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lunedì 27 febbraio 2017

#SENZA_TAGLI / "Le nostre anime di notte", di Kent Haruf (Goffredo Fofi)

“E poi ci fu il giorno in cui Addie Moore fece una telefonata a Louis Waters. Era una sera di maggio, appena prima che facesse buio”, per proporgli di dormire insieme, nello stesso letto, da persone sole e amiche.

Dobbiamo a NN Editore la scoperta di uno scrittore statunitense di grande valore, Kent Haruf, e della sua Trilogia della pianura (Canto della pianura, Crepuscolo, Benedizione), che racconta l’immensa provincia americana e i suoi proletari con la misura, la comprensione, l’affetto e la malinconia appartenuti a Sherwood Anderson, a Margaret Laurence (ma la sua era provincia canadese) e a tanti altri, tra cui di recente la grandissima Marilynne Robinson.

Haruf è morto nel 2014 e Le nostre anime di notte è un lungo racconto che torna alla immaginaria cittadina di Holt, in Colorado, e parla di due anziani piccolo borghesi e vedovi, della loro storia di amicizia che è poi amore, un rapporto puro e autentico che si scontra, ancora una volta, con il pregiudizio dei figli e dell’ambiente. La vecchiaia come libertà, certo, ma il mondo è degli adulti, che, contrariamente ai bambini e ai vecchi, alla libertà sono poco sensibili.

Delicata e perfetta, la storia di Louis e Addie non riguarda il sesso ma il bisogno di amicizia, di intimità. Non è nuova, ed è allegra e triste, di perfetta, scandita, musicale scrittura. Ottima e simpatetica la traduzione.

*** Goffredo FOFI, critico, Kent Haruf, Le nostre anime di notte, NN editore, 2017, 'internazionale.it', 26 febbraio 2017, qui


In Mixtura le mie tre recensioni ai libri di Kent Haruf qui

venerdì 21 ottobre 2016

#MOSQUITO / Parole, da riabilitare (Goffredo Fofi)

Mi capita sempre più spesso, quando parlo in qualche incontro pubblico, di assistere alle reazioni sbalordite di molti ascoltatori di fronte al mio uso - su cui proprio negli ultimi tempi mi capita di insistere provocatoriamente, e che è certamente spregiudicato e rozzo - di parole desuete che esprimono concetti da tutti considerati desueti, anzi morti e sepolti: capitale, imperialismo, alienazione, socialismo, comuni-smo, rivolta, rivoluzione… (...)

Ma torniamo alle prime parole, quelle che suscitano sorpresa, sbalordimento. Il fallimento della storia del comunismo - che ha origine nell’incapacità del genere umano di praticare il giusto e ridurre il peso del “particulare” a vantaggio del comunitario e del collettivo, ma anche nel tradimento che una classe dirigente insediata al potere o cooptata nel potere dalla vittoria della rivoluzione (da rivoluzionari che disprezzavano quasi tutti la coerenza tra i fini e i mezzi) ha fatto delle aspirazioni iniziali alla liberazione degli oppressi e alla costruzione di un ordine sociale più equo, più solidale. 

Dico una banalità: il fatto che la chiesa cattolica sia più cattolica che cristiana (ma c’è una con-sistente minoranza cristiana anche all’interno del mondo cattolico!), non toglie affatto valore al cristianesimo e al suo progetto di redenzione del genere umano. Allo stesso modo, credo, il "bisogno di rivoluzione”, anche se è più urgente in certe epoche che in altre, non è facilmente cancellabile dalla storia e "neanche dal nostro presente". In altri termini: se le parole cambiano di senso, è bene tornare alla loro origine, a ciò che hanno significato storicamente, alla loro necessità. Li si chiami come si vuole, il Capitale esiste ci domina e l’Economia continua a essere alla base di ogni ordine sociale esistente (la sete di potere e la sete di denaro inseparabili, anche quando prevale la prima o la seconda), l’Imperialismo esiste e ci domina, in certe parti in modo più scoperto e crudele che in altre, dell’Alienazione sfido chiunque a dire di non essere prigioniero, nell’epoca che costruisce il suo potere sul consumismo e sulla manipolazione del consenso detta “comunicazione”, del Socialismo non si è mai avuto tanto bisogno come oggi nel quadro di situazioni di disparità allucinanti e dalle conseguenze obbligatoriamente criminali (anche la parola Comunismo ha avuto una dignità enorme, che esisteva ben prima del “comunismo” della Terza Internazionale, ma che è stata svuotata e svilita dai comunisti reali compresi i nostri si ricordi la battuta di Berardinelli: se uno ti dice “sono un comunista”, rispondigli “me lo dimostri”). Eccetera… 

