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lunedì 19 ottobre 2015

#MOSQUITO / Adriano Olivetti, nessun paternalismo (Bruno Segre)

Va anche precisato che Olivetti non era il “buon padrone”, il “mecenate paternalistico” come tanti andavano dicendo allora e continuarono a ripetere in seguito. Olivetti non “proteggeva” gli uomini di cultura: era egli stesso un uomo di cultura. 
Fu, forse, l’unico esempio d’industriale italiano che riconobbe sempre alle attività culturali (libere, umanisticamente intese, non asservite al tecnicismo) un ruolo primario. Ne è testimonianza l’impulso che egli diede alle biblioteche di fabbrica e periferiche, alle espressioni culturali comunitarie (teatri, concerti, letture, seminari, discussioni pubbliche, mostre d’arte), alle scuole e, soprattutto, agli studi urbanistici, dei quali fu un autentico grande pioniere. 
Come imprenditore, come tecnico fu costantemente un maestro. Credeva fermamente in una funzione attiva degli intellettuali: nell’industria e, insieme, nel progetto sociale di una comunità di cui l’industria fosse momento propulsore. Amò sempre circondarsi di giovani ingegni, vivi e promettenti, e correre il rischio di stimolarli per fare di loro strumenti del nuovo lievito sociale per il quale, come politico, si batteva. 
Il ‘catalogo’ dei collaboratori di tipo un po’ speciale – ognuno con una sua responsabilità aziendale – di cui quell’imprenditore di tipo molto speciale amò circondarsi rischia di risultare largamente incompleto: architetti come Ludovico Quaroni e Bruno Zevi, economisti come Franco Momigliano e Giorgio Fuà, sociologi come Luciano Gallino, Alessandro Pizzorno e Roberto Guiducci, psicologi come Cesare Musatti e Francesco Novara, poeti come Leonardo Sinisgalli e Franco Fortini, scrittori come Ottiero Ottieri, Paolo Volponi, Giancarlo Buzzi, Antonio Cossu e Libero Bigiaretti, saggisti e critici letterari come Umberto Serafini, Cesare Mannucci, Riccardo Musatti, Geno Pampaloni e Renzo Zorzi, giornalisti quali Tiziano Terzani, Lorenzo Camusso e Furio Colombo. Molte le presenze importanti nel campo del design: da Sinisgalli a Giovanni Pintori a Egidio Bonfante a Marcello Nizzoli a Ettore Sottsass jr., per tacere di altri collaboratori tra i maestri della grafica mondiale: Saul Steinberg, Raymond Savignac, Jean-Michel Folon, Milton Glaser.

*** Bruno SEGRE, 1930, sociologo, docente, saggista, studioso della storia degli ebrei, Adriano Olivetti. Un umanesimo dei tempi moderni, Imprimatur, 2015


In Mixtura, 1 altro contributo di Bruno Segre qui

lunedì 22 giugno 2015

#MOSQUITO / Camillo e Adriano Olivetti, e il taylorismo (Valerio Ochetto)

Quando ha visitato gli stabilimenti Ford a Detroit – che applicano un salario calcolato su un tempo standard e non un cottimo super-individuale, tanti pezzi, tanto salario – Adriano ha avvertito «con-dizioni più inumane di quelle esistenti a Ivrea». 
L’introduzione del taylorismo, che fra il 1927 e il 1928 parte dalle presse per raggiungere le altre officine di produzione e approdare ai montaggi, avviene con una interpretazione originale. Adriano introduce la figura tipica dell’allenatore e del cronometrista, ma il suo sistema è basato su una incentivazione che si arresta prima di toccare la curva massima del cottimo, per restare compatibile con la qualità del prodotto e il non esaurimento fisico della manodopera, una curva che la maggioranza degli operai è in grado di raggiungere settimanalmente. 
Lo riconoscerà Camillo parlando agli operai, Camillo, che al momento di dare il via alle controverse innovazioni del figlio, gli ha tenuto questo discorso: «Tu puoi fare qualunque cosa tranne licenziare qualcuno per motivo dell’introduzione dei nuovi metodi perché la disoccupazione involontaria è il male più terribile che affligge la classe operaia». 
Comunque il cottimo non raggiungerà l’attrezzaggio, la famosa officina Z dove si fanno stampi e punzoni, il cuore della fabbrica meccanica dove sono concentrati gli operai di alta specializzazione, i più legati a un lavoro creativo e personale. 

