mercoledì 31 agosto 2016

#PIN / Maiuscole (MasFerrario)


In Mixtura quasi 400 miei #PIN qui

#IN_LETTURA / Olga Samarina, Adrian Tomine, Jacques Chapiro

Olga Samarina
artista russa
(womenandcats.tumblr.com, via pinterest)

° ° °

Adrian Tomine
artista statunitense
(HuffingtonPost, via pinterest)

° ° °

Jacques Chapiro, 1887-1972
artista russo
(ocaocomeuolivro.blogspot.pt, via pinterest)

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#SGUARDI POIETICI / Sento il tuo disordine (Mariangela Gualtieri)

Sento il tuo disordine
e lo comparo al mio. C’è
somiglianza. C’è lo stesso slabbro
di ferite identiche. C’è tutta la voglia
di un passo largo in una terra
sgombra che non troviamo.
Sento il tuo respiro schiacciato
lo sento somigliante
ti sento piano morire
come me che non controllo
l’accensione del sangue.

Anch’io cerco una libertà che mi
sbandieri, una falcata
perfetta, uno stacco d’uccello
dal suo ramo, quando si butta
improvviso e poi plana.

*** Mariangela GUALTIERI, 1951, scrittrice e poetessa, senza titolo, da Senza polvere senza peso, Einaudi, 2006.
Anche in 'internopoesia', 5 dicembre 2014, qui

#LINK / Zuckerberg, inchino all'imperatore di Facebook (Christian Raimo)

Mark Zuckerberg, il fondatore e attuale presidente di Facebook, ieri, 29 agosto, era a Roma; aveva annunciato questo viaggio qualche giorno prima – si trovava già in Italia di passaggio per il matrimonio di un suo amico, l’amministratore delegato di Spotify, Daniel Ek, sulle rive del lago di Como, e ha deciso di allungare. Era già stato in Italia, in viaggio di nozze e altre volte, ma sempre come privato cittadino, più o meno.

La visita di ieri era diversa: è stato ricevuto come una specie di capo di stato, ha avuto udienza dal papa, un colloquio privato con il presidente del consiglio Matteo Renzi, e ha voluto incontrare la “comunità italiana”, come l’ha definita – ossia i circa trenta milioni di italiani iscritti a Facebook. (...)

Per esempio, gli si poteva chiedere come mai Facebook nel 2015 ha incassato di pubblicità in Italia 350 milioni di euro ma ha pagato solo 200mila euro di tasse (ossia un’aliquota dello 0,057 per cento) oppure ragionare con lui del funzionamento dell’algoritmo (ieri è uscito questo articolo su come la mancanza di controllo umano possa creare non pochi problemi), del rapporto con i mezzi di informazione eccetera.

L’impressione invece era quella di una visita quasi tutta sotto copyright (Luca De Biase ha raccontato i suoi problemi a postare un’innocua foto), e soprattutto di un’università ridotta a un gruppo di fan, e nelle file in fondo i giornalisti che non potevano fare domande: un enorme spot pubblicitario per Facebook durato un intero giorno.

Zuckerberg sembrava un patrizio romano che visita la Cilicia e parla dell’invenzione dell’anfiteatro. Sarebbe bastato che rimanesse a Roma altre ventiquattr’ore ed è probabile che sarebbe riuscito a venderci il Colosseo, il che – a pensarci bene – è quello che fa ogni giorno.

*** Christian RAIMO, giornalista e scrittore, L’Italia s’inchina all’imperatore di Facebook, 'internazionale.it', 30 agosto 2016

LINK articolo integrale qui


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#FOTO / Gli occhi della rivoluzione industriale (Ian Beesley)

Ian BEESLEY
Gli occhi della rivoluzione industriale
'internazianle.it, 30 agosto 2016

Fino al 18 settembre 2016, il People’s history museum di Manchester, ospita la mostra Grafters, curata dal fotografo Ian Beesley.

Beesley ha raccolto una serie di immagini realizzate dal diciannovesimo al ventunesimo secolo, che testimoniano l’evoluzione del rapporto tra la fotografia e il mondo industriale nel Regno Unito. “La fotografia è uno dei prodotti nati durante la rivoluzione industriale e ha svolto un ruolo importante nel modo di raccontare la società del tempo e i suoi operai”, ha spiegato Beesley.

Fino al diciottesimo secolo, gli operai erano usati nelle immagini commerciali come elementi secondari per promuovere nuovi macchinari e tecnologie industriali. Alla fine del secolo invece, diventeranno i rappresentanti di un’intera classe sociale e nelle immagini saranno spesso ritratti in gruppi ordinatamente allineati, come saranno raffigurati i soldati durante la prima guerra mondiale.

Il percorso espositivo testimonia l’evoluzione della vita operaia da un lato, e della fotografia dall’altro, che diventa un modo per raccontare e documentare i cambiamenti e le sfide della società.

Selezionate da vari archivi del nord dell’Inghilterra, molte delle immagini sono inedite e anonime, oltre a non riportare il nome delle persone ritratte. Per questo, alle foto sono stati associati dei versi composti dal poeta britannico Ian McMillan per dar voce a quei volti.
(dalla presentazione)

#MOSQUITO / Ironia, e sarcasmo (Beppe Severgnini)

L’ironia – o la mancanza della medesima – è un indicatore importante, quando si tratta di formarsi
un’opinione. Ho incontrato persone intelligenti senza alcun senso dell’umorismo, in vita mia. E ho incontrato persone poco intelligenti prive di ironia. Ma non ho mai incontrato persone ironiche e stupide: le due caratteristiche sono incompatibili. (...)

L’ironia è salutare, ma come tutte le cose buone va trattata con delicatezza: rischia di inacidire, e diventare sarcasmo. (...)

L’ironia è importante. Non è, come sostiene qualcuno, una forma di disimpegno. È invece un modo per rispondere all’imperfezione del mondo. È sorriderne, mentre si cerca di eliminarne un po’.

