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venerdì 31 gennaio 2020

#BREVITER / Alessandra Mussolini, Liliana Segre, il pregiudizio (Tiziana Campodoni)

Secondo la Mussolini, 
Liliana Segre 
non dovrebbe 
fomentare il pregiudizio contro il fascismo... 
quel "pregiudizio" 
che ha tatuato sull'avambraccio 
col numero 75190.

*** Tiziana CAMPODONI, insegnante, blogger, facebook, 28 gennaio 2020, qui


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venerdì 21 dicembre 2018

#MOSQUITO / Burattino, da buratto (Tiziana Campodoni)

"Burattino" deriva quasi sicuramente da "buratto", una stoffa grezza e resistente usata per abburattare la farina al fine di separarla dalla crusca. Dal XIV secolo il termine viene usato anche per indicare la veste degli attori dalla testa di legno e poi per i fantocci.

*** Tiziana CAMPODONI, insegnante e blogger, 'svagaiature', facebook, 20 dicembre 2018, qui


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domenica 30 settembre 2018

#SENZA_TAGLI / La bambina che veniva dal grande sonno (Tiziana Campodoni)

Un’immobilità raggelante - Quando l’ho conosciuta era immobile e il suo corpo si era impadronito di un peso che era solo pesantezza come se avesse voluto espandersi il più possibile per ottenere lo spazio e l’importanza che non aveva. Ogni tipo di movimento pareva procurarle fastidio e il muoversi era ridotto al minimo; così anche l’espressione mimica era praticamente inesistente e, quando si mostrava, rivelava solo disagio e malessere. I suoi grandi occhi sembravano persi dentro il loro stesso azzurro ed evitavano accuratamente di incontrare altri occhi rendendo a chi l’osservava la sensazione d’essere trasparente.

L’assenza di movimento, l’inafferrabilità dello sguardo corrispondevano ad una specie di silenzio stregato : non parlava, non reagiva, non sceglieva, non rideva, non piangeva, non imparava, sembrava non ascoltare. Nella stanza dei giochi non mi degnava di uno sguardo : i suoi occhi, come lei, erano lontani, rivolti alla finestra, al fuori dove forse avrebbe voluto essere o ad un altrove dove si trovava sempre rispetto a sé.

Impassibile, impermeabile, irraggiungibile, mi trasmettava un grande senso d’angoscia, di inutilità, di stanchezza. Sembrava congelata in un lungo sonno dal quale non poteva/non voleva svegliarsi ed esso l’avvolgeva completamente alimentando il ritiro, il silenzio, il disinvestimento interiore.

L’incanto della voce - Non potevo credere che tutto fosse silenzio (e infatti non era così) ma ho dovuto poterlo pensare per arrivare a capire che c’era in lei una forte vibrazione che, nella fissità esibita, si muoveva dentro esprimendosi in sordina. Lei componeva piccolissimi, ammalianti gesti, discreti e lenti, che producevano una sonorità quasi impercettibile ma molto avvincente. Catturata dall’incanto della sua comunicazione, dalla sua musicalità interiore le ho risposto con la stessa modalità e quando ha cominciato a guardarmi le labbra ho usato la voce, come se fosse un oggetto qualsiasi e ho scoperto che le piaceva anche se continuava a tacere.

Si “appoggiava” alla mia voce, rimanendo sempre ancora distante da me. Un lavoro lungo e certosino quello di accordare la mia voce alla sua comunicazione : doveva essere buona, sicura, non richiedente. Per lungo tempo dalle modalità tranquillizzanti, neutre, morbide della mia voce s’è fatta cullare e contenere. Le piaceva la mia voce ma non doveva dire cose troppo difficili (quelle didattiche erano escluse), ma non devevano essere neppure impegnative, significative o importanti. Mi sono lasciata guidare da lei per imparare come dovevo usare la voce e lei mi ha insegnato. Doveva mantenersi a un volume bassissimo, prendere la cadenza dell’elenco, non prodursi in sbalzi di tonalità, non avvicinarsi mai all’intonazione della domanda (che resta sospesa e attende una risposta), doveva servirsi il meno possibile delle voci verbali, meglio se all’infinito, cioè senza “persona” e “senza tempo”. Poteva utilizzare sostantivi – mai astratti – per dare un nome alle cose concrete, qualche avverbio o un intercalare neutro, pochi aggettivi ma mai compromettenti. La mia voce doveva scavare sottovoce  e portare alla luce sonorità ovattate e dolci che solo così rivestite potevano contenere la definizione.

Per lungo tempo ho camminato come una non vedente tra contenuti e significati che non potevo accostare e per tanto tempo mi sono sentita sola e inutile. Poi un giorno, quando non ne potevo più, lei s’è avvicinata… Io sentivo male ad un braccio e assieme al dolore, “all’uni-sono”, il quadro di un sogno s’è aperto nella mia mente: tenevo con il braccio, stringendola forte con la mano, la bimba appesa sopra un precipizio. E ho visto la fatica …

Lo snodo  - Ho visto la mia fatica nel tenere la bimba ancorata alla vita con la mia stessa vita. Una stanchezza micidiale mi s’è rovesciata addosso e un sonno inarrestabile m’ha presa e messa al tappeto. Ma due grandi occhi azzurri per la prima volta mi guardavano e la sua manina batteva sul mio braccio – delicata ma perentoria – e avrei giurato che “teneva il tempo”. Finalmente teneva un tempo. Finalmente tra di noi c’era un tempo scandito. A me è venuta in mente “Yellow Submarine”.

