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giovedì 19 ottobre 2017

domenica 25 settembre 2016

#SENZA_TAGLI / Corbyn, e la sinistra che fa la destra (Alessandro Gilioli)

Io non so se Corbyn sia destinato a perdere le elezioni perché "troppo di sinistra", come dicono tutti i media a reti unificate: è possibile. Così com'è possibile che le perderà perché non saprà declinare la protesta dei ceti medi impoveriti, che magari preferiranno la destra identitaria . O forse le vincerà, boh.
Quello che so - e che mi pare evidente - è che il blairismo è finito male: cioè che nessuno (né nel Labour né altrove) crede più al modello della sinistra che si fa liberista, che scimmiotta il suo avversario sentendosi per questo moderna e cool.
Quella roba lì è finita, morta, andata: over. Tra la rabbia e gli sghignazzi.
Ed è un discreto avviso a chi è ancora convinto, qui da noi, che sia cool e moderno fare la sinistra imitando cognitivamente e politicamente la destra.

*** Alessandro GILIOLI, giornalista e saggista, 'facebook', qui
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Vedi Enrico Franceschini, Gran Bretagna, Corbyn rieletto leader dei laburisti: "Ora dobbiamo unire il partito", 'la Repubblica', 25 settembre 2016, qui


In Mixtura altri 17 contributi di Alessandro Gilioli qui

sabato 25 giugno 2016

#SPILLI / Brexit, un cazzotto da destra alla Ue (M. Ferrario)

Sono almeno due le ragioni che possono spiegare il dissenso, da parte dei cittadini dei Paesi membri dell'Unione Europea, verso la politica messa in atto dalla burocrazia tecnocratica di Bruxelles: un dissenso che, nel caso del Regno Unito, è arrivato al punto da trasformarsi in una decisione popolare (52%) a favore dell'uscita dalla UE. 

Una ragione, se vogliamo usare le categorie considerate 'vecchie' ma a mio avviso non superate perché ancora utili per capire la realtà e orizzontarsi entro essa, è ascrivibile a una visione di 'destra': una reazione di paura/rifiuto dello straniero, mescolata con il desiderio di riprendersi la sovranità nazionale. 
L'altra è riconducibile, in qualche modo, a un'aspirazione di 'sinistra': il rigetto della politica dell'austerity e la volontà di democratizzare le istituzioni UE.

E' importante la classificazione perché il messaggio lanciato dal Regno Unito può incidere sui comportamenti futuri dell'Unione Europea. Il cazzotto che gli inglesi hanno dato alla UE può produrre reazioni differenti, in tema di correzione di politiche, a seconda della lettura che la UE può darne.

Mi sembra evidente, anche a giudicare dalle reazioni a catena dei movimenti xenofobi europei (Francia, Olanda, Italia...) che la motivazione chiave che ha spinto alla Brexit la Gran Bretagna (meglio: l'Inghilterra, perché Irlanda del Nord e Scozia hanno scelto a maggioranza netta per il remain) è la reazione psicologica al tema della immigrazione. Se si guarda alla diffusione del voto, ha vinto la paura verso lo straniero: anche nelle zone in cui lo straniero è fisicamente meno presente, lo straniero diventa il simbolo/capro espiatorio della sofferenza sociale. Le classi che un tempo avrebbero scelto il Labour, hanno scelto con nettezza il leave, seguendo i messaggi di destra xenofoba di Nigel Farage, il vero vincitore del referendum.

In teoria, in Gran Bretagna come in altri Paesi, sarebbe possibile una protesta di 'sinistra': contro le scelte liberiste di austerity. Ma in pratica, il vento ha soffiato in un'altra direzione: e nessuno, evidentemente, è stato in grado di correggerne la direzione.

Se questa è l'interpretazione sintetica del risultato, c'è poco da sperare che la UE modifichi le sue scelte di fondo sui temi economico-finanziari, avviando una politica meno austera e più flessibile in chiave di sviluppo. Il feedback che le è arrivato in faccia, violento e drammatico, riguarda sostanzialmente la questione dell'immigrazione: e il rischio che ne consegue è che le preoccupazioni xenofobe diffuse tra tutti i paesi europei, anziché essere contrastate, ricevano un ascolto comprensivo e di fatto complice. 
Il risultato, facile e assai probabile, è che la chiusura egoistica e spaventata di Paesi e individui che compongono il contesto europeo, sempre più insofferenti a qualunque principio di solidarismo, e l'innalzamento di muri sempre più corazzati ricevano un ulteriore impulso.
Avremo dunque più muri con filo spinato e sguardo miope rinserrato in casa: il contrario di quanto sarebbe necessario per affrontare i problemi epocali che ci riguardano.

*** Massimo Ferrario, Un cazzotto da destra alla UE, per Mixtura

sabato 10 gennaio 2015

#SOCIETA’ #POLITICA / Destra, sinistra. E 'oltre'

E' vero, il mondo è sempre più complesso.
Disorientato e disorientante.

Ragione di più per avere una bussola.
Con una bussola non hai risolto: perché poi devi decidere dove andare. Ma almeno hai una posizione. 'Ti sei' posizionato.

Dire che sono saltati tutti i paradigmi ha un senso. Perché ti aiuta ad abbandonare vecchie fedi. E la fede, se serve (per chi ci crede) per andare nell'aldilà, è pericolosa quando si voglia stare ben saldi nell'aldiqua. Perché non si concilia con la ragione. Ti obbliga a credere a prescindere. Indipendentemente da. E non ti spinge a sottoporre alla dura critica del reale le tue convinzioni: ossificatesi in convenzioni

Magari ti riempi la bocca della solita retorica: che esalta l'importanza dei feedback. Ma poi, quando i risultati smentiscono con la forza dei fatti (e i 'gufi' qui non c'entrano) le tue 'ideologie' (che naturalmente dici di aver lasciato al passato: ora sei ‘pragmatico’), neghi i feedback.

