chi, semplicemente, temendo il cambiamento per motivi di conformità, sarebbe disposto a rimanere dentro un matrimonio che non funziona. Certamente non gli inglesi che, nonostante i decenni di europeismo, mantengono la loro storica flemma anche di fronte ai crolli in borsa legati alle aspettative del divorzio da Bruxelles. (...)

I blog finanziari londinesi, quelli riservati ai pochi eletti, come pure le riunioni a porte chiuse dei big della finanza britannica, anche loro sempre a porte chiuse, sono da mesi concentrati sugli effetti della Brexit, e tutti concordano che la catastrofe finanziaria, seguita a ruota da quella economica, sarà maggiore nel “continente” che nelle isole britanniche. E questo spiega il coro internazionale di voci “che contano” che si è levato a favore della permanenza nell’Unione. Mai nella storia contemporanea ci eravamo trovati di fronte ad una gamma così vasta di opinioni identiche: il Regno Unito deve rimanere nell’Unione a tutti i costi, anche contro la volontà dei propri cittadini, per il bene del mondo intero, dell’economia mondiale ecc. ecc.

Certo, nella City, pochi auspicano l’avvento di uno scenario apocalittico à la Brexit; i mercati e chi li governa vogliono la stabilità, ma pochi ormai considerano quella attuale una situazione stabile, un sentimento, questo, che è condiviso dalla maggior parte della popolazione britannica. L’opinione dominante è infatti che nei prossimi anni l’Unione si spaccherà, imploderà, perché è ormai un’istituzione anacronistica. Quindi, istintivamente il popolo inglese vuole uscirne. Non è poi detto che la Brexit si riveli una catastrofe. Potrebbe invece mettere in moto un meccanismo di revisione dell’Ue, benefico nel lungo periodo, e salvare l’Europa ed il mondo dall’implosione ‘naturale’ di questa istituzione nei prossimi anni. Ma agli inglesi tutto ciò importa poco, il popolo di sua maestà è solo concentrato sul futuro del proprio paese. (...)

*** Loretta NAPOLEONI, economista, Brexit, tutti pronti per la catastrofe. Ma non fate appelli al ‘buon senso’ degli inglesi, blog 'ilfattoquotidiano.it', 12 giugno 2016

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