E’ la sua la fatica, cercavo di pensare… è la strada che porta al sonno, provavo a dirmi cercando di raccogliere uno straccio di forze.

Sul foglio è comparso un mondo a matita “sommerso”, buio, cieco, senza persone. Le ero grata: dal precipizio dove si trovava era lei ad aiutarmi. Sono riemersa e ho disegnato un piccolo tenero sottomarino (non mi è mai più venuto così bene) che lei ha prontamente colorato di giallo.

Nuovi giochi - In classe ha smesso di “seguire/imitare” la compagna di banco con la quale aveva un rapporto quasi simbiotico e ha smesso nella stanza dei giochi di guardare alla finestra : non voleva più essere altrove, si è affidata teneramente alla mia voce. Abbiamo cominciato a giocare, giochi ancora muti come nascondino, prima con oggetti poi con noi stesse, giochi che sono durati a lungo infittendosi, piano piano, di segnali, rimandi, richiami. E lei finalmente si muoveva. All’inizio i giochi sembravano possedere solo una ritmicità regolare e coinvolgente, poi anche una specie di melodia e questo quando le voci hanno cominciato a intrecciarsi, a inseguirsi, ad aspettarsi. L’intensità, la confidenza, l’amore crescevano e rendevano il nostro rapporto solido e importante.

Il gioco si è evoluto ed è diventato gioco di ruoli : lei ha smesso di copiare in classe e ha preso a scrivere per conto suo con pochi errori e cambiando letteralmente calligrafia. Ha cominciato a fare piccole domande alle insegnanti in classe, le figure nei suoi disegni hanno lasciato intravvedere un abbozzo di mani e tanti tanti bastoni, inoltre come lei, che in più dimagriva, hanno preso a muoversi, a dire parolacce e a sorridere.

Il gioco del risveglio - La bimba ha preso ad arredare la stanza dei giochi come una casa e una particolare attenzione riponeva nella cura della “cucina” e della “camera da letto” opportunamente inventate in un angolo della stanza. Quasi all’improvviso un gioco si è impadronito di tutto il tempo a nostra disposizione : era il gioco dell’addormentarsi e dello svegliarsi che riassumeva e dava senso a tutti i nostri giochi, o dava loro un senso nuovo e quindi dentro a questa nuova cornice andavano riletti.

A modo suo mi ha suggerito di tornare a cercare la mia prima voce, “quella voce” doveva cullarla nella sua “sera”, mentre lei fra le lenzuola del grosso scatolone si abbandonava al sonno. Pian piano la cadenza della descrizione e dell’elenco doveva assumere il carattere di filastrocca… una era questa: “In the town where I was born… Lived a man who sailed to sea…And he told us of his life…In the land of submarines…So we sailed up to the sun…Till we found the sea of green…And we lived beneath the waves…In our yellow submarine…We all live in a yellow submarine…Yellow submarine, yellow”… Poi la filastrocca s’è trasformata in ninna nanna e doveva durare a lungo, molto a lungo. La sua notte così passava mentre io preparavo “un’abbondante colazione”… Nel silenzio si dovevano sentire piccoli e rispettosi rumori del mattino, suoni prodotti dai miei gesti con gli oggetti della prima colazione. Anche questo doveva durare tanto tempo, poi dovevo svegliarla affettuosamente, parlarle dolcemente con “quella voce” e raccontarle del mondo che si era appena svegliato.

Giorni, settimane, mesi passavano e lei portava suoni nuovi e oggetti e parole chiave… poi musiche, pensieri e ricordi da aggiungere al nostro gioco. Il gioco si faceva sempre più ricco, denso, elaborato e “parlato”.

Fino a che una mattina è arrivata a scuola piangendo come non aveva fatto mai. Come una valanga s’è gettata tra le mie braccia. Un pianto disperato e inconsolabile, un dolore così grande che la soffocava e le impediva di parlare. “Mi sono svegliata, mi dispiace” ha quasi urlato. Da quel momento il nostro rapporto ha iniziato un nuovo corso che resterà tra noi…

Ora ride, piange, parla, domanda, ascolta, corre, gioca con tutti, impara, è bella, bella come non era stata mai, è viva e negli occhi ogni tanto le guizza un’azzurra ironia. Ancora mi prende un po’ in giro: “Mi hai insegnato tu a cantare … e a dire le parolacce”… e ride.

Per le parolacce non so, forse avrei qualcosa da ridire 🙂 , ma per quanto riguarda il resto sono io ad aver imparato da lei.