*** Beppe SEVERGNINI, giornalista, saggista, Italiani di domani, 2012, Bur, 2014
Anche in 'aforismario', qui


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martedì 30 agosto 2016

#VIGNETTE / Mauro Biani, Natangelo

Mauro BIANI
Bugie da grandi, 'il manifesto', 25 agosto 2016

° ° °


NATANGELO
Arrivano i media, 'Il Fatto Quotidiano', 27 agosto 2016

#TAO / Gufo e Dragone

Tao, Gufo
(via pinterest)

° ° °

Tao, Dragone
(via pinterst)

#CIT / Solo l'ironia (Giorgio Manganelli)

(citazione da 'aforismario', qui)

#SGUARDI POIETICI / Se potessi rivivere la mia vita (Nadine Stair)

Se potessi rivivere la mia vita
avrei il coraggio di fare più errori la prossima volta.
Mi rilasserei, sarei preparata.
Sarei più matta di come sono stata in questo viaggio.
Prenderei meno cose sul serio.
Mi darei più possibilità.

Scalerei più montagne e nuoterei in più fiumi
Mangerei più gelati e meno fagioli.
Avrei, forse, più problemi reali, 
ma un minor numero di problemi immaginari.

Vedi, io sono una di quelle persone che vive 
in modo ragionevole e sensato, ora dopo ora,
giorno dopo giorno.

Oh, i miei momenti li ho avuti,
ma se mi capitasse di tornare indietro,
ne vorrei avere di più.
In effetti, mi piacerebbe provare a non avere nient'altro. 
Solo momenti, uno dopo l'altro, 
anziché vivere tanti anni in anticipo su ogni giorno.

Sono stata una di quelle persone che non va mai da nessuna parte 
senza un termometro, una borsa dell'acqua calda, un impermeabile e un paracadute.
Se dovessi tornare indietro, 
vorrei viaggiare più leggera di quello che ho.

Se potessi rivivere la mia vita,
vorrei iniziare a girare presto a piedi nudi in primavera
e rimanere così fino ad autunno inoltrato.
Andrei a ballare dei più,
andrei di più a cavallo sulle giostre,
raccoglierei più margherite.

*** Nadine STAIR, 1892-1988, statunitense, nativa di Luisville, Kentucky, Se potessi rivivere la mia vita, traduzione di Massimo Ferrario. - Testo originale in inglese, qui
Non si hanno altre notizie sull'attività dell'autrice: sembra che la 'poesia' sia stata scritta quando lei aveva 85 anni
Il testo pare essere ispirato a un articolo di  Don Herold (1889-1966, scrittore e umorista statunitense), in 'Reader's Digest', ottobre 1953. Successivamente rielaborato in forma libera e poetica, il documento è stato spesso attribuito, falsamente, a Jorge Luis Borges (1899-1986, scrittore, poeta, saggista argentino) con il titolo di Istanti.
Per un confronto fra il testo di Don Herold, e quello di Nadine Stairvedi qui
Per il testo Istanti e per avere informazioni sulle attribuzioni, vedi quiqui e qui

#MOSQUITO / Vincitori, solo chi non vi riesce mai (Fernando Pessoa)

I vincitori perdono sempre ogni capacità di scoraggiamento verso il presente; capacità, che li ha spinti alla lotta che ha consegnato loro la vittoria. Sono soddisfatti e soddisfatto può essere solo colui che si uniforma, che non ha la mentalità del vincitore. Vince solo chi non vi riesce mai. È forte solo chi si scoraggia sempre.

*** Fernando PESSOA, 1888-1935, poeta e scrittore portoghese, Il libro dell'inquietudine, 1982 (postumo), Feltrinelli, 2013
Anche in aforismario, qui
https://it.wikipedia.org/wiki/Fernando_Pessoa


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#QUARTAdiCOPERTINA / "Una casa a Bogotà", di Santiago Gamboa

Santiago GAMBOA, "Una casa a Bogotà"
2014, traduzione di Raul Schenardi
Edizioni e/o, 2016
pagine 171, € 17,00, ebook 9,99

Testo di presentazione dell'Editore - Citazioni scelte da Mixtura

Grazie al denaro di un premio letterario, il filologo protagonista del romanzo può comprarsi una casa a Bogotà nel quartiere della sua infanzia. Orfano dall’età di sei anni (i genitori sono morti in un incendio) vi abiterà con l’anziana zia che l’ha cresciuto e con la quale ha condiviso una vita nomade all’estero, una donna colta e raffinata, ex funzionaria dell’Onu e militante di sinistra. La ricerca di un luogo da sentire come proprio, la nostalgia del passato, il ricordo di viaggi, incontri, scoperte e amori, sono il filo conduttore di una storia che si sviluppa a partire dalla descrizione delle varie stanze della casa, ciascuna dotata della sua speciale magia evocativa. 
Da lì il filologo, guidato dal fido autista, muove alla scoperta degli aspetti più inquietanti della città che non somiglia più a quella della sua adolescenza: covi di drogati, spettacoli di sesso dal vivo, persino una festicciola omoerotica di nazisti. 
Non meno drammatiche sono le rivelazioni che lo attendono in un baule alla morte della zia, e che lo spingeranno sull’orlo del suicidio. Con la sua consueta abilità, Santiago Gamboa costruisce un racconto a tratti intimista e ricco di elementi autobiografici che vede fra i suoi maggiori protagonisti Bogotà, la cittadina provinciale degli anni giovanili e la caotica metropoli odierna.


«
Ma appena feci un passo all’interno, nel vedere i corridoi e la disposizione delle sale sentii che quell’odore e quel silenzio sapevano di me, mi aspettavano, e questa sensazione mi sembrò reale, perché erano stati testimoni a distanza di un’epoca della mia vita che io davo per conclusa, ma che in qualche modo era ancora intrappolata in quelle ombre e in quei labirinti che la ragazza, goffa con il suo enorme mazzo di chiavi in mano, cercava di disfare aprendo persiane, accendendo luci, spalancando finestre per far circolare l’aria e dicendo, mi scusi, dottore, lei sa come sono queste case, restano chiuse e prendono questo odore un po’ triste, vero?, e io dissi, non si preoccupi, me l’immagino, però mi dica, crede che un odore possa essere triste?, e lei, molto sicura di sé, confermò annuendo, be’, certo, dottore, ci sono odori tristi e altri felici, e allora le domandai, e quale sarebbe un odore felice?, e lei rispose come se ci avesse pensato per tutta la vita, o come se stesse leggendo un manuale, lo Chanel n. 5, dottore, non crede?, quello è un odore molto felice, e subito dopo si avviò verso la scala aggiungendo, venga a vedere il secondo piano, se il dottore vuole coniugare abitazione e studio questa è la soluzione ideale, venga, le mostro le stanze di sopra, sono enormi, e io dissi, è proprio quello che sto cercando, quindi salii, stregato dai chiaroscuri, dal lieve scricchiolio del legno sotto i piedi, e poi, mentre entravo nelle varie stanze, sentii che qualcosa dentro di me si svegliava e stirava le braccia, come un animale dormiente riportato allo stato di veglia da un brusco cambiamento. (Santiago Gamboa, "Una casa a Bogotà", Edizioni e/o, 2016)

