Visualizzazione post con etichetta #Impresa&Società. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta #Impresa&Società. Mostra tutti i post

giovedì 10 settembre 2015

#VIDEO / Marketing, oggi (Paolo Iabichino)


Paolo IABICHINO, Chief Creative Officer
Le 4P del marketing diventano E
Muster di FiorDiRisorse, settembre 2015
video, 2min42

Due minuti, estratti da una 'lezione' ben più lunga, per iniziare una riflessione su cosa può essere oggi marketing. (mf

lunedì 7 settembre 2015

#VIDEO / Leadership, gestire le persone attraverso i simboli (David Bevilacqua)


David BEVILACQUA, Vice President di Cisco Europe
Leadership, gestire le persone attraverso i simboli
 Master FDR, settembre 2015
video, 4min19

Nuovi giovani pongono nuove richieste, di valori e di comportamento, alle aziende.
Un intervento breve, chiaro, 'semplice', provocatorio.
La domanda è: quante aziende sanno raccogliere la provocazione? (mf)

domenica 23 agosto 2015

#VIDEO / Innovazione, i 7 peccati (Massimo Russo)


Massimo RUSSO, giornalista, direttore di Wired
I 7 capitali dell'Innovazione (o degli Innovatori), FiordiRisorse
video, 3min37

In modo calmo e piano, un elenco breve e argomentato di cosa non è (e di cosa è) innovazione. 
Degli errori che possono fare gli Innovatori e dei comportamenti che facilitano l'Innovazione. (mf)

venerdì 21 agosto 2015

#RITAGLI / Dipendenti come servitori (Ermanno Olmi)

[D: Il mito del posto fisso è tramontato?]
«A parte il fatto che, salvo gli apparati industriali e la burocrazia dello stato il posto fisso oggi è comunque precario, è un tradimento, serve soprattutto al mondo industriale che ha bisogno di mano d'opera da gestire dall'alto. E con il passare del tempo molti lavoratori rinunciano, capiscono che il posto fisso è una fregatura».

[D: Come gli insegnanti che hanno rifiutato di trasferirsi?]
«Dopo Il posto ho fatto I fidanzati, in cui il protagonista, che a Milano aveva la sua vita e la sua compagna, veniva mandato a lavorare in Sicilia, avrebbe avuto soldi in più. Così fanno le industrie, lusingano i lavoratori, un aumento di stipendio o il passaggio ad una categoria superiore, cosi li spingono a vendere l'anima, creando una società malata di solitudine, che è la tragedia del nostre tempo». (...)

[D: Se dovesse fare un film sul lavoro oggi?]
«Racconterei la solitudine di chi, avendo venduto l'anima alla certezza del posto, si sente più servo che persona con la sua individualità. È ciò di cui ha bisogno il grande sistema industriale, dipendenti come servitori. La speranza? Credo che le crisi che stiamo vivendo siano un segnale da prendere come nuova speranza. Molti giovani capiscono che il posto fisso può significare la rinuncia alla propria anima».

*** Ermanno OLMI, 1931, regista cinematografico, intervistato da Maria Pia Fusco, "Il posto fisso a scapito dell'anima salva", 'la Repubblica', 220 agosto 2015

Sempre in Mixtura, altri 3 contributi di Ermanno Olmi qui

sabato 15 agosto 2015

#VIDEO / Electrolux, per la prima volta il salto del sindacato (Paolo Griseri)


Electrolux, 
"Sindacato tagliato fuori: l'azienda parla direttamente con gli operai"
Paolo GRISERI, giornalista
rep.tv, 15 agosto 2015, video di Francesco Gilioli
video, 1min21

"Per la prima volta in Italia un'azienda decide di accordarsi direttamente con gli operai per avviare la produzione in un giorno festivo, tagliando fuori i sindacati". (dalla presentazione del video)

giovedì 2 luglio 2015

#LINK / Serietà professionale, il primo problema del nostro Paese (Alfonso Fuggetta)

Cinque brevi casi. Che non definiscono la regola. Ma non sono neppure l’eccezione. Accadono regolarmente a noi e a tanti professionisti e aziende che operano nel nostro paese. 

Parliamo spesso di innovazione, di investimenti, di digital divide, di cultural divide. Parliamo dei problemi relativi alle politiche industriali, agli investimenti in startup, alla digitalizzazione delle scuole. Ci arrovelliamo su tante questioni complesse, articolate, critiche. Oppure parliamo del malaffare, della corruzione e di moralità nella gestione della cosa pubblica. Sono tutti problemi ovviamente importanti. Ma a me pare che ci dimentichiamo, o non sottolineiamo a sufficienza, un tema fin ovvio: il livello di professionalità e correttezza nei rapporti di lavoro. Senza voler fare i moralisti, credo sia urgente e ineludibile discutere di quale sia il livello di professionalità che viviamo nel nostro paese.

Diciamocelo: il livello di professionalità in Italia è mediamente basso. (...)

Forse invece di spendere tanto tempo a parlare di startup, innovazione, open data et similia dovremmo ricominciare a ricordare e riaffermare in modo testardo e maniacale l’importanza di essere persone serie. 

*** Alfonso FUGGETTA, consulente, amministratore delegato di Cefriel, Il primo problema del nostro Paese, 'TechEconomy', 22 giugno 2015

LINK, articolo integrale qui

venerdì 5 giugno 2015

#ARK #IMPRESA & SOCIETA' / Manipolare: illusione, collusione, delusione, 1993 (M. Ferrario)

Amo il rischio. E per questo propongo un mio saggio del 1993 in tema di manipolazione.
Il rischio è dato dal fatto che il pezzo richiede una lettura non breve e certamente non superficiale (anche se il linguaggio vuole evitare arzigogoli criptici e vuole essere chiaro ed esemplificativo). Ma ho deciso di correrlo perché l'argomento, se è nel piatto da tempo (come è confermato anche dalla datazione, che risale a oltre vent'anni fa), oggi in questo piatto non abbiamo più solo le mani, ma, a me pare, ci siamo dentro interi. 
Tutti. 
E quanto per scelta e volentieri o quanto per caso o insipienza, è tutto da stabilire.

La problematica descritta in questo testo ha per sfondo chi si occupa di consulenza e, in particolare, di formazione degli adulti, nelle imprese e, più in generale, nelle organizzazioni di lavoro. 
Ma credo risulti chiaro fin dalle prime note che il modo in cui la questione è trattata va al di là delle specificità di un contesto o di una professione. E gli spunti di analisi del 'meccanismo-manipolazione' e i suggerimenti per adottare (sempre che si voglia farlo)  una strategia che contenga o minimizzi i rischi di manipolare e di essere manipolati riguardano ognuno di noi, nelle relazioni che quotidianamente instauriamo, sul lavoro e nella vita comune. 

Lo scritto è tratto da un libro collettaneo che ha per titolo 'Manipolazione' ed era stato curato da una collega del tempo (Valeria Chioetto). 
Come si vede dai nomi indicati nella figura di copertina, riprodotta qui sotto al termine del saggio, vi hanno collaborato specialisti illustri, senz'altro più famosi del sottoscritto. 
Il volume naturalmente è oggi introvabile ed è scomparsa anche la casa editrice (Anabasi), che lo aveva editato, specializzata in collane di saggistica.

Spero che il testo, qui pubblicato senza correzioni  né di forma né di sostanza, possa dare qualche stimolo di riflessione. 
Le mie idee di fondo non sono mutate e rifirmo tutto: se mai, oggi sono più drastico nel sottolineare taluni fenomeni che vent'anni fa potevano intravvedersi come debole inizio di una tendenza. (mf)

venerdì 29 maggio 2015

#LINK #IMPRESA E SOCIETA' / Istigazione alla delocalizzazione (Vito Gulli)

Nel mercato la vera democrazia è l'equilibrio tra produzione e consumo purché tutto si realizzi sullo stesso territorio

Non credo si debba essere né grandi economisti, né grandi sociologi per capire che la disgregazione economica del nostro Paese nasce e si sviluppi fin dalle prime delocalizzazioni, iniziate purtroppo molti anni fa. (...)

Ma siamo proprio sicuri che migliorino davvero le condizioni delle popolazioni in quei paesi dove si tende a produrre di più, là dove ci porta il costo basso con salari da 0.2 dollari all’ora? O invece non si arricchiranno ancor di più i soliti noti? (...)

Ma come si fa a pensare che andiamo tutti là, a produrre a costi più bassi (tralasciamo per ora la qualità). Tutti là per poi vendere qua: ma non ci siamo mai chiesti a chi potremmo vendere, a quel punto, se abbiamo licenziato tutti. Davvero difficile pensare che non riescano a capirlo.
Certo se si è un manager da multinazionale legato a bonus di breve periodo, allora vale il prendo e scappo e il problema non è più mio.

*** Vito GULLI, imprenditore di matrice umanista, Istigazione alla delocalizzazione, 'senzafiltro, 28 maggio 2015

LINK, articolo integrale qui

giovedì 28 maggio 2015

#ARK #IMPRESA & SOCIETA' / Mentore e rapporto di mentorato, 1995 (M. Ferrario)

Ancora un testo recuperato dal mio archivio: che ripropongo tale e quale, a parte due righe obsolete , tagliate all'inizio, che riguardavano il mio curriculo lavorativo.
Si tratta di un piccolo 'saggio' di vent'anni fa (1995) e indaga una delle figure di aiuto allo sviluppo (più 'umano' che 'professionale') già contenute nella mappa che avevo 'disegnato' in una pubblicazione dell'epoca (e riprodotta in questo blog qui)
La figura è quella del mèntore: termine, e funzione, ormai conosciuti e affermati anche in Italia sotto la solita 'spinta' (purtroppo sempre troppo 'modaiola') prodotta dalla cultura manageriale anglosassone. Naturalmente l'accezione di mèntore oggi prevalsa, almeno nelle prassi (benché sempre più decantate che realmente diffuse) delle organizzazioni di lavoro e delle imprese multinazionali in particolare, ha un'impronta più pragmatico-organizzativa che esistenzial-umanistica. E, forse anche per questo, quanto qui scrivevo nel tratteggiare il modello, assai diverso, cui io invece faccio riferimento, può avere tuttora senso: per indicare che 'un altro modo', almeno in teoria, esiste.
Rileggendo il testo a distanza di un ventennio anche stavolta ho provato una duplice sensazione. 
Da una parte, mi ritrovo, senza titubanze, a 'sentire' come tuttora più che valida l'impostazione 'teorica' qui descritta. 
Ma, dall'altra parte, devo ammettere che l'analisi di quello stato socio-culturale di metà anni 90, che, mentre dichiaravo non dei più felici per poter applicare il modello, pure intravvedevo al contempo qui e là 'screpolato' e potenzialmente 'aperto' a cambiamenti migliorativi, peccava (e molto) di 'wishful thinking'. 
Mi pare indubitabile che alcuni segnali già allora valutati 'negativi' si siano oggi pesantemente rafforzati. Come ad esempio: l'opacità dell''individuo' in quanto tale, sempre più 'mangiato' e 'intruppato' dalla dimensione conformistica della 'gente'; la debolezza del codice 'fraterno' , contro l'affermazione invadente di una relazionalità sempre più giocata in chiave 'top-down'; la carenza di 'tempo' e l'impazienza nei 'tempi' con cui agiamo, con la conseguente 'frenesia da prestazione subito' che rappresenta ormai una nostra sindrome conclamata.