*** Tiziana CAMPODONI, insegnante, saggista, blogger, La bambina che veniva dal grande sonno, 'bluemoonandart', 1^ parte, 27 settembre 2018, qui e 2^ parte, 29 settembre 2018, qui


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venerdì 31 agosto 2018

#SENZA_TAGLI / Le impronte digitali (Tiziana Campodoni)

Le impronte digitali ci distinguono e non hanno alcun bisogno di sapere di che colore siamo. L'impronta musicale invece ci qualifica e chi ... 
"non può contare su alcuna musica dentro di sé... ha moti dell'animo oscuri come la notte" (William Shakespeare)

*** Tiziana CAMPODONI, insegnante, saggista, blogger, facebook, 30 agosto 2018, qui


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domenica 26 agosto 2018

#SENZA_TAGLI / Giusto due cosette (Tiziana Campodoni)

Se è vero che non c’è alcun atto al Viminale che attesti l’ordine, illegittimo, per la procura, di bloccare a bordo i migranti della nave italiana Diciotti, in un porto italiano e l’ordine è passato attraverso i post su fb, dai tweet del ministro e da alcune telefonate, mi domando chi abbia preso ordini dai social o per telefono e se questo possa essere bastato per trattenere su una nave militare più di cento persone.

C’è una Costituzione, si richiede ordine scritto se contrario alla Legge. Se l’ordine arriva si può impugnare e opporvisi, se non arriva si attua la Costituzione e si ci attiene alla legge vigente. Perchè c’è la legge vigente. Non si va dietro alla voce grossa, ai ricatti, alle atmosfere roboanti create ad hoc. Ci si attiene saldamente, nervi saldi, ai fatti … questa è tenuta democratica. E compete ad ognuno di noi.

Il ministro dell’interno non è meno responsabile in tutto questo, è colpevole anche d’aver inquinato e saccheggiato – insieme a chi per lunghi anni ha attuato il disconoscimento della realtà, l’uso e sopruso della verità a fini personali mai rispettabili in uno stato di diritto – le menti di questo Paese culla di bellezza e cultura… D’aver iniettato ogni giorno dosi di veleno rancoroso miste a ignoranti idiozie, tossiche paure immotivate per distogliere dai reali laceranti problemi e dai mezzi opportuni per risolverli, e tutto per costruirsi l’immagine dell’eroe potente, troppo spesso a torso nudo, cui aspira, che si pone come unico salvatore, che sollecita una croce su cui essere inchiodato e chiede addirittura a gran voce di essere difeso dai “cattivi” – che son tutti tranne lui – arruolando un esercito di infelici in una guerra distorta contro nemici irreali. Questo è uso infame della democrazia.  E a proposito di uso, l’uso di stato, istituzionale, dell’account personale sui social è profondamente scorretto. Ma non saper distinguere è problema diffuso e assai rischioso. Chi non sa distinguere non è egli stesso “distinto”, non è autonomo e non sa pensare. E pensare il minimo indispensabile non è pensare, come spalancare l’impermeabile non è governare.

Degradare e immiserire le menti di un paese dovrebbe essere reato. Chiunque lo faccia, ovunque lo faccia, sempre.

*** Tiziana CAMPODONI, insegnante, saggista, blogger, Giusto due cosette, 'bluemoonandart.it', 26 agosto 2018, qui


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lunedì 20 agosto 2018

#SENZA_TAGLI / Il ponte (Tiziana Campodoni)

Tuonava quel giorno a Genova e pioveva forte… Tra un tuono e l’altro s’era annidato ben altro frastuono.  Ma noi credevamo di doverci riparare dalla pioggia e aprivamo l’ombrello e guardavamo distrattamente i domani turgidi d’incanto scorrere senza saper bene dove andavano.

Grigia Genova coperta di nuvole e carica di piogge. E noi abbiamo paura delle piogge. L’acqua inonda, porta vie case e strade, porta via vite l’acqua a Genova e noi, superstiti quotidiani, spalatori perenni, lo sappiamo. E tra un grigio, una pioggia e un fulmine teniamo segreta questa paura come un argomento secondario -per non dargli troppa superbia- rispetto ad altro e guardiamo il cielo illuminarsi a giorno tenendo duro senza dargli troppa importanza come con un bambino che fa troppi capricci.

Tuonava forte a Genova. E poi uno di quei tuoni ha assunto un nuovo nome. “E’ crollato il ponte”. E Genova s’è zittita. Tratteneva il respiro, come in apnea, come quando un’altra voce s’era alzata “hanno ucciso un ragazzo” un orrore che andava a sovrapporsi proprio sull’altro timore silenzioso che da giorni serpeggiava a Genova blindata “vogliono il morto”.  Ma chi aveva ascoltato? “Hanno ucciso un ragazzo”. E il sangue si gelava nelle vene. Hanno sparato a Carlo Giuliani. E anche il mugugno s’era fermato.

