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mercoledì 16 settembre 2020

#SENZA_TAGLI / L'anima della scuola (Stefano Greco)

Oggi che è iniziata la scuola in molte Regioni italiane, mi pongo una domanda: ma l'anima della scuola qual è? Ovvero: cosa anima la scuola? Quale deve essere il suo spirito? 

"La scuola non deve essere una prova ultima di vita, ma un gioco di vita". Parole che Sigmund Freud scrisse più di 100 anni fa, nel 1909, soprattutto perché preoccupato dell'alto tasso di suicidi tra i giovani. Di suicidio giovanile si parla poco. Lo disse Umberto Galimberti tempo fa quando ricordò che il problema sollevato all'epoca da Freud è ancora attuale. Naturalmente non bisogna cadere nell'errore di imputare tutti i disagi giovanili alla scuola. Ma se è vero che tutti i giovani vanno a scuola oppure l'abbandonano, allora una domanda sull'anima della scuola, in che cosa questa consiste o dovrebbe consistere, bisogna necessariamente porsela. 

La risposta già l'ha data il dott. Freud: "un gioco di vita". Cioè un contesto dove si impara divertendosi. Dove gli insegnanti sono veri animatori della conoscenza. Dove la socializzazione viene al primo posto. Dove si insegna a giocare con la vita, ovvero ad essere leggeri senza essere superficiali, ad essere responsabili senza essere pesanti, ad imparare a rispettare le regole comuni senza però diventare degli automi. Un gioco di vita ricordando che mai si può giocare con la vita degli altri. Un gioco di vita fatto di arti e cultura vissute in modo emozionale. Solo il libro, solo la lezione, solo le regole, solo i voti o i giudizi, solo l'impegno, solo le attitudini non bastano. Ci vuole ben altro per trasformarli in gioco di vita. 

Ci vuole un cambiamento di mentalità scolastica così radicale da non dover più scomodare il dott. Freud per ricordarci quale dovrebbe essere l'anima della scuola. 
L'augurio che faccio alla nostra società è questo. Chissà se nel corso della mia vita, forse un giorno quando sarò anziano, se ci arriverò, riuscirò a vedere la scuola impostata come un gioco di vita.

*** Stefano GRECO, consulente, formatore, saggista, L'anima nella scuola, facebook, 14 settembre 2020, qui


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#VIGNETTE / Riapre la scuola (Marco De Angelis)

Marco DE ANGELIS,  1955
vignettista, illustratore, giornalista 
facebook, 15 settembre 2020, qui

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lunedì 30 ottobre 2017

#SENZA_TAGLI / Bambini all'uscita da scuola, lo scaricabarile (Riccardo Lestini)

Sono sconvolto, e non poco, da come la questione sull'accompagnamento dei ragazzi delle medie all'uscita di scuola si sia ingigantita fino a diventare un autentico affare di Stato. 
A turbarmi non è ovviamente il fatto che se ne parli (anzi, che la scuola torni al centro delle discussioni non posso che auspicarlo con tutto me stesso), ma la pochezza e la meschinità del dibattito. 
Perché a rendere così infuocata, sentita e cruciale la faccenda, non è affatto la preoccupazione circa la sicurezza dei nostri ragazzi. Se così fosse si discuterebbe anche (e soprattutto e prima di tutto), con lo stesso piglio e la stessa eco, del numero abnorme di scuole ancora prive delle necessarie misure antisismiche, del numero incalcolabile di scuole ancora non in regola con le più elementari norme di sicurezza. 
Al contrario, a muovere questo dibattito fino a farlo diventare affare istituzionale, altro non è che la logica dello scaricabarile, la necessità e la smania di sgravarsi da qualsiasi responsabilità. La scuola non vuole essere responsabile di ciò che accade un metro fuori dall'edificio scolastico e allora chiama in causa le famiglie, che a loro volta insorgono e portano la questione dal provveditore che la rimpalla al ministro, al governo, alla cassazione. E così via. 
Un circuito kafkiano reso ancora più paradossale dall'oggetto della discussione. Non si sta parlando dei tagli alla scuola pubblica, della mancanza di strutture, della girandola di supplenti, di un'istruzione spesso inadeguata sotto ogni aspetto. Si sta parlando di adolescenti che tornano a casa da soli. O che da soli percorrono i trenta metri che separano il cancello di scuola dallo Scuolabus. Un problema sinceramente minore. Forse inesistente. 
Perché che un ragazzo si faccia male all'uscita da scuola è successo e succederà, quale che sia la normativa in materia (e lasciamo stare le disgrazie, che per fortuna, almeno in questo caso, non rientrano nella casistica e non saranno certo impedite da chissà quale legge restrittiva). 
Soprattutto, per un adolescente, il tornare a casa da solo dovrebbe essere una conquista. In termini di crescita, di indipendenza e, soprattutto, di responsabilità. Quella stessa responsabilità che la scuola, in maniera diversa e complementare rispetto alla famiglia, dovrebbe essere in grado di insegnargli. 
Ma come è possibile insegnare ai nostri ragazzi a essere cittadini responsabili di sé stessi e degli altri se noi adulti non sappiamo fare altro che rifiutare di assumere qualsiasi tipo di responsabilità?