Il testo, come dice la nota in calce, riprende un intervento discusso con universitari dell'istituto di pedagogia dell'università statale di Milano, nel febbraio 1995, nell'ambito di un seminario, appunto sul 'mèntore', coordinato da Paolo Mottana, docente di filosofia dell'educazione. 
Il libro in cui è stato successivamente inserito, sempre curato da Paolo Mottana, edito da Clueb, è ormai difficilmente reperibile anche per la messa in liquidazione, dal 2014, dell'editore. 
Segnalo, oltre all'autorevolezza dei contributori cui sono stato affiancato (Delia Duccoli, Duccio Demetrio, Costanza Sorrenti, Angelo Franza, Riccardo Massa, Antonio Prete, don Gino Rigoldi), la qualità del saggio introduttivo del curatore: uno dei più intelligenti e critici pedagogisti italiani, oggi coordinatore di un indirizzo - la 'pedagogia immaginale' - 'potente' nella sua impostazione non solo per la carica anticonformista che lo caratterizza. (mf)


lunedì 18 maggio 2015

#ARK #IMPRESA & SOCIETA' / Il comportamento manipolativo, 1980 (M. Ferrario)

All'epoca in cui l'articolo che segue è stato scritto la questione della 'manipolazione' era all'ordine del giorno: nelle imprese e nella società.
Gli anni caldi della contestazione si erano spenti, ma il tema era rimasto sensibile: non si ripeteva più che ogni relazione, di per sé, fosse automaticamente manipolazione, ma ogni relazione di influenzamento (e ogni relazione, com'è ovvio, non può che essere di influenzamento) continuava a venire guardata con sospetto.
Al di là di questo, però, già all'epoca si annunciava ciò che poi sarebbe dilagato: un modo 'effettivamente' manipolatorio di relazionarsi, soprattutto da parte di chi, per ruolo, era chiamato a esercitare autorità.
Questo scritto, che risale a 35 anni fa, cercava di offrire una possibile 'definizione' del concetto di manipolazione e suggeriva qualche attenzione pratica per evitare di praticarla.
Credo che le considerazioni, anche banali, che qui sono svolte non smettano di avere una qualche utilità. Specie oggi, in cui siamo avvolti dalla manipolazione: ovunque. 
Forse inconsapevolmente. O forse perché in fondo ci piace: manipolare ed essere manipolati.
Qui sta la ragione della ripubblicazione del testo: nella forma in cui era uscito nel 1980. (mf)

° ° °
Premessa
Capita spesso, quando in azienda si tocca il tema della "cultura", degli "stili di leadership", degli schemi di comportamento in genere, di sentire che ancora oggi modi di agire di tipo manipolativo sono abbondantemente presenti e spesso addirittura dominanti nelle più diverse situazioni di lavoro.
Magari vengono usati termini differenti, come "paternalismo" o "relazioni umane"; magari si aggiunge che le pratiche di manipolazione si sono raffinate, al punto da divenire oggi di più diffìcile evidenziazione, magari si ammette l'esistenza, accanto ad esse, di sistemi di gestione più franchi e dialettici. Almeno nella maggior parte dei casi, comunque la confessione è unanime: lo stile manipolativo, quasi fosse un dato strutturale immodificabile o una condanna biblica caduta addosso a chi sta dentro le organizzazioni, rappresenta una categoria insuperata di rapporto capo-dipendente. 
Non esistono ovviamente ricette per risolvere il problema, troppo profonde e complesse essendo le cause che lo originano o i fattori che ne assecondano la persistenza.
Nelle pagine che seguono intendiamo solo proporre un modello di analisi di interpretazione del fenomeno e suggerire operativamente alcune linee di "attenzione" alla questione che, se seguite, forse potrebbero favorire il sorgere di stili di azioni alternativi più aperti e meno strumentali. 
Toccheremo dunque i seguenti punti:
• cosa significa manipolare;
• quali sono le caratteristiche di un processo di manipolazione;
• come fare per evitare, o contenere, i nostri eventuali comportamenti manipolati vi.

Cosa significa manipolazione
Una possibile definizione di manipolazione è la seguente:
«manipolazione significa agire in maniera tale da portare altri a dire o fare cose che essi liberamente o scientemente non farebbero o non direbbero.» 
Quali sono gli elementi fondamentali che conno¬tano una simile situazione? Almeno due, ci sembra:
• violenza
• mistificazione

a) La violenza
La violenza emerge dal condizionamento esercitato sulla persona manipolata. La libertà, la consapevolezza dell'individuo sono ristrette. Se egli fosse libero o pienamente cosciente, probabilmente non agirebbe come è spinto ad agire.

b) La mistificazione
Il comportamento dell'altro è estorto attraverso una modificazione artefatta, realizzata dalla persona che mette in atto la manipolazione, della situazione in cui l'altro si trova. Il manipolato è offuscato nella sua consapevolezza dai dati di realtà inquinati con cui si trova a fare i conti. Le sue decisioni partono da premesse false: l'altro gli ha cambiato di nascosto, le carte in tavolo. I due tratti sono combinati insieme, anche se il secondo, come si intuisce, è quello che maggiormente colora il tutto.

La manipolazione, tuttavia, non è un dato, ma una relazione. Introdurre il concetto di processo, quindi, serve meglio a cogliere la sua caratteristica di "fenomeno che si realizza nel tempo", prodotto dal gioco incrociato di azioni e reazioni di tutti i soggetti coinvolti. Ciò non significa negare a chi manipola il maggior potere di influenzamento del comportamento altrui, ma solo ricordare che anche chi subisce tale condizionamento contribuisce, volente o nolente, a tenere in piedi il meccanismo di manipolazione - talvolta, pur senza poter fare altrimenti, magari anche rinforzandolo.

Le caratteristiche del processo di manipolazione
Ma dove si esercitano questa mistificazione e questa violenza?
Sostanzialmente verso due direzioni:
• l'altro, cioè il soggetto (o i soggetti) da manipolare
• la realtà oggettivamente data.

a) La manipolazione esercitata sul soggetto da manipolare
La strategia è finalizzata a inquinare, attraverso un certo uso della relazione con l'altro, l'atteggiamento e la disponibilità di fondo di questo verso il soggetto che intende manipolare. 
Le modalità possono variare: tutte partono comunque da una falsa attenzione manifestata ai bisogni e ai problemi dell'altro. La collusione, la seduzione, il falso interessamento sono le leve principali utilizzate. Io colgo i lati deboli dell'altro e li sfrutto: se è persona che ama sentirsi gratificata, soddisfo il suo narcisismo; se è individuo che preferisce sentirsi in posizione dominante nei miei confronti, accetto, e anzi accentuo, un mio ruolo di dipendenza.
Insomma, attraverso la gestione sottile di un "certo clima" fingo la concessione all'altro di un potere almeno eguale a quello che io amministro e di fatto invece, proprio utilizzando l'atteggiamento di apertura all'altro che riesco a indurre, accresco il mio potere reale nei suoi confronti.

b) La manipolazione esercitata sulla realtà oggettivamente data
In questo caso il rapporto con l'altro non è toccato, almeno direttamente, perché l'azione di falsificazione è condotta sulla situazione oggettiva in cui l'altro si trova.
Ancora una volta le tattiche possono essere le più varie: la menzogna, la sottrazione alla conoscenza dell'altro di alcuni dati di realtà, la loro confusione, la trasformazione occulta di dati soggettivi -opinioni personali, valori, giudizi, ecc. — in dati oggettivi. Il fine è comunque quello di presentare all'altro un quadro di "cose" non vere, perché egli decida — valuti, agisca — in modo coerente con gli obiettivi di chi sta manipolando. 
Più in dettaglio, la situazione di manipolazione, così descritta, sembra presentare i seguenti connotati:
• innaturalità - La relazione con l'altro è strumentale, inficiata alla base da mancanza di franchezza; l'altro non conta, se non "dentro" gli scopi di chi manipola;
• sperequazioni di potere - Chi manipola ha "in mano" la relazione; il margine di potere dell'altro è ridottissimo, talvolta nullo;
• passivizzazione - Il soggetto manipolato deve "strutturalmente" subire la situazione, perché la manipolazione tanto più riesce quanto più chi manipola è capace di rendere passivo e "inerte" chi è manipolato;
• violenza psicologica - Chi è manipolato è "psicologicamente" dipendente da chi manipola. Le sue capacità critiche sono offuscate e il recupero di una soggettività autonoma e consapevole è difficile perché è proprio su tale vuoto di consapevolezza che è basato il successo della manipolazione;
• assenza di libertà - Se io non conosco gli obiettivi che spingono l'altro a comportarsi con me in un certo modo e ho una conoscenza mistificata della realtà oggettiva sulla base della quale mi muovo e decido, non posso conoscere quanto accade e quindi neppure sono libero di fare le scelte che più ritengo convenienti per me;
• dipendenza dei ruoli - Non solo c'è dipendenza nel soggetto che viene manipolato, ma anche in chi esercita manipolazione. Chi manipola infatti, se vuole raggiungere i risultati che si è prefissato, deve si costringere l'altro in stato di soggezione, ma nel far questo deve recitare appunto il ruolo di manipolazione. Il legame che si instaura, quindi, è bloccante per tutti: innescato il processo, i comportamenti sono prescritti - ovviamente, sinché chi manipola intende continuare a farlo;
• oggettificazione - Dove c'è violenza, ci sono oggetti. Se un rapporto non è libero, ma fissato nei fini e nei ruoli per volontà di una delle parti, l'altro, perdendo ogni autonomia, diviene puro strumento, dunque "cosa".

Per non manipolare
Abbiamo già detto che è impensabile fornire regole. Individuiamo dunque solo alcune linee di riflessione. Qual è il tema centrale attorno cui ruota tutto il discorso di manipolazione? Lo si è evidenziato: l'ignoranza, da parte di uno degli interlocutori della relazione, degli obiettivi "reali" dell'altra parte.
Una strategia di non manipolazione dovrebbe quindi muoversi tenendo conto di ciò: accentuando la diffusione di tutte quelle informazioni che possono meglio chiarire la sostanza "vera" dei fini che una delle parti si propone di raggiungere. Più specificamente, lo sviluppo logico di una modalità di comportamento non manipolativo potrebbe fondarsi sulla seguente strategia:
• dichiaro i miei obiettivi,
• presento la realtà così com'é (come mi appare),
• cerco un rapporto inter-soggettivo. 
Cerchiamo di illustrare meglio. 

a) Dichiaro i miei obiettivi
Si tratta di definire con chiarezza cosa intendo raggiungere, cosa mi aspetto dalla relazione che instauro con l'altro, quale contributo, nella specifica situazione, ritengo di poter dare o di dover chiedere all'altro, come e con quali tempi penso di muovermi per ottenere gli obiettivi che mi propongo.
Ovviamente, un simile approccio implica l'apertura di un "contratto" con l'altra parte, cioè di una relazione paritaria in cui si realizzi in modo esplicito una ricerca sincera fra due soggetti che cercano insieme le aree di dissenso e le possibilità di consenso.

b) Presento la realtà così com'è 
Un'altra condizione indispensabile è un atteggiamento di estrema lealtà verso i fatti. Sappiamo che l'oggettività è un'utopia perché i nostri filtri ideologici, culturali, di personalità ce ne impediscono il pieno raggiungimento. Ma è una sfida da tentare: separare il nostro presunto o auspicato dall'effettivo può essere un modo per capire meglio e soprattutto spiegare meglio agli altri, nel momento in cui noi li interessiamo in qualche progetto, i vincoli e le opportunità esistenti. Spesso questa operazione viene trascurata; talvolta per timore - si ha la paura della reazione dell'altro - talvolta per calcolo - si fida sulla incapacità di analisi altrui - talvolta per insipienza - non si ha noi stessi chiara la situazione - si lascia intendere una realtà tutta possibile e niente vincoli - salvo poi ammettere, una volta guadagnato il coinvolgimento di chi ci interessa, che "certe cose non si possono fare". Da qui spesso nascono le accuse di manipolazione: ci si sente "traditi" perché immersi in un gioco che, se si fossero saputi prima i limiti, forse non si sarebbe accettato.

c) Cerco un rapporto inter-soggettìvo 
Abbiamo accennato a come è ingabbiato dentro ruoli bloccanti il rapporto di manipolazione. Uno sforzo per far affiorare i soggetti nella relazione con l'altro è un ottimo antidoto contro comportamenti strumentali. Trattare l'altro come persona, che agisce e reagisce in maniera autonoma e cosciente e non come un qualcosa - magari anche "risorsa" - da impiegare a piacimento, significa evitare quella violenza che è insita nel modello di manipolazione.
Nessuno pensa che i ruoli possano venire aboliti. Il problema è impedire che il rapporto sia solo un dialogo tra di essi e che questi, anziché essere al servizio di coloro che ne sono proprietari, soffochino i titolari levandogli di fatto la parola.
"Intersoggettività" è un'espressione che vuole sottolineare appunto questo aspetto: capacità di parlarsi "attraverso" i ruoli, con chiarezza e coscienza di ciò che si vuole e si può fare e dei limiti impliciti in ogni situazione.
Mettersi in discussione ne costituisce il logico corollario. Non c'è vera comunicazione se i soggetti interessati non hanno disponibilità reale a comprendersi; ma comprendersi significa anche provare a condividere, e ciò conduce frequentemente a porre in gioco le proprie certezze, magari per cambiarle con altre e rinnovare i propri sistemi di riferimento cambiando se stessi.