Il gesto di portarsi un enorme boccale alle labbra e di buttare giù un sorso di quel liquido denso che, in fondo, ci ripugnava, faceva parte di quel rituale. Il rituale della tristezza e del disincanto, poiché intuivamo che in fondo niente di quello che potevamo fare avrebbe avuto senso, e che tutto era perduto già da prima, ma che bisognava affrontare ugualmente la vita e dare battaglia, come una nave priva di luci e di radar che naviga nel cuore della notte e che nessuno attende. 
Quell’immagine della mia giovinezza fu probabilmente l’ultimo momento dignitoso di un’epoca, un’età della vita che dovrebbe prolungarsi e invece è sempre più breve e inquinata, perché, che giovinezza vivono i ragazzi oggi?, che ne sanno loro di quel desiderio di coerenza e purezza, di quella voglia di portare avanti la vita senza per questo corromperla? La verità è che non lo intuiscono neanche, perciò non gli restano che le briciole, al massimo la speranza di essere utili. (Santiago Gamboa, "Una casa a Bogotà", Edizioni e/o, 2016)

«Non lasciarti ingannare da questa post-sinistra rosa, più vicina al metodo Stanislavskij che all’impegno politico. Davanti alla vera sinistra, quella del pugno alzato e della falce e martello, prova orrore e soffre di vertigini, e la teme quanto i suoi nemici naturali, i capitalisti di destra, o forse di più, perché è una sinistra che vince battaglie soltanto ai cocktail e sulle colonne dei giornali; una sinistra zuccherata, fatta di giornalisti imborghesiti e di intellettuali che hanno ereditato grandi fortune senza mai muovere un muscolo. Come se fosse possibile essere di sinistra e portare scarpette di porcellana! A questi tiepidi fanno orrore i veri compagni dalle unghie spezzate e dalle dita forti che hanno l’anima nelle braccia, nei calzoni sporchi di grasso per il lavoro, cresciuti in case prive di elettricità, cibandosi di cavoli cotti su un fuoco di legna; certo, è gente di paese o delle periferie che a volte sbaglia e con i suoi errori crea leggende nere, mentre nessuno rivolge domande alla democrazia, che è un laghetto artificiale per il divertimento della società borghese, qualsiasi cosa faccia, nessuno la giudica né gliene chiede conto, nemmeno se ammette la schiavitù e il crimine o se lascia morire di fame i bambini. Non dimenticare mai, nipote, che davanti alla vera sinistra, e mi riferisco a gente come Fidel o il Che, queste caramelline rosse delle nostre stupide città se la fanno addosso. Il fatto è che la Colombia odierna susciterebbe la perplessità dello stesso Marx, perché qui i poveri sono di destra e la borghesia di sinistra, ma naturalmente di quella sinistra salottiera, dei soldatini di piombo che girano su un tamburello, ti sembra plausibile una mostruosità del genere? Insomma, qualcuno, racconta menzogne o, peggio ancora, prende in giro la storia e la gente, e un po’ anche se stesso». (Santiago Gamboa, "Una casa a Bogotà", Edizioni e/o, 2016)
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#SENZA_TAGLI / Russia, poliziotti pagati 5 volte più degli insegnanti (Tullio De Mauro)

Dal passato regime sovietico la Russia, come del resto altri paesi ex comunisti, ha ereditato un sistema scolastico efficiente. La percentuale di diplomati di livello medio superiore è la più alta del mondo. In questa felice età del consumismo anche in Russia gli adulti soffrono di regressione delle capacità di lettura e calcolo, ma la percentuale di persone con sufficienti o buone capacità supera la media internazionale e si lascia largamente indietro paesi come Francia, Stati Uniti, Regno Unito, Germania. Per undici anni l’istruzione è obbligatoria e gratuita, la spesa grava sullo stato. L’università ha risultati eccellenti nei settori tecnico-scientifici ma anche nell’apprendimento delle lingue straniere, e chi la frequenta ha un sostegno economico.

Il sistema poggia sull’impegno collettivo e anche, in misura notevole, sulle basse paghe dei docenti, da 10mila a 15mila rubli al mese (da 140 a duecento euro). Gli insegnanti, secondo un informatore di queste note, cominciano a lamentarsi, in genere, come là è prudente fare, “a bassa voce”. Però secondo Novaja Gazeta, il giornale di Anna Politkovskaja, qualcuno ha osato ricordare in pubblico all’attuale premier, Dmitrij Medvedev, che i poliziotti guadagnano cinque volte di più d’un insegnante. E lui ha risposto: vero, io e il mio partito, Edinaja Rossija (Russia unita), lo sappiamo, ma la vostra è una missione. Se cercate quattrini, dedicatevi agli affari. Novaja Gazeta ora chiede le sue dimissioni.

*** Tullio DE MAURO, linguista, Dalla Russia con poco amore, 'Internazionale.it', 26 agosto 2016, qui


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lunedì 29 agosto 2016

#SPOT / Marchionne (Anna Mallamo)

'facebook', 28 agosto 2016

° ° °


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#SCRITTE / Vietato, in Italia

(via facebook)

#LIBRI PIACIUTI / "Equazione di un amore", di Simona Sparaco (recensione di M. Ferrario)

Simona SPARACO
"Equazione di un amore"
Giunti Editore, 2016
pagine 273, € 18,00, ebook € 9,99

Passione, abilità psicologica, scrittura fascinosa e raffinata
Tutto si svolge tra Singapore e Roma, in un presente costantemente risucchiato dal passato e che, quando sembra trovare un assestamento in qualche modo tranquillizzante, ogni volta rimette in discussione il futuro che sembrava acquisito.

Centro focale del romanzo è un classico 'triangolo amoroso' che vede protagonista Lea, giovane scrittrice alla ricerca dell'esordio narrativo, divisa tra un affetto certo e sicuro, quieto e ormai instradato, per il marito, Vittorio, e un legame travagliato, appassionato ma anche velenoso, con un ex compagno di scuola, Giacomo, che per strane coincidenze sembra ritornare e perseguitare l'equilibrio ritrovato.