Tuonava forte a Genova il 14 agosto “E’ crollato il ponte” E le auto con il loro prezioso carico cadevano – come perle da una collana improvvisamente  strappata e senza valore – in uno strapiombo di settanta metri. E’ crollato il ponte, cento metri almeno, su case e persone. Ed è ancora dolore. Dolore su dolore. E poche risposte. E poca comprensione.

Il ponte è per sua natura il collegamento. E a Genova, stretta e lunga, quel ponte teneva unita e integrata e percorribile tutta la città. Che fa un ponte se non unire due parti distanti e inavvicinabili? Si costruisce sull’acqua, su una gola, su tutto ciò che divide, separa o funge da barriera. Il ponte è ciò che collega. Ed è una metafora affascinante che descrive le funzioni psichiche di una persona o anche le relazioni tra due o più persone. Il ponte collega, favorisce la diversità senza implicare l’esclusione e dove ci sono ponti non ci sono neppure la fusione e l’identificazione totale, così come non ci sono scissione e isolamento. I ponti sono i primi bombardati nelle guerre. I nemici sanno dove picchiar duro.

E’ crollato il ponte e la città piange quarantatrè corpi e centinaia e centinaia di sfollati con altrettante case piene di ricordi perdute. Ma è crollato anche il ponte interno, quello che collega le pulsioni istintuali, quelle basse, quelle senza parole, alla mente, alla capacità di pensiero, alle parole, qui, ancora una volta, imbevute di lacrime. Ma chi di noi ha ascoltato?  E Genova applaude su bare silenziose.

Come nei lapsus tristi quando compare la parola funerale in-vece di matrimonio (si sa che non bisognerebbe sposarsi o almeno pazientare un attimo)… oppure si presenta in ghingheri la parola  matrimonio al posto di funerale… si sa, o si dovrebbe sapere, che si sta attuando una vigorosa negazione che si rimuove il dolore e si fa finta che sia una festa. Si fanno selfie, si sorride amabilmente, si coglie l’occasione per esibirsi. Come chi balla ridendo sulla morte.

Come scrive Francesco Orru Conseglie rapede: ì funarale sona ì momente maglioro pè faro propegande, ì protagoneste sone molte descrete.

Non sono un ingegnere e non so parlar di ponti, non sono un giudice e non so parlar di colpe, non sono un avvocato e non so parlare di procedure e regolamenti, so solo parlare un poco di persone e del loro mondo interno e so che tutti i ponti vanno messi in sicurezza, vanno salvati e ne vanno costruiti di nuovi. Anche i ponti interiori. So che il ponte è creazione tra due elementi che si cercano o due unicità differenziate cui un arco teso viene in soccorso, so che il ponte non è dell’uno e non è dell’altro è un altro sè, come lo sarebbe un figlio.

Amo i ponti quanto amo le soglie e la penombra. So che la notte su Ponte Vecchio a guardare il tramonto e ad aspettare l’alba mi ha cresciuta (e nobilitata forse) e so che gli sono grata, so che varcare i ponti simboleggia l’aver collegato le opposizioni interne, traversare i ponti insegna la congiunzione, la dialettica, il bene e la bellezza dell’unire. E quanti ponti ho camminato a Venezia imparando a piangere in una notte irreale piena di nebbia tra i pizzi di S.Marco. So che servono ponti per raggiungere desideri, per valicare difficoltà, macerie, assenze e serve quell’area intermedia dell’esperienza che è il ponte anche per saper da che parte andare, contro chi lottare (Majakovskij).

Una profonda, nobile, istintivamente colta risonanza abita i ponti e si chiama consapevolezza.

*** Tiziana CAMPODONI, insegnate, blogger, saggista, Il ponte, 'bluemoonandart', 19 agosto 2018, qui


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lunedì 16 luglio 2018

#SENZA_TAGLI / Bambini che vedono gli adulti fare i bulli (Tiziana Campodoni)

Penso ai bambini che vedono "adulti" fare i bulli, gli strafottenti con i deboli, i poveri, con persone sporche e malvestite, e li vedono scacciare e lasciar morire persone in mare e sentono urlare parole d'odio e ferocia nei confronti dell'altro o del "diverso" e poi dovrebbero stimarvi, imparare il rispetto e maturare un'immagine sopportabile di sé. 

*** Tiziana CAMPODONI, insegnante, blogger, saggista, facebook, 14 luglio 2018, qui


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venerdì 29 giugno 2018

#SENZA_TAGLI / Ti prego, tristezza (Tiziana Campodoni)