*** Riccardo LESTINI, scrittore, regista, insegnante, 'facebook', 29 ottobre 2017, qui


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giovedì 6 aprile 2017

#LINK / Scuola, solo 1 liceale su 6 da una famiglia operaia (Alex Corlazzoli)

I licei ai figli dei ricchi, i professionali a quelli degli operai. Ecco il manifesto del fallimento della nostra scuola. Lasciamo parlare i dati raccolti da AlmaDiploma su 261 istituti per un totale di 43.171 studenti di Lazio, Lombardia, Emilia Romagna, Liguria, Puglia, Toscana, Trentino, Sicilia, Veneto e altre sette regioni.

Solo un liceale su sei proviene da una famiglia operaia. Nel 2016 al Classico si sono diplomati solo l’8,7% di ragazzi figli di impiegati o di genitori che stanno alla catena di montaggio a fronte di un 45% di figli di professionisti, dirigenti, docenti universitari e imprenditori. Allo Scientifico sono usciti il 13,1% di ragazzi che provengono dalle classi sociali più povere. Ma non basta. Se andiamo a vedere la questione ripetenti scopriamo che il 30% di chi viene bocciato al liceo due o più volte appartiene alle famiglie operaie contro il 17% della classe elevata. (...)

*** Alex CORLAZZOLI, maestro e giornalista, Scuola superiore, licei ancora ‘vietati’ ai figli degli operai. Perché?, 'ilfattoquotidiano.it', 5 aprile 2017

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venerdì 16 dicembre 2016

#CIT / Scuola, si ride poco (Gianni Rodari)

Gianni RODARI, 1920-1980
giornalista, scrittore, pedagogista
https://it.wikipedia.org/wiki/Gianni_Rodari
citazione da 
Grammatica della fantasia. Introduzione all'arte di inventare storie
Einaudi, 1973.


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martedì 30 agosto 2016

#SENZA_TAGLI / Russia, poliziotti pagati 5 volte più degli insegnanti (Tullio De Mauro)

Dal passato regime sovietico la Russia, come del resto altri paesi ex comunisti, ha ereditato un sistema scolastico efficiente. La percentuale di diplomati di livello medio superiore è la più alta del mondo. In questa felice età del consumismo anche in Russia gli adulti soffrono di regressione delle capacità di lettura e calcolo, ma la percentuale di persone con sufficienti o buone capacità supera la media internazionale e si lascia largamente indietro paesi come Francia, Stati Uniti, Regno Unito, Germania. Per undici anni l’istruzione è obbligatoria e gratuita, la spesa grava sullo stato. L’università ha risultati eccellenti nei settori tecnico-scientifici ma anche nell’apprendimento delle lingue straniere, e chi la frequenta ha un sostegno economico.

Il sistema poggia sull’impegno collettivo e anche, in misura notevole, sulle basse paghe dei docenti, da 10mila a 15mila rubli al mese (da 140 a duecento euro). Gli insegnanti, secondo un informatore di queste note, cominciano a lamentarsi, in genere, come là è prudente fare, “a bassa voce”. Però secondo Novaja Gazeta, il giornale di Anna Politkovskaja, qualcuno ha osato ricordare in pubblico all’attuale premier, Dmitrij Medvedev, che i poliziotti guadagnano cinque volte di più d’un insegnante. E lui ha risposto: vero, io e il mio partito, Edinaja Rossija (Russia unita), lo sappiamo, ma la vostra è una missione. Se cercate quattrini, dedicatevi agli affari. Novaja Gazeta ora chiede le sue dimissioni.

*** Tullio DE MAURO, linguista, Dalla Russia con poco amore, 'Internazionale.it', 26 agosto 2016, qui


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sabato 30 luglio 2016

#SENZA_TAGLI / Scuola, 10 euro avvelenati per gli insegnanti (Matteo Saudino)

La proposta della Ministra Madia di aumentare di ben 10 euro il salario mensile degli insegnanti italiani (con cui fare una ricarica telefonica o comprare un paio di ciabatte da mare) non deve stupire, in quanto è in piena continuità con le politiche sulla scuola portate avanti dal governo Renzi. 