Conclusione
Lo schema sotto riportato cerca di ripercorrere visivamente e in estrema sintesi il percorso seguito in queste pagine.
Il modello d'analisi qui velocemente descritto, non vuole certo esaurire l'argomento ma solo proporsi come stimolo per 'approfondimenti concettuali e operativi di più largo respiro.


Un punto tuttavia vogliamo rimarcare ancora una volta: l'importanza di un'analisi di realtà. Troppo spesso la si da per fatta o per nota, ma gli altri - questi "altri" che poi spesso siamo "noi" - non sempre conoscono ciò che noi conosciamo.
Definire i vincoli, le regole del gioco, cosa è consentito e cosa no, può essere spiacevole, specie se si tratta di limiti troppo stretti per coloro cui ci rivolgiamo.
Ma se non è possibile una loro contrattazione, almeno un loro chiarimento e una loro comunicazione, benché non sempre risolvano il problema di una loro piena condivisione, possono comunque essere sufficienti per controllare il rischio di manipolazione.
A tutti forse piacerebbe agire in libertà assoluta, ma tutti noi, in genere, siamo guidati da quel principio di realtà che ci dice che non tutto è possibile: per questo, se non altro, è utile sapere cosa è permesso e cosa no.

*** Massimo Ferrario, Il comportamento manipolativo: uno schema di analisi, 'Impresa e Società', X, 12, 30 giugno 1980. Testo riproducibile citando autore e fonte.



#LINK #IMPRESA & SOCIETA' / L'età e l'atteggiamento verso il lavoro (Mara Martini)

Con l’avanzare dell’età, l’atteggiamento verso il lavoro migliora o peggiora?
(...)
Stereotipi ancora diffusi attribuiscono a chi ha maggiore anzianità professionale un progressivo disinvestimento nel lavoro, minore motivazione e maggiore distacco, sulla base dei quali i lavoratori più anziani vengono talora penalizzati, ad esempio nelle opportunità di sviluppo di carriera o valutazione della performance.
Uno studio del 2010 condotto da Thomas Ng e da Daniel Feldman che mette a confronto i dati di 802 lavori di ricerca in tema di atteggiamento verso il lavoro, tuttavia, evidenzia che i lavoratori più anziani si pongono verso le attività svolte, verso le persone con cui hanno relazioni professionali e verso le organizzazioni per cui lavorano in modo generalmente più positivo rispetto ai colleghi più giovani.

*** Mara MARTINI, ricercatrice Università di Torino, Età e atteggiamento verso il lavoro, 'Osservatorio Senior', senza data

LINK, articolo integrale qui

venerdì 15 maggio 2015

#LINK #IMPRESA & SOCIETA' / I robot rubano il lavoro (Nicolò Cavalli)

Uno spettro si aggira per l’Europa, quello dell’automazione. L’allarme è scattato la scorsa estate, quando i ricercatori di Bruegel, influente think-tank con sede a Bruxelles, hanno calcolato che tra il 45 e il 60% della forza lavoro europea rischia, nel corso dei prossimi decenni, di essere sostituita da robot governati da sofisticati algoritmi. 
(...)
Anche in Italia, insomma, emergono i primi segnali di una polarizzazione del mercato del lavoro: mentre una piccola categoria di lavoratori altamente qualificati cresce a livello numerico e retributivo, ma non in maniera sufficiente per trainare la ripresa, la classe media smotta verso occupazioni a bassa retribuzione, ma ancora al riparo dall’automazione. È una dinamica che da decenni sta svuotando la manifattura statunitense, dove secondo Carl Frey e Michael Osborne, che a Oxford studiano l’impatto delle nuove tecnologie sul mondo del lavoro, il 47 per cento dei 150 milioni di lavoratori statunitensi potrebbe essere sostituito da robot entro i prossimi vent’anni. 
(...)
... a rischio il 56,1% dei posti di lavoro italiani – cioè poco più di 12 milioni di occupati.

*** Niccolò CAVALLI, ricercatore e giornalista, I robot rubano posti di lavoro, 'internazionale.it', 13 maggio 2015

LINK, articolo integrale qui

mercoledì 13 maggio 2015

#ARK #IMPRESA & SOCIETA' / Mappa delle figure di aiuto/orientamento, 1995 (M. Ferrario)

A metà degli anni 90 cominciava a girare, negli ambienti di chi si occupava di formazione e di sviluppo di persone e organizzazioni, un nuovo vocabolario, che alludeva a nuovi ruoli e funzioni.
Molti termini, come sempre accade, erano rubati al mondo anglosassone e il loro impiego, spesso, era superficiale e ambiguo. 
A ciò si aggiungeva la solita 'pulsione' di marketing, che sempre spera di conquistare attenzione, e mercato, spingendo sulla novità delle parole anche indipendentemente dal loro contenuto. 
Il risultato era una certa sovrapposizione e confusione di significati. 
Questa tendenza è esplosa col tempo: ora è generale e tocca ogni campo. 
Oggi i 'contenitori' prevalgono decisamente sui 'contenuti': pare sia fondamentale che i primi 'suonino' bene (è dagli anni 80 che l''estetica' vince sull''etica'). E comunque ciò che conta è che le parole (che poi formano il 'blabla corrente') siano, o appaiano essere, 'nuove'. Cosa poi davvero significhino è secondario.
Solo per fare un esempio: ormai i termini 'formazione', e 'formatore', sono stati rottamati. Tutto è (deve essere) 'coaching'. Anche quando non lo è. Perché 'coaching' è parola (creduta) nuova e formazione è parola (creduta) preistorica.
Questo 'pezzo', recuperato dal mio archivio, è del 1995. 
E tenta di razionalizzare, con una mappa a forma di matrice, le funzioni di aiuto e orientamento che stavano entrando in campo in quel periodo.
E' stato pubblicato in un libro, ormai pressoché introvabile, a cura di Massimo Bellotto e Lucia Zago (vedi riferimenti in calce al testo) ed è la trascrizione di un intervento ad un corso di Psicologia dell'università di Padova; al temine riporta anche alcuni interventi degli studenti che chiedono chiarimenti e approfondimenti. 
Ripropongo il documento nella sua forma originaria, perché forse, nonostante sia aumentata la chiarezza, i termini che qui costituiscono la mappa delle funzioni di aiuto continuano a girare, anche impropriamente, e l'argomento, mi pare, non ha perso una certa utilità. (mf)

martedì 12 maggio 2015

#LINK #IMPRESA&SOCIETA' / Giovani, altro che 'soft skills' (Sandro Catani)

... sono rimasto colpito da alcuni articoli apparsi sul Corriere della sera per la presentazione del libro La ricreazione è finita di Roger Abravanel e Luca D’Agnese. 
La diagnosi degli autori e di autorevoli esponenti  dell’economia è così riassunta: “La disoccupazione giovanile nel nostro paese ha cause ben più profonde e lontane della crisi economica. I ragazzi italiani non sono preparati al lavoro del ventunesimo secolo. E la scuola e l’università, con poche eccezioni, non riescono a insegnarlo”. 
Per risolvere il problema viene offerta la terapia delle cosiddette soft skill: “Meglio che i giovani acquisiscano approccio ai problemi, capacità di comunicare, intraprendenza piuttosto che imparare un mestiere, perché le aziende preferiscono essere loro ad insegnarne uno”.
A parte il titolo infelice (credo che i giovani non si siano accorti della festa!), le tesi del libro appaiono sbagliate nel merito e scorrette nei principi. A credere agli economisti, alla Bce, al governo, la storia è diversa: sono la mancanza di investimenti e consumi a generare disoccupazione. Una miopia cui si aggiunge una visione riduttiva della scuola e della sua funzione di apprendimento per le persone e i cittadini, accanto e dopo quella di preparazione al lavoro.

*** Sandro CATANI, consulente e saggista, Giovani, altro che soft skill. Meglio che si costruiscano un mestiere, blog 'ilfattoquotidiano.it', 10 maggio 2015

LINK, articolo integrale qui

lunedì 27 aprile 2015

#LINK #IMPRESA & SOCIETA' / I bamboccioni dell'Expo non sono bamboccioni (Osvaldo Danzi)

« (...) I candidati, che tutto sembrano fuorché bamboccioni, hanno le idee molto chiare: un lavoro degno di questo nome avviene con una contrattazione chiara, una retribuzione corretta e quanto meno con un processo di selezione preciso e di qualità. Essere impegnati per sei mesi a 570 euro con una disponibilità pressoché totale, preclude la possibilità di cercare un qualsiasi altro lavoro, di sostenere colloqui, di trovare qualcosa di definitivo e soprattutto dignitoso. E questo lo sa un qualsiasi neodiplomato. (...)
Tutti, nessuno escluso, dei candidati intervistati, hanno parlato di modalità di selezione improvvisate, di informazioni carenti e di troppi omissis, di un primo contatto a ottobre e la chiamata ad aprile. Nel mezzo il silenzio. (...)