Troppo abituati a vedere che non è “legittima” oggi, non ne parliamo. Non ha luogo, non ha ascolto, non si ha voglia di parlare della tristezza. Bisogna ridere, agitarsi, fare e rifare, agire, vincere, urlare oppure irrigidirsi, odiare, incolpare e la tristezza non s’accompagna mai volentieri a questi verbi esagitati, sommari e creduloni. E’ un sostantivo tenero e prezioso, lei, non vuole essere messa alle spranghe con una diagnosi né essere ripudiata come dubbio o debolezza … Vede, sa, ma ha tempi onesti e lunghi, ha modi sensati e attinenti … Non vuole essere dileggiata, fraintesa o trasformata in moneta spesa alla bisogna. Non vuole essere drogata o riempita d’alcol per essere messa a tacere. Vuole esistere, essere capita, ascoltata e vuole un cantuccio dove lentamente pensieri e parole possano raggiungerla e svelarla. Solo un riparo dove non sentirsi braccata e dove poter svolgere quel suo magico lavoro di radunare le nuvole volate troppo in alto, appesantire i vapori che danno alla testa e trasformarli in lacrime di pioggia affinché tornino in basso, in grembo, al suolo, alla calma, alla pacificazione. Quel grande insostituibile lavoro di mantenere l’uomo legato a sé e l’umanità ben salda e presente nel mondo e nel nostro mondo. Lavoro ormai anche lui “licenziato”, precario, senza diritti … distribuito “ad minchiam” nel capriccio, nel superfluo, nel pettegolezzo, nel raggiro…

Non sei sola cara tristezza, non andartene… Mai come oggi abbiamo bisogno di te, del tuo palpitare nel petto davanti a crudeltà mostruose, davanti a orrori che non sappiamo impedire, davanti ai nostri patimenti che rischiano di diventarci estranei. Abbiamo bisogno del velo di lacrime che regali ai nostri occhi e più agli uomini … sai, ancora non sanno commuoversi.  Non ascoltare chi ti impaurisce, chi ti istiga al rancore, chi ti rinnega, chi incendia il tuo cuore… Solo tu e la tenerezza potete proteggerci perché custodite il giardino prezioso della sfumatura, del dolore sofferto non espulso e della civiltà in cui l’uomo che viene prima di tutto. Non andartene. Non sei nemica. Sei l’unico terreno fertile per i figli che verranno e l’unico rifugio ormai dell’essere umani.

*** Tiziana CAMPODONI, insegnante, blogger, saggista, Ti prego, tristezza, 'bluemoonandart', 28 giugno 2018, qui

foto di Daidō Moriyama, 1938
fotografo giapponese

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martedì 26 giugno 2018

#SENZA_TAGLI / E dall'inferno per ora è tutto (Tiziana Campodoni)

"Non rispondere agli sos dei barconi? Dovete chiederlo al mio collega Toninelli. Se così fosse avrebbe il mio totale sostegno".

"Le navi delle ong complici dei trafficanti".

"In Libia centri all'avanguardia, smontiamo retorica delle torture".

E dall'inferno per ora è tutto.

*** Tiziana CAMPODONI, facebook, 26 giugno 2018, qui

Salvini: "In Libia centri all'avanguardia, smontiamo retorica delle torture"
'la Repubblica', 25 giugno 2018, qui

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giovedì 7 giugno 2018

#SENZA_TAGLI / Altrimenti diventeremo 'loro' (Tiziana Campodoni)

Insulto, volgarità, disprezzo, violenza, odio...
C'è un livello oltre il quale non dobbiamo andare. 
Altrimenti diventeremo "loro"...
E avranno vinto davvero.

*** Tiziana CAMPODONI, insegnante, blogger, saggista, facebook, 2 giugno 2018, qui


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mercoledì 6 dicembre 2017

#SENZA_TAGLI / Destino di un Paese, dipende da ogni giorno (Tiziana Campodoni)

Il destino di un Paese non dipende solamente dal tipo di voto sulla scheda elettorale, ma dal tipo di uomo e di donna che scegli ogni giorno di essere; dal tipo di persona che ammiri e alimenti attorno a te; dalle scelte che avvalli dagli eventi che consenti accadano socialmente, politicamente e individualmente e questo molto prima e molto più delle semplici (seppur importanti) elezioni. 
Ogni giorno si fa politica, ogni giorno ci si occupa della propria vita interiore, ogni giorno con consapevolezza, impegno e trasparenza si presidia la democrazia. 

*** Tiziana CAMPODONI, insegnante, blogger, saggista, 'facebook', 5 dicembre 2017, qui

Robert DOISNEAU, 1912-1994
fotografo francese

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lunedì 4 dicembre 2017

#LINK / Donne, da Ceni a Ceneo e la violenza sull'anima (Tiziana Campodoni)

(...) Ecco perché la bella Ceni, nata femmina, cambiò natura e identità, cambiò nome e divenne Ceneo. Così si raccontava. Ceneo, lieto del dono, se ne andò a  trascorrere l’esistenza in attività virili e divenne un invincibile guerriero che non temeva arma, invulnerabile a qualsiasi colpo. Anche questo si raccontava.

Dopo quel che aveva subìto, la bella Ceni, s’era convinta d’aver ricevuto un dono di cui esser lieta, mentre aveva dovuto scegliere il massimo della pena: non essere più femmina. Se il dolore e il nome di Nestore contengono la consapevolezza, dal nome di Ceni spunta una radicale trasformazione: del femminile in maschile, di una vittima nel suo carnefice.