Gli esempi non si contano. Ce n'è per tutti. 

Anche per i liberisti, vecchi e nuovi, e per i fondamentalisti dell'austerity: non c'è 'mattonata nei denti' che li sconvolga e gli faccia nascere un dubbietto. 
Avanti così. Et pereat mundus.

Ma oggi s'avanza una nuova tendenza: che in nome del nuovo (peraltro, come capita sempre quando se ne è ossessionati, più vecchio che mai) afferma di dover rottamare tutto. 
Persone e cose.

Non ci dovrebbe esser bisogno di stigmatizzare l’uso di questo verbo se applicato alle persone. Dice bene i tempi: in cui le persone, dopo essere state magnificate, nei convegni aziendali, come risorse umane, sono diventate pedine. Da usare. E quindi, quando si siano usate o non si vogliano più usare, da gettare. Nel più perfetto stile Usa-e-getta, appunto. 
E con buona pace di Kant: che invitava a trattare gli esseri umani sempre come fini e mai come mezzi
Ma si sa: la filosofia è roba da perdenti. Gente che non agisce. Quindi non vince. E se non agisci (in fretta e senza quel pensare che fa perder tempo), non ‘servi’. 
O, chissà, potresti diventare 'cieco': come gli adulti raccontavano una volta ai ragazzini per distoglierli da certe pratiche adolescenziali.

Ma fermiamoci alle ‘cose’: in questo caso intese come teorie, concetti, visioni.
Ad esempio. 
Si ripete, ormai come un mantra, che destra e sinistra sono categorie superate. 
Inattuali. Inservibili. 
E che bisogna assolutamente (subito, senza indugio) andare ‘oltre’
Naturalmente, se chiedi ai fan dell'oltre in quale paradiso si collochi questo oltre, prima diventano tautologici (oltre, ti ridicono, e gli sfugge uno sguardo di superiorità misto a compatimento). Poi, se insisti, si spazientiscono e ti abbandonano al tuo destino: non capisci il nuovo-che-avanza e forse stai manifestando i primi segni di Alzheimer.

Io non ho certezza di cosa siano, oggi, destra e sinistra. Anche se, francamente, nonostante la post-fazione al libro di Norberto Bobbio su destra e sinistra redatta dal sedicente rottamatore alla moda  chiamato Matteo Renzi (°), continuo a credere che le pagine, appunto di Bobbio, sulla questione, non vadano archiviate nell'altro secolo, ma continuino ad essere un ottimo supporto di riflessione. E servano, anche nel nuovo millennio, quanto meno per ‘instradarsi’.

Insomma: conservo una cocciuta certezza (felice prigioniero di un pensiero che procede ‘in direzione ostinata e contraria’) che destra e sinistra costituiscano, oggi più che mai, una bussola.

Certo, dicevo anche più sopra. Una volta che ti sei collocato rispetto a queste due ‘banali’, ma tuttora fondamentali categorie (forse pure stradali, ma sicuramente di geografia culturale e politica), non solo devi decidere la via specifica da prendere, ma devi anche capire sempre meglio la mappa che si dipana a partire dalla tua scelta di collocazione. Perché una volta la strada era (o si credeva che fosse) capita una volta per tutte, anche perché si giurava fosse unica e indefettibilmente destinata a far brillare il sole dell'avvenire; mentre oggi la comprensione, l’esplorazione, la riflessione, la correzione sono (devono essere) continue.

Però il 'posizionamento' è condizione indispensabile. E' legato ai principi che hai deciso di seguire. Ed è sulla base di questi che costantemente ripenserai ai valori che informano la tua scelta.
Infatti, è sperabile che ognuno di noi costruisca e alimenti, lungo tutta la vita, una sua 'visione del mondo'. Che è poi l'equivalente del termine ideologia. Una parola oggi demonizzata, ma la cui etimologia, come sappiamo, allude a un 'sistema di idee e valori', di cui ogni essere umano, in quanto distinto da un animale, dovrebbe essere provvisto.
Principi, valori, ideologia saranno quindi oggetto costante di monitoraggio. L''aggiustamento' avverrà volta a volta: in base al terreno, vario e movimentato, che in corso d'opera troveremo e tentando di conciliare la coerenza di fondo della nostra visione con la flessibilità e la mediazione che fanno parte del 'processo'. Cioè del vivere.
E, soprattutto, visto che l'Io, benché ormai sempre e solo pensato in maiuscolo, non abita autisticamente isolato su un bricco fuori dal mondo, del convivere.

Se ci muoveremo in questo modo, cercheremo di 'governare' vita e realtà. 
Altrimenti, saremo alla mercé. 
Gestiti dagli eventi. Senza paradigmi. 
Ma falsamente liberi.

E finiremo fuori strada.
Proprio come quelli che dicono che destra e sinistra non contano più. 

Per la verità in genere, lo sappiano o meno, sono già finiti fuori strada.
E se guardiamo bene li troviamo tutti lì.
A destra.

* * * Massimo Ferrario, per 'Mixtura' on line.   
(°) Norberto Bobbio, 1909-2004, filosofo, giurista, storico, politologo e senatore a vita. Destra e sinistra, Donzelli, 1994, nuova edizione con prefazione di Matteo Renzi, 2013