*** Valerio OCHETTO, giornalista e saggista, Adriano Olivetti. La biografia, 1985, Comunità Editrice, 2013

Sempre in Mixtura, di Adriano Olivetti (e su Adriano Olivetti), qui


domenica 1 febbraio 2015

#VIDEO #IMPRESA / Adriano Olivetti secondo Furio Colombo

https://focusadrianoolivetti.wordpress.com/2014/12/17/furio-colombo/

Furio COLOMBO, 1931, giornalista, saggista, politico
L'imprenditore Adriano Olivetti, coordinamento di Michele Fasano
Focus Adriano Olivetti, dicembre 2013
video, 26min55

Intervento appassionato, ricco di episodi vissuti, preciso e rigoroso, di Furio Colombo: che fu uno dei collaboratori 'stretti' di Adriano Olivetti.
Si rievoca il passato per confrontarlo con l'oggi.
E, naturalmente, l'avvicinamento è sconfortante.
Una mezz'ora scarsa, ma da non perdere.
Per avere qualche spunto di conoscenza, anche di prima mano, su un vero grande imprenditore: colto, visionario, innovativo, efficiente, aperto al sociale.
E per credere che imprenditori così, magari non ne esistono più, ma sono esistiti. (mf)

° ° °

«Adriano Olivetti non era un 'brav'uomo. E' stato un grande protagonista del XX E' stato l'imprenditore che avrebbe cambiato la struttura imprenditoriale di questo Paese. E' stato l'imprenditore che ha capito la storia. Ed è stato qualcuno che avendo potere e danaro si è messo in connessione con coloro che non ne avevano perché ha capito che la storia si attraversa insieme o non si attraversa. (...)

La follia oggi è quella di non tenere conto della distanza che aumenta aumenta aumenta continuamente tra ricchezza e povertà. Ricchezza che non è più capitalismo... Non c'è nessun mercato... La ricchezza degli immensi bonus.. la ricchezza della valutazione delle aziende secondo il trimestre di borsa non ha più niente a che fare con il mercato... (...)

Per prima cosa mi disse: "Lei va in fabbrica, presse e catena di montaggio. Non potrà mai capire com'è la vita di un operaio se non fa la vita di un operaio." E avveniva in modo trasparente: non c'erano trucchi. Gli operai sapevano che tu eri destinato a essere dirigente... Se no potevano pensare che tu eri lì a fare la spia... » 
Giuravo dagli Stati Uniti al Giappone per cercare i giovani laureati, più qualificati, che potessero venire in un centro creato a Pisa e in un altro vicino a Milano... Lui mi diceva sempre: "Cerchi fra filosofia, storia, letteratura... meno tra ingegneria..." (...)

La cosa che gli piaceva di più: parlare di persone. Di lui potrei dire una frase che sembvrerebbe assurda: non assumeva per produrre, produceva per assumere. Era la componente umana che gli pareva di gran lunga più grande di tutte le altre componenti che consentono di avere l'impresa... (...)

Fondamentale l'intuizione di Adriano Olivetti centrata su ricchezza (non capitalismo: ricchezza) e povertà. In questo ha anticipato l'unica persona che ce ne parla oggi: Papa Francesco. L'abisso tra una ricchezza troppo grande e una povertà troppo intollerabile. (Furio Colombo, dal video)

lunedì 26 gennaio 2015

#VIDEO #IMPRESA / Modello d'impresa Adriano Olivetti e realtà attuale


Giuseppe VARCHETTA, 1940 
psicosocioanalista, esperto di sviluppo organizzativo
Il modello Adriano Olivetti e l'organizzazione oggi, dicembre 2013
Focus Adriano Olivetti
video, 12min26

Giuseppe Varchetta è figura 'storica' dello sviluppo organizzativo e della formazione in Italia.
In questa conversazione ricorda le diverse specificità, preziose, del modello di Adriano Olivetti: tutte all'avanguardia per l'epoca. 
Ma in particolare, e in conclusione, ne sottolinea una: la dimensione della 'bellezza' (prodotti 'belli' e situazioni di lavoro altrettanto 'belle').
Il modello Olivetti non era certo perfetto: come ogni cosa fatta da uomini. Ma era vicino alla perfezione. C'era un 'anelare', dice Varchetta.

° ° °

«Dare una risposta a qual è il senso del'organizzazione è un fatto urgente, strategicamente ineludibile.
Occorre un patto felice, fecondo, florido fra azienda e collaboratori tutti. Se non c'è questo patto, saldo, i risultati non possono essere raggiunti. Perché oggi i risultati non dipendono dalla tecnologia, non dipendono dalla strategia, non dipendono da scelte finanziarie, non dipendono da altre variabili: dipendono soprattutto dal bagaglio di conoscenze e di capacità innovativa, creatività, servizio, qualità che l'azienda sa elaborare. (...) Olivetti è stato un esempio straordinario. (...)

«Due valenze della bellezza.
La prima. La bellezza è un impulso creativo, e non depressivo e paranoide, rispetto al vissuto umano della 'limitazione' (viviamo per un tempo limitato) che è volto a convincerci che ogni gesto che stiamo per compiere possa essere l'ultimo gesto che stiamo per compiere: per cui valga la pena di farlo al meglio.
La seconda. Il management dovrebbe preoccuparsi che anche gli altri (le persone 'dipendenti') abbiano la possibilità di fare questo. Cura del sé e cura degli altri. (...)