*** Osvaldo DANZI, head hunter e recruiter, fondatore della community FiordiRisorse, I bamboccioni di Expo 2015 insegnano ai 'leader di settore', 'il giornale digitale', 26 aprile 2015
LINK, articolo integrale qui

venerdì 24 aprile 2015

#LINK #IMPRESA E SOCIETA' / Ancora sul 'pensiero positivo' (Carla Fiorentini)

Come sa chi mi conosce, il 'pensiero positivo' rappresenta da tempo un mio 'tormentone polemico'.
Ogni tanto, però, si incontrano interventi sul tema intelligenti ed equilibrati.
Come questo, che qui segnalo, di Carla Fiorentini: è in due parti, ma si legge in un baleno.
Come indicavo anche nell'articolo sul blog che Carla Fiorentini ha qui gentilmente citato, sono un 'seguace' di mia nonna (!): la quale non conosceva, per sua fortuna, il pensiero positivo, ma ha applicato lungo tutta la sua vita, in occasione delle tante avversità (vere) che ha dovuto affrontare durante il feroce secolo scorso, uno stile, peraltro antico, che io chiamo di 'pensiero confidente'. 
Forse questo pensiero ha qualcosa a che fare anche con le utili riflessioni di Carla Fiorentini.  (mf)

° ° °

« Il pensiero positivo è uno degli argomenti più discussi, e maggiormente “di successo” in questo periodo. Digitando “pensiero positivo”, Google offre ottocentomila risultati in meno di un secondo: articoli, siti dedicati, libri, corsi di formazione. Basta però grattare appena appena sotto la superficie di chi parla di pensiero positivo, e soprattutto di chi lo promuove o lo sbandiera ai quattro venti, per trovare molte contraddizioni, pareri e opinioni divergenti, e ancor più spesso confusi. (...)
Il web è pieno di spiegazioni, più o meno chiare, di queste teorie.
Però concordo appieno con Massimo Ferrario che, trattando l’argomento nel suo blog (http://masferrario.blogspot.it/2015/02/spilli-pensiero-positivo-e-pensiero.html) sottolinea come un bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto non debba necessariamente essere visto come pieno o come vuoto, ma possa tranquillamente essere considerato mezzo pieno e mezzo vuoto.
Per farla breve: io credo nel pensiero positivo, a modo mio. E credo nella felicità come realtà quotidiana possibile. (...) »
Carla FIORENTINI, coach e consulente di comunicazione e marketing, blog 'Ching e Coaching', Il pensiero positivo, la vita e l’azienda (1^ parte, 2^parte)
--> LINK, qui (1^ parte) e qui (2^parte)

° ° °
Su questo blog, a proposito di 'pensiero positivo' (& dintorni), 

#SPILLI / Ormai siamo al 'non-pensiero'  (11aprile 2015)
#RITAGLI / Pensiero 'positivo' e pensiero 'critico' (P.A. Rovatti), 8 aprile 2015
#SPILLI / Pensiero positivo e pensiero cretino 14 febbraio 2015, 
#SOCIETA' / Felicità coatta e pensiero positivo, 18 gennaio 2015, 

mercoledì 22 aprile 2015

#LINK #IMPRESA & SOCIETA' / Adriano Olivetti, attualità del modello (Giuliano Calza)

« Sono trascorsi oltre 60 anni dalla scomparsa di Olivetti ma i valori fondanti delle sue azioni sono più che mai attuali tanto che negli ultimi anni c'è stata una vera riscoperta di alcuni concetti come Etica e Responsabilità Sociale che lui per primo, imprenditore illuminato, introdusse nella sua azienda.

Per Olivetti, infatti, la fabbrica non è mai stata solo una struttura in cui sono presenti macchinari e operai che svolgono il proprio lavoro, ma un luogo dove la piacevolezza del viverla quotidianamente assurge a principio guida. Le pareti murarie della fabbrica vengono sostituite da chiare vetrate, attraverso cui poter contemplare la bellezza al di fuori. In azienda collabora con giovani e brillanti architetti, urbanisti e sociologi; a loro chiede di garantire strutture architettoniche, organizzazione degli ambienti e degli spazi capaci di far coesistere bellezza formale e funzionalità, miglioramento delle condizioni di lavoro nell'impresa e della qualità di vita fuori dall'impresa.
Altrettanto vale la sua idea di profitto che giammai dovrà essere trascurato, ma lo scopo principale di questo non è il mero arricchimento, ma il modo in cui lo si investe, tramutandolo in valore sociale. » (...)

*** Giuliano CALZA, 1970, direttore generale Istao, Istituto Ariano Olivetti, Adriano Olivetti e l'impresa. L'attualità del suo modello, 'Hr OnLine', n. 7, aprile 2015
LINK, qui

---
Di Adriano Olivetti, in questo blog:
#SguardiPoietici, Ognuno può suonare, 10 aprile 2015 

#Spot, La fabbrica per l'uomo, 7 aprile 2015

---
Su Adriano Olivetti, in questo blog:
#Video #Impresa, Adriano Olivetti secondo Furio Colombo, 1 febbraio 2015

#Video #Impresa, Modello d'impresa Adriano Olivetti e realtà attuale(Giuseppe Varchetta), 26 gennaio 2015

#Video #Impresa #Ritagli, Adriano Olivetti e Steve Jobs, 24 gennaio 2015
http://masferrario.blogspot.it/2015/01/video-impresa-ritagli-adriano-olivetti.html

#Video #Impresa, La forza del sogno (Franco Ferrarotti), 16 gennaio 2015

#LibriPreziosi, Il modello Olivetti: per ridare anima all'impresa, 11 gennaio 2015 (mini-recensione del libro di Luciano Gallino, L'impresa responsabile, Einaudi, 2014)
#Video #Impresa, Adriano Olivetti, un 'alieno', 7 gennaio 2014

#ARK #IMPRESA & SOCIETA' / Serietà dell'ironia, 1990 (Massimo Ferrario)

Se c'è qualcosa da cambiare in questo testo di venticinque anni fa (1990), credo riguardi le considerazioni su quello che all'epoca era lo stato attuale. 
L'aggiornamento al 2015 dovrebbe peggiorare di molto la valutazione data ieri: e non per quel pessimismo che, secondo qualcuno,  trasforma molti in 'gufi' polemicamente ostili ad un presente che invece dovrebbe essere sempre più considerato potenzialmente radioso, ma per banale rispetto della realtà.
Si sta affermando (e qui sono ottimista, usando un verbo 'in progress') un 'monopensiero monolitico' che esige conformità assoluta: e chi dissente rischia di passare per sovversivo, quando non per disfattista. 
L'ironia, come spiego nell'articolo (ed è un'analisi di cui oggi non penso vada mutata neppure la punteggiatura), non si sviluppa su questo terreno. 
Se mai, si presenta in forma perversa e deviata, come qualunquismo e sarcasmo
Per non parlare della prassi, crescente, dell'insulto a 'go-go': non solo nel triste anonimato dei social network. (mf)

° ° °

No, non fa male credere. Fa molto male credere male.
(Giorgio Gaber)

L'origine etimologica è incerta, ma il suo significato è preciso e il suo uso ha nobili origini: affonda addirittura nella filosofia socratica. Ironia, infatti, sta per simulazione: indica il comportamento di chi dice il contrario di quello che pensa. Come quando Socrate, nei suoi dialoghi famosi, poneva domande al suo interlocutore fingendosi ignorante: per fargli ammettere come vera una contraddizione mascherata e poterlo poi prendere in castagna, vittima del suo presunto sapere.
Da qui, dunque, ironia come derisione, canzonatura, scherzo, presa in giro: strumento per colpire, ma soprattutto per svelare. Far emergere ciò che è sotto, nascosto: ciò che i più non vedono, o non vogliono vedere. Un modo per dire la verità: o almeno, per tentare di far emergere l'altra faccia della realtà, quella più insolita, e perciò spesso data per inesistente.
Basterebbero questi spunti, credo, per sollecitare in chi si occupa di formazione - e dunque di apprendimento - un po' di attenzione al concetto. Forse non sarebbe male scavarne meglio i contenuti, ma soprattutto verificarne le potenzialità di utilizzo. E domandarsi anche, nel caso di una diagnosi non proprio ottimistica sullo stato delle capacita ironiche dell'attuale nostra società, come fare perché questo seme germogli, proliferi e soprattutto fruttifichi.

Il meccanismo del distanziamento
Alla base dell'ironia, agisce un meccanismo fondamentale, che possiamo chiamare di 'distanziamento'. Grazie ad esso, il soggetto che pratica l'ironia si dis-loca: o, meglio, si bi-loca. Infatti, pur restando dentro la realtà, se ne allontana: è 'dentro', ma contemporaneamente è 'fuori'. Un fuori vicino, almeno psicologicamente parlando: che conserva un rapporto stretto, empatico, con l'oggetto, e appunto per questo genera una visione pili comprensiva, perché più larga e grandangolare.
Succede come per l'obiettivo di una macchina fotografica: si aggiustano le misure e quindi aumenta il fuoco. Però, a differenza di quanto accade per la macchina fotografica, qui le misure si modificano in continuazione, ritarandosi in contemporanea su più piani; cosi che il fuoco arriva perfetto, in qualunque prospettiva, su più fondali, consentendo una visione sempre sfaccettata in un campo che si estende, ma nello stesso tempo si approfondisce. 
E' evidente la funzione benefica di un simile meccanismo. Senza distanziamento, sono possibili almeno quattro rischi.

(1) - Di andare insieme con le cose. 
Il rapporto con la realtà si appanna: il soggetto tende ad un'ad-esione totalizzante. Manca la consapevolezza di una separazione: si e nella realtà al punto tale che si 'e' la realtà. La visione si confonde: in assenza di un punto di vista, nessuna vista è possibile. Si vede, ma senza poter vedere.

(2) - Di non discernere gli elementi intrinseci delle cose.
Discende come logico corollario del punto precedente. Non vedendo, tutto diventa impossibile: anche la critica. Ossia la capacità di cogliere gli elementi intrinseci della realtà, le sue potenzialità, i suoi limiti: i suoi punti torri e i suoi punti deboli.

(3) - Di non relativizzare le cose.
L'assenza di misure impedisce il corretto dimensionamento di un oggetto con l'altro: tutto diviene fondamentale. Assolutismo e dogmatismo ne sono la facile conseguenza, intolleranza e arroganza i comportamenti più congruenti.

(4) - Di restare in balia delle cose.
Viene a mancare la capacità di governare la realtà: se ne rimane prigionieri. Le cose avvengono e noi con loro: si riduce la possibilità di farle succedere, di orientarle, di controllarle.

L'ironia non è certo l'unico modo per creare distanziamento, ma è senz'altro uno strumento potente di messa a fuoco e di controllo di sé e della realtà esterna. Se opportunamente impiegato, probabilmente combatte almeno tre atteggiamenti, tutti accomunati da una patologica anemia: la seriosità, la rigidità e la sicumera

La serosità e spesso contrabbandata per serietà, ma di essa non è che la deriva burocratica. Nasce infatti come obbedienza liturgica ad una forma: a ciò che della serietà rappresenta l'involucro esterno. E astrattezza, noia, tristezza.

La rigidità è talora confusa con il rigore. Ma anche qui, mentre il rigore implica un arieggiamento vivo - impegnato nella sostanza, finalizzato a un obiettivo -, la rigidità è rito, fissazione, morte.

Infine, la sicumera: una sicurezza di sé ipertrofica, artificialmente alimentata. Non la fiducia in sé che dà solidità di equilibrio - quel giusto ancoraggio indispensabile per affrontare le sfide della vita -, ma un'autostima tronfia, vacua, esibita: sicuro sintomo di un'insicurezza sostanziale irrisolta e probabilmente irrisolvibile.

Tre atteggiamenti degradati, perché finti: che indicano un soggetto opaco, vuoto, inconsapevole di sé. Contro i quali l'ironia può agire come strumento di igiene mentale: tenendo aperto il dubbio e la riflessione; evitando il montarsi la testa (il buttar giù con il riso proprio del de-ridere); irridendo alla forma per evidenziare la sostanza.

Una sana schizofrenia
Già, ma da dove nasce l'ironia? Come fecondarla? 
Mi pare che l'ironia sia il prodotto di una fertile ambiguità, di una sana schizofrenia, basata su tre congiunzioni: beneficamente produttive proprio perché suonano, alla logica, del tutto impossibili.

(1) - La prima può venir sintetizzata nell'affermazione: ci credo 'e' non ci credo.
La fede si sposa poco con l'ironia - e infatti tutte le fedi hanno sempre pesantemente combattuto chi le ha attaccate con lo scalpello del sorriso e della canzonatura. Allo stesso modo, tuttavia, l'ironia non si accorda con l'indifferenza: anzi, senza lo scatto che segue ad una morale sentita intaccata dai comportamenti correnti, difficilmente si produce la scintilla dell'ironia. La 'e' sopra evidenziata indica dunque la necessità di un atteggiamento doppio, consapevolmente contraddittorio: in cui fede e indifferenza non si elidano, ma si rinforzino a vicenda. 'Ci credo il giusto', verrebbe da concludere.