L'esecutivo, infatti, in piena subalternità al dogma liberista della riduzione della spesa pubblica, considera complessivamente la scuola statale una spesa da ridurre e non un investimento per rafforzare la democrazia e la cittadinanza. L'istruzione deve essere funzionale al sistema economico e produttivo, pertanto serve una scuola snella d'eccellenza per pochi e per tutti gli altri una scuola-fabbrica che costruisca acritici allievi e bulimici consumatori digitali. Per far ciò la scuola della Repubblica va completamente trasformata e da Berlinguer alla Giannini l'obiettivo è sempre stato lo stesso: smantellare la scuola orizzontale e egualitaria fondata dalla nostra Costituzione, usando il leitmotiv della meritocrazia, dell'efficienza e dello stare al passo delle sfide globali. 

La volgare proposta della Madia è un piccolo tassello di tale impalcatura. Il salario basso per tutti i docenti, anche figlio della femminilizzazione della professione, è, infatti, una mossa per portare gli insegnanti ad attivarsi nella competizione per accedere ai miseri fondi destinati al merito, i quali tra l'altro non hanno quasi nulla a che fare con l'impegno, la passione e la competenza con cui un professore insegna la propria disciplina, ma rispondono ad una logica quantitativa e produttivista, secondo la quale i migliori professori sono quelli che fanno più progetti, trovano più fondi o rendono la scuola più visibile sul territorio e sui mezzi di informazione. 

I 10 euro sono una consapevole elemosina con cui, ancora una volta, il potere gioca la carta del divide et impera e prova a vedere quale sarà la reazione dei lavoratori, consapevole che con l'imposizione della buona scuola verticale e aziendale ha, di fatto, distrutto molte delle resistenze dei docenti. 

Anche il questo caso sarà il tempo a dirci chi avrà ragione: i lavoratori della scuola sapranno aprire una nuova stagione di mobilitazione per il salario e per la democrazia oppure accetteranno e subiranno tale nuova umiliazione? Le poche reali e concrete prese di posizione contro il merito di questi mesi fanno presagire nulla di buono. Il rischio è di scannarci per dividerci la torta avvelenata che ci tira in faccia il governo o più probabilmente il risultato sarà quello di mangiarla per inerzia o per rassegnazione. La via della lotta per avere più torte di qualità per tutti sembra distante, ma spero di sbagliarmi. 

Come facciamo a non capire che la scuola non deve essere un luogo di competizione e di carriera, ma una comunità di cooperazione e crescita collettiva. Servono sanzioni per gli eventuali fannulloni o incopetenti e non medagliette e pochi euro in più per i presunti migliori. Migliori in cosa e in base a quali criteri? Migliori ad obbedire? Ad usare la Lim? Migliori perché hanno un certificato informatico? 

La premialità produttiva dei sedicenti top docenti della scuola è un'ideologia perversa, tanto amata dai fedeli e credenti del mercato, che pensano che basti stimolare la competizione tra gli individui per costruire un mondo migliore (per chi?), che sta portando e porterà alla trasformazione radicale del sistema scolastico italiano, il quale anziché essere migliorato e potenziato in senso democratico e giusto, diventerà sempre più un bene di lusso per pochi e un bene mediocre per i più. La direzione imboccata da vent'anni è superare il modello di scuola della nazione, per edificare una scuola dei territori al servizio delle esigenze capitalistiche territoriali.

Loro la chiameranno scuola moderna, del futuro e delle opportunità, noi dobbiamo avere la lucidità per capire che sarà la scuola delle divisioni sociali e della reiterazione delle differenze e ingiustizie.

*** Matteo SAUDINO, insegnante, 10 euro avvelenati per gli insegnanti, 'facebook', 29 luglio 2016, qui


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domenica 10 luglio 2016

#LINK / Razzismo, cosa può fare la scuola (Antonio Vigiliante)

La tragedia di Fermo è una tragedia annunciata. Da anni stiamo assistendo ad una sistematica azione di imbarbarimento della vita pubblica da parte di politici, giornalisti, opinionisti, che ha reso pubblicamente tollerabile ciò che altrove susciterebbe scandalo: il dileggio pubblico, il discorso di odio, la violenza verbale verso il diverso; una violenza che è inevitabilmente premessa alla violenza fisica. Un segnale inquietante sono stati gli insulti reiterati al ministro Kyenge. Il fatto che un persona nera, e per di più donna, facesse parte del governo ha fatto venire allo scoperto quel misto di crassa ignoranza, razzismo e fascismo di cui è composto buona parte del fondo – propriamente: la feccia – della sottocultura italiana. (...)