Nessuno oggi riflette sul fatto che il contratto precario toglie al management la responsabilità della valutazione. Perché il giudizio non è più necessario. Lo dà il contratto. (...)

Ma perché il lavoro deve essere necessariamente doloroso? Perché non si può fare un salto manageriale degno del tempo che viviamo? La responsabilità sociale dell'azienda finisce nel pagare le tasse e osservare le leggi, o può andare oltre?» (Giuseppe Varchetta, dal video)

sabato 24 gennaio 2015

#VIDEO #IMPRESA #RITAGLI / Adriano Olivetti e Steve Jobs

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-59af4dcd-4a1a-429c-8730-86419fe6b989.html

Adriano OLIVETTI (1901-1960) e Steve JOBS (1955-2011)
La passione per il futuro, RaiTv, 'Correva l'anno', 21 giugno 2011
video 51min40, 


Un video dedicato a due grandi personalità apparentemente lontane ma che, invece, hanno molto in comune. 
Un’ intervista con l’ing. Carlo De Benedetti, ex presidente della Olivetti e presidente del Gruppo editoriale L’Espresso, aiuterà a capire meglio il percorso umano e professionale di Adriano Olivetti e quali siano le somiglianze e le affinità con Steve Jobs. (da RaiTv)


° ° °

Un video ben costruito, ricco di fatti, storicamente documentato: per conoscere due imprenditori, magari non così somiglianti come qui appare, ma che senz'altro hanno lasciato un segno nella storia dell'impresa e della cultura.

Come 'contraltare', pubblico qui sotto un estratto di Goffredo Fofi, noto intellettuale e critico letterario e cinematografico, assai duro su Steve Jobs, il suo mito, i giovani che vi inneggiano.
L'articolo da cui è tratto il pezzo è stato pubblicato in occasione della morte di Steve Jobs, come voce quasi unica fuori dal coro dei laudatores. (mf)

(...) Perché i giovani pensano di dovere davvero qualcosa a Steve Jobs, con la loro possibilità di usare i suoi strumenti e di ricavarne diletto, conoscenza e comunicazione con gli altri. Come se il diletto rendesse più intelligenti e padroni di sé, la conoscenza enciclopedica e l’immediatezza delle notizie fossero sinonimo di cultura viva, e la comunicazione mettesse davvero in relazione con l’altro e permettesse uno scambio, un’interazione, un’azione. Come se i “mezzi” diventassero il fine nel momento stesso in cui lo tradiscono e negano, in cui creano nuove dipendenze, nuove droghe della coscienza invece che quella comunicazione che ci veda solidali in progetti comuni di liberazione.
C’è poco da sperare in una gioventù così succube dei media, e oggi non soltanto del loro discorso ma dei suoi strumenti “democratizzati”, alla portata di (quasi) tutti. L’unico effetto davvero positivo che è possibile riconoscere ai nuovi mezzi messi sul mercato dal “titano” Jobs (Il titano fu il titolo di un mirabile e dimenticato romanzo di Theodore Dreiser sulla figura del Capitalista americano, e l’impalcatura della vicenda non è affatto cambiata da allora) è quello di aver ridotto sensibilmente, forse enormemente, l’impatto della televisione, ma così come i nuovi mezzi alla Jobs ne sono la continuazione, così il fatto di possedere un proprio apparecchio televisivo portatile con programmi più vari, con un diluvio di programmi, di avere una specie di televisione propria emittente-ricevente non è un segno certo di liberazione ma invece di nuova e sempre più capillare sudditanza. Sì, Jobs è un’altra incarnazione del Grande Fratello dimostrato e denunciato da Orwell. E insomma, c’è non molto di nuovo sotto il sole, a parte le malattie concrete della Terra.
Schiavi della macchina che pensa per noi, come sempre? Uomini-macchina come, diceva Simone Weil, era nelle aspirazioni dell’umanità moderna e in modi più raffinati e più completi è dell’umanità post-moderna, con le sue avanguardie giovanili? Steve Jobs non è stato un benefattore dell’umanità, ma uno dei suoi più attuali e raffinati oppressori.
*** Goffredo FOFI, 1937, giornalista, saggista, critico letterario e cinematografico, estratto da Steve Jobs e il pianto dei giovani, l'Unità, 16 ottobre 2011 

venerdì 16 gennaio 2015

#VIDEO #IMPRESA / La forza del sogno di Adriano Olivetti



Franco FERRAROTTI, 1926, decano dei sociologi italiani
La forza del sogno di Adriano Olivetti 
'Porta a porta', Raiuno, 23 ottobre 2013
video 15min36