(2) - La seconda affermazione non rimanda più ad un atteggiamento, bensì ad una collocazione spaziale, oltre che psicologica: sono dentro 'e' sono fuori. E' il distanziamento di cui sopra si diceva: l'essenza stessa del meccanismo ironico.

(3) - La terza affermazione richiama ad un'aspirazione di produttiva eresia: mentre guardo una faccia, guardo - voglio guardare - 'anche' l'altra. Anche qui il soggetto cerca la scissione: non si accontenta di un punto di osservazione, ma ne pretende insieme un altro, quello dal quale si possa com-prendere un orizzonte più ampio, in cui l'insolito, o l'ignoto, sia finalmente scoperto e preso in considerazione.

I rischi dell'ironia
Ovviamente, nulla è senza rischi e l'ironia non sfugge alla regola.
Mi paiono possibili almeno due deviazioni. Per ambedue, la causa e dovuta all'intrusione di un fattore suppletivo, l'acidità: è questa che si insinua nell'operazione di smascheramento propria dell'ironia e ne corrode le finalità genuine. 
La prima deviazione, però, è più mirata ad un oggetto, mentre la seconda ha un indirizzo generalizzato: alludo, rispettivamente, al sarcasmo e al qualunquismo.
La virata verso l'una o l'altra forma di ironia perversa è facile: comune, come nell'ironia, è il distanziamento dalla realtà, ma peculiare è qui il surplus di atteggiamento contro. Alla posizione fuori, vissuta in maniera finalmente libera e sganciata da qualunque sforzo, anche debole, di mantenersi dentro, si affianca una chiara e netta posizione contro: espressa, in genere anche esibita, senza inibizioni e prudenze.
E infatti. Nell'atteggiamento sarcastico - in coerenza con il significato etimologico del termine sarcasmo, che richiama lo spaccare le carni - l'intenzione aggressiva è esplicita e diretta: la leggerezza della canzonatura - che punge, ma non ferisce; sbilancia, senza far cadere - è abbandonata in favore della ruvida pesantezza dello scherno. In gioco non è più lo svelamento di un altro pezzo di realtà - un livello non còlto, un aspetto trascurato, una caratteristica sottaciuta -, bensì il singolo oggetto: che diviene unico bersaglio di una messa alla berlina senza scrupoli, violenta e inferiorizzante.
Differentemente agisce il qualunquismo: la posizione fuori-contro si assolutizza - fuori da tutto, contro tutto e tutti -, dando pieno corso ad un'acidità aggressiva non più parziale, ma indiscriminata. Il sorriso dell'ironia, diretto ad un oggetto determinato, cede ad un sogghigno generalizzato, che mira al mondo intero: per sporcarlo e poi condannarlo, senza appello, in un processo già deciso, dal quale esce assolto, immacolato e virtuoso, soltanto chi l'ha intentato.
Sarcasmo e qualunquismo mancano di potenzialità euristiche: non forniscono né stimoli né piste per nuovi apprendimenti. Sono meccanismi che sanzionano il presente: nonostante la virulenza con cui lo possono attaccare, non lo mettono in discussione, perché ne presuppongono una conoscenza conclusa, ormai estraniata. Tradiscono un'autocentratura inossidabile: gli altri, il mondo, non meritano attenzione, ma solo una valutazione sprezzante, dall'alto in basso.
Scontati risultano essere gli effetti. 
Quand'anche i contenuti della critica fossero corretti, la relazione entro cui vengono veicolati induce rifiuto; l'eventuale processo di apprendimento che si volesse instaurare muore sul nascere, per indisponibilità, o assenza, dell'interlocutore. 
Lo sconfinamento dal terreno leggero e scivoloso dell'ironia è frequente e può avvenire anche quasi inavvertitamente. Il fioretto - l'ironia - pretende grazia, oltre che destrezza, ed ha certo un suo fascino sottile; ma pure il brandire e il roteare pubblicamente la scimitarra - il sarcasmo - possono talora apparire gratificanti. Del resto anche l'uso di un buon ventilatore, opportunamente rifornito di piccole ma insistenti dosi di fango - il qualunquismo -, può esercitare un'attrattiva non indifferente: gli schizzi a trecentosessanta gradi che ne conseguono hanno un effetto di rassicurazione incredibile per chi, manovrando il ventilatore, riesce a mantenersi la camicia pulita, dimostrando quanto invece tutt'attorno cresca lo sporco. 

Contro i rischi di cui sopra, esistono tuttavia dei possibili antidoti. 
Ne indico almeno tre.

(1) - Il primo, intuitivo, è dato dall''autocontrollo: che si esprime in una buona regolazione del processo di distanziamento.
La posizione 'fuori' va zavorrata, e comunque i piedi vanno tenuti ben bilanciati: uno in essa e uno a terra - anzi 'dentro': la realtà, la relazione. Si tratta, come già detto, di governare un equilibrio dinamico e fisiologicamente precario, che però consente la fertile bi-sociazione ed evita la comoda dis-sociazione: dimensione quest'ultima appropriata per agire sia l'aggressione sarcastica che la deresponsabilizzazione qualunquistica.

(2)  - Il secondo antidoto sta in una pratica ferrea di una consistente dieta giornaliera di autoironia.
E' una terapia sicura: combatte la sterilità di apprendimento dovuta sia a una gracile permalosità che a una flaccida prosopopea. E se lo sforzo può essere costoso, è sempre ricompensante. Basta pensare all'immagine fisica del prendersi in giro: per farlo, ci è indispensabile prima di tutto imparare a uscire da noi - altrimenti non possiamo correre attorno a noi, per prenderci. E questo, già di per sé, data la nostra scarsa abitudine all'auto-osservazione e all'auto-ascolto, costituisce apprendimento di fondamentale valore. Ma poi, sempre per prenderci in giro, dobbiamo imparare a giocare con noi: e quello del capire le giuste misure - ad esempio, per distinguere la forma dalla sostanza ed essere seri senza divenire seriosi - è un'altra acquisizione senza prezzo.

(3)  - Un terzo antidoto è rappresentato da una posizione ben ancorata di rigore: che si esprime - e qui anche la metacomunicazione è fondamentale - sia attraverso comportamenti di autoresponsabilità, che attraverso atti i quali testimoniano volontà effettiva di rispetto dell'altro.
L'efficacia di un atteggiamento impegnato è ovvia: nei confronti dell'interessato agisce da contenitore dei suoi slanci alla di-vagazione ironica, mentre verso l'interlocutore veicola un'immagine di sostanziale riconoscimento e di presa in considerazione.

Come si capisce, si tratta di risposte da dare congiuntamente e non in alternativa: chiedono consapevolezza, sia di sé che del contesto particolare in cui si agisce. 
L'ironia non è una pianta selvaggia, che germoglia e si sviluppa senza cure: va alimentata, ma anche orientata e controllata, perché non traligni: e i fiori, gustosi proprio per il loro sapore asprigno, sempre fresco e diverso, non inacidiscano e rinsecchiscano, sollecitando smorfie anziché sorrisi.

Lo stato attuale
Non mi pare che nella nostra società l'ironia abbia oggi largo corso. Sono volutamente provocatorio, ma vedo tre ragioni fondamentali in questo.

(1) - La prima è data dalla scarsa abitudine a guardare la realtà con intelligenza.
Uso il termine nel suo significato più genuino: la capacità di cogliere i nessi - in orizzontale, all'interno di uno stesso piano, ma anche in verticale, tra un piano e l'altro, come è ancora più necessario per sviluppare una qualche disponibilità ironica - mi pare debolmente diffusa. Privilegiamo la vista corta, che punta all'immediato: sia come tempo, che come spazio. E rimaniamo spesso prigionieri di piccole nicchie, dalle quali osserviamo spicchi di realtà, illudendoci di aver compreso tutta la realtà.

(2) - La seconda ragione sta nella frettolosita: la cifra del nostro vivere quotidiano.
Non abbiamo tempo e passiamo oltre. E passiamo oltre perché fermarsi - ad ascoltare, pensare, collegare, domandare, scoprire - vuol già dire attardarsi. E noi abbiamo bisogno di stimoli sempre nuovi, di-vertenti, rapidi e seducenti. Ma l'ironia, se si sprigiona anche per insight, ha bisogno di momenti di riflessione: il frastuono, lo stordimento non ne favoriscono l'incubazione e le luci stroboscopiche e gli effetti speciali, se colpiscono, tuttavia non toccano.

(3) - Il terzo motivo è costituito dalla voglia di branco: il sentimento oscuro che spinge alla conformità, quando non al conformismo.
L'ironia nasce sempre da uno scatto individuale: da un io che avverte lo star bene con sé stesso, oltre che con gli altri. Non da una autosufficienza, ma certo da una autonomia. E inaridisce in tempi in cui le domande di omologazione si sprecano, in una gara gomito a gomito con le offerte.

Ma miriamo ancor più la provocazione e zumiamo al mondo manageriale, assai frequentato dalla formazione istituzionale.
Porrà essere uno schizzo drastico, ma ho l'impressione che i punti seguenti colgano il cuore di molti comportamenti.

(1) - Un primo impegno comune sembra essere dedicato a difendere con perseverante ossessività le posizioni formali acquisite.
Titoli e simboli di status vengono derisi solo per comunicare un anticonformismo di facciata: di fatto, la loro ricerca, e la loro difesa, è accanita e incessante. Varia lo stile, da contesto a contesto: ma non sempre l'ambiente stereotipatamente pensato burocratizzato è il più geloso custode della ritualità del grado; altrimenti non si spiegherebbe la proliferazione, anche in società di consulenza che vendono meritocrazia, di titoli di vice (presidenti e direttori generali) e di ogni altro simbolo che la sociologia di Villaggio ha cosi ben illustrato.

(2) - Contro una spontaneità sempre proclamata un'attenzione professionale quasi maniacale è prestata alla recita dei ruoli.
La funzione ha schiacciato il funzionario - che, nella etimologia, suona giustamente passivo: 'colui cui è stata data una funzione'. Ma il funzionario, dirigente o quadro o impiegato che sia, ha schiacciato la persona. E quando la vita diventa un palcoscenico e l'attore prende il posto dell'uomo, ciò che più conta non è l'essere, ma l'apparire
'Presidiare i ruoli', ripete la retorica managerial-consulenziale: ma parrebbe ormai, molto spesso, che siano i ruoli a presidiare noi.

(3) - Se anche lo yuppismo non è più 'in', risultare vincenti rimane aspirazione generalizzata.
Chi non corre, ha già perso: e perdente è eventualità terrorizzante, per scongiurare la quale qualunque mezzo è lecito e qualunque costo è leggero. Ma a chi corre, il tempo non basta mai e le pause sono precluse:
lo sguardo è fisso al traguardo e ogni occhiata in giro - e figuriamoci a se stessi - è distrazione. Qui la terra è secca e l'ironia non attecchisce; ma se cosi non fosse, occorrerebbe disperdere il seme da subitò: caso mai, germogliando, smascherasse il vuoto contrabbandato per pieno.

(4) - Si è già detto del conformismo diffuso, non esclusivo appannaggio del mondo manageriale. La sua traduzione, in questo contesto, passa attraverso l'opacità dei rapporti di collaborazione: ancora troppo imbevuti di dipendenza e di desiderio di compiacere.
L'ironia è critica, messa in discussione, voglia di sostanza. Non ama il sussieguo e canzona il birignao. Non si arresta di fronte alle mostrine e alle onorificenze: accetta l'autorità, ma soltanto quella autorevole. Va d'accordo con collaboratori veri: detesta gli attendenti.