*** Antonio VIGILANTE, 1971, docente di filosofia e scienze umane al liceo, fondatore e direttore scientifico della rivista 'Educazione Democratica', Razzismo, cosa può fare la scuola, 'gli stati generali', 8 luglio 2016

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martedì 26 aprile 2016

#RITAGLI / Scuola, non è una gara (Daniele Novara)

(...) Come hanno dimostrato i più recenti studi neurobiologici e psicologici, alla base di un apprendimento efficace stanno processi che non c’entrano nulla con la competizione. Viceversa, la scuola efficace è quella che sa trasformare la classe in un laboratorio di interazione continua e sistematica fra i bambini, che lavorano, insieme, in funzione di un’esperienza concreta e condivisa. Questo metodo permette, attraverso la problematizzazione, di attraversare gli errori e utilizzarli ai fini dell’apprendimento, piuttosto che della competizione.

Purtroppo l’Italia, in modo particolare con la riforma Gelmini che ha riproposto i voti nella scuola primaria e addirittura la possibilità di essere bocciati sulla base di un’insufficienza numerica, è regredita in maniera significativa. Valutare continuamente con dei punteggi numerici quello che l’alunno sta facendo significa interferire in modo arbitrario con quel flusso mentale, cognitivo, ma anche sensoriale, grazie al quale il bambino acquisisce una competenza. Le valutazioni negative non producono alcun miglioramento nel rendimento scolastico, costituiscono soltanto una modalità punitiva e mortificante.

Se vogliamo una scuola diversa, una scuola dove i bambini innanzitutto stiano bene e collaborino nell’apprendere, dove non si scatenino prepotenza e prevaricazione, è necessario ridurre drasticamente le valutazioni. Per essere efficace, infatti, la valutazione deve essere evolutiva, ossia considerare gli alunni sulla base dei loro progressi graduali e non in maniera assoluta sulla base di test. Quello che importa non è verificare se un bambino conosca o meno un determinato contenuto in un dato momento, ma se il suo apprendimento sta procedendo e crescendo in maniera armonica. (...)

*** Daniele NOVARA, pedagogista, La scuola non è una gara, 'uppa.it', 10 febbraio 2016

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giovedì 31 marzo 2016

#LINK / Formazione scolastica, non basta più (Flavia Giannoli)

Il 65% dei ragazzi che si affaccia oggi al mondo della scuola farà un lavoro che non esiste ancora

Leggere, scrivere e far di conto: magari. Sembra che gli italiani siano in fondo alle graduatorie internazionali di rilevazione delle competenze linguistiche e matematiche. Se la cultura è ciò che resta nella memoria quando si è dimenticato tutto (Skinner), occorre interrogarsi su quali siano oggi le reali necessità formative perché i nostri giovani abbiano successo nel lavoro e nella vita.

I bisogni formativi per vivere e lavorare nel XXI secolo - La moderna società, globalizzata e tecnologica, offre grandissime opportunità di comunicazione e condivisione, informazione in tempo reale, possibilità di scambio, opportunità di crescita, velocità di azione. La sua complessità tuttavia pone non poche criticità e punti di attenzione.

In questa società moderna non si possono più fare pianificazioni e progetti a lungo termine e, dal punto di vista lavorativo, non esiste ormai più la certezza di un impiego che duri uguale a se stesso nel tempo. Oggi il concetto di comunità è messo in crisi dall’individualismo eccessivo ed anche il rispetto delle regole di convivenza civile e dello stesso Stato sembra cedere il passo all’opportunismo e alla convenienza di parte (uno spunto utile arriva da Bauman: La società dell’incertezza, 1999 e Vite di corsa, 2008). A causa della fortissima influenza delle tecnologie, la vita reale delle persone fisiche è affiancata sempre più incisivamente da una vita virtuale, sia nel lavoro che a livello di relazioni personali (vedi: Danni collaterali, Bauman, 2011).