Lea e Vittorio, avvocato di successo che al successo ha dedicato la vita, vivono a Singapore: lui più di lei ancora romanticamente innamorato e felicemente immerso in una bolla ordinata e protettiva di coppia, desideroso di programmare finalmente un figlio finora sempre desiderato ma mai arrivato. Lei fragile, psicologicamente ingarbugliata, ma delicatamente sensibile e confusamente bisognosa di una passione che la risvegli e le faccia rivivere i brividi dell'amore impossibile di adolescente.
Lea ha scritto il suo primo romanzo, ispirato alla sua esperienza all'estero: una piccola casa editrice romana le propone la pubblicazione, ma le chiede due mesi di permanenza in Italia per seguire da vicino il necessario lavoro di editing.
Lei acconsente. E il passato ritorna e sconvolge ogni assetto: Giacomo compare e scompare, in un'alternanza di fatti e dinamiche che conducono a un finale inatteso.

E' una sintesi, questa, rozza e violentemente riduttiva, che mortifica la bellezza e la felice complessità di un romanzo ampio e profondo, che indaga, con psicologia sottile e scrittura ricca e suggestiva, ogni piega dell'anima umana, non solo femminile, quando Eros irrompe in ogni sua variante, fisiologica e patologica, e tutto sembra travolgere, facendo emergere le profondità scure e pericolose che stanno spesso insospettate dentro di noi.
Nessuna strizzata d'occhio al genere 'rosa', che la materia dell'amore, circoscritto al tradizionale triangolo, potrebbe suggerire: perché il tono è tenuto alto e teso, senza cadute sentimentalistiche; il linguaggio è elaborato e attento; e l'indagine, incessante e mai noiosa o stucchevole, analizza le dinamiche relazionali e interiori nel loro anche contraddittorio svilupparsi, con una sensibilità acuta e rotonda insieme, dando ragione plausibile e non superficiale alle tante mosse anche inaspettate che segnano la storia.

Le pagine corrono. Si gustano le descrizioni paesaggistiche (Singapore, Roma, un'estate alle Cicladi) e le riflessioni sul contrasto di ambienti culturali tra Singapore e Roma. E si apprezza la figura psicologico-materna dell'amica Bianca, che non smette di offrire a Lea, e al suo disagio passionale, un (tentativo di) ancoraggio in termini di analisi di realtà.

Nel suo curriculo di autrice, Simona Sparaco, ormai scrittrice autorevole e affermata, aggiunge un'ulteriore opera di pregio.
Oltre all'interesse suscitato dalla vicenda in sé, dipanata con la maestria di chi conosce i ritmi di una sceneggiatura che sa prolungare gli effetti di 'suspense' e seguìta minuziosamente con una partecipazione intensa e trascinante, ma anche con una delicatezza psicologica raffinata, resta qui confermato, come cifra stilistica della scrittrice, il linguaggio: ricco, vivido, emozionalmente denso e fascinoso, mai scontato o casuale, sempre attentamente studiato e calibrato, capace di restituire il dolore e il desiderio, il sesso e l'amore, in ogni aspetto problematico di luci e d'ombra, e di evocare atmosfere commoventi, spesso di genuina suggestione poetica.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

https://it.wikipedia.org/wiki/Simona_Sparaco

«
Le mani di suo marito le slacciano il tubino cautamente, con tutta la cura e la dedizione necessarie a non rovinare neanche un dettaglio. Sebbene inusuale la scelta di farlo proprio sul tavolo, l’inizio è una cerimonia lenta, che prevede una serie di gesti familiari da cui Lea si sente confortata. Mentre appoggia una mano sulla sua spalla, l’occhio le cade su un’unghia da cui è saltato un pezzetto di smalto. Lo ha messo qualche ora prima per lui, perché sa che gli piace. Lei non ama truccarsi, solo un filo di fard a nascondere le lentiggini che su quell’incarnato così pallido non le sono mai piaciute. Scosta una lunga ciocca di capelli ramati dal collo e lascia che Vittorio la baci, lì, in quel punto dove le vengono i brividi. E in quel momento pensa a come sarebbe stato se Vittorio quel vestito glielo avesse strappato di dosso, se fosse stato preso dall’urgenza di sdraiarla lì prima di cenare, quando era ancora apparecchiato con il servizio buono. Ma quella è passione effimera, non l’amore che ti riaggiusta la vita, si dice mentre sente il corpo di Vittorio aggiustarsi sul suo, chinarsi per cercarla e diventare con lei una cosa sola. 
Ora deve smettere di pensare al mal di testa, all’aria condizionata e a qualunque altra inezia la tenga ancorata a quel soggiorno. Deve crederci anche lei che si possa diventare una cosa sola, perché c’è stato un tempo in cui l’ha ritenuto possibile: perdere qualsiasi contatto con il mondo esterno e finire in un altrove senza più materia né confini. (Simona Sparaco, "Equazione di un amore", Giunti Editore, 2016)

«E allora cosa c’è alla fine di tutto?» gli chiedeva lei. «Nessun paradiso?» 
«Niente. Solo la fine.» 
«E non hai paura di morire?» 
«No, non ce l’ho. Ho solo paura di non trovarmi vicino in quel momento alle persone che amo.» 
«E chi vorresti, se succedesse ora?» 
«Vorrei te. Ma c’è una regola, Lea, che ti devi ricordare. Tutto quello che si dice prima o dopo un orgasmo, non ha grande valore.» 
«Allora ti amo» disse lei, mentre lui la riprendeva a sé. 
«Ti amo anch’io» concesse lui, nell’inganno della passione. (Simona Sparaco, "Equazione di un amore", Giunti Editore, 2016)

Nell’entanglement quantistico, due particelle elementari, come gli elettroni o i fotoni, che costituiscono un insieme e che interagiscono per un certo periodo di tempo in esso, sono poi soggette a un legame indissolubile: se vengono separate, anche a distanza di chilometri o anni luce, si comportano come un tutt’uno. (Simona Sparaco, "Equazione di un amore", Giunti Editore, 2016)