Infine le parole Rivolta e Rivoluzione, intese nella loro essenza come necessità del cambiamento (anche drastico e radicale) a vantaggio della "uguaglianza", della "libertà", della "fraternità" (magnifiche parole se liberate dal loro uso "mieloso", certamente da ridefinire contro ogni loro mistificazione operata dalla storia), segnano una differenza essenziale tra chi "accetta" l’ordine delle cose oggi esistente e se ne fa complice anche quando se ne pensa critico e distante (è il caso di tante minoranze narcise, autoreferenziali, soddisfatte), e chi "non accetta" l’ordine di cose oggi esistente, e opera per la difesa della natura e del futuro: per la liberazione di tutti, secondo la parola d’ordine camusiana del «mi rivolto, dunque siamo». La difficoltà maggiore per ogni mutamento nasce dalla complicità a questo ordine di cose, dalla paura del cambiamento nel mentre che il Capitale, proprio lui, pratica cambiamenti infiniti e radicali a danno nostro e della natura e a vantaggio delle minoranze miliardarie e micidiali, di una classe dirigente avida e irresponsabile. Nasce dalla difficoltà che abbiamo “noi benestanti” a viverci come oppressi quali anche noi siamo, nonostante le finzioni di cui ci nutrono le “pubblicità” di chi comanda. 

*** Goffredo FOFI, 1937, critico letterario, cinematografico e teatrale, saggista, giornalista, Le parole che vanno riabilitate, rubrica ‘La domenica degli italiani’, ‘l’Unità’, 30 maggio 2010



In Mixtura altri 2 contributi di Goffredo Fofi qui

venerdì 7 agosto 2015

#VIDEO #RITAGLI / La grande lezione dei Sette Samurai (Akira Kurosawa, Goffredo Fofi)


I Sette Samurai, di Akira Kurosawa
clip della nuova versione restaurata de
video, 2min03


In una nuova edizione della Sinister, lanciata come speciale, ritorna, in copia restaurata della versione integrale (di tre ore e passa, quella italiana fu all’epoca scorciata e sconciata), il capolavoro di Akira Kurosawa I sette samurai (1954), con Rashomon il suo film più famoso. Fresco come una rosa, godibile oggi come era stato godibile ieri, e per di più istruttivo per i grandi come per i piccoli!

Uno dei film imprescindibili nella storia del cinema che tutti devono aver visto, per capire il cinema e per capire cos’è un Autore. Impose in Europa e in America, anche presso il gran pubblico, un immaginario che erano in pochi a conoscere e frequentare, quello dei samurai giapponesi, speculare a quello dei paladini europei – I sette samurai si svolge a metà del sedicesimo secolo, non molto tempo dopo che l’Ariosto scrivesse l’Orlando furioso – ma contaminandolo, sempre a voler fare indebiti confronti da europei, con la letteratura del seicento che qui da noi si chiamò picaresca. (...)

I sette samurai sono degli sfigati, assunti letteralmente per qualche manciata di riso da un villaggio di contadini che aspetta, dopo il raccolto, un’ennesima invasione di violenti banditi predatori. Lasceranno sul campo quattro di loro, ma vinceranno.

Però, alla fine, il loro saggio capo sentenzierà che a vincere sono stati in realtà i contadini, perché essi appartengono alla terra e alle stagioni, e nella loro perenne fatica e nella loro missione di coltivatori sono nutritori di tutti. I contadini hanno i loro difetti, ma hanno avuto sempre pregi immensi, e sono sempre stati la “classe” più necessaria di tutte.

In tempi di mastodontiche ipocrisie e menzogne multinazionali del genere di Expo, in tempi di manipolazioni genetiche e controllo della terra e di agricoltura come nuova fabbrica dove si sfrutta criminalmente il lavoro dei braccianti immigrati, il film di Kurosawa ci appare di involontaria attualità: i contadini hanno perso, nessun samurai ha voluto o saputo aiutarli, ma con loro ha perso il pianeta, ha perso l’umanità.