Molti giovani di fronte alle disorientanti caratteristiche dell’attuale mondo moderno tendono a ritrarsi, ad isolarsi e chiudersi in spazi propri, quasi a proteggersi da qualcosa di vorticoso dal quale si sentono minacciati. Si rifugiano spesso nella rete, nelle relazioni virtuali, senza essere stati preparati o informati delle regole e delle minacce ivi presenti. Per questo tanti educatori, genitori ed insegnanti, si interrogano su come rendere un mondo così complesso un’opportunità invece che un pericolo. È necessaria una formazione che sviluppi la capacità di reagire alle sollecitazioni esterne in modo maturo e responsabile, che sviluppi un comportamento sociale “resiliente”, tale che chi lo possiede non si trovi in balìa di forze che non è in grado di comprendere e controllare, ma sappia reagire in maniera appropriata e consapevole.

Howard Gardner, nel suo libro Cinque chiavi per il futuro (2007), indica le cinque “intelligenze” necessarie per affrontare i cambiamenti richiesti dalla società del XXI secolo: la prima, di base, è disciplinare, l’insieme di ciò che si è studiato e si conosce; la seconda è sintetica, per integrare ciò che si conosce nelle varie aree interdisciplinari; la terza è creativa, per non rimanere bloccati di fronte a problematiche sconosciute e saper affrontare e risolvere problemi complessi mediante il pensiero laterale e l’inventiva ; la quarta è rispettosa, per non vedere la diversità come un pericolo, ma come una ricchezza, qualcosa o qualcuno che porta valori, un’opportunità; l’ultima è etica, per sapersi prendere le proprie responsabilità e sentirsi co-artefici di ciò che accade. (...)

*** Flavia GIANNOLI, esperta di didattica e di e-Learning, docente di Matematica e Fisica al Liceo Scientifico, formatrice di Insegnanti, saggista, Andare a scuola non basta più alla formazione, 'senzafiltro', 29 marzo 2016

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giovedì 26 novembre 2015

#SENZA_TAGLI / Crocefissi e presepi, a scuola contro il terrore? (Alex Corlazzoli)

C’è chi come il quotidiano La Nazione lancia l’iniziativa “Presepiamoci” in difesa dei nostri valori (dicono loro) e chi come, Ilaria Giorgetti, la presidente del quartiere “Santo Stefano” a Bologna chiede dopo i fatti di Parigi di esporre un crocifisso in ogni aula. E poi c’è chi nelle scuole di Travagliato (Brescia) invita i bambini a non portare doni in classe per Santa Lucia “per non turbare chi ha culture o religioni diverse” e ancora chi a Casazza (Bergamo) si preoccupa di far ascoltare “Adeste Fideles” ai suoi ragazzi scatenando i parlamentari leghisti pronti a fare interrogazioni su questa vicenda degna (a detta loro) di interessare un ministro della Repubblica italiana.

Siamo di fronte, in questi giorni di terrore, ad una vera e propria schizofrenia ideologica. Improvvisamente dobbiamo tutti riscoprire la nostra identità, prendere in mano il crocifisso e sbandierarlo ai quattro venti quasi fosse la nostra “arma” oppure al contrario spogliarci, forse per paura, forse per essere più a sinistra della Sinistra (che non c’è più) di ogni tradizione, di qualsiasi occasione in cui c’è di mezzo la parola “santità” per rispetto, per non urtare, per essere più corretti nei confronti di chi non la pensa come noi.

L’iniziativa del Quotidiano La Nazione è l’esempio più significativo di questa improvvisa voglia di valori: “Riscoprire e valorizzare le nostre origini. In un delicato momento – spiega QN – in cui l’Occidente tutto cerca in ogni modo di riappropiarsi della propria identità messa a repentaglio dalle ideologie estreme, La Nazione ha pensato di lanciare un messaggio forte, in particolare alle nuove generazioni”.

Ma a che serve un presepe una volta l’anno? Ma perché rispolverare il crocifisso proprio ora come fa la Giorgetti mettendo in scena un teatrino degno della politica italiana con il sindaco Virgilio Merola che risponde: “Identificare un popolo con una religione è una cosa che appartiene al Medioevo”.

Qui qualcuno sta giocando a strumentalizzare i nostri ragazzi senza accorgersi o facendo finta che in realtà della nostra identità, della nostra cultura sappiamo ben poco. Anzi diciamolo: non ci interessa. L’ha spiegato bene Alessandro Sortino di Tv2000 nel programma “Beato chi esce” dove è andato per strada a chiedere alla gente cosa conosceva del Vangelo. Alla domanda “Quando è nato Gesù?” qualcuno ha risposto “Avanti Cristo” o “Sicuramente è nato” o ancora “E’ nato a Natale ma è risuscitato a Pasqua e a Pasquetta è Santo Stefano”. Sortino ha dimostrato quanto sappiamo poco della nostra religione.