E questo si racconta anche oggi quando uomini e donne si schierano, spaccando il capello in quattro, come un esercito contro chi ha subìto, quando uomini e donne col sarcasmo, l’ironia, la banalizzazione soffocano quell’anima tenace sotto cumuli di colpa: il peso penserà ad ucciderla. Quando occhi di donna guardano con occhi di uomo le altre donne, le donne ferite,  il giudizio, non la compassione,  il maschile violento s’annida in quegli occhi e il femminile, sepolto da quel cumulo immane smania e il suo respiro non trova più aria per nutrirsi.  Anche questo si racconta.

Occhi di donne inconsapevoli che hanno subìto anch’esse una trasformazione, hanno aderito al modello maschile rinunciando alla loro natura come fosse un premio. Guerriere maschili, coi maschi guerreggiano, a letto, al lavoro, in amore, armate e lucenti, invulnerabili al dolore e quindi anche all’amore, invulnerabili e compiacenti con gli uomini prive di sorellanza nei confronti delle donne, la bella Ceni non vogliono sopportare e seppelliscono con sguardi maschili loro stesse femmine: è come se l’alto Ida fosse scosso da un terremoto. Un terremoto interno. (...)

*** Tiziana CAMPODONI, insegnante, blogger, saggista, "Potevamo cadere da più in alto e farci meno male", 'bluemoonandart', 5 novembre 2017, qui

Salvador Dalì, 1904-1989
pittore, scultore, scrittore spagnolo
Il viso di Mae West

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sabato 2 dicembre 2017

#SGUARDI POIETICI / Alle lacrime delle donne. Cosa scrivevi sulla sabbia? (Tiziana Campodoni)

Fermasti l’azione tacendo
non ti piegasti alla domanda
era un inganno.
Togliesti lo sguardo da quegli occhi vogliosi
di regressione e di carpire l’intimità profonda
di un sentire integro, generoso, diverso
vogliosi di rubare quel che non si può prendere
attraverso un rigido responso: o sì o no.
O tu, o lei. Non c’era risposta possibile.
Ti chinasti sul silenzio che dilata gli assoluti,
che distende le domande stringenti
quel silenzio che aumenta lo spazio e allontana i predatori.
Lei ti guardava. Nei suoi occhi l’orrore muto.
Non poteva ribellarsi, urlare, piangere.
I saccenti avevano interpretata la rocciosa legge.
Era colpevole. Dicevano. D’amore. Lei sola.
Segni facevi per terra con il dito che non puntasti.
Larghi e lenti segni, attenti accurati ma dai fatti distolti,
scrivevi sulla terra, ripiegato nel silenzio
come un folle segue il suono di parole non dette
come un visionario segue
il linguaggio alato di un’umanità divina che piange.
Il suo cuore sussultava. Cosa scrivevi sulla sabbia?
Gli scribi rapiti dai tuoi ampi gesti non capivano,
e come avrebbero potuto?
Gli eccellenti ipocriti farisei, ansiosi, attendevano
che il fatto si compisse e il sangue si versasse:
in una mano la domanda, nell’altra la pietra.
Cosa scrivevi sulla terra?
Un altro significato cominciò a vibrare nel silenzio
il nuovo spazio si creava e lapidava un orizzonte morto.
I tuoi larghi segni catturavano gli sguardi,
angosciavano gli animi astuti e violenti,
disegnavano un enigma, fermavano il tempo.
Tu fosti l’imprevisto, l’inatteso, lo sconcerto,
l’ignoto che apre al pensiero e del pensare ampia il sentiero.
Rifiutasti la domanda. Tacesti le parole degli uomini stolti.
Scrutavi il silenzio e esso divenne domanda
si levò come un’accusa,
ferì come un’arma,
schiaffeggiò l’arroganza.
Eri strano. Tacevi. Scrivevi sulla sabbia.
L’incanto del tuo gesto imponeva un linguaggio alato.
Lo sguardo umido di lei carezzava quella mano.
Non gli scribi, non i farisei… No
lei che sapeva amare capiva
nello scrivere si rifugiava il linguaggio braccato,
lei sapeva leggere l’amore
e le parole scritte erano ricami d’un animo ferito
lei che aveva amato sentiva il respiro della natura
e la potenza di quel gesto danzante, lieve e deciso.
Ti guardava e brividi nuovi correvano sulla sua pelle.
Come un dito sul pelo dell’acqua genera cerchi che si rincorrono,
rallentano, si allargano
così quell’inconsueto silenzio, quell’improvviso squarcio nella mente,
quel nuovo divino linguaggio,
aveva sospeso il tempo, allargato l’intelletto, inondato i cuori.
Nessuno era senza peccato.
Era salva, ma nuove lacrime scivolavano malinconiche sulle sue guance.
Cosa aveva letto sulla sabbia?
La codardia di chi amava e non l’aveva protetta, non l’aveva difesa,
la stupidità e la ferocia di quegli uomini smaniosi di scagliarsi contro di lei
lavando così i propri peccati?
O aveva visto la sorte di altre giovani donne dopo di lei,
altri corpi dilaniati, altre emozioni devastate, altri silenzi terrorizzati?
Aveva visto altre pietre che nessuno avrebbe fermato
e intuito le urla di altre donne, ragazze, bambine
e calunnie, solitudine, disprezzo, condanne,
altri astiosi maligni bestiali pensieri e soprusi
E mani brutali sporche rabbiose sul loro corpo inerme
e occhi spaventosi, visi deformati, respiri affannati sul loro volto
a strappare a forza ciò che non può essere rubato
solo, amando, reciprocamente donato…
Capisco le sue lacrime e i ruscelli, i fiumi, i torrenti e tutte le lacrime della Terra.
E il tuo non era silenzio,
avevi visto negli occhi della folla
di cosa potevano essere capaci gli uomini.
Non scrivevi sulla sabbia,
cercavi di consolare il tuo dolore e il dolore della Terra
per ogni atto d’amore ucciso,
per ogni ventre violato,
per ogni desiderio estirpato,
per ogni vita spezzata.
Non era silenzio il tuo,
ma un pianto soffocato di fronte a tanto odio.
E’ lo stesso singhiozzo disperato di ogni uomo che sappia amare.
Capisco le sue lacrime.
Sono le lacrime di ogni donna capace d’amore.


