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lunedì 3 luglio 2017

#SENZA_TAGLI / Competizione (Giovanni De Mauro)

Prima è stato il turno di Travis Kalanick, 40 anni, amministratore delegato di Uber, che il 20 giugno è stato costretto a lasciare l’azienda che aveva fondato nel 2009. Le sue dimissioni sono arrivate dopo mesi di polemiche cominciate a febbraio con la denuncia di Susan Fowler, un’ex ingegnera di Uber che sul suo blog aveva raccontato di aver subìto molestie sessuali.

Altre dipendenti si erano poi fatte avanti descrivendo un clima pesante all’interno dell’azienda, e alle denunce di molestie sessuali erano seguite dimissioni di dirigenti, inchieste interne, accuse di violazioni della proprietà intellettuale e perfino un’indagine federale per un software illegale usato per aggirare i controlli nelle città in cui Uber è presente.

Il 23 giugno si è dimesso Justin Caldbeck, anche lui quarantenne, venture capitalist del fondo d’investimento Binary Capital di San Francisco, che in una lettera di scuse pubbliche ha ammesso di aver sfruttato la sua “posizione di potere per ottenere favori sessuali”.

Il giorno prima, The Information aveva pubblicato le testimonianze di sei donne, tutte imprenditrici della Silicon valley, che accusavano Caldbeck di averle molestate quando si erano rivolte a lui in cerca di finanziamenti o consigli per le loro aziende.

Miya Tokumitsu, storica dell’università di Melbourne, ha scritto su Jacobin che “ogni abuso basato sulla differenza è il risultato naturale di una cultura del lavoro che incoraggia la competizione tra i dipendenti, pretendendo enormi sacrifici emotivi, manipolando le loro speranze e approfittando delle loro preoccupazioni economiche”.

Kalanick e Caldbeck non sono casi isolati. Sono la spia di meccanismi profondi che regolano il funzionamento di molte delle aziende più aggressive del settore tecnologico.

*** Giovanni DE MAURO, direttore di 'Internazionale', Competizione, 'internazionale.it', 30 giugno 2017, qui


In Mixtura altri contributi di Giovanni De Mauro qui

martedì 26 aprile 2016

#RITAGLI / Scuola, non è una gara (Daniele Novara)

(...) Come hanno dimostrato i più recenti studi neurobiologici e psicologici, alla base di un apprendimento efficace stanno processi che non c’entrano nulla con la competizione. Viceversa, la scuola efficace è quella che sa trasformare la classe in un laboratorio di interazione continua e sistematica fra i bambini, che lavorano, insieme, in funzione di un’esperienza concreta e condivisa. Questo metodo permette, attraverso la problematizzazione, di attraversare gli errori e utilizzarli ai fini dell’apprendimento, piuttosto che della competizione.

Purtroppo l’Italia, in modo particolare con la riforma Gelmini che ha riproposto i voti nella scuola primaria e addirittura la possibilità di essere bocciati sulla base di un’insufficienza numerica, è regredita in maniera significativa. Valutare continuamente con dei punteggi numerici quello che l’alunno sta facendo significa interferire in modo arbitrario con quel flusso mentale, cognitivo, ma anche sensoriale, grazie al quale il bambino acquisisce una competenza. Le valutazioni negative non producono alcun miglioramento nel rendimento scolastico, costituiscono soltanto una modalità punitiva e mortificante.

Se vogliamo una scuola diversa, una scuola dove i bambini innanzitutto stiano bene e collaborino nell’apprendere, dove non si scatenino prepotenza e prevaricazione, è necessario ridurre drasticamente le valutazioni. Per essere efficace, infatti, la valutazione deve essere evolutiva, ossia considerare gli alunni sulla base dei loro progressi graduali e non in maniera assoluta sulla base di test. Quello che importa non è verificare se un bambino conosca o meno un determinato contenuto in un dato momento, ma se il suo apprendimento sta procedendo e crescendo in maniera armonica. (...)

*** Daniele NOVARA, pedagogista, La scuola non è una gara, 'uppa.it', 10 febbraio 2016

LINK articolo integrale qui