Il problema è proprio la nostra ignoranza. Non basta certo un presepe o un crocifisso a colmare il vuoto dei nostri valori. Il vero problema in Italia è il non sapere, la mancata conoscenza che la politica o chi fa politica attraverso altri canali cerca di raggirare con il simbolismo. Non è certo un crocefisso da togliere o da mettere che ci rende cristiani o meno. Nella mia classe preferisco non avere alcun simbolo religioso eppure quest’anno ho appeso un crocifisso: l’ho preso a Lampedusa, è fatto con i resti dei barconi finiti a fondo portando quegli uomini e quelle donne di ogni religione alla ricerca della salvezza. E quel crocifisso unisce chi è islamico, cristiano, buddista o ateo.

*** Alex CORLAZZOLI, maestro  giornalista, Crocefissi e presepi a scuola per combattere il terrore?, blog. ilfattoquotidiano.it', 25 novembre 2015, qui



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giovedì 24 settembre 2015

#LINK / Scuola, il computer non sostituisce l'insegnante (Annamaria Testa)

[Gli scritti di Annamaria Testa sono sempre stimolanti e intelligenti, e consiglio di non farveli sfuggire.
Questo non fa eccezione: lo segnalo, oltre che per il merito di quanto riportato, per la ricchezza e la qualità dei link cui fa riferimento.
Tra questi link, al termine del suo pezzo lei segnala un suo articolo dal titolo Fare ricerca in rete: 10 dritte su come riuscirci: per dargli più risalto, lo evidenzio anch'io qui. (mf)]


° ° °

La bacchetta magica tecnologica, in aula, non sta funzionando, e la presenza del computer a scuola non basta a migliorare le prestazioni degli studenti nella lettura e nella comprensione dei testi, in matematica o nelle scienze.

A dirlo è l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, con uno studio intitolato Students, computers and learning: making the connection. La notizia non è così sorprendente: dopotutto le bacchette magiche, ce lo ricorda la saga di Harry Potter, funzionano solo se chi le possiede ha imparato a usarle in modo appropriato.

La notizia vera, se mai è un’altra, ed è quella evidenziata anche nella bella infografica di sintesi: gli studenti che usano troppo il computer (anche più di sei ore al giorno!) hanno prestazioni peggiori di quelli che lo usano meno. Lo studio dice che sono anche più assenteisti e hanno altri comportamenti indesiderabili: la bacchetta magica tecnologica, insomma può anche fare incantesimi al contrario. (...)

In sostanza: non sono i computer a insegnare ai ragazzi, ma gli insegnanti, ed è ancora così. Il puro atto di comprare e portare i computer a scuola in sé è poco rilevante (aggiungo: così come è poco rilevante comprare un libro e tenerlo sotto il cuscino, o sfogliarlo per guardare le figure, o limitarsi a copiarne dei frammenti, o usare le pagine per farci barchette di carta). (...)

*** Annamaria TESTA, pubblicitaria, Il computer a scuola non sostituisce l'insegnante, 'internazionale', 21 settembre 2015

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mercoledì 23 settembre 2015

#RITAGLI / Miss Italia, prendiamocela con la scuola (Alex Corlazzoli)

​Che senso ha prendersela con la neoletta Miss Italia per quella frase considerata una gaffe?
Alice Sabatini è figlia della nostra scuola. Punto.
Alla domanda del giurato Claudio Amendola che le chiedeva in che epoca le sarebbe piaciuto vivere, la ragazza con semplicità, ingenuità ed un evidente imbarazzo ha risposto con il sorriso stampato in viso: “Ehh…nel 42”.
Un attimo dopo ha specificato: “1942 per…”. E’ toccato di nuovo ad Amendola chiedere la motivazione di quella risposta: “Per…per… vedere realmente la Seconda Guerra mondiale visto che i libri parlano pagine pagine, la volevo vivere. Tanto so’ donna perciò il militare non l’avrei fatto e me ne sarei stata a casa”.

Ora facciamoci qualche domanda: perché ad Alice è venuta in mente l’idea della donna che sta a casa? Come mai la giovane miss in quel momento non ha pensato alle 623 donne fucilate e uccise che hanno partecipato alla Resistenza? 
Può essere che la 18enne di Montalto di Castro non abbia mai sentito parlare di 2750 deportate in Germania nei lager nazisti? 
Nessuno ha mai parlato ad Alice di Irma Bandiera, torturata e fucilata il 14 agosto 1944 e nemmeno di Maria Assunta Lorenzoni detta Tina, partigiana e crocerossina uccisa da una raffica di mitra? 
Sì può essere, perché Miss Italia 2015 è figlia della scuola di quest’ultimi anni, di quel sistema d’istruzione preoccupato di finire in fretta e furia i programmi, senza fermarsi davvero sugli eventi della storia. (...)