«Tutti hanno una persona giusta da qualche parte, Lea. Bisogna solo saperla guardare.» 
«Ma dove le prendi, sui bigliettini del cioccolatini? Un’altra frase così e ti tolgo l’amicizia.» 
«Ma sì» ride Bianca. «È proprio così. La prima sera che io e Andrea siamo usciti insieme, non te la ricordi? Dicevo che aveva il naso storto, le sopracciglia troppo folte, non mi ero nemmeno truccata e avevo i capelli sporchi. Ma che, non te lo ricordi? Ero quasi certa che a cena sarei morta di noia. Poi lui invece mi ha fatta divertire, e io l’ho immaginato bambino e ho pensato che, se l’avessi incontrato da ragazzina, saremmo diventati dei perfetti compagni di giochi, e lì ho capito che c’era qualcosa di assolutamente attraente in quel pensiero. E da quel giorno ho sempre cercato di lavarmi i capelli. Però ti assicuro, anche, che in questo momento non sto fremendo per tornare a casa a continuare quello che tu hai felicemente interrotto.» 
«Perché sei una stronza.» 
«E tu un’eterna sognatrice, bella mia.» (Simona Sparaco, "Equazione di un amore", Giunti Editore, 2016)
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#SGUARDI POIETICI / Un solo respiro (Guglielmo Nigro)

le rose del giardino dei miei genitori.
sempre generose. profumate.
ogni volta, mi fermo. ne scelgo una.
e annuso. una sola inspirazione.
con rispetto. come a non volerla violare.
oggi no. oggi mi sono concesso tre respiri di questa rosa.
grazie

*** Guglielmo NIGRO, 1975, psicologo e musicoterapeuta, Un solo respiro, in ‘Incontri con manifestazioni di vita’, 9 giugno 2013, qui

#VIDEO / La relazione Capo-Collaboratore (Stefano Facheris)


Stefano FACHERIS, consulente e formatore
La relazione Capo-Collaboratore - Semplicemente 02
pubblicato da 'evolve', 10 luglio 2016
video 2min42

In Mixtura altri 2 contributo di Stefano Facheris qui

domenica 28 agosto 2016

#NATURA_MORTA / Luigi Benedicenti

Luigi Benedicenti, 1948-2015
pittore
(via pinterest)

In Mixtura altri 2 contributi di Luigi Benedicenti qui

#SPOT / Inquinamento industriale (Pawell Kuczynski)

Pawell Kuczynski, 1976
artista polacco
(dal web)

In Mixtura altri contributi di Pawell Kuczynski qui

#CIT / Ciò cui resistiamo (Carl Gustav Jung)

Carl Gustav JUNG, 1875-1961
medico, psichiatra e psicoanalista, antropologo svizzero

In Mixtura altri 38 contributi di carl Gustav Jung qui

#SGUARDI POIETICI / Mi è sempre piaciuto (José Saramago)

Mi è sempre piaciuto osservare, badare alle sfumature…

Mi piacciono le persone che “dicono qualcosa” e che sanno ascoltare, le persone che ragionano con la propria testa.

Mi piace il battito di ciglia o il sorgere leggero di un sorriso, la voce musicale.

Mi piace ascoltare buona musica, amo suonare, non potrei farne a meno, mi piace diventare cosa unica con ciò che suono, esplodere dentro.

Mi piace guardare le mie dita scivolare sul manico della chitarra, stanno bene insieme, lì…

Amo gli occhi di una donna, la sua pelle, la sua passione, tutto.

Parlo tanto, fin troppo, ma ci sono momenti che rimango in silenzio ad ascoltarmi.
E’ in quei momenti che fabbrico i miei pensieri più veri, mentre cammino per le strade, osservando la gente che passa, ascoltando i discorsi, a volte assurdi, di alcune persone o assaporando il sole che mi scalda dentro.

Amo ridere, giocare.

Amo le cose belle, le belle storie che dicono qualcosa, mi piace tutto ciò che fa palpitare il cuore.

E’ bello aver la pelle d’oca, significa che stai vivendo. 

*** Josè SARAMAGO, 1922-2010, scrittore e poeta portoghese, premio Nobel per la letteratura nel 1998, in ‘Malinconia leggera’, 12 aprile 2012, qui (Scansione in righe di mf )
Testo riportato più volte in rete, ma senza indicazione della fonte. 


In Mixtura altri 4 contributi di José Saramago qui

#MOSQUITO / Controcorrente, è redditizio (Anacleto Verrecchia)

Non è detto che l’andare contro corrente sia sempre poco redditizio. Le trote, per acchiappare i moscerini e nutrirsi, fanno proprio questo. Si muovono contro corrente e, quando scorgono il moscerino, guizzano fulmineamente fuori dall'acqua e lo inghiottono. Se devono spostarsi più a valle rinculano, innestano la retromarcia, ma la testa è sempre rivolta verso l’alto, cioè a monte. Oltre a ciò le trote sono animali pulitissimi, come in fondo lo sono tutti quelli che vanno contro corrente.

*** Anacleto VERRECCHIA, 1926-2012, giornalista e filosofo, Diario del Gran Paradiso, 1997, citato in 'aforismario', qui

#LINK / Terremotati, e sciacalli contro i migranti (Stefano Feltri)

Chi sono gli “sciacalli”? Dopo le tragedie c’è sempre qualche ladruncolo che si infila nelle case, costruttori che pregustano gli appalti, politici che colgono l’occasione di un passaggio tv. Ma sono sciacalli, e peggiori, quelli che cercano di spostare l’onda di emozione collettiva dalla compassione all’odio. Di usare i 290 morti tra Lazio e Marche per validare i propri argomenti, come se anteporre la tragedia alle bestialità rendesse illegittime le obiezioni.

Lo sciacallaggio è partito presto, sui social network: “Perché i terremotati devono stare nelle tende e i profughi negli hotel?” Come osa lo Stato sprecare ancora risorse per quegli invasori esigenti e ingrati mentre tanti italiani hanno le proprie case distrutte? Il quotidiano Libero si è fatto interprete di questi umori che qualcuno attribuisce ancora alla “pancia” degli italiani, invece che trattarli come semplice razzismo in cerca di basi economiche per i propri pregiudizi. (...)