*** Tiziana CAMPODONI, insegnante, blogger, saggista, Alle lacrime delle donne. Cosa scrivevi sulla sabbia?, 'bluemoonandart', 9 sttembre 2017, qui

Masurca Furgo (Pina Bausch)
foto di Jean Louis Fernandez

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martedì 26 settembre 2017

#BREVITER / La politica italiana (Tiziana Campodoni)

Tiziana CAMPODONI
 insegnante, blogger, saggista
(via facebook, 26 settembre 2017, qui)

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domenica 2 luglio 2017

#SGUARDI POIETICI / Devo lasciarti, se mi amo (Tiziana Campodoni)

ti ho sognato
gli dicevo in sogno
Un senso di casa tra le mani
io che di casa conosco l’odore
io che la casa non l’ho mai avuta
io che la casa la costruisco in sogno
Una viscerale assenza nel ventre
un vuoto doloroso cosmico dal gusto metallico
Un vuoto che dal senso trae immagini
segni che portano parole che portano lontano.
Periferie si stratificano
e frammenti
archeologia urbana
pensieri di passaggio
danzano un odioso minuetto.
Il passato sempre ai margini del presente,
mi rannicchio dentro, tutto è dentro
graffia il fuori lo ritinge lo ritaglia
ti sogno, ti dico mentre ti sogno
è necessario dimenticare
slegarmi dall’abbraccio
lasciarti andare…
Una vicinanza emotiva
divampa in quel vuoto
un mazzo di immagini come carte da gioco
si squadernano, non riesco ad acchiapparle
Sono stanca
mi rannicchio in un quasi blu
contrappunti eleganti s’improvvisano
lentamente
un fondale blues di vuoti, pieni e note lunghe
a due voci,
un testo musicale
un discorso interno
un sax tenore
una ninna nanna
Dormo, ti dico
mentre ti sogno
padre perduto
devo lasciarti
se mi amo.

*** Tiziana CAMPODONI,  insegnante, blogger, saggista, Devo lasciarti, se mi amo, 'bluemoonandart', 1 luglio 2017, qui

André Ketrész, 1894-1985
fotografo ungherese

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venerdì 2 giugno 2017

#RITAGLI / A provocar dolore... (Tiziana Campodoni)

Siamo figli di un immenso dolore che ha distorto i volti, incenerito vite, devastato famiglie, distrutto persone. Figli di conflitti, orrore e risentimento, deformati dall’angoscia, annichiliti dalla sofferenza. Provocar dolore : questo il fine ultimo di ogni bomba, ogni guerra, ogni odio, ogni violenza.

Chi ha mai vinto una guerra?

Il dolore ha vinto tutte le guerre. (...)

Parliamo di cose,  perché solo cose abbiamo negli occhi. Abbiamo tolto anche il significato al dolore ed è rimasto povero e privo di se stesso, un guscio eluso e sterile a rivestire vuoti e noiosi narcisismi … anche loro inseriti nella catena, anche loro hanno dato, danno e daranno frutti mortiferi. (...)

Quando facciamo scelte di ogni genere, politiche comprese, di umanità dovremmo preoccuparci, umanità tanto devastata, inascoltata, mercificata che “tanto il dolor le fè la mente torta”. 

Se vogliamo sconfiggere le radici del potere seguiamo i soldi, se vogliamo raggiungere l’umanità, seguiamo il dolore. (...)

*** Tiziana CAMPODONI,  insegnante, blogger, saggista, A provocar dolore..., 'bluemoonandart', 1 giugno 2017

LINK articolo integrale qui


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lunedì 10 aprile 2017

#SGUARDI POIETICI / Del viver ch’è un correre a la morte (Tiziana Campodoni)

Ci sono partite che non puoi vincer da solo
sfide di sfide, sfide da tra te e te
sfide usate, scopi segreti
l’ardir di fare il bello e cattivo tempo
il capriccio di cambiar idea in ogni momento
sfide che negano responsabilità,
eludono l’altro, elidono gli altri
a banalizzazioni si aggrappano
nulla di buono sortisce mai
come da cuori aridi come da menti immobili
acting out
del vivere ch’è un correre a morte
nessun pensiero lungo,
nessuna fertile conversazione con sè
mentecatto chi a te si affida.