*** Alex CORLAZZOLI, maestro e giornalista, Miss Italia che scuole ha fatto?, blog 'ilfattoquotidiano.it', 23 settembre 2015

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domenica 30 agosto 2015

#MOSQUITO / La scuola buona (Albert Einstein)

La scuola dovrebbe avere come suo fine che i giovani ne escano con personalità armoniose, non ridotti a specialisti. Questo, secondo me, è vero in certa misura anche per le scuole tecniche, i cui studenti si dedicheranno a una ben determinata professione. Lo sviluppo dell'attitudine generale a pensare e a giudicare indipendentemente dovrebbe essere al primo posto, e non l'acquisizione di conoscenze specialzzate. 

***Albert EINSTEIN, 1879-1955, fisico e filosofo tedesco naturalizzato svizzero e statunitense, premio Nobel per la fisica nel 1921, Pensieri degli anni difficili, 1950, traduzione di Luigi Bianchi, Bollati Boringhieri, 2015, citato da Nuccio Ordine, La scuola scommette sulla 'curiositas', rubrica 'controverso', 'Sette', 28 agosto 2015



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lunedì 27 luglio 2015

#RITAGLI / Scuola, prima quella pubblica (Salvatore Settis)

[D: Professor Settis, lei è stato tra i firmatari nel 2013 di un appello contro i finanziamenti alla scuola privata ispirato alla Costituzione. Ora la Cassazione dice che le paritarie chiedono una retta, quindi utilizzano modalità commerciali, e per questo non possono essere esenti dall’Ici. Se l’aspettava?] 
«La sentenza fa scalpore perché è in controtendenza con quello che fanno i governi, compresi quelli di centrosinistra. La Costituzione all’articolo 33 parla di scuola pubblica e aggiunge che enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione ma “senza oneri per lo Stato”. Invece, negli ultimi anni non è stato così. A partire dalla legge Berlinguer, con un governo di centrosinistra, e poi negli anni c’è stato uno smottamento verso la scuola privata». 

[D: Lei dice “prima la scuola statale”. Ma la legge riconosce anche le scuole paritarie come pubbliche] 
«Ma “senza oneri” per lo Stato non può avere un’interpretazione diversa. Purtroppo i contributi di cui le scuole paritarie già godono e i privilegi di natura fiscale si accompagnano a una contestuale riduzione dei finanziamenti per la scuola pubblica. E sarebbero molto più tollerabili se la scuola pubblica venisse salvaguardata, invece non è così. Non dubito che la scuola privata vada difesa, ma la scuola pubblica dovrebbe avere il primato». 

[D: La Cei dice che gli istituti paritari ricevono contributi per 520 milioni di euro, ma lo Stato risparmia sei miliardi e mezzo. Chi chiede il sostegno alla scuola paritaria lo motiva anche col fatto che con un milione e trecentomila studenti in più le scuole statali avrebbero un costo molto più alto.] 
«La Costituzione dice che l’istruzione è obbligatoria e gratuita. Visto che stanno facendo delle modifiche alla Costituzione, cambino anche questo articolo... Potrei capire di più la posizione di chi difende la scuola privata se desse la giusta priorità alla scuola pubblica che invece viene mortificata da continui tagli. Data la scarsità dei finanziamenti, se si rinuncia a pescare dalla tasse, si taglia da altre parti e non vorrei che ci stessero trascinando verso un sistema di tipo americano». 

[D: Dove però i costi di un’istruzione di qualità sono molto alti.] 
«Ci sono Paesi come gli Stati Uniti dove le scuole private sono più importanti e la pubblica è un disastro. Quindi, alla scuola privata vanno i ricchi, e non vorrei che l’Italia andasse in questa direzione. Specie in un momento in cui stanno crescendo le disuguaglianze e le nuove povertà di cui parla anche papa Francesco. In una situazione di questo tipo rafforzare la scuola pubblica dovrebbe essere la prima cosa. Poi se la scuola di carattere commerciale può essere aiutata, è lecito». 

[D: Quindi cosa risponde a chi dice che senza finanziamenti le scuola paritarie chiuderebbero?] 
«Che non stanno facendo i conti con la Costituzione, la difesa dei privilegi in quanto acquisiti è piuttosto debole». 