*** Stefano FELTRI, gionralista e saggista, Gli sciacalli che usano la tragedia contro i migranti, 'ilfattoquotidiano.it', 27 agosto 2016

LINK articolo integrale qui


In Mixtura altri 9 contributi di Stefano Feltri qui

sabato 27 agosto 2016

#SORRISI_CONTAGIOSI / Tanzania, Mali, Vietnam

Tanzania
 (foto Tommy Huynh, via pinterest)

° ° °

Mali
(robertharding.com, via pinterest)

° ° °

Vietnam
(wired-destinations.com, via pinterest)

#CIT / Persona istruita (Carl Rogers)

Carl ROGERS, 1902-1987
psicologo statunitense
 fondatore della 'terapia non-direttiva'

In Mixtura altri 4 contributi di Carl Rogers qui

#IN_LETTURA / David Hettinger, Harold Harvey, Matteo Corcos

David Hettinger
artista statunitense
(paperimages.tumblr.com, via pinterest)

° ° °

Harold Harvey, 1874-941
artista inglese
(readingandart.blogspot.com, via pinterest)

° ° °

Matteo Corcos, 1859-1933
(wordpress.com, via pinterest)

In Mixtura 1 altro conributo di David Hettinger qui 
In Mixtura 1 altro contributo di Matteo Corcos qui

#FAVOLE & RACCONTI / Il vecchio veterano e la donna (M. Ferrario)

Stati Uniti, Nord Arizona.
Ai margini di un piccolo campo-giochi di una cittadina sperduta è appena arrivato un camper. 
Ne scendono una donna e tre bambini, che corrono subito urlando verso le altalene e gli scivoli.

Su una panchina, un vecchio, fino a un momento prima di questa irruzione, dormiva con la faccia nascosta dal giornale locale: cadutogli sugli occhi mentre leggeva. 
Veste una giacca da veterano, all'occhiello un grande medaglione di latta con la bandiera degli Stati Uniti. 
Ha sentito il vociare allegro dei bambini e si è svegliato, un po' irritato da chi ha rotto la sua tranquillità.

La donna accenna un saluto e si siede sulla panchina accanto al vecchio, mentre segue con lo sguardo i figli che giocano. 
Vicino al camper è rimasto il marito: sta controllando le gomme, probabilmente ce n'è una da cambiare. Intanto pulisce il parabrezza.

I due piccoli stanno litigando per conquistarsi il posto sull'altalena. 
La madre resta seduta accanto al vecchio e grida loro ripetutamente qualcosa: non parla inglese, ma una lingua che di cui il vecchio intuisce solo qualche parola. 
Nella stessa lingua, donna e uomo si parlano a distanza, probabilmente per dirsi il tempo della fermata necessario per sistemare il camper.

Il vecchio per un po' si trattiene. 
Poi interviene. Anche perché la madre continua a dialogare con i figli nel suo idioma.
Cerca di essere gentile, ma il suo modo di fare è burbero e tradisce l'orgoglio di essere un americano che in gioventù ha combattuto per il suo Paese.

«Donna, non conosco la tua lingua. Però immagino che tu, tuo marito e i tuoi piccoli viviate qui, su suolo americano. E negli Stati Uniti noi parliamo inglese. Faresti bene a parlarlo anche tu e a insegnarlo ai tuoi bambini».

La donna è sorpresa.
Si volta verso il vecchio. Lo fissa a lungo, poi guarda la sua giacca da veterano, con la bandiera a stelle e strisce nell'occhiello. 
Ha capito, ma finge di non aver capito. 
Vuole che il vecchio le ripeta quello che le ha detto.
«Scusa?»

Il vecchio, un po' seccato, ripete lentamente, quasi sillabando:
«Dicevo che siamo negli Stati uniti d'America e qui si parla inglese. Se vuoi parlare la tua lingua, torna dove parlano la tua lingua».
La donna allora non trattiene la risata. E la prolunga di proposito per marcare tutta la sua distanza.
È infastidita e non intende nasconderlo. 
Il vecchio la guarda interdetto e sempre più seccato.
«Be', che hai da ridere?».
La donna si fa seria e gli risponde, in un inglese perfetto, con fermezza e massima tranquillità.
«Vecchio, io parlo navajo: la lingua di chi era qui prima che arrivassi tu. Se vuoi sentir parlare inglese, puoi sempre tornartene in Inghilterra, la terra dei tuoi nonni: dalla quale sei venuto quando hai deciso di occupare la nostra».

*** Massimo Ferrario, Il vecchio veterano e la donna, per Mixtura. Libera riscrittura di un aneddoto che circola in rete.

#SGUARDI POIETICI / Scuola per ricchi (Fabio Pusterla)

Sono berline sportive e neri suv
che varcano gli alti cancelli e di là scaricano
i poveri  figli dei ricchi alla scuola privata.
Ne avrà cura tutoria dietro le reti e le insegne
la scuola fino a sera, e torneranno
al crepuscolo i genitori  e  la loro flottiglia
tenacemente giustificata lungo il giorno,
cromatura per cromatura, investimento
su investimento in assenza di impicci.
I figli, nelle pause,
corrono fuori a fumare nervosi a gridare qualcosa
o restano silenziosi contro un muro.
Non bisticciano quasi mai, non manifestano
pena o interessi particolari per gli effetti e le cause.

Si allenano a diventare come i padri come le madri.

*** Fabio PUSTERLA, 1957, poeta, traduttore e critico letterario svizzero, Scuola per ricchi, in ‘ipoetisonovivi.com’, 9 settembre 2013, qui

#MOSQUITO / Remo, dato in mano ad ognuno di noi (Johann Wolfgang Goethe)

Incontro di tempo in tempo qualche giovane nel quale non vorrei veder niente di cambiato o di corretto; solo mi preoccupa vedere che ce ne sono tanti perfettamente adatti a nuotare con gli altri secondo la corrente del tempo, e questo è il punto sul quale sempre di nuovo vorrei richiamare l'attenzione: che all'uomo, nella sua fragile barchetta, è dato il remo in mano proprio perché segua non il capriccio delle onde ma la volontà della sua intelligenza.