*** Tiziana CAMPODONI, insegnante, blogger, saggista, Del viver ch’è un correre a la morte, blog 'bluemoonandart', 8 aprile 2017, qui - Titolo da Dante, Purgatorio XXXIII, 54

René Maltête, 1930-2000
fotografo e poeta francese

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lunedì 3 aprile 2017

#SGUARDI POIETICI / Le persone perbene le riconosci subito: sono sfinite (Tiziana Campodoni)

alcuni hanno stanze polverose
piene di ricordi dimenticati,
di ammuffiti per sempre,
di accumuli di silenzi e buio;
stanze che non si schierano, vogliono essere tutto…
ma per educazione, dicono.
Alcuni dorano le loro stanze prima di esporle,
splendenti le indossano come un’armatura di formica lucente,
vagano dentro emozioni studiate alla ricerca dello stupore altrui,
stanze che migrano da un io all’altro e nessuno che le respinga;
stanze manipolatorie che come vampiri succhiano il valore che non hanno ovunque
stitiche di bontà generosità e altruismo, diarroiche di parole seduzioni e ipocrisie
senza contenimento, si muovono solo in stanze di potere e nessuno che alzi un muro;
stanze come spacciatori tossicodipendenti che vendono fumo per arricchirsi
di potere, di fama, danaro e nessuno che le incarceri.
Alcuni hanno stanze violente dove nutrono ambizioni, piegano la realtà a fini propri,
attente sospettose strateghe si muovono nell’ombra come politici corrotti
non hanno luogo e colonizzano come mafiosi cuculi impazziti estorcono
viziano e arredano gli occhi altrui con la loro follia mimetica
devastano animi per garantirsi d’esser sane
Stanze avanzi di malinconie, tessono luci e ombre che filtrano
parlano piano,
vedono l’invisibile, spalancano finestre, scavano altre stanze di echi di nuvole e di forse
il vento le culla come correnti di mare
lacrime le accompagnano, ferite le impreziosiscono, tenerezze le affascinano;
crepe d’amore le abitano,
archeologia di sogno, ignote note e soffitte narranti
altrove è uno sguardo lontano

*** Tiziana CAMPODONI, insegnante, blogger, saggista, Le persone perbene le riconosci subito: sono sfinite, blog 'bluemoonandart', 20 marzo 2017, qui(Titolo ripreso da Serafino Bandini, che l'autrice ringrazia).


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mercoledì 1 marzo 2017

#SENZA_TAGLI / Ciao dj Fabo (Tiziana Campodoni)

No, non capisco. Perché non state zitti?

E quelli che muoiono nell’attesa d’esser curati?

Quelli che fanno a meno di sè nelle carceri?

Quelli che lasciamo morire di fame, di sete, di stenti, di tortura, di guerra… bambini compresi?

Quelli che non hanno un lavoro o rovistano nei bidoni della spazzatura ?

E le morti bianche, le morti sul lavoro, le morti per inquinamento cancerogeno?

E le morti “dentro” di cui quasi mai ci si occupa …

Dite la verità: è l’autodeterminazione che vi manda fuori di testa… Il fatto che una persona decida di non voler più soffrire. Va bene Ponzio Pilato del me ne lavo le mani, ma non tollerate chi con un morso si libera da un dolore inutile. Chi ha le palle non sopportate, chi ha coraggio, chi non si conforma al vostro sentire ipocrita giudicante e sadico…Questo non sopportate? La vita, è evidente, non v’interessa poi improvvisamente anche la morte v’interessa, improvvisamente vi riguarda, questa morte vi disturba … Già, lasciar morire non vi fa sentire in colpa, nè responsabili.  E per questo fate pena.

Ciao #djFabo

“Quanti si tengon or lassù gran regi,
che qui staranno come porci in brago,
di sè lasciando orribili dispregi” #Dante,  Inferno, VIII

*** Tiziana CAMPODONI, insegnante, blogger, saggista, Ciao dj Fabo, blog' bluemoonandart', 28 febbraio 2017, qui


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martedì 17 gennaio 2017

#SGUARDI POIETICI / Donna (Tiziana Campodoni)

Non ghiaccerà dal dolore
di pietra non diverrà il suo sentire
rigidi inverni
da sola
nei secoli
ha trasformato.

Con amore guarda il non amato
e per il gelo coltiva tenerezza
tra le mani tiene il freddo e con le mani lo scalda
l’imperturbabilità non mina intelletto d’amore
dei miseri di cuore è l’indifferenza.


*** Tiziana CAMPODONI, insegnante, blogger, saggista, Donna, 'bluemoonandart', 16 gennaio 2016, qui


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