*** Goffredo FOFI, critico, La grande lezione dei Sette samurai di Akira Kurosawa, 'internazionale.it', 5 agosto 2015

LINK, articolo integrale qui

Sempre in Mixtura, 1 altro contributo di Goffredo Fofi qui (sul tema Adriano Olivetti e Steve Jobs)

sabato 24 gennaio 2015

#VIDEO #IMPRESA #RITAGLI / Adriano Olivetti e Steve Jobs

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-59af4dcd-4a1a-429c-8730-86419fe6b989.html

Adriano OLIVETTI (1901-1960) e Steve JOBS (1955-2011)
La passione per il futuro, RaiTv, 'Correva l'anno', 21 giugno 2011
video 51min40, 


Un video dedicato a due grandi personalità apparentemente lontane ma che, invece, hanno molto in comune. 
Un’ intervista con l’ing. Carlo De Benedetti, ex presidente della Olivetti e presidente del Gruppo editoriale L’Espresso, aiuterà a capire meglio il percorso umano e professionale di Adriano Olivetti e quali siano le somiglianze e le affinità con Steve Jobs. (da RaiTv)


° ° °

Un video ben costruito, ricco di fatti, storicamente documentato: per conoscere due imprenditori, magari non così somiglianti come qui appare, ma che senz'altro hanno lasciato un segno nella storia dell'impresa e della cultura.

Come 'contraltare', pubblico qui sotto un estratto di Goffredo Fofi, noto intellettuale e critico letterario e cinematografico, assai duro su Steve Jobs, il suo mito, i giovani che vi inneggiano.
L'articolo da cui è tratto il pezzo è stato pubblicato in occasione della morte di Steve Jobs, come voce quasi unica fuori dal coro dei laudatores. (mf)

(...) Perché i giovani pensano di dovere davvero qualcosa a Steve Jobs, con la loro possibilità di usare i suoi strumenti e di ricavarne diletto, conoscenza e comunicazione con gli altri. Come se il diletto rendesse più intelligenti e padroni di sé, la conoscenza enciclopedica e l’immediatezza delle notizie fossero sinonimo di cultura viva, e la comunicazione mettesse davvero in relazione con l’altro e permettesse uno scambio, un’interazione, un’azione. Come se i “mezzi” diventassero il fine nel momento stesso in cui lo tradiscono e negano, in cui creano nuove dipendenze, nuove droghe della coscienza invece che quella comunicazione che ci veda solidali in progetti comuni di liberazione.
C’è poco da sperare in una gioventù così succube dei media, e oggi non soltanto del loro discorso ma dei suoi strumenti “democratizzati”, alla portata di (quasi) tutti. L’unico effetto davvero positivo che è possibile riconoscere ai nuovi mezzi messi sul mercato dal “titano” Jobs (Il titano fu il titolo di un mirabile e dimenticato romanzo di Theodore Dreiser sulla figura del Capitalista americano, e l’impalcatura della vicenda non è affatto cambiata da allora) è quello di aver ridotto sensibilmente, forse enormemente, l’impatto della televisione, ma così come i nuovi mezzi alla Jobs ne sono la continuazione, così il fatto di possedere un proprio apparecchio televisivo portatile con programmi più vari, con un diluvio di programmi, di avere una specie di televisione propria emittente-ricevente non è un segno certo di liberazione ma invece di nuova e sempre più capillare sudditanza. Sì, Jobs è un’altra incarnazione del Grande Fratello dimostrato e denunciato da Orwell. E insomma, c’è non molto di nuovo sotto il sole, a parte le malattie concrete della Terra.
Schiavi della macchina che pensa per noi, come sempre? Uomini-macchina come, diceva Simone Weil, era nelle aspirazioni dell’umanità moderna e in modi più raffinati e più completi è dell’umanità post-moderna, con le sue avanguardie giovanili? Steve Jobs non è stato un benefattore dell’umanità, ma uno dei suoi più attuali e raffinati oppressori.
*** Goffredo FOFI, 1937, giornalista, saggista, critico letterario e cinematografico, estratto da Steve Jobs e il pianto dei giovani, l'Unità, 16 ottobre 2011