(5) - Altro nemico dell'ironia è l'indifferenza
L'abitudine a non ascoltare produce sordità: e sembra che talora, anche nel mondo del lavoro, la sordità non sia prodotta solo dal frastuono delle macchine, ma attentamente progettata da un comportamento autocentrato, che con la scusa dell'obiettivo perde di vista tutto il resto.
E' la nostra comune esigenza di fondo a vincere: la rassicurazione. 
Siamo come incistati nelle nostre nicchie: a coltivare, con cura meticolosa, la nostra sordità. Per non reagire diversamente dall'usuale, per non - eventualmente - modificare credenze, concetti, opinioni, valori, scelte. "Taci, il nemico non ti ascolta", ha detto recentemente qualcuno che riesce ancora a non restare indifferente alla nostra indifferenza.

In sintesi
L'ironia è un anticorpo fastidioso e benefico insieme: perché punge e destabilizza. La sua intolleranza è preziosa, perché impedisce che i conti quadrino e i cerchi si chiudano. Fertilizza il pensiero: rigenerandolo continuamente e comunque tenendolo sempre in effervescenza, sospeso tra un dubbio e una convinzione. Rinnova il comportamento: perché induce autoconsapevolezza e dunque consente i riaggiustamenti di tiro che conseguono agli apprendimenti più fecondi.
Ci suggerisce un monito: il miglior modo per essere seri è proprio quello di non esserlo troppo.

*** Massimo Ferrario, Serietà dell'ironia. Un meccanismo per apprendere meglio, 'Rivista Aif', Associazione Italiana Formatori, n. 11, dicembre 1990.

sabato 18 aprile 2015

#ARK #IMPRESA & SOCIETA' / Onnipotenza del discente e fallimento dell'apprendimento, 1992 (M. Ferrario)

Ecco un altro mio articolo che ho riesumato recentemente dalle carte dell'archivio.
Tocca un tema importante e, a mio avviso, tuttora non sufficientemente esplorato: mi riferisco a quella onnipotenza del discente che può causare il fallimento dell'apprendimento.
Naturalmente, ponendo sotto il riflettore questo punto, non intendevo allora (e non intendo oggi) assolutamente sminuire la responsabilità di chi dovrebbe facilitare il processo di apprendimento: il cosiddetto 'formatore'. Che rimane un soggetto evidentemente fondamentale, benché non esclusivo, nella relazione didattica.
Il testo è del 1992, e l'ho recuperato grazie ad un amico che, avendone perso la fotocopia, mi ha spinto recentemente a rintracciare il numero della rivista, da anni scomparsa.
Poiché mi pare dica ancora qualcosa, sia nell'analisi degli assunti che possono far fallire l'apprendimento, che nella riflessione finale, in cui c'è un timido accenno al 'che fare', lo ripubblico nel blog. 
Come avviene per queste riscoperte di archivio, non ho operato alcun rimaneggiamento, neppure formale.

° ° °

venerdì 10 aprile 2015

#ARK #IMPRESA & SOCIETA' / Cultura per la complessità e presidio dei ruoli, 1989 (M. Ferrario)

Ho ritrovato in archivio un mio articolo sulla "complessità organizzativa" che risale al 1984: all'epoca aveva avuto una certa diffusione, anche in ambito accademico, soprattutto tra gli studenti che seguivano corsi di sociologia dell'organizzazione. 
Inoltre, la sua traccia mi è servita da sfondo per diversi anni in molti interventi seminariali rivolti a manager e professional.
Ho riletto il testo per la prima volta dopo oltre 25 anni.
Nella mia vita professionale, anche per accompagnare il mio mestiere di consulente e 'formatore', ho scribacchiato molto: e molto non merita di essere ricordato. 
Questo scritto ho deciso di non cestinarlo, ma addirittura di proporlo qui nel blog, perché mi pare conservi un certo valore. 
Lo riscriverei praticamente tale e quale: perché l'analisi che viene sviluppata tocca un tema che non ha perso di criticità e alcune considerazioni, svolte per punti sintetici e talvolta anche radicali (per favorire una comprensione più netta), mi paiono più attuali che mai.
Sottolineo solo, per chi scopre oggi la 'questione-complessità', che almeno dalla fine degli anni 80 la discussione pubblica in proposito, in riviste, libri e convegni, era ampia: all'inizio dell'articolo, anzi, faccio dell'ironia sulla moda imperante che aveva fatto diventare chiacchiericcio il tema.
Riproduco qui sotto il testo in forma integrale e senza alcun rimaneggiamento, neppure formale.

° ° °
Immagino la reazione, appena scorso il titolo: ancora un articolo sulla “complessità“?
Già. Da qualche anno, la “complessità“ è fra noi. Si aggira fra le sale dei convegni e le pagine delle riviste più o meno specializzate. È nei nostri discorsi, nei nostri slogan. Tutto è “complessità“: la realtà in generale e le organizzazioni - le imprese - in particolare. 
Il termine, ovviamente, è registrato da tempo nei dizionari, e anche l’uomo della strada, che non frequenta seminari e ha per solito un rapporto di assai scarsa dimestichezza con la carta scritta, vi aveva sempre fatto ricorso: usandolo se non altro come sinonimo, più o meno appropriato, di “cosa difficile“ e, soprattutto, “complicata“. Però nessuno, alla suddetta parola, aveva sinora pensato di fornire significato “scientifico“: per farla assurgere, addirittura, a “paradigma epistemologico“, così trasformandola in una faccenda, appunto, tanto “complessa“. Invece, è accaduto. Come peraltro è avvenuto per tanti altri termini che alimentano - troppo spesso - il nostro chiacchiericcio quotidiano, e nel regalarci un finto ma rassicurante sentimento di “adeguatezza“ ci confermano che apparteniamo al giro di coloro che, se non sanno, comunque sembrano sapere.

Eppure, battute a parte, la parola in questione merita rispetto: se la scoperchiamo, vi troviamo dentro contenuti di peso, sulle cui implicazioni soprattutto chi si occupa di organizzazioni non può fare a meno di svolgere qualche riflessione.

Il tentativo di queste pagine muove appunto in questo senso: intende ricordare, per sommi capi, alcune connotazioni del concetto di complessità, soprattutto riferite al mondo delle organizzazioni, e cogliere subito dopo le conseguenze “culturali“ che la nuova realtà entro cui siamo immersi induce su tutti noi.
La domanda, cioè, riguarda le risorse umane implicate nei processi di crescente “complessificazione”: quale cultura - quali modelli di valori e di comportamenti, ma anche quali capacità e competenze - è necessaria oggi, per gestire al meglio le nuove situazioni?

9 caratteristiche della 'complessità'
Apriamo dunque il contenitore e proviamo a tracciare alcune coordinate del problema “complessità“. L’esperienza diretta di ognuno, sommata con qualche lettura mirata sull’argomento, può soccorrerci. Per quanto mi concerne, mi sono annotato almeno 9 caratteristiche. 
Do per scontato che non sono esaustive e non le presento classificate in ordine di importanza: nessuna da sola fa complessità, ma tutte insieme concorrono a determinarla.
Vediamole singolarmente.

(1) - Un primo elemento per definire “complessa“ una situazione è dato dal numero dei fattori che la producono. Ovviamente, più alto è il numero, maggiori sono le difficoltà di analisi e governo della situazione stessa.

(2) - Ulteriore componente di difficoltà è rappresentata dalla variabilità dei fattori in campo. Se le “variabili variano“, si determina, naturalmente, uno stato di movimento, cambiamento, effervescenza, che impone una lettura e una gestione della realtà più attenta, attiva e controllata.

(3) - Un altro concetto noto in letteratura è quello che fa riferimento alla “analizzabilità/strutturabilità” dei processi (Perrow). Processi fortemente analizzabili sono processi fortemente schematizzabili, procedurizzabili, codificabili: in cui domina la ripetitività e per i quali l’apprendimento è facile e immediato. La complessità nasce, al contrario, quando la ricostruzione di un processo è possibile solo per grandi linee: non si possono fissare le singole mosse, ma si è costretti a ricorrere a teorie, approcci, modelli, che ne illustrano la dinamica generale. Da una parte, la catena di montaggio; all’estremo opposto la ricerca, pura o applicata, oppure l’analisi e la formulazione di strategie.

(4) - Altra caratteristica di situazioni complesse è la provvisorietà, o l’evanescenza, delle regole: difficile individuarle, ma ancor più difficile considerarle eterne. Ciò che vale oggi, non necessariamente vale domani: il cambiamento delle regole è quasi l’unica regola certa.

(5) - Dal punto precedente, discende la quinta caratteristica: la peculiarità delle situazioni specifiche. Con la conseguenza pratica della impossibilità di continuare a servirsi di una “chiave universale“, capace di affrontare e risolvere “tutti“ i problemi. La “teoria della contingenza“ ce l’ha insegnato da tempo: la soluzione esiste, ma lo strumento che è in grado di produrla quasi sempre o va costruito ex novo o va aggiustato per la circostanza. Secondo la logica, appunto, dell’“ad hoc”.

(6) - Ancora un elemento di complessità sta nei meccanismi di causa-effetto: sempre meno netti e monodirezionali e sempre più circolari. Si producono così grappoli di cause-effetti, nei quali le distinzioni e le precise imputazioni sono impossibili: ed è difficile spezzare la logica dei “circoli“, così come per nulla facile è l’uso di questa in chiave positiva, quando si voglia passare dalle forme più “viziose“ a quelle più “virtuose“.

(7) - Altro tratto che aumenta il grado di “intrico“, sociale e organizzativo, dei feno¬meni attuali è costituito dalla copresenza di poteri plurimi, diffusi e non sempre a priori perfettamente localizzabili. La “regia“ non è mai solo situabile da una parte, in mano a qualcuno chiaramente identificato; gli attori sono tanti, talvolta quanti sono i “registi“. Con le sinergie, positive e negative, che ne conseguono.

(8) - L’elemento “connessione“ è dunque componente fondamentale del concetto di complessità. L’interdipendenza dei soggetti fa saltare la vecchia illusione che qualcuno possa fare come se gli altri non esistessero. La realtà - tutte le realtà - è meno vasta di quanto si immagini: i comportamenti si influenzano reciprocamente, gli effetti scattano a raggiera - in verticale e in orizzontale - e nessuno può sottrarsi al fenomeno delle influenze multiple.

(9) - Ultima riflessione riguarda la labilità dei confini: sia di quelli spazio-temporali - il ”fuori” non è sempre così nettamente distinguibile dal ”dentro”, e viceversa; l’”oggi” e il ”domani” sfumano in dissolvenze continue - sia di quelli tracciati, per consuetudine, dagli approcci consolidati di analisi e comprensione della realtà - vecchie discipline si ibridizzano, dando origine a nuove aree di indagine che si impadroniscono di nuovi oggetti di studio.


Uno sguardo attorno a noi
Uno sguardo anche superficiale lanciato attorno a noi, tenendo presenti almeno i nove punti sopra accennati, conferma che il tasso di complessità delle situazioni in cui per lo più agiamo, è massimo.
Eravamo abituati a modelli di lettura e di intervento semplici: che ci davano ritorni immediati e di sicura validità. Abbiamo perso certezze e sicurezze. Abbiamo scontato l’insufficienza dei nostri attrezzi tradizionali e abbiamo imparato a costruire nuovi strumenti, provvisori ma proprio per ciò più affidabili. Non abbiamo ancora assorbito il disorientamento, tipico del passaggio di fase, sul piano psicologico: abbandonare il fascino tranquillizzante dell’“one best way” per la fragilità e la scivolosità dell’approccio situazionale è cosa che richiede tempo.
Credevamo di possedere gli appigli giusti - i vecchi strumenti, i soliti comportamenti, le norme e le conoscenze di sempre - e invece ci scopriamo senza stampelle e soli: a interpretare e a fare. E a interpretare come fare. Le regole, certo, non sono scomparse: ma sono nascoste, variano e vanno ”estratte”, ogni volta, dalla realtà. Di fronte alla quale abbiamo da far valere, unicamente, la nostra capacità/sensibilità di ”intelligere”: di ricostruire - decifrare, utilizzare - le connessioni, le interdipendenze, i percorsi non prevedibili di influenza e di scambio.
Non più una norma da calare sulla realtà; non più prescrizioni e non più semplici e facili esecuzioni. La realtà - plurale, contingente, mutevole, unica nelle sue infinite sfaccettature - va ogni volta esplorata - abbracciata nella sua complessità (da “complector”); rivelata nelle pieghe che la rendono complicata (da “cum-plico”) - e confrontata con ”più” regole - di indirizzo, di orientamento - che la sappiano descrivere e interpretare.