*** Johann Wolfgang GOETHE,  1749-1832, scrittore, drammaturgo, poeta tedesco, da Massime e riflessioni, 1833, postumo, citato in aforismario, qui


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#QUARTAdiCOPERTINA / "Assassinio senza volto", di Henning Mankell

Henning MANKELL, "Assassinio senza volto"
traduzione di Giorgio Puleo
1991, Marsilio, 2010
pagine 368, € 12,50, ebook 7,99

Testo di presentazione dell'Editore - Citazioni scelte da Mixtura

La prima inchiesta del commissario Wallander. Sulle tracce di un assassino che colpisce con inaudita violenza, il commissario Kurt Wallander deve fare i conti anche con chi ha deciso di farsi giustizia da sé.
Una fredda giornata di gennaio poco prima dell’alba, in un paese del sud della Svezia, un contadino scopre che i suoi vicini, una coppia di vecchi contadini come lui, sono stati assaliti e picchiati barbaramente. Basta una fuga di notizie e comincia la caccia all'uomo. I cittadini non si fidano della polizia, preferiscono organizzare da sé la loro sicurezza e la loro vendetta: Kurt Wallander deve ora arginare la loro determinazione a farsi giustizia da soli, ma scoprirà presto che la vittima barbaramente trucidata conduceva in realtà una doppia vita...
«
Ogni volta che Wallander era costretto a dare la notizia di una morte provava la stessa sensazione di irrealtà. Informare delle persone sconosciute che un bambino o un parente erano mancati improvvisamente, e riuscire a farlo con dignità, gli era sempre sembrato un compito ingrato e impossibile. (Henning Mankell, "Assassinio senza volto", Marsilio, 2010)

«Perché la tenevano?» si chiese Wallander ad alta voce. 
«Per un vecchio contadino, una stalla vuota è come una sala dell’obitorio» rispose Nyström. «Un animale fa sempre compagnia e aiuta a fare passare il tempo.» (Henning Mankell, "Assassinio senza volto", Marsilio, 2010)

«Lo sapevi che statisticamente la percentuale di poliziotti vittime di cancro allo stomaco è molto più alta della media?» chiese. 
«No. Non lo sapevo.» 
«E sembra che sia dovuto all’enorme quantità di caffè che ingurgitiamo ogni giorno.» 
«Ed è grazie alle tazze di caffè che riusciamo a tirare avanti e fare il nostro lavoro.» 
«Come adesso?» (Henning Mankell, "Assassinio senza volto", Marsilio, 2010)

Sin dall’inizio della sua carriera, Wallander aveva adottato il principio di fare le cose da solo. Lo considerava parte del suo lavoro. Era un concetto che si era formato durante l’adolescenza. Solo i ricchi e quelli che si consideravano superiori usavano dei tirapiedi per sbrigare le proprie faccende. Per Kurt Wallander, non consultare un elenco telefonico e non alzare il ricevitore da soli erano forme di pigrizia e indolenza inammissibili… (Henning Mankell, "Assassinio senza volto", Marsilio, 2010)

«Il concetto di giustizia non significa solo che le persone che commettono reati vengano condannate. Significa anche non arrendersi mai.» Rydberg si alzò a fatica, andò nel soggiorno e tornò con una bottiglia di cognac e due bicchieri. Mentre li riempiva, Wallander notò che la mano gli tremava. «Ci saranno sempre dei vecchi poliziotti che muoiono assillati da un crimine irrisolto» disse Rydberg. «Io sarò uno di quelli.» (Henning Mankell, "Assassinio senza volto", Marsilio, 2010)
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venerdì 26 agosto 2016

#PIN / Valere la pena (MasFerrario)

#SPOT / Piccoli bambini imparano (Pawell Kuczynski)

Pawell Kuczynski, 1976
artista polacco
(dal web)

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#CIT / Saggezza, per riconoscere la differenza (Reinhold Niebuhr)


« Citazione attribuita erroneamente a San Francesco da Alexander Dubcek, talvolta attribuita anche ad Agostino d'Ippona e Aristotele. 
La citazione è tratta invece dalla Serenity Prayer di Reinhold Niebuhr »
(wikipedia, qui)

LINK testo integrale della Serenity Prayer qui 

#SGUARDI POIETICI / Noi, latinoamericani (Ferreira Gullar)

Alla Rivoluzione Sandinista
Siamo tutti fratelli
ma non perché abbiamo
la stessa madre e lo stesso padre:
è che abbiamo lo stesso socio
che ci imbroglia.

Siamo tutti fratelli
non perché dividiamo
lo stesso tetto o la stessa mensa:
abbiamo la stessa spada
sopra la testa.

Siamo tutti fratelli
non perché abbiamo
la stessa culla, lo stesso cognome:
abbiamo lo stesso percorso
di furia e fame.

Siamo tutti fratelli
non perché sia lo stesso il sangue
che in corpo abbiamo:
ciò che è uguale è il modo
come lo versiamo.


*** FERREIRA GULLAR (José Ribamar Ferreira), 1930, scrittore e poeta brasiliano, Noi, latino americani, traduzione di Vera Lúcia de Oliveira, da Toda Poesia 1950-1999, José Olympio Editora, Rio de Janeiro, 2001, citato da Vera Lúcia de Oliveira, Ferreira Gullar: poesia per umanizzare la storia, ‘Fili d’Aquilone’, n. 8, ottobre-dicembre 2007, qui

foto di Susan Meiselas
Nicaragua, guerrigliero sandinista, 1979

In Mixtura 1 altro congtributo di Ferreira Gullar qui

#MOSQUITO / 'Il Che', ultime ore di vita (Paco Ignacio Taibo II)

Nella solitudine della stanza in cui è rinchiuso, il Che chiede ai suoi guardiani di lasciarlo parlare con la maestra della scuola, Julia Cortez; secondo la sua testimonianza, il Che le disse: «Ah, lei è la maestra. Lo sa che sulla O di “so” non ci vuole l’accento nella frase “Adesso so leggere”?». Indica la lavagna. «Certo, a Cuba non ci sono scuole come questa. Per noi questa sarebbe una prigione. Come fanno a studiare qui i figli dei contadini? È antieducativo». 
«Il nostro è un paese povero.» 
«I funzionari del governo e i generali, però, girano in Mercedes e hanno un mucchio di altre cose… vero? È questo quello che noi combattiamo.» 
«Lei è venuto da molto lontano a combattere in Bolivia.» 
«Sono un rivoluzionario e sono stato in molti posti.» 
«Lei è venuto a uccidere i nostri soldati.» 
«Guardi, in guerra o si vince o si perde.»