Non amo né Bruno Vespa né il suo programma tv. 
Ma l'intervento di Franco Ferrarotti, uno dei collaboratori principali di Adriano Olivetti (1901-1960), che ne rievoca, con voce appassionata e 'sognante', l'avventura industriale, merita di essere seguito con attenzione: non è che un quarto d'ora e lo ritengo imperdibile. 
Anche perché i suoi riferimenti critici alla cultura imprenditoriale e manageriale di oggi sono stimoli importanti su cui riflettere. (mf)

«Adriano Olivetti non era un 'padrone buono'. Era un vero imprenditore. Che credeva nel profitto come servizio alla comunità. (...) La sua è una lezione tuttora valida. (...)
Adriano Olivetti era contro la speculazione finanziaria che fa soldi con i soldi sfruttando la congiuntura, gli alti e bassi, sulla pelle delle persone. Mi diceva, e questa è una testimonianza diretta: "Il capitalismo ha vinto contro il socialismo dopo 50 anni di guerra fredda, però il capitalismo va salvato dai cattivi capitalisti".» (Franco Ferrarotti, dal video)

domenica 11 gennaio 2015

#LIBRI PREZIOSI / L'Impresa responsabile, di Luciano Gallino (recensione di M. Ferrario)

Luciano GALLINO, "L’impresa responsabile. Un’intervista su Adriano Olivetti", 
a cura di Paolo Ceri, 
pagine 163, Einaudi, 2014, € 16.50, ebook € 10.99.

Avremmo bisogno di tornare al modello di impresa di Adriano Olivetti: un imprenditore ‘vero’ e a ‘tutto tondo’, che seppe tenere insieme, con risultati di grande eccellenza, visione, innovatività, etica, cultura tecnica e cultura umanistica, impegno civile. E che ebbe dell’impresa un’idea ‘alta’, proprio perché la considerò al servizio dell’uomo e non del profitto come fine.

Il libro contiene le riflessioni di un sociologo raffinato e di lungo corso come Luciano Gallino, ottimamente stimolato da Paolo Ceri, anch’egli sociologo di esperienza. 
Ne escono pensieri che sanno ‘intelligere’ in profondità e con spirito critico la realtà dell’epoca e sanno interrogarsi con realisticità sulla eventuale possibile attualità del modello Olivetti.

Le riflessioni scorrono piane e coinvolgenti e la ricostruzione storica del caso Olivetti è articolata e precisa. Chi si occupa di impresa ha la conferma dell’eccezionalità di quell’esperienza. 
Oggi ci esaltiamo per Apple, e qualcuno ha tentato avvicinamenti tra i due casi. Ma, senza nulla togliere alla visionarietà di Steve Jobs e alla sua abilità imprenditoriale, si tratta di paralleli improbabili. Olivetti, e Adriano Olivetti in particolare, sono stati un ‘unicum’ nella storia aziendale per la ‘sistemicità’ dei fattori messi in campo: innovazione, qualità tecnica dei prodotti, cura ‘artistica’ del design, ma anche attenzione reale alle persone, umanizzazione dell’organizzazione del lavoro, welfare aziendale, utilizzo delle migliori risorse intellettuali e culturali dell’epoca, focus costante sul contesto socioculturale esterno, dignità di una visione politica della società.

Proprio per questo Adriano Olivetti si rivelò un ‘alieno’ rispetto alla cultura di fondo italiana: e come tale fu combattuto e isolato dal ceto dirigente dell’epoca.

Eppure, nonostante (e proprio perché) oggi viviamo valori ancora più dissonanti rispetto a quelli con cui Olivetti dovette confrontarsi, l’ispirazione a questo modello potrebbe darci spunti di azione utili: per ridare anima all’impresa e riorientare l’economia. 
E Gallino e Ceri ce ne suggeriscono alcuni.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

mercoledì 7 gennaio 2015

#VIDEO #IMPRESA / Adriano Olivetti, un 'alieno'



Lettera 22, il documentario su Adriano Olivetti (2010)
regia di Emanuele Piccardo
video 46min38


I tre quarti d'ora di visione sono un prezioso investimento per conoscere la figura di un imprenditore straordinario (1901-1960)
Colto, innovativo, anticipatore, capace di unire la concretezza del realizzare con l'ispirazione della visione 'larga e lunga', filosoficamente impegnato in politica e nella società. Con un'idea di impresa al servizio dell'uomo e non del profitto.
Un 'imprenditore' vero: non uno uno dei tanti (troppi) 'prenditori' che affollano l'Italia. 
E anche per questo emarginato dalla classe dirigente dell'epoca. 
E, naturalmente, quanto mai valorialmente 'alieno' al mondo d'oggi.
Un film imperdibile.
Da proiettare nelle aule di formazione manageriale. Se ancora si conoscesse cos'è la formazione.
E non solo manageriale.
(mf)