10 caratteristiche per agire nella complessità
A questo punto, possiamo riassumere alcune fra le principali caratteristiche che oggi intravvediamo necessarie per maneggiare questa nuova dimensione presente nella realtà.
Ne ho individuate una decina. 

(1) - La prima qualità ha a che fare proprio con la capacità di vivere la complessità nei suoi aspetti strutturali più vivi e profondi. Si tratta di una nuova competenza, che deve informare diversamente ogni nostro processo di analisi e di sintesi, e che articolo in due espressioni in forma di ”ossimoro” - la figura che meglio suggerisce la poliedricità di un approccio intrinsecamente contraddittorio, quale quello oggi a mio avviso indispensabile per rendere fertile il rapporto con il reale -: il saper fare ”analisi rotonde” e il saper fare ”sintesi ricche”.
La complessità esige conoscenze approfondite, puntuali, precise. Sono necessarie diagnosi penetranti, non improvvisate, che sappiano mettere in discussione il ”dato”, avendo visto ”sotto” e ”dietro” esso. La dimensione ”verticalità” - presente in ogni processo analitico - va preservata, pena la caduta nella genericità e nella superficialità. Tuttavia, occorre inserire un contrappeso, un contenimento: rappresentato in qualche modo da un riferimento alla dimensione opposta, costituita dalla ”orizzontalità” propria del processo sintetico. L’analisi deve sapersi sviluppare anche ”in rotondo”: muovendosi a trecentosessanta gradi, lungo le pieghe e le sfaccettature di una realtà che corre anche ”attorno” al dato. Per non perdersi nelle serpentine di un percorso solo in profondità, che rischia di trasformare l’analisi in un compito fine a se stesso, auto-alimentante e auto-giustificatorio: che non serve più a ”com-prendere”, ma solo a collezionare dati per la gioia - davvero ”anale” - di un diagnosta perfezionista ormai dimentico di qualunque bussola.
Analogo è il discorso sul versante dei processi di sintesi. Sempre più necessitiamo di interpretazioni e valutazioni capaci di riportare ad unità il molteplice; di ”fare il punto” - sia pure provvisorio - fra i tanti punti oggetto di osservazione; di riassumere la varietà entro ”con-clusioni” aperte - e dunque sempre suscettibili di verifica -, ma tendenzialmente stabili e affidabili. Semplificare è un’esigenza imprescindibile, ancora più evidente quando la realtà ci si presenta intricata - ambivalente, contraddittoria, confusa -; ma il rischio della spiegazione semplicistica, che accontenta senza risolvere, è implicito nello sforzo di render semplice ciò che strutturalmente semplice non è. Perciò, ”sintesi ricche”. Ossia sintesi ”intense”: che conservino la ”densità” dell’analisi effettuata e non impoveriscano, nella piattezza di un giudizio frettoloso e illusoriamente ”operativo”, lo spessore di dati intrinsecamente sfaccettati, da assumere nella loro pienezza e variegatura.

(2) - Una seconda qualità è rappresentata da un rinvigorimento della dimensione ”gestionalità”, che si traduce in capacità ”organizzativo-orizzontali-di confine”.
La complessità impone a ogni ruolo - manager, ma anche professional - una nuova competenza operativa: più indiretta, ma non per questo meno concreta. Si tratta di saper attivare - promuovere, accendere, accompagnare  - processi: orientare persone e attività, organizzare percorsi, verificare andamenti. Si tratta di saper governare rapporti: presidiare obiettivi, rappresentare interessi, compatibilizzare necessità. Si tratta di saper ”gestire i confini”: un occhio nel proprio sottosistema di competenza, un altro - ma verrebbe da dire: molti altri -all’esterno; per cogliere segnali, anticipare aggiustamenti, controllare feedback.
Capacità cui nessun manager, se non vuole venir meno alla sua funzione, può rinunciare. Ma capacità, anche, oggi sempre più indispensabili per chiunque - specialista o capo — operi dentro un’organizzazione che abbia lasciato dietro di sé i modelli tayloristici di frammentazione del lavoro e intenda combattere i residui culturali di una logica di separazione - ”ognuno pensi per sé” - che nel costruire i ”compartimenti stagni” ha prodotto altrettanto ”stagni comportamenti”.

(3) - Una terza capacità rimanda a un termine tanto vivido, se si pensa all'etimologia, quanto consunto dall'uso - più formale - che ne è stato fatto.
Alludo alla capacità di "progetto" : una capacità che domanda uno "sforzo di futuro" non facile, ma imprescindibile, se non si intende rinunciare alla volontà di controllo - di pianificazione e dunque di governo - del "presente che sarà domani".
L'immersione nell'oggi più "sfrenato" sembra essere attualmente la caratteristica più diffusa: il manualismo di certo "time management" cerca di lenire il problema, offrendo improbabili "trick", che non intaccano la cultura di fondo. Stenta così a farsi strada un "pensiero largo e lungo" - che "vada oltre", sia sul piano spaziale che temporale -, capace di combinarsi con un pragmatismo teso e dignitoso, in quanto non separato da finalità consapevolmente determinate: nelle quali abbiano spazio anche i valori e per le quali si abbia gusto e voglia di battersi, senza abbandonare né le giuste mediazioni né la costruttiva perseveranza del traguardo finale.
La navigazione priva di obiettivi e di sestante è pericolosa sempre, ma - ovviamente - ancor più quando i mari si fanno turbolenti, i fondali sono popolati di scogli e i venti diventano capricciosi. E allora che occorrono mete, rotte e controlli: scelte consapevoli, che indichino dove, quando e come.
La complessità crescente ha bisogno di progettualità: cioè di atteggiamenti e comportamenti orientati, mirati, responsabilizzati. Un'"auto-direzione" intelligente e non arrogante: che faccia i conti con l'esterno - gli altri, i vincoli, le opportunità -, ma che abbia "sapienza di fini e di strategie".

(4) - Abbiamo già ricordato l'indispensabilità di conoscenze approfondite per gestire una realtà sempre meno semplice e uguale a se stessa. Disponiamo di competenze per definizione mai del tutto adeguate: abbisogniamo di tecnologie più raffinate, precise, sistematizzate.
Dobbiamo incrementare il nostro "saper-come": investire in metodi, tecniche, strumenti. Dobbiamo migliorare i nostri standard di comportamento professionale: essere più "esatti" e "puntuali" nell'accostare i problemi e nell'attuare le soluzioni.
Ben vengano le "specifiche" dei manuali. Ma che si colleghino ad un sapere di fondo, più ampio e trasversale, il quale conservi il "senso del problema". E rimandi ai "perché", attraverso l'elaborazione di domande, dubbi, ipotesi.
La quarta qualità, dunque, è un mix equilibrato di competenze e di sensibilità: al "know how" - le informazioni per agire - va congiunto un "know why" severo, rigoroso, esigente.
Non si sta nella complessità solo armati di mappe: accanto a tutta la "tecnologia aggiornata del viaggiare", servono capacità di porsi interrogativi, atteggiamenti di sana curiosità, volontà di mettere in discussione e di saggiare la consistenza delle spiegazioni trovate di primo acchito. Un pensiero problematico, insomma, che non inventa questioni per sfuggire alla "banalità" dell'agire quotidiano, ma che cerca domande proprio per rendere l'agire quotidiano più consapevole, diretto e ficcante.

(5) - Si è detto: complessità significa "intrico". E intrico significa rapporti, nessi, reti: tra cose e tra soggetti. Anche chi agisce in un simile contesto, dunque, se non vuole correre il pericolo di "andare insieme" come una maionese impazzita, necessita di legami. E, soprattutto, di "senso del legame", m sostanza, di un "vissuto di relazione", che lo renda cosciente di non essere  - e di non poter essere - "auto-sufficiente".
Una buona capacità di convivenza, oggi, passa attraverso la presa d'atto di tre condizioni - permanenti e ineliminabili -, che si riassumono nelle seguenti asserzioni: ognuno dipende reciprocamente dall'altro; ognuno è chiamato a compatibilizzare se stesso con l'altro; ognuno - oltre che a se stesso - appartiene ad altri. Nell'ordine: interdipendenza, integrazione e identificazione.
Certo, il rischio - talora la certezza - di una mortificazione del singolo è alto. Però, qui il richiamo è semplicemente a quanto ci impone, senza infingimenti, una sincera analisi di realtà. Mancanza di "auto-sufficienza" non implica annullamento di "autonomia"; anzi, è da promuovere un incremento di "normatività interna", che sia a chiunque di bussola per una "relazionalità" più proficua e largamente intensa.
Il "senso del legame", se ben interpretato e soprattutto utilmente governato, non deprime il singolo: lo "relativizza" soltanto, ricordando a ognuno la fertilità di una soggettività che possa esprimersi pienamente da parte di tutti e a spese di nessuno.

(6) - La sesta qualità è già emersa parlando delle precedenti. Non c'è curiosità senza amore per la differenza, per il pensare un po' "erratico e anche eretico".
La complessità, più che venire risolta, va esplorata: e l'esplorazione non la si fa percorrendo le strade principali - consuete, rassicuranti, memorizzate in ogni più piccolo dosso -, ma rischiando nuovi viottoli, costruiti per l'occasione o comunque mai tentati. Il semplice è tutto previsto, tutto normalizzabile; il complesso ama l'improbabile e la devianza. Il noto è stabilità; la turbolenza nasconde la disconferma, l'irregolarità. Gusto per la differenza, dunque.

(7) - Anche dal punto precedente discende la capacità di intrecciare "dia-loghi" veri - non rituali, e perciò vivi e fecondi -: una necessità operativa, e non soltanto un'apprezzabile qualità "estetica".
E infatti: in assenza di riferimenti - sicuri, duraturi - non resta che il confronto: per capire, capirsi, decidere, agire. Ossia la messa in comune, a partire da posizioni diverse, di opinioni, attese, obiettivi non necessariamente già condivisi. Incontri anche duri: che sappiano però elaborare - nel rispetto reciproco - le differenze; e le facciano fruttare verso fini di maggiore compatibilita per tutte le parti in gioco.
Quando le religioni non tengono più e le sicurezze passionali si sono infrante nella verifica inesorabile dei dati di realtà, l'unica religione praticabile diviene la ricerca non dell"ottimo", bensì dell'"ottimale": e il coinvolgimento degli altri, in questa ricerca, diviene una modalità, più che "buona" sul piano della correttezza "democratica", "utile" sul piano dei risultati concreti ottenibili.

(8) - Ho già accennato all'atteggiamento che sa "contenere" - nel significato di "tenere dentro insieme, senza espellere" - la contraddizione.
La piattezza di contesti ad alto tasso di semplicità non conosce ambivalenze ne ambiguità: tutto vi è chiaro e distinto e ogni soluzione è netta e inequivoca. La labilità dei confini, ma anche la contraddittorietà dei fenomeni osservati, è invece tipica di situazioni a forte grado di complessità.
Ne consegue, qui, una capacità fondamentale, che trae alimento da una disposizione psicologica di base, la quale abbia imparato a convivere con l'ansia da incertezza, problematicità, dubbio. La tolleranza dell'ambivalenza - ma, forse, della multivalenza - diviene pertanto strumento imprescindibile di governo: una qualità che consente di viaggiare con relativa sicurezza entro un territorio accidentato e imprevedibile, che profonde insicurezza a ogni passo.