*** Salvatore SETTIS, storico dell'arte, archeologo, già direttore della Scuola Normale di Pisa, intervistato da Melania Di Giacomo, Il professore: «La Carta è chiara. Non devono pesare sullo Stato», 'Corriere della Sera', 25 luglio 2015, qui

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mercoledì 8 luglio 2015

#RITAGLI #LINK / Evviva l'obbligo della scuola (Gustavo Pietropolli Charmet)

Peter Gray è uno psicologo, ricercatore presso il dipartimento di Psicologia del Boston College, che irrompe nel dibattito che s’è acceso nel nostro Paese sul modello educativo rivolto ai bambini con un saggio che lascia pochi dubbi sulla soluzione che lo scienziato propone. Lasciateli giocare (Einaudi Stile libero) è il titolo: liberateli dalla prigione della scuola dell’obbligo e dal controllo assillante degli adulti. 
Nel ruolo di psicoterapeuta di adolescenti in crisi e di genitori in difficoltà educativa sono collocato in un crocevia attraversato dalle passioni che la scuola suscita. I ragazzi sono imbarazzati nell’indossare il ruolo di studente e utilizzare le sue mediazioni per partecipare al lavoro scolastico. Hanno l’impressione che aderire devotamente alle prescrizioni del ruolo impedirebbe di realizzare la propria autenticità; sospettano che la scuola non sia in grado di garantire lo sviluppo della creatività e la conquista della verità. (...)

... la scuola ha perduto agli occhi dei suoi studenti l’antico valore simbolico e i suoi docenti non sono più protetti dal valore aggiunto che discendeva dal mandato rilasciato da un’istituzione prestigiosa garantita dall’alleanza con la famiglia, la Chiesa, l’esercito, il mondo del lavoro. I ragazzi non scorgono neppure le tracce dell’antico splendore simbolico e i docenti quando entrano in classe non rappresentano null’altro che se stessi, la loro disciplina, a volte la propria personale passione educativa e pedagogica. Pochissimo, rispetto al passato: quasi impossibile fare paura se non si parla e minaccia dall’alto e da lontano, in nome delle divinità, del padre, dello Stato, della comunità sociale che ha dato il mandato e rilasciato l’autorizzazione a educare. Anche motivare non è semplice se il docente è solo, disarmato, dotato soltanto della propria competenza ed esperienza pedagogica. La scuola così com’è non viene più contestata dai ragazzi che semmai attaccano chi vorrebbe riformarla.
In questo contesto s’inserisce la voce di Peter Gray che mette a disposizione un vasto repertorio di motivi per i quali sarebbe meglio lasciare giocare i bambini spontaneamente piuttosto che obbligarli alla frequenza di una scuola che non riesce a motivarli e li costringe a un apprendimento lontano da quello naturale. (...)

Può essere vero che molti bambini e ragazzi appaiono demotivati, competitivi e passivi ma non è certo che sia il dispositivo scolastico obbligatorio a produrre tali inconvenienti formativi. (...)

Gray fa una buona diagnosi, ma propone una terapia d’urto che fa pensare non abbia capito in profondità che la scuola dell’obbligo non costringe al dovere ma garantisce a tutti un diritto. Per il momento conviene coltivare la speranza che le riforme in corso della scuola sappiano aiutarla a diventare oltre che buona anche brava, in grado di potenziare la spontanea capacità dei bambini di imparare giocando, naturalmente in gruppo.

*** Gustavo PIETROPOLLI CHARMET, psicologo, psicoterapeuta, esperto di problematiche adolescenziali, Evviva l'obbligo della scuola, 'La Lettura', 24 amggio 2015

LINK articolo integrale qui

giovedì 18 giugno 2015

#VIDEO / La mancanza di senso uccide la scuola (Elena Ugolini)


Elena UGOLINI, insegnante e preside
E' la mancanza di senso ad uccidere la scuola
25 ottobre 2014, TedxBologna
video, 10min19

Un intervento - pacato, convincente - che cerca di ricordare quanto la scuola abbia bisogno di non essere 'annoiante' come spesso è e di dare senso al sapere che viene insegnato.
Forse passare dalla affermazione all'azione non è così semplice: e non basta invocare energia, passione, curiosità, voglia di insegnare e imparare. Da parte di docenti e allievi. 
Forse andrebbero ricordati, e messi in campo molto più di quanto avviene, anche i fattori di 'struttura'. 
E questo in particolare oggi, in cui si sprecano i proclami sulla 'buona scuola'. 
Ma certe riflessioni, specie quando giungono da specialisti che vivono dentro il mondo di cui si parla, sono  comunque essenziali. (mf)