*** Paco Ignacio TAIBO II, 1949, giornalista, scrittore, saggista spagnolo naturalizzato messicano, Senza perdere la tenerezza. Vita e morte di Ernesto Che Guevara, Il Saggiatore, 2012


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#SENZA_TAGLI / Terremoto, ma verrà il giorno...? (Matteo Saudino)

Certamente oggi è il giorno del lutto, del dolore e dell'unità nazionale. 
Ma... ma domani sarà il giorno in cui capiremo che, al di là delle parole e lacrime sempre identiche a se stesse, l'Italia è un Paese ad elevato rischio sismico e idrogeologico e che pertanto serve un piano nazionale straordinario di messa in sicurezza del territorio in cui viviamo? 
Verrà il giorno in cui capiremo che non sono i cacciabombardieri, i carroarmati, le navi e gli elicotteri da guerra a proteggerci, ma gli interventi civili di protezione civile e ambientale? 
Verrà il giorno in cui capiremo che l'Italia non ha bisogno di grandi opere e grandi eventi che arricchiscono i soliti noti, ma di tantissime piccole opere per dare qualità, benessere e dignità alle nostre comunità e alle nostre vite? 
La difesa della patria è innanzitutto la difesa reale dai rischi concreti che ci minacciano e non la tutela degli interessi geopolitici di governi o multinazionali. Se quel giorno non verrà, allora i morti di Amatrice, Accumoli e Arquata saranno le ennesime vittime di un elenco senza fine.

*** Matteo SAUDINO, insegnante, Terremoto, 'facebook', 24 agosto 2016, qui


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#QUARTAdiCOPERTINA / Achille piè veloce, di Stefano Benni

Stefano BENNI, "Achille piè veloce"
Feltrinelli, 2003
pagine 193, € 8,50, ebook € 5,99

Testo di presentazione dell'Editore - Citazioni scelte da Mixtura

Ulisse, giovane scrittore con un libro alle spalle, scarso futuro e incerto presente, lavora in una piccola casa editrice a fatturato zero. È ossessionato dagli ‟scrittodattili” (pare che nessuno, proprio nessuno, si esima dal cimento della scrittura) e si riconosce ‟poligamo politropo” (vale a dire che, malgrado la bella Pilar, signora del suo cuore, cede volentieri a effimere avventure). 
Un giorno riceve una lettera misteriosa. ‟Egregio signor Ulisse. Le scrivo per tre motivi. Il primo è che lei ha un nome omerico come me…” 
Chi scrive è Achille. Un ragazzo malato, deforme, inchiodato davanti a un computer, che paga con la volontaria reclusione domestica la minaccia sempre in-combente di un internamento clinico. Chiede un incontro. Ulisse ci sta. Achille è colto, vitale, curioso, impudico. Di Ulisse vuole sapere tutto, e in particolare vuole sapere tutto dell'intrepida Pilar, sudamericana in attesa di permesso di soggiorno. 
Ulisse parla. Senza reticenze. E Achille risponde digitando sulla tastiera. Nella semioscurità di una stanza in cui il mondo entra con il clangore di armi lontane. 
La loro è una sbilenca, strana, amicizia. Un'amicizia fra eroi, in cui l'emerso e il sommerso sembrano coincidere in un'unica figura. Combattono insieme una grande battaglia, una di quelle battaglie che ha il suono mitico delle antiche gesta. 
Stefano Benni desta dall'ombra di un mondo tetramente allo sfascio la luminosa fierezza della sfida, il riso liberatorio sull'orlo dell'abisso. Commuove e inquieta. Non ci lascia in pace. E ci regala un personaggio che non si fa dimenticare.


«
Poi c’è il parcheggio. Ai tempi d’oro ospitava seimila macchine, si facevano ore di fila per accedervi, era il limbo da cui entrare all’Eden. Ora ce n’è appena un terzo, la crisi economica morde i portafogli, metà dei negozi sono chiusi e pile di carrelli vuoti arrugginiscono tristemente nei magazzini. Entrando nelle vaste sale, specialmente nel cuore di Shop Eden, l’Eden Market, potreste non accorgervi che qualcosa è cambiato. Il paradiso del consumatore sembra intatto. Tra gli scaffali c’è ancora cibo per sfamare mezzo Malawi, per far venire il diabete al Botswana, per ubriacare il Benin, per vestire mezza Groenlandia, per far giocare tutti i bimbi dello Yemen, per profumare le isole di guano delle Galápagos, per far ballare tutti i masai, per illuminare la notte lappone, per riempire del superfluo, dell’inutile, del troppo, dell’inutilizzato, dello sprecato una vasta zona del globo. Ma guardando con maggior attenzione, potrete cogliere i segni del morbo, la malattia sottile che rode l’economia del mondo e da lì contagia il nostro paese, le sue case e i salvadanai. Qualche cartello in più di offerte speciali e saldi, un velo di polvere su qualche scatoletta, qualche capo di vestiario fuori moda. Ascoltate bene e udrete il triste lamento degli Invenduti: la mela che marcisce nascosta in fondo al cesto, lo yogurt scaduto che cerca di coprire la data della sua fine ignominiosa, il formaggio che emana un lieve afrore, il detersivo a cui fa la pubblicità un divo morto da tempo, i gadget del cartone animato già dimenticato dalla gioventù irriconoscente, gli zainetti con idoli rock svaniti nel nulla, il ferro da stiro parlante bocciato dalle massaie. 
E soprattutto, anche se mascherate con festoni e cartelli, noterete che sono chiuse ben dodici casse su trenta. Poiché il morbo, oltre che gli onesti finanzieri e l’incolpevole mercato, ha colpito anche le avide maestranze dello Shop Eden, che vistesi minacciate nel privilegio del loro lavoro, invece di accettare con serenità un licenziamento foriero di tempo libero e svolte esistenziali, hanno iniziato a strepitare, scioperare e picchettare. Eccole, fuori dall’entrata Uno, quella più nobile, intente a distribuire un ignobile volantino contenente accuse alla proprietà e al governo, nonché ovvietà bolsceviche culminanti nello stantio slogan: 
Vogliamo soltanto lavorare. (Stefano BENNI, "Achille piè veloce", Feltrinelli, 2003)

... quando uno è triste non servono le classifiche, non c’è un tristometro, è inutile dire sto mediamente peggio di te o decisamente meglio di te, si diventa tutti ottusi ed egoisti e la propria tristezza diventa una grande campana in cui ci si chiude, per non ascoltare la tristezza degli altri. (Stefano BENNI, "Achille piè veloce", Feltrinelli, 2003)

Quale dietrismo. È tutto spudoratamente, illegalmente, arrogantemente davanti agli occhi. Non sono tempi di dietrismo ma di davantismo. (Stefano BENNI, "Achille piè veloce", Feltrinelli, 2003)
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