(9) - Di questo penultimo punto - la capacità di autoformazione - si sta parlando da qualche anno. E si capisce: se i contenuti oggetto di possibile e necessario apprendimento tendono a crescere in maniera ormai incontrollabile, la soluzione non sta più nell'individuarli per tempo, classificarli e organizzarli in forme utilmente didattiche ed erogarli a popolazioni di discenti anch'esse in aumento esponenziale. La strada dell'au-toformazione diviene l'unica percorribile: bisogna che impariamo a imparare. Che riflettiamo sui meccanismi che presiedono all'apprendimento e che impariamo a utilizzarli, in maniera consapevole e mirata, per processi di auto-insegnamento autocontrollati.
Insomma, occorre che diventiamo tutti formatori di noi stessi: capaci di pensare il nuovo, il molteplice, il complesso in cui già siamo e che continuerà a prodursi domani, come oggi e diversamente da oggi.

(10) - L'elenco si chiude con l'indicazione di una capacità che sarà argomento delle ultime pagine del presente articolo: la capacità di "stare nel" e di "gestire il" proprio ruolo. Si è richiamato, più sopra, il concetto di "solitudine" : la complessità affida noi a noi stessi, alla nostra capacità di "intelligere" e dunque di governare senza essere governati.

Esiste però un mediatore, tra noi e il contesto, che non diminuisce la nostra solitudine, ma rende ulteriormente problematico il nostro operare. Questo mediatore è rappresentato dal "ruolo" che siamo chiamati a giocare: un ruolo che ci è stato assegnato o un ruolo che abbiamo deciso autonomamente di assumere. La differenza ha conseguenze, ma non intacca la questione del nodo costituito dal rapporto fra noi e il ruolo. Un nodo che evidentemente è sempre esistito e non è prerogativa di situazioni a forte complessità; ma che la dimensione complessità esalta, domandando una riflessione più attenta e sensibile.



I ruoli nella complessità crescente
E infatti: come si connotano, in generale, i ruoli che incontriamo nei contesti a complessità crescente?
Evidentemente, all'opposto di quanto il taylorismo vagheggiava e progettava: non prescrittivi, ma discrezionali; flessibili e aperti al mutamento; tendenzialmente tutti contributori; fortemente orientali a promuovere "orizzontalità"; sostanzialmente integratori.

Ne derivano almeno 3 ordini di conseguenze. 
La prima: una maggiore incertezza dei confini. 
La seconda: un maggior volume di conflittualità potenziale. 
La terza: una maggiore quota di ansia da "non-definizione". 

Insomma, un incremento specifico di complessità anche a livello del micro-contesto rappresentato dallo specifico ruolo di cui siamo titolari.

La soluzione, evidentemente, non sta in improbabili formalizzazioni cartacee: indispensabili per istituire le pre-condizioni di chiarezza organizzativa, ma inadeguate a garantire certezza di comportamenti e attribuzioni esatte di compiti e responsabilità. La soluzione sta nella gestione attiva - dunque nel gioco effettivo, sul campo - dei ruoli. Qui si stabiliscono - contrattandoli e ritarandoli nel "durante" - le certezze dei confini. Qui si risolvono - negoziando gli interessi, gli obiettivi, i poteri e le competenze - i conflitti. Qui si contiene - imparando l'"auto-nomia" - l'ansia che nasce dalla scarsa definizione di regole e procedure. Insomma: la capacità - tecnica ma anche psicologica; razionale ma anche emotiva - di "presidiare" il proprio ruolo diviene mezzo fondamentale per governare la complessità nel suo insieme.

Lo stato attuale delle imprese
Sorge a questo punto una prima domanda: se quelle sopra accennate rappresentano almeno le principali qualità ritenute congruenti con un controllo efficace di situazioni caratterizzate da complessità crescente, come "stiamo" nelle imprese italiane, quanto ad adeguatezza culturale delle risorse implicate?
La risposta, in assenza di dati empirici, deve sfuggire tanto all'ottimismo consolatorio - che tende a dare per percorsa più strada di quella effettivamente compiuta - quanto al pessimismo depressivo — che mette l'occhio soltanto sul tratto, considerevole, di cammino ancora da svolgere.
L'inadeguatezza, comunque, non pare essere semplicemente una sensazione: difficoltà, inefficienze, errori passati e presenti sul piano manageriale - di business, di orientamento strategico - sono elementi oggettivi che potrebbero confortare il giudizio. E del resto, se mai si passa da una fase all'altra senza pagare i costi di un apprendimento, la fase attuale della complessità pone prezzi decisamente cari, che si pagano anche con tempi tecnici di apprendimento sui quali non sono ammessi sconti.
Ulteriori domande potrebbero invece riguardare l'elenco delle dieci qualità citate: nessun'altra, non compresa nel catalogo, davvero meritevole di menzione? E quelle inserite, tutte altrettanto fondamentali?
Al solito, l'elenco non vuole essere esaustivo; ma credo sarebbe sufficiente - se tradotto in competenze e comportamenti conseguenti - a produrre un decisivo e più che visibile salto di passo, sia in termini di efficacia che di efficienza, alla maggior parte delle imprese, per non parlar delle altre organizzazioni di lavoro.
Quanto poi alle valutazioni di importanza sulle differenti qualità, senza troppo sfumare le altre, una soprattutto sottolineerei: l'ultima, appunto, riferita alla gestione dei ruoli.
E la ragione è evidente: da questa "passano" quasi tutte quelle elencate; riempiendo di contenuti questa, si creano le condizioni perché le altre rinvigoriscano e aumentino la loro incisività pratica.

5 considerazioni per 'presidiare' i ruoli
In quest'ultimo paragrafo, tentiamo dunque di fissare alcune "meta-regole", capaci di orientarci verso un governo più pieno e fattivo dei ruoli di cui ci accade di essere portatori.

(1) - "'Presidiare" un ruolo è cosa diversa da "presiederlo'". Anche l'etimologia ce lo rammenta: "stare seduti davanti, in posizione attiva di difesa" (presidiare) non è la stessa cosa che "stare seduti davanti, ma in posizione superiore e tendenzialmente formale di dominio" (presiedere).

(2) - Un ruolo può certamente essere "dato", ma perché sia esercitato, ogni ruolo deve comunque essere "preso"; indossato, fatto proprio, "aggiustato" da chi ne è divenuto titolare.

(3) - Un ruolo, come qualunque "diritto/dovere", va esercitato: se non viene attivato, "cade in prescrizione" e nessuno riconosce più al titolare il diritto di esercitarlo.

(4) - Un ruolo non è una "mansione" : è una "parte viva", che viene "rappresentata" da un soggetto concreto, cui è domandato appunto di giocarla. E il prodotto dinamico di un "intreccio", esercitato sul campo, frutto della conciliazione - precaria, tutta sempre da ri-giocare - di attese, comportamenti, poteri differenti.
Ne consegue un radicale "aut-aut": o è il titolare che definisce - concorre a definire - il proprio ruolo, esercitandolo sul campo, oppure il ruolo viene definito dagli altri: dal contesto, dalle interfacce. 

(5) - Corollario del punto precedente, è un'ultima asserzione: se non è il titolare che difende il proprio ruolo, non lo fa - non è tenuto a farlo - nessun altro. E questo rimanda, indietro, al concetto - tutto attivo, denso, responsabilizzante - di "presidio". 

5 attenzioni finali
Completiamo la riflessione con alcune "attenzioni", in negativo, che tra l'altro meglio ci sembra sfaccettino le considerazioni appena svolte.

(1) - Attenzione a non considerare il ruolo come "'nicchia".
Quando ciò avviene, ciò significa che noi siamo stati assorbiti dalla "parte" assegnataci e che questa "parte" noi la usiamo solo per ripararcene: a mo' di difesa burocratica o a mo' di caldo nascondiglio. Che insomma non esercitiamo più una funzione, ma ci accontentiamo di averla ricevuta: per essere, sempre etimologicamente, dei perfetti "funzionari".

(2) - Attenzione a non considerare il ruolo un "diritto acquisito".
Nelle situazioni odierne, nulla è garantito e tutto è in gioco: ciò che è conquistato va riconquistato, ciò che si è avuto può essere perso. Nella logica, unica effettivamente vincente, che non esiste "procedura" che possa assicurare un "processo".

(3) - Attenzione a non confondere "autorità" con "autorevolezza"
La prima è condizione indispensabile per la "titolarietà formale", la seconda è condizione essenziale per la "titolarità reale": che si acquista sul campo e si confronta con le capacità effettivamente espresse. Per l'esercizio di un ruolo, occorrono le "spalline", simbolo di "autorità", ma sono decisive le "spalle" - poste sotto le spalline -, che si fortificano e si sviluppano con l'esercizio e sono simbolo di credibilità conquistata.

(4) - Attenzione a non cadere nella trappola della pendolarità viziosa fra "onnipotenza" e "impotenza".
"Agire" un ruolo significa portare a piena espressione tutte le potenzialità in esso implicite: capendo cosa è possibile, e necessario fare, e cosa no. Cogliere il confine - spesso tra l'altro mutevole - non è facile, ma la soluzione più comoda e de-responsabilizzante che enfatizza i vincoli, rappresenta un modo sicuro - ancorché diffuso - di rinuncia al ruolo.
All'estremo opposto, sta evidentemente il velleitarismo, inconcludente e nocivo a sé e agli altri: che non muta le situazioni, anche se magari ne declama il superamento a ogni pie' sospinto.

(5) - Attenzione a non confondere "auto-nomia" con "auto-sufficienza".
Abbiamo già detto che i due termini non sono accostabili: il primo non è in contrasto con una funzionale e utile dimensione di "relazionalità", il secondo nega la condizione - oggettivamente sperimentabile - di comune e generalizzata "interdipendenza". L'autonomia è l'unico carburante per dare vita a processi non preventivamente determinati, ma aperti al gioco degli attori: delle loro competenze, volontà, responsabilità. Non esiste presidio senza autonomia e con¬seguente responsabilità: un impoverimento di entrambi i fattori burocratizza i rapporti, inaridendo la vitalità dei processi - regrediti a procedure - e anchilosa i ruoli, bloccandoli dentro mansioni senz'anima, buone per gli archivi di un'organizzazione ridotta a organigrammi.

In conclusione
La complessità è un dato strutturale: non una moda né uno slogan. Va affrontata con attrezzi rigorosi: che la sappiano esplorare, decifrare, governare. Ma la tecnologia - sia quella di analisi che quella di intervento - va supportata e fecondata da uno spirito aperto, curioso, dialettico: che non si adagi nella tranquilla accecttazione dell'esistente o nella fatalistica attesa del futuro.
Necessitiamo di comportamenti più attivi, che ci aiutino a "stanarci" reciprocamente dalle nicchie in cui troppo spesso ci lasciamo acquetare. Necessitiamo di ruoli più "pieni" : dentro cui i soggetti recuperino la voglia e il gusto di misurare le loro competenze e le loro mete.
La complessità è movimento, instabilità, sorpresa: se la sapremo meglio "ascoltare", forse ci insegnerà come fare per restituire un po' più di scopo e "senso di vita" anche alle burocrazie più addormentate.

*** Massimo Ferrario, Cultura per la complessità e presidio dei ruoli, 'SL', Rivista di organizzazione, AISL, Associazione Italiana Studio del Lavoro, n. 4/89, dicembre 1989. Materiale riproducibile citando autore e fonte.